Il custode del tempo

Per gli abitanti di Carano è un’istituzione, una sorta di custode del tempo. Giovanni Delvai dalla fine degli anni ’80 si occupa dell’orologio del campanile, uno dei pochi che ancora oggi necessita di un quotidiano intervento umano.

L’allora parroco di Carano, don Pierino, chiese a Giovanni di aiutarlo a regolare l’orologio giornalmente. Figlio del “Monego”, era la persona più adatta e affidabile per un incarico così importante. Questo lavoro non è un gioco da ragazzi, tutt’altro: richiede impegno, precisone e costanza.

Sono davvero pochi a essere in grado di sostituire Giovanni in questo delicato compito. “Quando mi ammalo e non posso occuparmi dell’orologio so di avere dei validi sostituti, ma so anche che è un lavoro che richiede un po’ di pratica. Per questo ho preparato degli schemi con dei disegni per aiutarli. Se si tira su il peso quando batte, allora questo cade fino in fondo e non è un bene per l’orologio. Bisogna assicurarsi di tirar su l’orologio dopo il battito”. Giovanni accoglie sempre volentieri quelli che vogliono vedere l’antico orologio e l’interno del campanile.

I coscritti ogni anno gli chiedono aiuto per appendere il lenzuolo con il loro anno sul campanile.

Per i bambini dell’asilo è un amorevole amico, quasi un nonno pieno di risorse e storielle divertenti. “Quando passano sotto casa mia, li sento chiamare il mio nome e allora esco per salutarli”. Da quando è andato in pensione, nel 2007, ha iniziato a dedicare molto tempo al paese, ai bambini e alle associazioni.

In tanti lo chiamano per sistemare gli orti. Ed è uno dei pochi a saper ancora utilizzare il “puo”, il vecchio spazzaneve. Durante le giornate “razego te tabià, na saldadura e na strapenada (svolgo mestieri nel tabià. fra una saldatura e una trapanata)”, racconta sorridendo. Così può tenere sempre in funzione il trattore e gli attrezzi con cui ama fare la legna.

Giovanni ha lavorato per 24 anni con la Magnifica Comunità di Fiemme, passando dall’Orto dei Pezi di Solaiolo al coordinamento di progetti di recupero ambientale.

A Predazzo ci sono ancora persone che chiamano alcuni sentieri i “Trozi del Giovanni”, un progetto davvero all’avanguardia perché è stato fra i primi percorsi di montagna accessibile ai disabili. “Ci abbiamo impiegato tre stagioni. È stato un gran lavoro, ho studiato le pendenze e le difficoltà che una persona con limitate capacità motorie o una sedia a rotelle può incontrare. Ho anche creato una sedia e una tavola con una sola panca per facilitare la loro pausa”, racconta con grande orgoglio. “Spesso mi capita di incontrare persone che sentono la mancanza di questo modo di lavorare, quando bastava parlarsi e si potevano mettere in pratica tante belle idee”.

Grazie alle sue esperienze lavorative e al suo grande carisma, i sindaci negli anni lo hanno spesso coinvolto in varie attività a Carano. Anche per le maestre dell’asilo e della scuola è diventato un punto di riferimento. Giovanni partecipa in prima linea con i bambini alla festa degli alberi. “Spiego ai bambini a picchettare attorno agli alberi, come si faceva una volta, per evitare che le mucche calpestino le piante e per proteggerle dalle erbacce”. Giovanni si porta attrezzature e materiali per mostrare ai bambini come lavora un boscaiolo e nei giorni seguenti va regolarmente a controllare gli alberi piantati. Poi quando incontra i bimbi gli chiede sempre: “Ve ne state prendendo cura”?

Con i piccoli dell’asilo e le maestre ha realizzato il Sentiero di San Francesco, una passeggiata sensoriale emozionante. “Una volta sono andato all’asilo per aiutare i bambini a fare un lavoretto. Uno di loro alla fine ha voluto regalarlo a me, mi ha detto: tu Giovanni fai tante cose per noi e questa volta voglio fare io qualcosa per te”. Nella sua casa si trovano fotografie, piccoli lavoretti e regali di tanti bambini che negli anni hanno mostrato la loro simpatia per Giovanni.

Grazie a lui i giovani possono conoscere e portare avanti le tradizioni, come quella del Banderal, di cui Giovanni è un attivo partecipante. Soprattutto ricorda loro l’importanza della messa “prima di ogni cosa bisogna partecipare alla messa”.

“Ai coscritti insegno tutti gli anni a raccogliere l’elemosina con il cappello”. Giovanni, conosciuto e amato da tutti, è un custode del tempo e delle tradizioni, non solo a Carano. Se qualcuno ancora non lo conosce e vuole vedere come funziona l’orologio del campanile può trovarlo tutte le sere, verso le 19.30, durante il suo appuntamento fisso con il tempo. Non ci sono festivi per lui. A Carano non passa secondo… senza che Giovanni lo sappia.

Sara Bonelli

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In Sacro Silenzio

La corale “Ensemble Canticum Novum”, composta da 37 elementi provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa, ha festeggiato i 25 anni di vita. Fondata e diretta dal maestro Ilario Defrancesco, la corale ha tenuto oltre trecento concerti nelle due valli e numerose uscite in ambito regionale, nazionale e internazionale (Svezia 2007, Olanda 2016, Germania 2018). Tra l’altro ha preso parte a eventi importanti come il Requiem Op. 48 di G. Fauré, alla Missa Brevis Sancti Joannis de Deo di J. Haydn, ha eseguito il Requiem di J. Rutter, e nell’ambito del 41esimo Festival di Musica Sacra ha cantato la Messa in sol maggiore di F. Schubert assieme al coro e orchestra di S. Cristina Valgardena.

Il maestro Ilario Defrancresco è diplomato in pianoforte al Conservatorio “F. A. Bonporti” di Trento. Dal 1998 insegna Formazione musicale e Musica corale presso la Scuola di Musica “Il Pentagramma” delle valli di Fiemme e Fassa, con sede a Tesero. Oltre alla docenza, si dedica alla composizione di musica vocale e in questo campo ha ottenuto diversi riconoscimenti.

La festa dei primi 25 anni di vita è coincisa con la pubblicazione di un nuovo CD “In Sacro Silenzio”. La sequenza di brani ripercorre in parte la storia dell’Ensemble, ma è anche un viaggio nel tempo e, parallelamente, un percorso “multietnico”. Il CD è stato registrato nella Pieve di San Giovanni, luogo dotato di un’acustica veramente speciale.

Maestro Defrancesco, quali sono le caratteristiche di questo CD?

“L’ascoltatore, attraverso le sonorità che mutano da un brano all’altro, incontra composizioni più meditative, altre gioiose, passaggi carichi di tensione alternati a momenti di serenità. L’obiettivo è sfatare che la musica polifonica sia riservata a pochi”.

Nel vostro repertorio troviamo brani musicali da tutto il mondo.

“Un coro misto può spaziare su vari generi. Ne approfitto per rendere più vivace l’attività del coro. È importante motivare i coristi proponendo obiettivi nuovi”.

Il canto è ancora un valore nelle nostre valli?

“Sicuramente oggi è più difficile trovare persone volenterose ed entusiaste disponibili a questa attività artistica. Siamo coinvolti in mille attività, abbiamo troppi impegni. I nostri giovani spesso lasciano le valli per motivi di studio o di lavoro, quindi si riducono le persone disponibili a impegnarsi nell’attività canora in maniera continua. L’Ensemble Canticum Novum è un bel gruppo, ma anche noi cerchiamo voci nuove, specialmente maschili, le più difficili da reperire. Per il 2019 l’Ensemble Canticum Novum vuole proporre un nuovo progetto musicale. E per questo fa un appello agli ‘uomini di buona volontà’. Chi è interessato può trovarci sul sito www.canticumoena.it (info@canticumoena.it) oppure sulla pagina Facebook Canticumnovummoena”.

Gilberto Bonani

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Fiemmeite strabiliante scoperta

Trovare una nuova specie mineralogica è un evento rarissimo. I minerali noti alla scienza sono poco più di 5.000. Non molti se paragonati alle specie viventi che sono milioni. La scoperta della fiemmeite, quindi, è di enorme interesse scientifico.

A trovarla sono stati i ricercatori del Muse Paolo Ferretti e Ivano Rocchetti, assieme ai colleghi dell’Università di Milano Francesco Demartin e Italo Campostrini, guidati da un appassionato cercatore di minerali del posto, Stefano Dallabona del Gruppo Mineralogico Fassa e Fiemme.

“Oggi scopriremo un nuovo minerale” ha esclamato Stefano Dellabona mentre iniziava la ricerca in una località di Carano. Sembrava un esagerato ottimismo il suo. Invece si è rivelata una profezia. Dallabona e i ricercatori hanno raccontato la scoperta al Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo, lo scorso 16 novembre, davanti a una sala gremita.

La fiemmeite è un ossalato di rame composto da cristalli color azzurrognolo all’interno di carboni fossili a loro volta inglobati in arenarie di Val Gardena, formatesi nel Permiano superiore da sedimenti di origine alluvionale in un’antica pianura continentale.

Nicolò Brigadoi Calamari

 

 

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A Natale avremo una vera cometa

Buone notizie per gli amanti del cielo; si sta avvicinando una piccola cometa periodica (ossia ritorna nei paraggi del Sole ogni 5 anni circa) che a metà dicembre dovrebbe divenire visibile a occhio nudo, sapendo dove guardare. L’astro si chiama 46P/Wirtanen. La lettera “P” indica che si tratta di una cometa periodica e porta il nome dello scopritore, l’astronomo statunitense Carl Alvar Wirtanen che la individuò nel 1948 su una lastra fotografica.

Il momento più favorevole per tentare di osservarla, aiutandosi con un buon binocolo, sarà il 16 dicembre quando l’astro chiomato passerà ad appena 11,5 milioni di chilometri dal nostro pianeta. Bisognerà cercarla nella costellazione del Toro, non lontana dal famoso e bellissimo ammasso stellare delle Pleiadi, celebrato pure da Giovanni Pascoli nella poesia Il Gelsomino Notturno, nei versi “La Chioccetta per l’aia azzurra/va col suo pigolio di stelle”; dove la Chioccetta simboleggia appunto le Pleiadi. Naturalmente sarà possibile ammirarla comodamente con i telescopi dell’Osservatorio Astronomico di Fiemme, per chi volesse farci una visita, previa prenotazione.

Le comete sono piccoli oggetti, tipicamente con dimensioni al più di qualche chilometro, formati da nuclei dove parti rocciose si mescolano a ghiaccio: quando si avvicinano al Sole, il calore trasforma il ghiaccio in vapore che, frammisto a polvere, si disperde nello spazio formando la coda. La cometa più famosa è quella di Halley, osservata l’ultima volta nel 1986, il cui ritorno è previsto per il 2061.

Non avendo ancora a disposizione un’immagine della Wirtanen, propongo un’altra piccola cometa (C/2013 R1 Lovejoy) ripresa dall’autore nel dicembre 2013.

Marco Vedovato dell’Osservatorio Astronomico di Fiemme

 

 

INFO: L’Osservatorio Astronomico di Fiemme rimane a disposizione del pubblico previa prenotazione al numero 348 341 64 07. Durante il periodo natalizio l’attività sarà intensificata, con un maggior numero di serate disponibili.

 

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Pino Dellasega, i miei primi nuovi passi

Dopo migliaia di chilometri percorsi con i suoi bastoncini da nordic walking, Pino Dellasega affronta il cammino più impegnativo di tutti. In confronto, i 1.000 chilometri percorsi da Lourdes a Santiago de Compostela sono una passeggiata. Le tante salite al Cristo Pensante, in cima al Monte Castellazzo, sono poco più che una scampagnata. Perfino l’attraversata del deserto del Sahara non è nulla in paragone. Perché ora si tratta di dover reimparare a camminare. Tutto da capo. Passo dopo passo. Come un bambino.

Notte del 31 luglio 2018. Dellasega si sveglia con un mal di testa lancinante e chiede un antidolorifico alla moglie, che lo vede strano. La chiamata al 112, la corsa in ospedale a Cavalese e poi il trasferimento in elicottero a Trento. Diagnosi: ischemia cerebrale. Al mattino Dellasega si ritrova con il lato sinistro del corpo paralizzato. Un fulmine a ciel sereno per un uomo allenato, in forma, sano, che ha sempre curato alimentazione e stile di vita.

È l’inizio di un lungo percorso di riabilitazione. “Devo insegnare ai neuroni rimasti il lavoro che eseguivano i neuroni morti in quella notte di fine luglio. Devo convincere il mio cervello a fare ciò che ha dimenticato di fare, cioè una serie di movimenti che per un’intera vita mi sembravano assolutamente normali e scontati”, riassume in parole semplici.

Dopo pochi giorni di ospedale, Dellasega viene trasferito a Villa Rosa a Pergine, struttura riabilitativa pubblica all’avanguardia, dove rimane due mesi e mezzo. “Ritrovarmi su una sedia a rotelle mi ha fatto prendere coscienza di cosa è successo. Inizialmente mi è crollato il mondo addosso: 60 anni di vita dedicata allo sport, all’agonismo, all’attività fisica si sono azzerati in poche ore. Poi, mi sono reso conto che quella notte avrei potuto anche morire. Così, ho deciso di tirare fuori quella forza insita nell’essere umano a cui ho dedicato anche un libro: la resilienza”. E così Dellasega decide di volercela fare, di voler tornare a camminare per boschi, sentieri e deserti, come ha fatto negli ultimi anni, dopo aver co-fondato, nel 2008, la Scuola Italiana di Nordic Walking e, con Chiara Campestrini, il Nordic Power e Ways, per proporre formazione e viaggi nel mondo incentrati sul cammino. Uomo pieno di idee e progetti, non è pronto a rinunciare a tutto. E così sceglie di percorre la strada del recupero, lento e faticoso, ma non impossibile.

Chi mai pensa a tutti i muscoli che entrano in gioco ad ogni passo che facciamo? Chi mai si sofferma ad analizzare ogni movimento del nostro corpo, mentre scriviamo al pc, cuciniamo, leggiamo un giornale? Tutto è scontato. Un automatismo dato per immutabile. Eppure, in un attimo ci si può trovare a dover reimparare a fare anche il gesto più naturale, quello del camminare.

A Villa Rosa lo si fa grazie al Lokomat, l’ultima frontiera della neuroriabilitazione motoria: “È una macchina all’avanguardia che facilita i movimenti della camminata. In pratica riabitua il cervello al gesto, imponendogli di fare i movimenti corretti e non le “scorciatoie” che lui vorrebbe percorrere. Inizialmente il corpo ‘subisce’, poi piano piano diventa sempre più attivo”. Anche per la riabilitazione della mano, Dellasega ha utilizzato un guanto robot. Tanto che con la sua consueta ironia, sui social si è definito “Pino-Cop”.

L’esperienza a Villa Rosa è stata significativa anche dal punto di vista umano: “Ho conosciuto tante persone, ognuna con una storia diversa alle spalle. Mi sono confrontato con esperienze, dolori, speranze. E anche con tanta solidarietà, empatia, condivisione”.

Dellasega da fine ottobre è di nuovo nella sua casa di Predazzo, dove continua con la riabilitazione, che sarà ancora lunga. Per la prima volta, si è scontrato con il fatto che la sua preparazione atletica non basta: “L’allenamento di una vita non conta. Il risultato dipende dal cervello, non dal corpo. In passato i risultati dell’esercizio fisico si vedevano rapidamente: ora devo abituarmi a un nuovo scorrere del tempo. Basti pensare che per imparare ad alzare un dito della mano ho impiegato due mesi”.

Come si fa a reggere tutto questo? A non cedere alla tentazione di mollare? “La differenza la fanno la famiglia e gli amici, che ti stanno vicino, soprattutto negli inevitabili momenti di sconforto e stanchezza. Personalmente, mi sono dato piccoli obiettivi, come reimparare a farmi la barba o ad allacciarmi le scarpe. Piccoli passi ma per me significativi”. Come quei 50 metri percorsi l’11 novembre in piazza a Predazzo, dove si erano riuniti i suoi amici del Nordic Walking, in valle per la tappa finale della Walking Challenge 2018. Dellasega ha voluto esserci ed è stato accolto da un tunnel di bastoncini: passo dopo passo, con l’emozione e la commozione sua e di tutti i presenti, ha percorso quel breve quanto infinito tratto. 50 metri che valgono più di tutte le migliaia di chilometri percorsi, ad ogni quota e latitudine.

Mentre racconta questi ultimi difficili mesi, Dellasega pensa ai boschi della valle, anche loro feriti, anche loro alle prese con un recupero lento: “L’uomo, come le foreste, sa trovare la forza per risanarsi. Basti darsi il tempo, non avere fretta”.

La frase riportata sulla quarta di copertina del suo libro “Resilienti” diventa oggi carica di nuovo senso: “Le prove sono lezioni di vita, piccole o grandi che siano non arrivano per distruggerci ma per rinforzarci nel fisico e nella mente. Sono un passaggio obbligato nel contesto universale di cui facciamo parte. Esse servono ad alzare la nostra soglia di resistenza. Se ci crediamo, noi siamo più forti di tutte queste prove”, scriveva Dellasega nel 2017. Oggi se lo ripete. Passo dopo passo.

Monica Gabrielli

 

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Il futuro del legno di Fiemme
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L’Avisio ha incontrato alcuni tra i protagonisti della filiera del legno della valle di Fiemme. L’obiettivo? Quello di conoscere la situazione del nostro patrimonio boschivo alla luce dei recenti catastrofici eventi. Volevamo capire le strategie e i tempi per tamponare l’emergenza nei prossimi mesi e successivamente, gestire, (con una strategia comune), il futuro del settore.

Con noi, al tavolo dell’incontro, Lucio Varesco, presidente della sezione segherie e imballaggi dell’Ass.ne Artigiani di Trento, Gianfranco Redolf, presidente dell’associazione delle segherie di Fiemme e Andrea Ventura AD di Bioenergia Fiemme.

Il recente nubifragio ha provocato schianti per oltre 2.000.000 di mc. di tronchi su 7.000 ettari di superficie e strade boschive danneggiate per circa 500 km ovvero il 10% del totale. A seguito dell’evento saranno inevitabilmente modificati gli equilibri della domanda e dell’offerta, sia per l’acquisto di tronchi che per la vendita dei prodotti finiti. “In tempi normali” ci dice Lucio Varesco,” avevamo difficoltà a reperire tronchi, specialmente quelli necessari per le nostre produzioni di imballaggi, pellets etc. Questo ci permetteva di vendere a prezzi sopra la media nazionale.  Degli 800.000 mc. utilizzati normalmente in un anno per le nostre lavorazioni, ovvero imballaggi, tavolame, travatura etc., solo il 50% era disponibile in Trentino dai tagli autorizzati dalla Forestale, gli altri 400.000mc. di tronchi provenivano dai paesi limitrofi quali la Slovenia, l’Austria e la Germania. Ora la disponibilità di legno autoctono è quintuplicata ed è disponibile in tempi brevi. Se non viene gestita con lungimiranza potrà creare danni incalcolabili a tutto il sistema”.

Come uscirne? E’ in fase di definizione un accordo che impegna le segherie trentine a trattenere tutto il legname schiantato in provincia, (accordo coordinato,dal servizio forestale della Provincia) ed è stato deciso che, tale legname, venga lavorato dalle aziende di segagione del Trentino. Per garantire a Comuni, Asuc e Consorzi un minimo realizzo dalla vendita del legname schiantato ed anche onde evitare il calo dei prezzi a livelli insostenibili, le segherie di Fiemme stanno proponendo l’acquisto di una notevole quantità di legname,( 17.000 mc) ad un doppio prezzo: 60 euro al mc. a terra e 80 euro al mc. per le bore. Questa proposta permetterebbe, secondo il consorzio, di tamponare questi primi mesi e di pensare ad una strategia per una gradualità delle vendite dei prossimi anni. Analoga la strategia per la Bioenergia Fiemme. “L’intento anche per noi”, dichiara Andrea Ventura “è quello di mantenere un prezzo che sia il più stabile possibile. Un accordo tra tutti i soggetti della filiera del legno di Fiemme è la base per assorbire lo choc del presente e per prenderci il tempo necessario per studiare le strategia migliori per affrontare un futuro, ad oggi, incerto”.

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Quale bufera minaccia la fauna

Appena si è placata quella terribile bufera, il nostro primo pensiero è andato ovviamente a chi si era trovato casualmente sotto quegli alberi che in molti hanno udito schiantarsi per tutta la notte, oppure vicino alle sponde dei torrenti sfigurati, esondati. Solo con la luce del mattino, lo sguardo ha potuto mettere a fuoco l’effettiva potenza di quel che era successo. Storditi, increduli, ci siamo chiesti che ne fosse di quelle persone, delle case, dei masi e delle malghe che erano là, in mezzo a tutta quella devastazione. C’è tuttavia chi ha avuto un pensiero in più. I bambini, con il gran cuore che li contraddistingue, per primi hanno pensato anche al popolo silenzioso, quello che abita nel bosco, in quella dimora che sembrava essersi trasformata in una trappola mortale, come nelle fiabe più terribili. I cervi, i caprioli, gli sco­iattoli, gli uccelli e tutti gli altri animali selvatici, che fine avevano fatto? Eventi del genere sicuramente mietono vittime anche tra loro, ma non dobbiamo preoccuparci troppo: per quanto potente, questa bufera non pregiudica la sopravvivenza di specie, di popolazioni; lo dico in base ad una serie di considerazioni.

È da rilevare innanzi tutto che, pur nella vastità dei danni, il ciclone che si è scatenato nella notte del 29 ottobre rimane pur sempre un episodio limitato sia come estensione sia come durata.

Per quanto riguarda l’estensione, se proviamo a riportare sulla piattaforma di Google Earth© le zone approssimative in cui si sono verificati i danni al bosco, e poi le confrontiamo con l’estensione degli areali delle singole specie, si può costatare che sono poca cosa, spesso poco più che pallini aumentando la scala di riferimento. L’estensione di questi danni non pregiudica la sopravvivenza generale delle popolazioni, certo ci saranno dei riadattamenti locali sulla base delle diverse condizioni, ma in ogni caso queste non spariranno.

Per quanto riguarda la durata, la bufera ha colpito, almeno nel caso delle province del nordest alpino, aree di montagna. Parliamo quindi di valli e crinali che per 4-5 mesi consecutivi sono interessate da un condizionamento stagionale, permanente e diffuso, dovuto al freddo e alla neve. Gli animali selvatici sono mai spariti a causa dei lunghi inverni? No, anzi. Allora che cosa può essere, in termini di sopravvivenza per la fauna, un evento che, per quanto incisivo, è durato appena qualche ora di fronte alla lotta che il singolo animale, l’individuo, deve affrontare ogni giorno e ogni notte per settimane, per cinque lunghissimi mesi? Addirittura, ogni anno e per tutto il tempo della loro vita. Gli animali sopravvivono in gran parte, alcuni muoiono, qualche anno di più e qualche anno di meno, ma non abbiamo mai smesso di vedere nelle nostre montagne cervi, caprioli, scoiattoli, picchi, galli cedroni e decine di altre specie.

Va fatta poi un’altra considerazione, quella che prende spunto dalle risorse adattative che gli animali d’oggi hanno ereditato e affinato dai loro progenitori. La selezione naturale ha lavorato per quattro miliardi d’anni e gli animali che noi oggi vediamo e ammiriamo non sono altro che il risultato di una selezione che ha attraversato cataclismi di ben altra entità nel corso di tutta la storia della vita. Cosa volete che sia una bufera rispetto alle grandi estinzioni planetarie? L’ultima delle quali, la quinta, vale a dire quella del Cretaceo di 65 milioni di anni fa, cancellò addirittura il 75% di tutte le specie animali allora esistenti sul pianeta (e non fu neanche la più potente). Se non ci fosse stata, noi non solo non avremmo mai visto tutti gli animali attuali, ma neanche avremmo conosciuto noi stessi… Possiamo stare dunque certi che per quanto lunga ai nostri occhi (e alle orecchie), la durata della bufera di quella notte, con l’aggiunta degli effetti successivi, è davvero poca cosa di fronte a quello che ogni singola specie ha dovuto affrontare lungo la sua storia evolutiva. Ancora una volta gli animali ci stupiranno trovando con il tempo il modo per tornare ad occupare le valli ferite, i versanti spogliati. Noi, piuttosto, nella gestione dei danni materiali possiamo fare in modo da favorirli, facendo scelte oculate che dovranno tener conto della necessità di una loro ripresa, nel nostro stesso interesse.

C’è un’ultima considerazione che farei, molto più generale. I problemi che gli animali selvatici trovano difficili da affrontare non sono gli eventi improvvisi, di portata limitata dal punto di vista spaziale e temporale. I problemi verso i quali essi non sono attrezzati a rispondere efficacemente sono gli effetti dovuti all’inquinamento, al surriscaldamento, all’impoverimento del suolo, degli oceani, dei biotopi e alla velocità con cui tutti questi effetti avanzano innescando cambiamenti permanenti e di portata planetaria. È l’azione sconsiderata dell’uomo che sta mettendo all’angolo la resilienza ecologica, la capacità cioè di rispondere, di adattarsi, delle comunità animali e vegetali.

Questi sono i veri problemi, e sempre più spesso saranno alla base anche di eventi meteorologici locali disastrosi. Questi sono i problemi da affrontare, ma dalle nazioni, dalle comunità e anche dai singoli individui. Ognuno può e deve fare qualcosa.

All’indomani di quanto è successo qui da noi, e alla luce di tutte queste considerazioni, è per me auspicabile preservare alcune zone, magari fra quelle più impervie dove gli animali troverebbero tranquillità e rifugio. Sarà poi un’accortezza non da poco lasciare qua e là qualche tronco a terra, qualche chioma, qualche corteccia, per dar modo anche alla fauna più piccola, come gli anfibi, i rettili e i micromammiferi di trovare nuove tane, nuovi nascondigli. Gli animali più mobili, come gli uccelli e i mammiferi di dimensioni maggiori, troveranno nuovi punti di riferimento e nuovi itinerari per muoversi. Possiamo dare loro tempo e tregua anche con la sospensione della caccia, come del resto prevede la stessa normativa sull’attività venatoria in caso di calamità naturali.

Aldo Martina

 

 

 

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Al via la stagione sciistica invernale

Comunichiamo ufficialmente l’apertura degli impianti dello Ski Center Latemar da sabato 1 dicembre. Grazie alle temperature favorevoli degli ultimi giorni e al grande sforzo di tutti i nostri addetti la situazione di partenza è già ottima. Di seguito il dettaglio delle aperture impianti da considerare tutti con le relative piste principali:

PAMPEAGO

– segg. 4 posti LATEMAR

– segg. 3 posti CAMPANIL

– segg. 4 posti AGNELLO

– segg. 4 posti RESIDENZA (solo impianto per collegamento Predazzo, no pista)

OBEREGGEN

– cab. OCHSEWEIDE

– segg. 4 posti OBERHOLZ

– telemix LANER

– segg. 6 posti ABSAM

– segg. 4 posti REITERJOCH

– segg. 4 posti OBEREGGEN

PREDAZZO

– cab. STALIMEN – GARDONE’

– segg. 4 posti GARDONE’ – PASSO FEUDO

– COLLEGAMENTO PAMPEAGO – OBEREGGEN APERTO

– COLLEGAMENTO PAMPEAGO – PREDAZZO CON SEGGIOVIA RESIDENZA, NO PISTA

In totale ci sono circa 20 km di piste aperte. Con condizioni meteo favorevoli contiamo di avere ulteriori importanti aperture a partire da venerdì 7 dicembre. 

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L'Avisio di Novembre è qui!

Caratterizzato da un approfondito e lungo reportage sulla tempesta del 29 ottobre, è pronto per voi lettori il numero di novembre di Avisio. La redazione ha lavorato sodo per raggruppare testimonianze, foto e notizie su quanto accaduto alla fine di ottobre nelle nostre vallate. Sicuramente un numero da non perdere. E tra qualche giorno in distribuzione, la versione cartacea con rilegatura ancora più preziosa. Per scaricare il PDF, cliccate l’apposito pulsante nella colonna qui a destra.

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Stiamo lavorando alacremente sul prossimo numero di Avisio che sarà dedicato in gran parte all’ondata di maltempo che ha colpito duramente le nostre vallate il 29 ottobre 2018. Ci saranno molti articoli e molte immagini, comprese quelle che ci avete inviato in tanti alla nostra redazione. Nel frattempo pubblichiamo qui sotto il video girato da …

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