Guido Brigadoi

#DOLOMITESVIVES: “Assaporando” le montagne

Gustare piatti straordinari nella suggestiva atmosfera del patrimonio dell’umanità UNESCO: questa è la premessa di “Cook The Mountain – Dolomites Taste Tour”, nell’ambito delle giornate dedicate al “Gusto” in #DOLOMITESVIVES. Dopo la fortunata inaugurazione del 12 luglio, mercoledì 26 luglio torna “Cook The Mountain – Dolomites Taste Tour”: chef di fama internazionale proporranno le loro innovative creazioni di cucina alpina, stagionali e regionali all’interno di 6 diversi rifugi del Passo Sella. Per questi appuntamenti, così come per tutti i mercoledì di luglio ed agosto dalle 9 alle 16, la strada del Passo Sella sarà aperta esclusivamente al traffico sostenibile.

“Cook the Mountain” nasce da un’idea del cuoco due stelle Norbert Niederkofler, che con questo progetto desidera diffondere la consapevolezza delle tipicità delle regioni di montagna. Fin dal principio, la sua visione era quella di creare, a partire dalle abbondanti primizie offerte dalla natura, piatti delicati e serviti in un’elegante cornice. Dietro al progetto “Cook the Mountain” si estende una grande rete di cuochi, tutti grandi promotori di una cucina sostenibile, regionale e stagionale. Questi grandi chef hanno da tempo orientato le loro scelte verso la selezione di ingredienti provenienti quasi esclusivamente da agricoltori della regione e produttori delle zone limitrofe.

Mercoledì 26 luglio, i partecipanti a “Cook The Mountain – Dolomites Taste Tour” potranno intraprendere un viaggio culinario attraverso i sapori della cucina regionale, scegliendo tra due tour possibili. Si potrà cominciare con una piacevole passeggiata in Val Gardena, presso il Rifugio Comici, dove Stefano Ghetta (ristorante L’Chimpl) preparerà un antipasto, per poi proseguire verso il Passo Sella Dolomiti Mountain Resort, dove i partecipanti potranno gustare la portata principale, preparata da Paolo Donei (Ristorante Malga Panna). L’ultima tappa del percorso il Rifugio Salei, dove Armin Mairhofen (Hotel Adler Balance) darà il tocco finale.

Il secondo itinerario di “Cook the Mountain – Dolomites Taste Tour” partirà dal Rifugio Valentini con un antipasto preparato da Reimund Brunner (Anna Stuben), per poi proseguire con l’incantevole piatto principale ad opera di Martin Mairhofer (Ristorante Reipertingerhof) al Rifugio Friedrich-August. Dolce finale per la passeggiata, che terminerà con il dessert preparato da Mario Porcelli (Hotel Alpenroyal) presso il Rifugio Des Alpes. Il carnet del tour completo (30 euro per 3 portate ognuna abbinata ad un bicchiere di vino e consumata in un rifugio diverso) va prenotato entro le ore 12 del giorno precedente all’indirizzo info@dolomitesvives.com. Il pagamento e il ritiro si effettuano, il giorno dell’evento, entro le ore 11 all’Info point #Dolomitesvives al Passo Sella.

In alternativa ai menu completi, può essere consumato un piatto a scelta “Cook the Mountain – Dolomites Taste Tour” in ogni rifugio, comprensivo di bicchiere di vino, al prezzo di 15 euro. Gli eventi “Gusto” si terranno con qualsiasi condizione atmosferica.

Per maggiori informazioni sul programma potete prenderne visione sul sito www.dolomitesvives.com

 

Informazioni utili sulla mobilità:

In linea con lo scopo del progetto #DOLOMITESVIVES viene chiesto di parcheggiare i mezzi nei parcheggi a valle e di utilizzare i mezzi pubblici per raggiungere il Passo. Ogni mercoledì di luglio e agosto, dalle 9 alle 16, l’accesso del Passo Sella sarà riservato a pedoni, ciclisti, trasporti pubblici e veicoli elettrici, nonché a veicoli per il trasporto di persone con disabilità, in possesso di relativa licenza.Il Passo Sella sarà raggiungibile ogni 15 minuti da Canazei e Ortisei e ogni 60 minuti dalla Val Badia, grazie ai collegamenti con il bus navetta e una serie di altri servizi:

DALLA VAL DI FASSA

Con i mezzi pubblici:

La strada n. 242 di accesso al Passo Sella viene chiusa al bivio per il Passo Pordoi, poco prima della località Plan de Schiavaneis.
Da Canazei il collegamento con Passo Sella viene garantito dai mezzi del servizio pubblico locale con partenze ogni 15 minuti.

A piedi: Da Canazei seguendo il segnavia 655: ore 3, dislivello 800 metri circa.

Con gli impianti di risalita: Funivia del Col Rodella da Campitello di Fassa (parcheggio); poi a piedi seguendo in discesa il segnavia 529 fino a Forcella Rodella e quindi il segnavia 557 fino al passo: ore 1, dislivello in discesa 200 metri.

 

 

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Riparte il Trofeo Passo Pampeago

Scalare contro il tempo cimentandosi con una prova d’élite. La cronoscalata del Trofeo Passo Pampeago quest’anno andrà in scena il 17 settembre, sempre racchiusa nei 10.5 chilometri che congiungono il paese di Tesero (TN) al Passo di Pampeago, teatro delle sfide dei campioni, attraverso un nastro d’asfalto all’insù che solca uno dei comprensori sciistici più prestigiosi del Trentino-Alto Adige e che va ad interessare una delle “grandi salite del Trentino”, il Passo di Pampeago appunto, più volte teatro dell’arrivo di tappa del Giro d’Italia.

La partenza degli atleti avverrà a quota 950 metri, sfiorando poi i 2000 metri in continua e costante ascesa, senza mai un attimo di pausa, senza mai un punto pianeggiante, con una pendenza media attorno al 12% ed una massima attorno al 15%. Nella scorsa edizione i meranesi Michael Tumler (38’12”5) ed Alexandra Hober (47’22”) misero tutti d’accordo nell’affascinante comprensorio dello Ski Center Latemar.

Un risultato a sorpresa, visto che al via c’erano rinomati protagonisti del Trofeo Passo Pampeago, come il fiemmese Jarno Varesco, già tre volte vincitore della competizione, e la roveretana Serena Gazzini, finita ad un passo dal bersaglio grosso, ma Tumler e Hober furono davvero imprendibili, anche per loro.

Il Trofeo Passo Pampeago farà ancora una volta parte dell’UpHill Challenge e della Südtirol.Cup.Montagna, composta per la prima volta da cinque gare ciclistiche, le quali faranno affrontare agli scalatori i Passi Mendola, Palade, Stelvio, Pennes ed infine il Passo Pampeago, nell’ultimo appuntamento del challenge dedicato ai grimpeur.

La giornata si chiuderà con il pranzo affidato alle leccornie dell’Associazione Sagra di Stava e con le premiazioni alla palestra di roccia di Stava, con l’US Litegosa a mettere in cascina una scoppiettante sesta edizione del Trofeo Passo Pampeago.

Info: www.latemar.it

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Il traghettatore dell’Avisio

È un uomo di montagna, ma il suo ambiente è l’acqua. Quella gelida dei torrenti e quella impetuosa dei grandi fiumi. Ha imparato a nuotare da solo quando era bambino, tuffandosi nell’Avisio. Ha disceso in canoa gli ultimi 1.000 chilometri del Nilo e in gommone, in prima mondiale, il fiume Ciripò, in Costarica. Recentemente non ha esitato a partire per l’Ecuador, dove ha vissuto per venti giorni con la tribù degli Waorani, dormendo sull’amaca in piena foresta e mangiando formiche giganti e larve. Fabio Bolognani, 60 anni di Tesero, racconta le sue avventure, anche quelle più estreme, come se fossero esperienze comuni. Eppure di comune nella sua vita c’è davvero poco.

È stato lui, nel 2001, a portare in Val di Fiemme il rafting, la discesa in gommone di un corso d’acqua: “In Italia è una disciplina relativamente recente. Si è iniziata a praticare a metà degli anni Ottanta sui fiumi Dora e Noce, ma inizialmente era considerata un’attività estrema per pochi coraggiosi. Poi si è lentamente estesa ad altri fiumi, diventando una disciplina con diversi livelli di difficoltà e, per questo, adatta a tutti”, spiega. Fabio si destreggia con un target molto diverso: passa dalle famiglie con bambini (a partire dai 7 anni) a rumorose comitive che festeggiano l’addio al celibato, da sportivi in cerca di emozioni alternative a diversamente abili, fino all’addestramento dei militari paracadutisti (i cosiddetti ranger) per affrontare ogni possibile emergenza in acqua. Sul suo gommone non sono mancate le celebrità: i calciatori della Fiorentina, le Nazionali di rugby e pallavolo, l’ex ministro Giampaolo Di Paola… Bolognani ha portato in Valle di Fiemme per cinque volte i Campionati assoluti italiani di rafting ed è l’ideatore, insieme a Stefano Prini, della gara “Fiemme Heroes Race”, che il 18 giugno ha visto diverse squadre sfidarsi in cinque discipline sportive: skiroll, vertical run, parapendio, mountain bike e rafting.

Il rafting è una disciplina non solo adrenalinica, ma anche di contatto con la natura: “Chi si avvicina a quest’attività per la prima volta rimane colpito soprattutto dal paesaggio visto dal centro del fiume, una sorta di panorama fluido che regala sensazioni visive e tattili diverse dal solito. Alle emozioni dei salti in gommone, si aggiungono le emozioni degli incontri con i germani reali e gli aironi cenerini: c’è chi si commuove nel superare in gommone una mamma con i suoi anatroccoli che galleggiano sul fiume”, racconta Fabio.

L’ultima avventura è più estrema di qualsiasi discesa fluviale. Con un amico biologo, ha trascorso venti giorni in Ecuador, nel Parco Nazionale Yasuni, insieme agli Waorani, popolazione indigena che vive di caccia e pesca. “Siamo arrivati nei loro territorio dopo due giorni di piroga a motore, accompagnati da uno dei loro leader, che parla un po’ di spagnolo”, racconta Fabio. Tre settimane trascorse seguendo i ritmi della natura e della tribù in uno dei luoghi al mondo con più concentrazione animale e vegetale. L’alimentazione è stata di quelle per stomaci forti (secondo i criteri occidentali, naturalmente): larve, formiche giganti e carne di scimmia (catturata a colpi di cerbottana). Tutto buonissimo, a sentire lui…

Neanche nella foresta mancano le contraddizioni: “Si tratta di una zona ricca di petrolio – spiega Bolognani -. Per poter scavare pozzi con il consenso di chi vi abita, spesso vengono regalate alle comunità alcune comodità ritenute prioritarie, ma solo dall’esterno: in piena foresta ho visto un campo da calcio coperto e una costruzione in cemento per i servizi igienici, naturalmente inutilizzata perché manca l’acqua”.

Fabio ha trascorso anche tre giorni sul fiume, con una piccola barca a remi, navigando tra delfini azzurri d’acqua dolce e coccodrilli e mangiando pesci gatto appena pescati. È arrivato fino al confine con il territorio della comunità dei Taromenani, popolazione che vive in isolamento volontario dal resto del mondo, tanto da non esitare ad attaccare chiunque provi a stabilire un contatto.

Un’esperienza che ha lasciato il segno: “Ho trascorso tre settimane senza comodità, acqua corrente, elettricità, né telefono. Con l’unico pensiero di procacciarsi il cibo, ci si concentra solo sul presente. E ci si rende conto che si può vivere anche senza ciò che riteniamo indispensabile”.

Monica Gabrielli

 

 

 

 

 

 

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Quando il bosco ti cura

“Se è amara non la voglio”, diceva Pinocchio alla Fata turchina. La scena della medicina amara ha divertito generazioni di bambini ed è apprezzata soprattutto da chi ha dovuto “lottare” con il gusto amaro degli antichi rimedi. Oggi le medicine hanno un sapore meno spietato. Ma l’erborista di Capriana Carlo Signorini probabilmente non sbaglia quando dice “è meglio crescere con un po’ di amaro in bocca… anziché imbottiti di antibiotici”.

Nelle Valli di Fiemme e Fassa molti ricordano, torcendo il naso, l’infuso amaro di lichene islandico che fra queste vette è stato ribattezzato “il muschio di montagna”. Guariva la tosse, il mal di gola, l’asma, le nausee da gravidanza ed era considerato un ottimo digestivo.

“Mia mamma buttava via il primo infuso e lo faceva bollire una seconda volta per togliere un po’ di amaro”, ricorda l’erborista di Capriana mentre sta cucinando tagliatelle con i germogli di abete . “Poi lasciava raffreddare l’infuso – continua – per farmelo bere tutto d’un colpo. Nemmeno il miele riusciva ad addolcirlo. Per guarire la tosse preferivo di gran lunga latte e miele con una foglia di salvia”.

Un tempo era dunque un lichene, curiosa simbiosi fra un fungo e un’alga, a curare le vie respiratorie e l’apparato digerente. Il lichene islandico si trova a circa 1300 metri sul livello del mare. Lo incontriamo ad esempio in Val Cadino, sull’Alpe Cermis, a Bellamonte e persino nel parco d’arte RespirArt di Pampeago. Carlo Signorini è felice di narrarne le virtù durante le sue escursioni a Bellamonte che insegnano a riconoscere fiori e piante. Le escursioni sono gratuite e partono alle 9.00 dal Centro servizi di Bellamonte, l’11 e il 21 luglio, poi, ogni martedì dal 25 luglio.

Noto per essere il cibo delle renne, è apprezzato anche in cucina da Alessandro Gilmozzi, chef del ristorante stellato El Molin di Cavalese. Lui, a dire il vero, è un vero cultore dei licheni e in cucina ne usa diverse specie, anche trasformandoli in canditi. “Il lichene islandico lo metto nel pane, nelle torte e persino nell’insalata, scottandolo in padella – spiega lo chef -. Contiene tante vitamine ed è un antiossidante”. Ma non è troppo amaro? “È anche per questo che mi affascina. Un tocco di amarezza dona eleganza in cucina. Certo, bisogna saperla dosare. Inoltre, il suo è un sapore dolomitico ed io amo comunicare queste montagne attraverso il gusto”. Anche lei è stato curato da piccolo con questo lichene? “Certo – risponde Alessandro Gilmozzi – mia zia lo metteva nel latte la sera prima e la mattina ci faceva bere questo liquido gelatinoso. Ricordo che poi lavava il lichene e lo metteva nell’insalata. Ha un sapore simile alla cicoria”. Lo chef ne è così innamorato che, con il lichene islandico, sta producendo una birra. La potremmo gustare il prossimo autunno.

Beatrice Calamari

 

 

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Fiemme si… accorda

In Val di Fiemme il bosco suona. Quale luogo più adatto, quindi, per ospitare Europiano 2018, il congresso internazionale delle associazioni nazionali europee degli accordatori e riparatori di pianoforte? Dopo il successo dell’edizione del 2000, l’evento torna in valle, grazie a Fabio Ognibeni della ditta Ciresa di Tesero, nominato presidente del Comitato organizzatore. Dal 20 al 24 maggio prossimi sono attesi circa 400 tra accordatori, riparatori e progettisti di pianoforte, cioè tutti coloro che costruiscono, aggiustano, rendono perfetta la voce dello strumento, ma anche appassionati e musicisti. Il programma dell’evento prevede relazioni tecniche al PalaFiemme di Cavalese (con traduzione simultanea in più lingue), concerti e jam session.

Il congresso di Europiano si tiene ogni 3 anni in un diverso Stato europeo. Nel 2000 è approdato per la prima volta in Val di Fiemme: “La ditta Ciresa è stata il primo socio sostenitore aziendale dell’Aiarp, l’Associazione Italiana Accordatori e Riparatori Pianoforti – spiega Ognibeni -. Con il presidente Luciano Del Rio si è creato un rapporto molto stretto. Nel 2000 mi sono assunto il rischio della scelta di ospitare Europiano, impegnandomi a rimborsare il 50% di un’eventuale perdita: eventualità che non si è realizzata, visto che è stato il congresso più partecipato (460 iscritti) e apprezzato”. Dal 2000 il rapporto non si è interrotto, tanto che ogni anno la valle ospita il corso tecnico dell’Aiarp e ora si prepara ad una nuova edizione di Euopiano, occasione di visibilità per l’intera valle: “Quando, nel 1996, ho preso in mano la ditta, Fiemme non era nota per la qualità del suo legno di risonanza, mentre oggi, quando dico da dove provengo, in molti associano la valle ai violini”. Merito di aziende come Ciresa, che lavorano con il legno di Fiemme e lo fanno conoscere all’estero, e di eventi importanti come “I suoni delle Dolomiti” o progetti come “Il bosco che suona”, un itinerario musicale(sopra Predazzo) tra gli abeti di risonanza dedicati a grandi musicisti.

La ditta Ciresa di Tesero è una piccola realtà di nicchia, ma una vera eccellenza del territorio: è specializzata nella produzione di tavole armoniche finite per pianoforti (“la voce dello strumento”, le definisce Ognibeni), unica in Italia, una delle tre in tutta Europa. Dal laboratorio di Tesero è uscito anche un prodotto unico al mondo: le “Opere Sonore”, diffusori acustici realizzati a mano secondo i principi della liuteria per un ascolto naturale della musica.

Ogni anno la ditta Ciresa realizza circa 3.000 tavole armoniche: chi volesse scoprire come un tronco “prende voce”, può partecipare alle visite guidate estive organizzate da Sentieri in Compagnia (da contattare per prenotazioni e info).

M.G.

 

 

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Pampeago fa 50

 Alpe di Pampeago, festeggia i 50 anni e ripercorre il cammino che dall’apertura dei primi impianti ha portato a una realtà consolidata.

Era la fine degli anni Sessanta, in valle si respirava aria di cambiamento. Si guardava con interesse allo sci alpino, sul quale altre aree del Trentino e della valle avevano già iniziato ad investire. E che Pampeago fosse una località adatta lo si era capito ancora prima degli impianti di risalita, tanto che negli anni Sessanta vi si sono svolti i campionati trentini di sci, su una pista improvvisata con partenza dalla Tresca e discesa tra gli alberi. Tutto è partito da un sogno. E da coloro che ci hanno creduto. Itap, la Società Incremento Turistico

L’intuizione destinata a cambiare il paese è venuta a un gruppo di pionieri capaci di pensare per Tesero una stagione turistica invernale (quella estiva era già consolidata). I dieci soci fondatori furono: il farmacista Giuseppe Mutalipassi (primo presidente della società), Giuseppe Deflorian, Claudio Romanese, Bruno Zeni (primo direttore), Pietro Bernard, Ernesto Mich, Arcangelo Bozzetta, Colomba Doliana, Vigilio Ventura e Livio Deflorian. Presto seguiti da altri sostenitori che riuscirono a immaginare qualcosa di nuovo per la conca di Pampeago tra cui il sindaco di allora Enrico Ciresa e gli imprenditori che saranno poi anche presidenti Raffaello Deflorian, Antonio Zeni e molti altri.

Un capitale iniziale di un milione di lire, suddiviso in 200 azioni nominative di 4.000 lire ciascuna: “Itap fin dall’inizio è stata caratterizzata da un azionariato diffuso, non è mai stata nelle mani di pochi grandi azionisti. Fiemme ha investito sullo sci dopo altre località, ma ha capito da subito che rilanciare il turismo sarebbe stata l’occasione per far crescere l’intero territorio, creando posti di lavoro e futuro. Coinvolgendo le comunità, gli impianti sono diventati un volano per l’intera economia locale”, sottolinea Piero De Godenz, ex amministratore e a lungo direttore di Itap.

È significativo che gli impianti siano stati costruiti poco dopo l’alluvione: “L’evento è stato probabilmente la molla che ha consolidato la voglia di ripartire. La strada per Pampeago è stata realizzata proprio con i fondi per la ricostruzione”.

I primi impianti realizzati sono stati le seggiovie Monte Agnello, Tresca e Latemar e la sciovia Campiol, sostituita poi da quella “Campo scuola”. La seggiovia Agnello è stata la prima ad entrare in funzione, il 6 gennaio 1968. Inaugurazione slittata a causa della mancanza di neve durante il Natale del 1967: “Una situazione di scarso innevamento che come vediamo si è verificata già durante la prima stagione di apertura – commenta De Godenz -. Itap è stata una delle prime società, nel 1985, a dotarsi di sistemi di innevamento programmato. Oggi attingiamo gran parte dell’acqua dalla diga di Soraga e prima di utilizzarla la depuriamo completamente. In un’ottica di rispetto ambientale e di risparmio idrico in periodi di scarsità di precipitazioni, crediamo sia però ormai indispensabile un bacino per l’innevamento”.

La scommessa su Pampeago degli anni Sessanta si è rivelata vincente: “C’è stata una progressiva e continua crescita, con una sempre maggiore internazionalizzazione (gli stranieri ora sono il 70% della clientela). Merito del rapporto qualità/prezzo, dell’impegno di Itap e degli albergatori, ma anche dei collegamenti strategici con Predazzo e Obereggen e dell’adesione al Consorzio Fiemme Obereggen e del Dolomiti Superski. Un ruolo importante lo hanno avuto anche i grandi eventi: non solo quelli invernali, ma anche, per esempio, i cinque arrivi di tappa del Giro d’Italia”.

De Godenz conclude: “Credo che i tempi siano ormai maturi per avere un’unica società impiantisca di valle, in un’ottica di sviluppo comune dell’economia del territorio”. Il sogno di allora continua…

 

 

 

 

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A mio nonno sarebbe piaciuto

Mio nonno Alfredo Paluselli, dopo aver viaggiato per il mondo, vide in Passo Rolle tutta la bellezza possibile e a questo luogo dedicò la sua esistenza. Qui creò la prima scuola di sci delle Dolomiti, il primo skilift del Trentino e seguendo l’ispirazione creò uno dei luoghi di montagna più fotografati in assoluto: Baita Segantini. Con badile e piccone realizzò anche un placido laghetto alpino, in modo da poter vedere la bellezza della sua Baita e del suo amato Cimon della Pala raddoppiati dal riflesso. Tutto questo non prima di aver adattato a strada carrozzabile, sempre a braccia e sudore, un vecchio camminamento risalente alla prima guerra mondiale che portava fin là. A Baita Segantini rimase in solitudine per trentacinque anni, nel contatto estremo con la natura, a volte terribile, a volte eccelsa. Superò in perfetta solitudine anche l’inverno del 1950/’51 quando a Baita Segantini caddero ventisette metri di neve. Rimase sempre fedele a Passo Rolle, fino alla morte.

Oltre che un custode di questi luoghi fu sicuramente anche un pioniere. Questa parola, pioniere, racchiude un significato di innovazione, di visione diversa, di rottura con il passato. Come ogni volta che si propone qualcosa di innovativo e diverso anche ai suoi tempi non mancarono le forti critiche: “È un matto” dicevano alcuni. “Cosa pensa di fare? Qua è sempre stato così, perché vuole cambiare?” dicevano altri. È la natura umana, che avendo paura di ciò che non conosce, lo rinnega. Eppure lui continuò sulla sua strada e il risultato è che oggi Baita Segantini è una delle immagini dolomitiche più conosciute in assoluto e Passo Rolle è stato per decenni una località sciistica rinomata e frequentata.

Ho quarantuno anni, e fatta eccezione per l’anno del servizio militare, posso dire di aver vissuto e lavorato a Passo Rolle tutta la mia vita. Di questa località ho visto i momenti turisticamente migliori, quando per esempio a volte i carabinieri dovevano chiudere l’accesso perché la mobilità era compromessa dalle troppe macchine dei turisti. E ne ho visto il declino, con l’apparire del degrado, dell’abbandono, del disinteresse. Ho visto le incomprensioni, i litigi, le invidie, gli indici puntati ad indicare le colpe, tra operatori, tra politici, tra Fiemme e Primiero… A volte ho avuto persino vergogna per come Passo Rolle si presentava. Ho vissuto lo smantellamento della seggiovia per la Segantini, la chiusura di Malga Fosse, dell’Hotel Rolle. Ho vissuto anche la chiusura della strada per settantadue giorni nell’inverno del 2013/’14. Fino ad arrivare alla chiusura degli impianti, l’inverno scorso.

Difficile lavorare in una situazione di incertezza così esasperante.

E dire che si tratterebbe di un posto così bello, su questo siamo d’accordo tutti.

In questo clima di decadenza e inefficienza una recente proposta di una nota azienda locale mi ha donato un bagliore di nuova energia, di rottura con il passato, mi ha fatto sentire quel senso di rinascita di cui tanto questo posto ha bisogno. Una sera a Malga Rolle, mentre ascoltavo la proposta de La Sportiva, sentivo un senso di soddisfazione per non essermene andato, per aver resistito, nonostante tutto. Quello che La Sportiva stava proponendo a noi operatori era dirompente, innovativo, qualcosa che guardava al futuro e non al passato, qualcosa basato su due semplici fattori: le emozioni, vero motore del turismo di oggi, e la natura magnifica di Passo Rolle. Un’impresa con sede a Ziano di Fiemme, guarda caso proprio il paese di mio nonno, stava facendo una proposta in controtendenza: in una montagna dove tutti cercano di creare nuovi impianti, nell’idea de La Sportiva si parlava di togliere le seggiovie per puntare tutto sulla natura incontaminata.

Durante quella presentazione mi sono sentito come deve essersi sentito mio nonno nel 1931 quando si lasciava affascinare per le prime volte dall’idea di creare nuovi impianti sciistici. Ora nel 2017 innovare a Passo Rolle significa togliere quegli impianti. Almeno quelli non più economicamente sostenibili, appesantiti dai debiti e con una stagione di chiusura totale alle spalle; impianti che difficilmente avrebbero potuto risollevarsi, collegamento o meno. Certo, mai dire mai, ma la realtà è che l’inverno scorso quegli impianti erano chiusi.

Il turismo invernale è cambiato molto, sarebbe miope non notarlo. Sarebbe da stolti far finta di non vedere tutti quei turisti invernali che non sciano ma scelgono comunque le nostre montagne per le loro vacanze e sono alla caccia di attività alternative, di esperienze. E non è soltanto questione di sensazioni. Al giorno d’oggi ci sono le statistiche e i sondaggi a dirci che le abitudini dei turisti si stanno evolvendo.

Scrivo questa lunga lettera perché nonostante la grande approvazione generale, l’idea de La Sportiva ha suscitato anche alcuni pareri ostili, e le discussioni sui social network tra favorevoli e contrari si sono moltiplicate. L’idea a mio avviso non è stata compresa fino in fondo, si sono diffuse voci che parlavano di lusso, di mega resort, di un progetto per pochi che escludeva le persone non ricche e via dicendo. Voci che spesso erano fondate sul nulla ma che alimentavano lunghe discussioni fuorvianti. Basti dire che anche se venissero create alcune strutture di alto livello ciò non andrebbe a levare l’offerta più economica già oggi presente sul passo. Basti dire che la montagna resterebbe libera ma che tutti potrebbero usufruire di una migliore segnaletica e di una sistemazione generale dell’area con criteri assolutamente ecologici. Certo, non si potrebbe più fare sci alpino sulla pista Paradiso, ma si guadagnerebbero altre possibilità, diversificate, e vorrei ricordare ancora una volta che l’anno scorso quell’impianto è stato chiuso per tutta la stagione e che non mi pare di vedere all’orizzonte grosse possibilità su questo fronte. Sulle piste Rolle, Castellazzo e Cimon si potrebbe continuare a sciare e da quanto dichiarato finora dai politici di competenza l’idea de La Sportiva non andrebbe ad interferire con il progetto degli impianti di collegamento con San Martino di Castrozza.

Perché non provare quindi a lasciarsi affascinare da prospettive nuove? Perché non cercare di uscire dalla stagnazione tramite l’innovazione? Perché non capire la possibilità di allungamento delle stagioni o i vantaggi di avere una proposta che può funzionare anche in assenza di neve? Perché non farsi sedurre dall’idea di una zona con un’offerta turistica integrata e diversificata, unica in Italia, che porterebbe nuove tipologie di turisti?

Cambiare richiede impegno lo sappiamo. Richiede un ripensamento di abitudini e di metodi. Ma a pensare sempre nello stesso modo si va sempre nella stessa direzione, e abbiamo visto bene che direzione ha preso Passo Rolle negli ultimi anni. Se guardiamo indietro ci accorgiamo che sono state proprio le idee dirompenti e innovative a funzionare a Passo Rolle, un tempo. Ora quei tempi sono passati e c’è bisogno di nuove idee. Queste idee sono arrivate e non provare a capirle sarebbe come guardare il treno partire e passare, senza salirci. Un’azienda privata che investe lo fa per un qualche ritorno, è ovvio, ma se saremo aperti e pronti ad accogliere il cambiamento le opportunità saranno per tutti, anche per le località vicine che potranno proporre ai propri clienti qualcosa di alternativo allo sci.

Cerchiamo di essere lungimiranti come lo sono stati i pionieri che ci hanno preceduto.

Se invece saremo chiusi e ancorati ai soliti sistemi, se continueremo a piagnucolare senza avere il coraggio di cambiare, cosa ci resterà quando avremo finito il fiato?

Alfredo Paluselli

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Un'avventura giallo limone

Se la vita ti offre limoni… corri a raccoglierli! Questo potrebbe essere il motto di Rachele e Giada Capovilla di Capriana che, un po’ spaesate dall’esordio nel mondo “dei grandi”, hanno deciso di sfruttare al meglio i mesi dopo la maturità. Giovani, intraprendenti e anche un po’ titubanti hanno colto l’occasione per partire alla volta di una delle mete più gettonate dai ragazzi in questi ultimi anni: l’Australia.

Tutto è iniziato cinque mesi prima degli esami, quando la domanda che rimbombava nelle menti di tutti i maturandi era: “Che cosa farò dopo?”. La risposte possono essere tante ma nessuna sembrava essere quella giusta. L’estero è sempre una proposta allettante, ma serve coraggio, e Rachele si sentiva molto insicura quando il pensiero dell’Australia ha fatto capolino per la prima volta tra le mille e confuse prospettive per il futuro. È stata la cugina Giada a convincerla a partire: in due i problemi si affrontano meglio e ci si può sostenere a vicenda. Dopo essersi documentate su internet, tramite video su Youtube, e aver contattato due ragazze della valle che avevano vissuto un’esperienza simile un anno prima, hanno organizzato il viaggio e fissato la data della partenza per il 10 ottobre. Così sono partite, con uno zaino in spalla, tante aspettative, mille sogni e anche qualche dubbio. L’arrivo a Sydney è stato impattante: al confronto con Capriana sembrava di essere nel paese dei giganti. Dopo una settimana nella città più popolosa dell’Oceania, Rachele e Giada si sono trasferite sulla Gold Coast, a Surfers Paradise, per un mese e mezzo. Vivevano in un ostello assieme ad altri backpackers (viaggiatori con lo zaino) e, nonostante la lingua rappresentasse ancora un ostacolo, hanno conosciuto nuove persone. Ben presto hanno però dovuto fare i conti con la necessità di trovare un lavoro: vivere in Australia è costoso e non si può vivere di rendita per molto, così hanno cominciato a fare le pulizie nelle case di alcuni milionari, esperienza che può sembrare allettante, ma lo stipendio non lo era altrettanto. E quindi? Nuovamente zaino in spalla, questa volta direzione Brisbane, piccola sosta di una settimana tra canguri e koala, e poi di nuovo in viaggio verso Bundaberg. Qui Giada ha cominciato a raccogliere i limoni in una farm (un’azienda agricola), per poi essere raggiunta poco dopo da Rachele e altri amici.  Al di là dell’originalità dell’esperienza, le ragazze hanno valutato che, lavorando in una farm per 88 giorni, avrebbero avuto diritto a un ulteriore anno di visto e hanno colto l’occasione.

Anche a Bundaberg, però, si sono ritrovate a fare i conti un lavoro sottopagato, sotto il sole cocente. Si sono trasferite, dunque, a Lake Entrance, un paesino in Victoria a quattro ore da Melbourne, per terminare i giorni da trascorrere in farm tra un limone e l’altro. Quando gli agrumi gialli hanno cominciato a scarseggiare (anche loro hanno il “fuori stagione”) le ragazze hanno deciso di volare verso il Sud Est asiatico. “Tutti i ragazzi che vengono in Australia ci vanno prima o poi: è così vicino che non ce lo si può far scappare”, raccontano Giada e Rachele, che sono state colpite da quelle terre così povere ma ricche di persone amorevoli e gentili, gente che non ha nulla ma è capace di dare tutto. Il viaggio è durato circa un mese: due settimane tra i bei paesaggi del Vietnam, due in Cambogia e dieci giorni in Laos. La Thailandia resta ancora tra i paesi “inesplorati”, ma le ragazze sperano di poterci andare presto, perché è un vero e proprio “must”.

Per Giada e Rachele il futuro è un punto di domanda, tra l’idee da valutare c’è anche quella di trasferirsi a Melbourne, ora che il loro inglese è migliorato. Ma ormai l’incertezza del domani non le spaventa più: se la sono sempre cavata, hanno imparato molto da quest’avventura e continueranno a farlo. Hanno colto aspetti dell’Italia che non possono essere capiti se non perché contrapposti a quelli di un altro Paese. Dell’Australia apprezzano la multiculturalità, l’apertura verso chi è straniero, perché lì non importa da dove vieni, ma chi sei e cosa sei in grado di fare. “Forse – dice Rachele – l’Australia è un po’ sopravvalutata, si tende a focalizzarsi sui bei paesaggi, le spiagge, il surf, ma non mancano i problemi. L’Italia, nonostante tutto, non smette di mancarmi.”

Chiara Facchini

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L'alba si colora con i suoni dell'Orchestra di Piazza Vittorio

La nota rassegna musicale I Suoni delle Dolomiti tornerà sabato 15 luglio, alle ore 6:00, sul Col Margherita, in Val di Fassa, per un suggestivo concerto all’alba con l’Orchestra di Piazza Vittorio, la più grande orchestra multietnica d’Europa composta da 18 musicisti provenienti da 10 paesi diversi. Un concerto di pura magia a quota 2514 metri in uno dei più belli anfiteatri naturali delle Dolomiti Patrimonio Unesco, dove la vista può spaziare a 360° sulle più belle vette dolomitiche.

Un’occasione da non perdere anche per visitare il nuovo Col Margherita Park, percorso tematico alla scoperta delle Dolomiti realizzato in collaborazione con il MUSE di Trento per stuzzicare la curiosità di grandi e piccoli sulla storia e sulla geologia delle montagne Patrimonio Unesco con tre diverse installazioni che parlano di vulcani, ghiacciai, isole, fondali marini, ere geologiche e testimonianze fossili.

Come arrivare
Il luogo del concerto è facilmente raggiungibile tramite la funivia del Col Margherita dal Passo San Pellegrino, con una semplice passeggiata poi di circa 20 minuti. Per l’occasione l’impianto di risalita sarà in funzione dalle ore 04.00. Il concerto è gratuito e il biglietto di andata e ritorno della cabinovia del Col Margherita sarà messo in vendita in loco ai partecipanti della manifestazione al prezzo promozionale di € 9,00.
E’ possibile eventualmente acquistare il biglietto in prevendita presso l’impianto di risalita Col Margherita, all’APT di Moena e presso l’Hotel Stella Alpina di Falcade.

Per ulteriori informazioni è possibile contattare:
Tel: 0462–573676
E-mail: funiviacolmargherita@yahoo.it

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Nasce l'associazione ALE4M intitolata ad Alessandro Conti

Ci sono storie “troppo vive” che non possono finire. Sono storie come quella di Alessandro Conti, un ragazzo della Val di Fiemme, aperto al mondo e agli altri, scomparso a 23 anni in un incidente stradale.

Giovedì 13 luglio 2017, alle 18.00, nella sala del Lettore al PalaFiemme di Cavalese, sarà presentata l’associazione ALE4M a lui intitolata.

L’associazione è stata fondata dai familiari, dagli amici e dai colleghi di Alessandro Conti, brillante negli studi, musicista, appassionato di montagna e apprezzato consulente di marketing. Alla passione per i viaggi univa l’impegno sociale che lo impegnava con il gruppo Emergency Val di Fiemme.

“Abbiamo deciso di sviluppare questo progetto – spiega la presidente dell’associazione Cristina Zendron – perché Alessandro nei suoi 23 anni di vita ha saputo differenziarsi in diversi ambiti, facendo emergere peculiarità e valori che secondo noi meritano di essere raccontati e trasferiti. Era un ragazzo con uno spiccato senso etico, aveva rispetto per tutto ciò che lo circondava, era curioso e pronto a mettersi in gioco, ad ascoltare e a capire. Tutto ciò lo ha caratterizzato sia negli studi sia nel suo percorso di vita”.

I nome dell’associazione rappresenta le sue passioni: Montagna, Mondo, Musica e Marketing.

Durante la serata saranno presentati le attività, gli eventi e i progetti che l’associazione ALE4M ha programmato, sognando di dare un seguito a una storia esemplare.

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