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Stiamo lavorando alacremente sul prossimo numero di Avisio che sarà dedicato in gran parte all’ondata di maltempo che ha colpito duramente le nostre vallate il 29 ottobre 2018. Ci saranno molti articoli e molte immagini, comprese quelle che ci avete inviato in tanti alla nostra redazione. Nel frattempo pubblichiamo qui sotto il video girato da …

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La Sportiva, dal desiderio di rivoluzione  alla rivoluzione del desiderio

La Sportiva è conosciuta e apprezzata per la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti. Ma da sole nemmeno qualità e innovazione bastano. Perché, in un mondo sempre più globalizzato, è fondamentale emergere fra tanti. Altrimenti il prodotto, per quanto di eccellenza, rimane in una nicchia di mercato. Come ha fatto, allora, un’azienda con sede in un piccolo paese della Val di Fiemme a diventare uno dei marchi leader nella vendita di calzatura e abbigliamento tecnico da montagna? Lo abbiamo chiesto a Luca Mich, responsabile marketing e comunicazione de La Sportiva.

Mich, qual è stato il percorso di marketing che ha lanciato La Sportiva sul mercato mondiale?

“Per fare davvero la differenza, oggi, sul mercato servono in egual misura metodo e creatività, concentrandosi su attività che possano dare un valore aggiunto al business dell’azienda. La Sportiva questo l’ha sempre portato avanti con costanza nei propri investimenti, fin dagli anni ’70, quando aveva capito, ad esempio, che un elemento come il colore dei propri prodotti avrebbe fatto la differenza in termini di visibilità sul mercato, in un’epoca in cui le calzature da roccia erano tendenzialmente scure o in toni naturali. Oggi, la Ricerca e Sviluppo sul prodotto e il Marketing sono i due ambiti che creano valore per un marchio che vuole puntare ai vertici nel proprio settore. Fare marketing significa intraprendere un percorso che va portato avanti con costanza, con investimenti continui e mirati per seguire, cavalcare e in certi casi possibilmente anticipare le tendenze evolutive del settore. Seguo il marketing per questa azienda da 12 anni, ormai, e posso confermare che l’evoluzione in questo senso è stata costante. Lo si può vedere non solo in ciò che facciamo ogni giorno, ma anche nella misura in cui è cresciuto l’organico. Nel 2006 si pianificavano le campagne pubblicitarie sulle sole riviste settore, si aggiornava il sito web una volta al mese, si partecipava a qualche evento per lo più locale e si sponsorizzavano gli atleti più per ‘seminare’ il prodotto che per costruire assieme a loro l’immagine aziendale. Bastavano un paio di persone e qualche buona idea. Oggi, complici le rivoluzioni portate dagli strumenti digitali, l’aumento della competitività e l’importanza che ha assunto sempre di più la creatività nei processi di marketing, abbiamo un reparto che conta su 12 persone, pianifichiamo su testate nazionali generaliste, abbiamo 4 persone dedicate a sponsorizzazioni ed organizzazione di eventi e gestione dei nostri ambassador/testimonial, 3 dedicati al digitale con scrittura e generazione quotidiana di contenuti per riviste, uffici stampa, blog, social media, e-commerce. E ancora grafici e merchandiser, tutto ciò che contribuisce a comunicare l’immagine del brand verso l’esterno. Una persona gestisce quotidianamente le interazioni con la nostra community on-line attraverso strumenti quali Instagram, Twitter e Facebook, fondamentali per arrivare alle persone appassionate di montagna attraverso contenuti live, friendly e con uno stile di comunicazione diretto e coinvolgente. Erano cose impensabili fino a pochi anni fa, oggi sono il pane quotidiano di un marketing che amo definire ‘di contenuto’, reale, capace di produrre davvero valore per il marchio ed arricchirlo di significato”.

Ci racconta qualche curiosità sul “dietro le quinte” di un ufficio marketing?

“Il consumatore oggi è alla ricerca di senso: siamo tutti continuamente bombardati di informazioni, video, articoli, prodotti. Districarsi non è facile e quindi cerchiamo ciò che più ci rappresenta ed identifica, che corrisponde non solo ai nostri bisogni, ma a ciò che ci dà più senso e valore. Ecco perché puntiamo tantissimo sullo storytelling, parlando sia di prodotti sia di atleti, di storie in grado di coinvolgere ed emozionare, di smuovere qualcosa. Contenuti video, stories su Instagram, approfondimenti in forma di blog e la partecipazione a diverse tipologie di eventi, sia quelli piccoli ma fondamentali per le community locali, sia eventi più importanti e strategici nell’attività di branding, sono tutti tasselli importantissimi che entrano in gioco in momenti diversi del cosiddetto customer journey, il percorso che la persona compie prima di arrivare a scegliere il marchio che più lo rappresenta”.

La Sportiva è un marchio social?

“Assolutamente sì, ed è stato proprio questo approccio social a rafforzarne l’immagine negli ultimi anni. Tra like e vendite non esiste una correlazione reale o direttamente misurabile, tuttavia sono fondamentali per creare relazione con le persone e coinvolgerle nel modo di comunicare che l’azienda ha. Chi mette il like su un post vedrà più spesso post di quel tipo e di quell’azienda, per cui è più facile che si instauri una connessione e che poi alla fine possa nascere qualcosa, un acquisto sull’e-commerce, magari, o all’interno dei negozi tradizionali, dove il consumatore sa riconoscerti”.

Da Ziano di Fiemme potete essere connessi con il mondo intero: questa facilità di comunicazione e promozione ha facilitato il marketing o, al contrario, vista la concorrenza globale, è ancora più difficile farsi notare? 

“Gli strumenti di comunicazione di oggi sono davvero alla portata di tutti: è indubbio che il marketing ne abbia tratto benefici enormi, negli anni ‘80 il marketing parlava indifferentemente a masse di persone considerate tutte uguali, accomunate da uno stile di vita. Oggi invece riusciamo potenzialmente a parlare ad ogni singola persona, ad ascoltarla ed interagire con lei. Si parla di momenti di vita più che di stili, la differenza è enorme. Certo – lo sappiamo noi come centinaia di altre aziende – la concorrenza è spietata. E qui entrano in gioco costanza, comprensione del proprio pubblico e creatività: questi si sono aspetti dove si fa davvero la differenza”.

Come si organizza una campagna marketing efficace? 

“Si parte pensando chi sono le persone alle quali ci rivolgiamo, cosa stanno cercando, quali sono le motivazioni che le possono portare all’acquisto, qual è il senso che loro danno all’acquisto. Capito questo, si punta a raggiungerli attraverso tutti gli strumenti a disposizione in maniera fluida ed efficace, cercando di esserci nei momenti chiave (oggi si chiamano “Touch Points”) del percorso d’acquisto: nascita del bisogno, ricerca di come soddisfarlo, considerazione delle opportunità, acquisto della soluzione migliore, utilizzo e interazione post acquisto. Per ognuna di queste fasi, che ognuno di noi compie inconsciamente quando acquista (prima e dopo), esistono oggi moltissimi strumenti di marketing che entrano in gioco. La pubblicità classica per esempio agisce nella prima fase, per far conoscere il marchio; la presenza sui blog di settore attraverso recensioni di prodotto, va a rispondere alla fase di ricerca; i social entrano in diversi punti, non ultimo il coinvolgimento post acquisto attraverso la condivisione di foto con il prodotto, per esempio, o la partecipazione a contest. Per questo il marketing richiede studio, metodo e creatività. Chi lo approccia in questo modo avrà successo”.

  1. G.
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Il cielo in una doccia

È ancora un cantiere la casa di Federico Ventura a Molina di Fiemme. Per ora ricorda il set di un film fantasy, ma già si intuisce che sarà una casa interamente dedicata al benessere. L’ambientazione richiama l’architettura di un paese di montagna. E ovunque si affacciano i prototipi di invenzioni geniali che via via prendono forma nella sua mente. La coda di un aereo F104 che diventa poltrona. Il flap di un’ala si trasforma in un tavolino. Le portiere di un elicottero sono le antine di un armadio. Nel centro della casa aspetta di essere dipinto, con le tinte del legno invecchiato, un albero monumentale che in realtà è una stufa, con un nido per scaldarsi ascoltando musica. Solo quest’ultima opera gli è costata già 900 ore d lavoro.

Si accede al bagno attraversando una miniera, con tanto di binari e lavandino-carrello. Nella camera da letto si entra ruotando una porta rotonda sulla quale sta incidendo una gigante moneta da cento lire. Tonde anche le cabine armadio che circondano la porta. Di acciaio corten la cucina e una parte del pavimento. Si camminerà anche fra tombini di ghisa, ideati per nascondere le allacciature elettriche. Nella “piazza” del suo appartamento wellness, sotto un lampione lievemente inclinato, c’è un’enorme vasca idromassaggio, nella quale pioverà l’acqua da una tettoia interna. Trionfano il legno e la pietra. Ma sia chiaro, pietra e legno sintetici, insomma, quelli più adatti a creare i centri benessere.

Non è tutto. Sul soffitto della cabina doccia c’è uno squarcio di cielo. L’opera è in fase di realizzazione ma già se ne intuisce l’originalità. Chi non vorrebbe lavarsi alla luce del giorno? Per quest’artigiano il momento della doccia è il più sacro della giornata. Lui desidera sentirsi sotto una cascata in una giornata di sole. Ecco così le sue rocce di malta tappezzare l’intera stanza. Sembrano vere, forse più belle di quelle vere. “Ho passato anni a osservare le rocce – confida Federico -. Quanto è difficile eguagliare la bellezza della natura. Ci ho messo tutto me stesso, e ho provato un’infinità di malte prima di trovare quella giusta. Non ancora contento… l’ho fatta modificare con componenti segreti”. C’è persino una grotta dove sdraiarsi. Cosa c’è di più bello di una doccia orizzontale con una lama d’acqua calda che rilassa le spalle? La fonte di luce diurna sembra un foro nella roccia, invece è una lampada da lui ideata, assemblando diverse tonalità di luce led per ricreare l’effetto giorno. L’immagine del cielo luminoso, con poche nuvolette di passaggio, altro non è che una foto stampata sopra a un supporto trasparente.

Federico Ventura ha 35 anni e una forte predisposizione ad apprendere. Dopo una breve esperienza da spazzacamino, è diventato falegname e poi fumista, collaborando con Nicola Zancanella alla realizzazione di stufe, in parte tradizionali, in parte avveniristiche.

Quando ha iniziato a ristrutturare la sua casa, ha scoperto il suo vero talento. È il senso di sfida che lo porta a trovare soluzioni tecnologiche ed estetiche assolutamente nuove, e all’apparenza impossibili da realizzare. Un talento che non è sfuggito a grandi aziende, come la Technoalpin che, oltre creare impianti di innevamento per le piste da sci, ha inventato le ormai famose cabine benessere Snow Room, in grado di garantire un raffreddamento post sauna graduale e gradevole, grazie al freddo secco e alla soffice neve. Per Technoalpin sta creando ambientazioni e rocce artificiali, più naturali di quelle vere.

Per lui è un piacere proporre le atmosfere montane in queste zone wellness, con tanto di staccionate, segnaletiche, baite e persino casette in legno per il noleggio sci.

Inoltre, provando e riprovando, ha trovato soluzioni per rendere più agevole il montaggio di tutti i componenti dei centri benessere.

Studiando la tecnologia touch, è riuscito a trasformare alcune delle sue rocce in interruttori che basta sfiorare con un dito. Come in un magico “apriti sesamo”, le rocce di questo artigiano azionano con un lieve tocco docce, getti d’acqua, vapori, luci e calore.

A renderlo orgoglioso è anche la sua ricerca, come quella che gli ha permesso di scoprire un sistema per rendere più agevole l’installazione delle luci d’ambiente nei suoi lavori, come l’illuminazione dei cristalli che inserisce fra le rocce.

Ora Federico Ventura è un libero professionista conteso da più parti. Ma ancora si stupisce quando ingegneri e architetti gli domandano un consiglio sui loro progetti.

La scintilla creativa si è accesa mentre progettava la casa dei suoi sogni. “Sognando una vita fantastica – racconta – ho dovuto cercare soluzioni tecniche e impiantistiche particolari. Ed è così che ho iniziato a studiare e ad appassionarmi alle nuove tecnologie”.

Fra intuizioni e colpi di genio, è riuscito a portare una cantina di vino bianco a 5 gradi, anche se il refrigeratore non aveva abbastanza potenza. Ne ha aggiunto un altro a forma di bottiglia, inventando un refrigerante da cantina con un elegante design. “Ho comprato un freezer a pozzo e l’ho smontato. Mi serviva il tubo refrigerante. Quindi, lentamente e a mano, sono riuscito a dargli una forma a spirale seguendo le linee di una bottiglia. Magari bastassero le idee. Dietro a ogni soluzione ci sono ricerche, tentativi e lunghe giornate di lavoro. Ma poi la soddisfazione mi ripaga di tutto”.

Il suo laboratorio di idee è straboccante di strumenti curiosi, apparecchi, tubi, corde e oggetti comprati o recuperati in cantine, solai, cantieri navali e magazzini edili lungo lo Stivale. Federico esplora ogni tipo di materia, dalla fibra di carbonio alla pirite. La sua curiosità è la sua più grande ricchezza.

Due anni fa ha realizzato per Mariateresa, Eros e Deva Rossi, di Ziano di Fiemme, una stufa che riproduce fedelmente una vecchia Cinquecento. Il Club Italia Fiat 500, quando ha scoperto il manufatto, lo ha invitato a esporre una sua opera durante una mostra sulla Cinquecento.

“È stato un lavoro manicale creare quella stufa – confida Federico -. Ho persino bombato le ruote in modo da simulare il peso dell’automobile. Però, che soddisfazione vedere realizzata una mia idea”!

Se un giorno vedremo fluttuare nei centri benessere vere e proprie nuvole, e potremmo nuotarci dentro, il merito probabilmente sarà suo. In questi mesi sta cercando di dare una forma alla nebbia.

“Non è il guadagno, né la chimera di un viaggio esotico a muovere i miei passi – rivela -. Per me non esistono giorni feriali, ogni momento della mia vita contribuisce al mio lavoro. Anche perché è una continua ricerca. Mi piace riproporre nei centri benessere le forme dei boschi e delle cime di queste montagne. È come condividere gli elementi che amo”.

Poi il suo sguardo si solleva verso il soffitto. “Peccato che mio nonno non c’è più. Sarebbe stato così orgoglioso del mio solaio con le travi a incastro a corda di rondine. È stata un’altra fatica, ma ogni volta che lo guardo mi si scalda il cuore”.

Dietro ogni vita c’è una storia. E sono sempre le radici a spingerci in alto.

Scopriamo così che a muovere le mani sapienti di Federico c’è una bella storia di famiglia.

Come possiamo definire questo fiume in piena? È un artigiano, un artista o un inventore? Una cosa è sicura: dategli una sfida e vi solleverà il mondo.

Beatrice Calamari

 

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Una discarica Sotto il tappeto

Uno strato dopo l’altro, l’associazione temporanea di imprese costituita tra la Cericola srl di Lanciano (Chieti) e la Tecnocostruzioni srl di Torrecuso (Benevento) sta lavorando alacremente per la bonifica della discarica di Valzelfena, alle porte di Cavalese.

I lavori richiederanno quasi un anno di tempo (precisamente 294 giornate) e hanno il compito di “isolare” la grande montagna di rifiuti che la Val di Fiemme ha immagazzinato quando non esisteva ancora la raccolta differenziata.

Il costo complessivo dell’operazione è di 2 milioni 685 mila 447 euro (base d’asta). Secondo il sentire comune, sotterrare i rifiuti indifferenziati significa renderli definitivamente innocui nella maniera più economica. Ma non è così. I naturali processi di decomposizione producono biogas e numerosi liquami che prendono il nome di percolato.

I primi si diffondono nell’atmosfera e interferiscono con il clima e la salute umana. Il percolato, trasportato dalle precipitazioni (come pioggia e neve), contamina il terreno e le acque.

Il compito delle due imprese è quello di intervenire con operazioni di movimento terra, posizionando diversi strati di copertura sull’attuale superficie della discarica, vasta 40mila metri quadrati. I teli sistemati a strati, come la sfoglia di lasagne al ragù, hanno il compito di impermeabilizzare i rifiuti ed evitare che le precipitazioni diffondano il percolato. Nello stesso tempo i biogas non devono essere dispersi nell’atmosfera, ma raccolti da sistemi di condotte.

Purtroppo, le discariche, e quella di Valzelfena non fa eccezione, dovranno essere tenute sotto controllo (e soggette a interventi successivi) per periodi lunghissimi (anche centinaia di anni).

La discarica di Valzelfena ha smaltito rifiuti per 15 anni ed è stata dismessa nel 2009, dopo l’apertura del nuovo Centro raccolta materiali di Cavalese. Dai monitoraggi successivi alla chiusura è stata rilevata la presenza di inquinanti.

In particolare, nel 2003 fu rintracciata la presenza di ferro e manganese nella falda acquifera in concentrazioni superiori ai limiti di legge. Per questo la giunta provinciale approvò l’intervento e, a metà dicembre 2011, il Comitato tecnico-amministrativo dei lavori pubblici e della protezione civile autorizzò il progetto dei lavori di bonifica e messa in sicurezza della discarica. Solo oggi le due imprese sono al lavoro per limitare l’inquinamento.

Purtroppo, ogni valle del Trentino deve gestire pattumiere maleodoranti dove un tempo si interravano i rifiuti. È di questi giorni la notizia della chiusura della discarica della Maza (Arco), un colossale sito di stoccaggio rifiuti ora da bonificare con una spesa di quasi dieci milioni di euro. Campagne di opinione hanno limitato i danni, spingendo il governo locale a intraprendere la strada della raccolta differenziata. “Fortunatamente – spiega Andrea Ventura, direttore di Fiemme Servizi – la sensibilità ambientale è cambiata, ma dovremo farci carico per molto tempo e con risorse pubbliche del problema. Quindi, è necessario ridurre lo spreco alimentare e gli imballaggi, separare e riciclare le componenti nobili dei rifiuti (tra cui ricordiamo anche la parte organica). Infine, la frazione secca, non riciclabile (oggi in Trentino compresa tra il 15 e il 20 percento), va destinata alla discarica o bruciata negli inceneritori. Possiamo, però, impegnarci per ridurre ancora questa quantità”.

Gilberto Bonani

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L’idea di un ristorante-macelleria

Due giovani cugini riportano in vita i vecchi locali dell’attività di famiglia, inseguendo un sogno condiviso. Lui in cucina, lei in sala. Sono Simone Dellantonio, 33 anni, e Valeria Dellantonio, 24 anni, che lo scorso giugno hanno riaperto le porte della vecchia sede della macelleria Dellantonio di Predazzo, all’angolo tra via Cavour e via Garibaldi, da tempo trasferitasi nella più centrale via Cesare Battisti.

Il nome del ristorante è lo stesso di quello del negozio: ‘L Bortoleto, così da mettere in chiaro subito il legame tra le due attività. Il ristorante, infatti, intende valorizzare le carni della macelleria, una delle botteghe storiche del paese, aperta fin da inizio Novecento. Un po’ come andare a fare la spesa trovandosi però il piatto pronto e servito. La carne è, quindi, ovviamente il punto di forza del nuovo locale, che per volontà dello chef punta molto sulla stagionalità, con un menù che cambia in base al periodo dell’anno. Mentre Simone in cucina guida la brigata di collaboratori, Valeria consiglia piatti e abbinamenti con i vini in una sala arredata secondo tradizione, in pietra e legno, con un tocco di modernità che svela al cliente la filosofia di Simone. Ora, parola allo chef.

IL MIO PIATTO BUONISSIMO

La tagliata di manzo, un piatto di per sé semplice, ma che curiamo in ogni fase. Innanzitutto, selezionando carne di alta qualità, poi seguendo con attenzione le regole per una preparazione ottimale: il taglio e la temperatura della carne, il giusto tempo di cottura e di riposo, il profumo del barbacue… Il piatto viene poi servito con una composta di cipolle al timo, che ne esalta il sapore.

L’INGREDIENTE CHE AMO

Amo molto le erbe, in particolare la menta, che regala profumo e freschezza ai piatti della cucina di montagna, generalmente caratterizzata da sapori forti. Per esempio, la uso nella giardiniera che serviamo in accompagnamento ai nostri salumi.

A COSA MI ISPIRO QUANDO CUCINO

Principalmente al prodotto che ho davanti. Ogni alimento va cucinato quando è al suo top, al massimo della sua bontà. Quando cucino mi ispiro, quindi, alla stagionalità, ai profumi del momento, a ciò che la natura offre in un determinato periodo (e c’è sempre qualcosa di buono). È il prodotto stesso che sembra dirmi: “Eccomi, sono pronto”.

IL LUOGO COMUNE DA SFATARE IN CUCINA

Il principale errore penso sia quello di voler cucinare gli ingredienti a prescindere dalla loro stagionalità: si dovrebbe imparare a volere nel piatto ciò che è buono in quel momento. Inoltre, spesso si pensa che cucinare in casa o in un ristorante sia la stessa cosa: non è assolutamente così. In un ristorante bisogna proporre piatti replicabili e che tengano conto, per esempio sul grado di salatura o di spezie, del gusto medio delle persone. In casa si possono personalizzare i piatti in base al gusto personale.

QUANDO TOLGO IL CAPPELLO DA CHEF

Quando esco a mangiare mi piace trattarmi bene, anche per trarre nuove ispirazioni per i miei piatti. Frequento, quindi, nuovi ristoranti o locali che per me sono una garanzia. A volte, però, sento proprio il bisogno di staccare, di mangiare per stare in compagnia, senza per forza valutare ciò che ho nel piatto. Pranzare con gli amici è un piacere e in quei casi presto attenzione solo alla gioia di stare insieme.

MI LASCIO TENTARE

Dal mio Vitamix, una sorta di frullatore che mi permette di sperimentare salse, gel e polveri sempre nuove. Non passa giorno senza che provi nuove combinazioni da abbinare ai piatti.

IL MIO RISTORANTE PREFERITO

I ristoranti dove ho lavorato mi sono rimasti nel cuore: il Miola di Predazzo, il Rifugio Fuciade di Moena e il Damini di Arzignano (in provincia di Vicenza), che propone il connubio macelleria-ristorante.

Foto:Mauro Battistelli

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Allevate a terra? Non basta

È nato prima l’uovo o la gallina? Ce lo domandiamo dai tempi di Aristotele, ma oggi ci occupiamo principalmente di quelle della nostra zona. E soprattutto della loro importanza per la nostra alimentazione. Stanno crescendo le aziende presenti nelle nostre valli che garantiscono agli acquirenti la disponibilità di un prodotto locale, fra gli scaffali dei supermercati.

La scorsa estata, ad Aguai, piccola ma vivace frazione del comune di Carano, ha preso vita una nuova azienda, che ha nel suo nome tutta una garanzia: “Amici della natura”. A raccontarci di questa nuova realtà è Adriano Stroppa, che ad Aguai aveva già avuto un allevamento di struzzi. Assieme ad altri soci, lo scorso giugno ha aperto ufficialmente il suo allevamento di galline. “Siamo partiti con qualche gallina, giusto le uova per noi e qualche amico o conoscente che ce le chiedeva. Ora ne abbiamo 900”. Le normative prevedono nove galline per ogni m₂, ma Adriano e i suoi soci hanno deciso di offrire loro più spazio. “Potremmo arrivare ad allevare 1.200 galline, ma preferiamo averne qualcuna in meno. In questo modo possiamo garantire all’animale un maggior benessere e più libertà di movimento”.

Gli spazi ad Aguai, infatti, sono ampi e le galline vengono allevate all’aperto. Fin troppo spesso gli allevamenti intensivi si spacciano per luoghi in cui galline o polli possono razzolare liberi, ma non è così. L’etichetta “allevati a terra” è solo un modo per dire che le galline vivono all’interno, quindi al chiuso, per terra, nei loro immensi pollai. Ma le galline di Adriano vivono serene all’aperto, come una volta e protette dai rapaci, che spesso si avvicinano in cerca di una preda, da reti di protezione. “Qualcuno, passando lungo la pista ciclabile, è convinto che queste reti di copertura siano un sistema per evitare la fuga di galline”, scherza Adriano, proprio come nel famoso film d’animazione “Galline in fuga”. L’uovo “Fiemmino” di Aguai, è quindi un prodotto d’eccellenza, che da qualche tempo possiamo trovare anche sugli scaffali di alcuni negozi della Valle come alla Coop, presso le macellerie Dagostin, Bizzotto e Dellantonio, alla Casa del formaggio, ma anche a Trento. L’allevamento all’aperto impedisce quella che potremmo definire una standardizzazione delle uova. Il cambio di temperatura e la variazione della luce, data appunto dalla libertà delle galline, fa sì che le uova siano tutte uniche, di vari calibri e diverso aspetto.

Alcuni chef della zona hanno scelto Fiemmino e ne hanno riscontrato caratteristiche di superiorità rispetto ad altre, lo si può vedere dalla robustezza del guscio e dall’integrità del tuorlo, ad esempio. Anche l’alimentazione influisce sul prodotto finale, uova tutte uguali e di grandi dimensioni, spesso nascondono l’utilizzo di proteine animali all’interno dei mangimi. “Noi abbiamo scelto mangimi più naturali e la possibilità di razzolare nel prato integra al meglio il nutrimento dell’animale, anche se influisce leggermente sul prezzo finale del prodotto. Preferiamo così, una gallina sana che sta bene ed è libera produce uova di maggiore qualità, è a questo che puntiamo”. E con l’arrivo dell’inverno?! “Una volta si diceva che le galline non potevano stare all’aperto perché il riflesso della luce del sole sulla neve le poteva accecare. Si tratta naturalmente di una leggenda. Le galline possono uscire anche in inverno”, precisa Adriano. Sono, inoltre, severissimi i controlli sulla salmonellosi, controlli che non sono dedicati solo alle uova ma anche all’ambiente in cui le galline vivono, alcuni programmati, altri a sorpresa. “È giusto che sia così”, sottolinea l’allevatore. Se vi capita di passare lungo la pista ciclabile di Aguai vedrete galline libere e potrete, perché no, chiedere ad Adriano qualche uova da portare a casa, per assaporare il più vero ed autentico km zero.

 

C’È CHI AMA LE UOVA COLORATE

Sempre più spesso si trovano qualità di uova differenti che provengono da galline di razze particolari o sconosciute. Siamo abituati a trovare sugli scaffali uova generalmente di colore rosato e raramente bianco. Ma ci sono specie di galline che possiamo definire rare, in quanto restano lontane dal giro commerciale del largo consumo. Claudia Nones di Valfloriana, aveva alcune galline che depongono uova di colore verde. “Aveva”, purtroppo, in quanto pochi giorni fa una volpe ha fatto visita al suo pollaio, facendo una vera strage. “Avevo chiesto a mio marito di comprare queste galline particolari, molto belle, in grado di fare uova verdi. Ero davvero affezionata a loro. Di certo non mi faccio scoraggiare, sono cose che succedono. Avere le galline mi ricorda la mia infanzia, quando le avevano tutti. In più c’è anche il vantaggio di poter dar loro gli avanzi di casa ed avere in cambio uova fresche ogni giorno. È una vera passione quella di allevarne qualcuna, è impegnativa ma dà grandi soddisfazioni”. Le galline che aveva di Claudia sono un ibrido tra Araucana e Marans e si chiamano Olive Egger, producono dalle 180 alle 200 uova all’anno ed hanno un colore verde tenue. Ma non sono le sole a produrre uova dai colori insoliti.

Vincenzo Dallabona, di San Lugano, un vero appassionato, ne ha proprio di tutti i tipi. Come le Morosetta che al posto della cresta hanno un simpatico ciuffo sulla testa. Le loro uova sono piccole, di colore bianco o rosa e hanno un’alta percentuale di vitamina D. E poi ci sono le Cocincine nane, simili alle galline normali, ma con le piume che circondano, come una calza, le zampe. E poi ancora le Marans, ovaiole dalle uova marrone scuro, Padovane, Polverane e le Grünleger che producono uova di colore verde-azzurrino. Secondo alcuni studi queste uova colorate contengono pochissimo colesterolo, ma (ahi noi) non sembra essere così. La comunità scientifica, infatti, descrive tutte le uova ricche di colesterolo, ma povere di grassi saturi, con quelli buoni che prevalgono sui cattivi. Quindi, se non si hanno livelli di colesterolo particolarmente alti, l’uovo può essere consumato due o tre volte a settimana, benché esistano diete e regimi alimentari che ne consigliano un consumo anche di uno al giorno.

Meno digeribile è nella versione frittata, più sane le ricette di uova alla coque, in camicia e sode. Non vanno demonizzate le versioni più gustose, come al tegamino, ma è fondamentale non esagerare con il burro: si può sostituire con il più sano olio extravergine di oliva.

Insomma, anche le nostre valli offrono una vasta scelta in fatto di uova e galline. Ma la domanda resta sempre, è nato prima l’uovo verde, rosa, bianco, o la gallina?

Sara Bonelli

 

 

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L’acquisto on line travolge le valli

Si sa. Acquistare un certo tipo di beni durevoli tra le nostre montagne non è sempre facile. A volte scendere a Bolzano o a Trento non è nemmeno sufficiente per trovare quanto ci serve. Molti di noi quindi sono più che felici di registrarsi su un sito e fare acquisti online, con la consegna certa a casa nel giro di pochissimi giorni. Per alcuni prodotti non serve, per altri non è funzionale, ma per moltissimi questa nuova realtà è solo un vantaggio.

Acquistare online significa in 9 casi su 10 andare su Amazon: nell’arco di nemmeno 25 anni di attività, la geniale creazione di Jeff Bezos si è trasformata nella più grande Internet company sulla faccia del pianeta (e lui è divenato l’uomo più ricco del mondo). Nel 1994, Bezos intravvide le potenzialità dell’e-commerce e il suo business plan: non solo l’assoluta comodità di fare shopping seduti sul proprio divano, ma anche e soprattutto prezzi concorrenziali e consegne rapidissime, spesso gratuite.

Amazon nasce e cresce nel campo della vendita libraria, ma in meno di un decennio evolve a tal punto da diventare il principale rivenditore in una grande quantità di settori, introducendo addirittura il servizio “Amazon Fresh”, grazie al quale è possibile ricevere prodotti alimentari freschi direttamente a casa propria nel giro di poche ore.

AMAZZON AL CENTRO DELLA POLEMICA

Ogni modalità del sistema di vendita è volta alla soddisfazione del cliente che così viene fidelizzato. Tutti felici? Anche i dipendenti? Nel corso dell’ultimo anno Amazon si è trovato al centro di un’accanita battaglia sindacale che ad oggi non ha ancora sortito gli esiti sperati.

A partire dallo scorso novembre sono stati svariati gli scioperi ai quali hanno aderito i dipendenti dell’e-commerce in diverse nazioni europee. Il primo è stato indetto in Germania e in Italia qualche giorno prima del “Black Friday”, giornata di sconti e promozioni che genera un esplosivo aumento delle vendite. È stato poi il turno dello storico centro di distribuzione di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, poco prima delle feste natalizie, mentre altri scioperi hanno coinvolto la sede spagnola di San Fernando de Henares nel marzo del 2018 e, più recentemente, le sedi di Origgio e Buccinasco nel milanese.

Benché l’organizzazione della protesta sia differente a seconda della nazione, le problematiche sollevate e i diritti rivendicati sono i medesimi: turni di lavoro estenuanti, straordinari non pagati e precarietà dell’impiego. A tutti questi disagi si aggiungono i rischi comportati dai ritmi estremamente stressanti del mestiere. Infatti, i driver di Amazon arrivano ad effettuare il doppio delle consegne giornaliere rispetto ai loro concorrenti e, per soddisfare la domanda entro i tempi previsti, incappano spesso in multe o piccoli incidenti i cui costi vanno poi a gravare sullo stipendio degli stessi dipendenti.

ANDREA PIAZZI: FACEVAMO

500 CONSEGNE AL GIORNO

Tra applausi e polemiche, l’e-commerce ha comunque raggiunto ogni angolo del nostro territorio, modificando le abitudini dei clienti, lanciando nuove mode e andando a scolpire un nuovo volto per le nostre vallate.

Per avere un quadro completo di questo fenomeno, abbiamo interpellato Andrea Piazzi, titolare dell’azienda Trasporti Piazzi di Castello Molina di Fiemme. L’attività, che svolge consegne express, fino a sei mesi fa era coinvolta anche dal lavoro per Amazon. “Si effettuavano fino a 500 consegne al giorno nel solo territorio di Fiemme e Fassa, per l’80% a privati ma, nel periodo immediatamente precedente all’apertura della stagione turistica, non sono mai mancate nemmeno consegne ad attività commerciali, quali negozi e punti di ristoro”.

Capita addirittura che i turisti in villeggiatura si siano fatti recapitare merce comprata tramite e-commerce (la tipologia di prodotti che vengono consegnati è sempre sconosciuta ai corrieri, ndr), prova definitiva del modo in cui Amazon e i suoi fratelli eroghino un servizio ormai irrinunciabile.

Qual è il significato recodnito di questa rivoluzione che ha avutro l’effetto di incrementare a dismisura la consegna a domicilio nelle vallate?

“L’e-commerce non è un’esigenza, quanto uno stile di vita, un divertimento e una comodità”, constata Andrea Piazzi. “Non viviamo in un territorio che generalmente pone delle difficoltà al momento di reperire un prodotto e, se i residenti in queste zone preferiscono l’acquisto on-line, è innanzitutto perché permette loro un piccolo risparmio. Inoltre, è certamente la soluzione più comoda e lo shopping da casa diventa quindi un piacere”.

Non è però quindi possibile astenersi da qualche amara considerazione: la comodità e il risparmio sono sicuramente un vantaggio per il consumatore ma corriamo il rischio che nelle nostre valli l’e-commerce soppianterà la vendita diretta all’interno dei negozi? Addirittura accadrà che l’artigianato venga in futuro soppiantato dai prodotti industriali?

“Ciascuno spende il denaro che ha a disposizione nel modo che reputa più adeguato -riflette Andrea – ma chi vive delle bellezze del nostro territorio e ne trae beneficio dovrebbe fermarsi a pensare e promuovere l’attività locale. Fiemme e Fassa hanno la fortuna di godere di un fiorente turismo e al momento le chiusure di attività commerciali non sono state drastiche, ma il rischio di trasformarsi in valli-dormitorio è dietro l’angolo. Inoltre, il nostro artigianato è anche parte dell’offerta turistica: perdere negozi che vendono prodotti locali significa perdere una risorsa ed una ricchezza che può essere condivisa”.

LA SCELTA DI UNA REALTÀ PIÙ UMANA

Infine, come si rapportano realtà minori rispetto alla polemica sindacale che ha recentemente coinvolto grandi aziende come Amazon?

Andrea Piazzi si dimostra molto ottimista da questo punto di vista. “Un’azienda come la nostra non solo non ha mai avuto un contatto diretto con Amazon, ma si è sempre tenuta lontana dalla realtà di standardizzazione del dipendente che colpisce le enormi multinazionali. Il dipendente, nella nostra realtà, non è immediatamente sostituibile e viene valorizzato, avendo un ruolo importante nell’azienda e un contatto umano con il cliente. I nostri dipendenti sono tutti residenti nelle nostre zone, conoscono il territorio, come anche la popolazione e di conseguenza i clienti. Per questo il servizio di consegna si arricchisce di un calore umano e di un’aria di familiarità che viene apprezzato sia dal lavoratore, che ne è gratificato, sia dal cliente che ha modo di instaurare un rapporto di fiducia con l’azienda che gli offre il servizio”.

Benedetta Corio

 

 

 

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Fusione a freddo per il futuro dell’hockey

Servono la potenza e la forza di un giocatore di calcio, la resistenza di un maratoneta e la concentrazione di un neurochirurgo; il tutto muovendosi ad alta velocità, su una superficie fredda e scivolosa, in equilibrio su una lama di pochi millimetri.

In questa definizione del canadese Brendan Shanahan sta tutta l’essenza dell’hockey, sport che in Fiemme smuove il cuore dei tifosi e che negli ultimi anni sta conquistando sempre più anche i bambini. Merito dei nuovi successi della prima squadra tornata in serie B dopo i fasti del passato, ma anche del processo di fusione tra le due società storiche della valle, che a maggio si sono unite nel Valdifiemme Hockey Club.

In un territorio in cui la maggior parte delle società sportive è ancora legata ai campanili, il fatto che l’HC Cornacci e l’HC Nuovo Fiemme ‘97 abbiano deciso di fondersi fa senza dubbio notizia. “Si è trattato di un progetto durato tre anni, partito inizialmente come collaborazione per i settori giovanili, poi sfociato nella fusione del 3 maggio. Il ringraziamento va a chi ha creduto in questa visione, a chi ha voluto vedere oltre i singoli paesi. Innanzitutto, quindi, ai presidenti delle due società, Ivan Betta e Valentino Lazzeri, con i rispettivi direttivi. Poi, un sentito grazie a Mauro Dallapiccola, commercialista nonché presidente dell’Hockey Piné, che ci ha dato un contributo fondamentale nella gestione degli aspetti burocratici e da poco scomparso”, spiega il presidente Daniele Delladio. Quanto lui creda in questo progetto è dimostrato dal fatto che, per poter seguire al meglio l’attività della società, ha appeso i pattini al chiodo, lasciando la serie B. A dargli una mano molti volontari, che dedicano a vario titolo il loro tempo a bambini e ragazzi, del tutto gratuitamente. “Come si dice, l’unione fa la forza. Insieme abbiamo a disposizione più risorse, sia economiche sia umane, e una miglior organizzazione dei tempi e degli spazi, con due strutture, quella di Lago di Tesero e quella di Cavalese, per gli allenamenti”, aggiunge Delladio.

L’hockey di Fiemme si veste quindi di nuovi colori: e quale colore più adatto del verde per rappresentare la valle? I numeri indicano che la strada intrapresa è quella corretta: oltre 100 atleti tesserati, dai 5 anni di età in su; più di 30 aiutanti che collaborano a vario modo, chi dando una mano negli spogliatoi, chi guidando i pulmini, chi nella gestione quotidiana di attrezzatura, atleti, burocrazia. Lo staff tecnico è composto da 11 allenatori, coordinati da Andrea Galeazzi, che per anni ha giocato in serie A.

L’hockey è uno sport che ai bambini piace: “Pattinano corazzati come fossero dei robot e già questo li entusiasma; poi possono stare insieme, fare gruppo. Il clima negli spogliatoi è allegro, rilassato. E i successi della squadra senior sono uno stimolo a continuare, a non mollare. I piccoli hanno un obiettivo che li aiuta a restare attivi soprattutto in età adolescenziale, quando molti ragazzi smettono di fare sport”, dice Delladio, sostenuto da Galeazzi e Manuel Moser, responsabile del settore giovanile. Settore nel quale la società ha deciso di investire, proponendo durante la stagione invernale corsi di pattinaggio a costi davvero irrisori (15 euro per 6 lezioni) e tariffe agevolate per le famiglie con più figli che praticano l’hockey. L’attrezzatura viene fornita in uso gratuito per i primi anni d’attività e, per andare incontro ai genitori, viene proposto un servizio di trasporto da e per il pattinaggio. “Non vogliamo che la scelta di praticare questo sport dipenda dalla disponibilità economica delle famiglie”, dice Moser.

Per far conoscere l’hockey e smontare i luoghi comuni, che lo descrivono come uno sport violento, la società ha partecipato anche al progetto del Coni nelle scuole, con gli allenatori che durante le ore di motoria hanno insegnato giochi e basi della disciplina. Sempre in un’ottica di promozione, quest’estate per la prima volta è stato proposto un camp, che ha registrato una buona partecipazione dei piccoli giocatori che hanno apprezzato il fatto di poter indossare i pattini in piena estate.

Fino agli U11 i campionati sono promozionali: “Vogliamo che i più piccoli si divertano, imparino a fare squadra, a perdere e vincere insieme. L’importante è divertirsi, i risultati contano solo relativamente”, mettono in chiaro i dirigenti, che condividono una visione dello sport come veicolo di valori prima ancora che come fucina di futuri campioni.

Chi pensa che l’hockey sia solo uno sport da “maschi” sbaglia di grosso: lo dimostrano le sempre più numerose giocatrici che si appassionano a questa disciplina. “Rispetto al passato, le regole sono cambiate. Oggi si prediligono tecnica e velocità rispetto agli scontri fisici. Attualmente abbiamo 8 ragazze che si allenano con noi, spronate anche dalla nostra allenatrice Eleonora Dalprà, campionessa del mondo in carica. Il nuovo regolamento, inoltre, prevede che le ragazze possano giocare con i loro coetanei fino all’Under 19, così le atlete possono restare in valle”, spiega Galeazzi.

Il presidente Delladio conclude: “La nascita di questa nuova società di valle è al tempo stesso un traguardo e una nuova partenza. Vogliamo dare stabilità al movimento e ai giocatori, valorizzando quanto di buono già c’era e migliorando il migliorabile. Soprattutto vogliamo che l’hockey di Fiemme parli un’unica lingua, da San Lugano a Moena: quella del Valdifiemme Hockey Club”.

Monica Gabrielli

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Viaggio in oriente

Mi chiamo Cecilia Zorzi, ho 24 anni e sono nata a Trento da genitori fiemmesi. Sono una velista e da due anni sono impegnata insieme al mio timoniere Lorenzo Bressani nella campagna olimpica per Tokyo 2020 con il Nacra 17, un catamarano volante considerato da molti come la barca a vela del futuro.

A fine estate abbiamo avuto il privilegio di essere invitati alla Shangai Cup, una regata dalla storia complicata che ha le sue radici nel lontano 1873 e che vale anche come Campionato Asiatico. Negli ultimi giorni di settembre una piccola flotta Nacra darà battaglia nelle acque del Dishui Lake, un piccolo lago artificiale a sud della metropoli Cinese.

L’esperienza è stata davvero emozionante ed ho quindi pensato di raccogliere le mie impressioni in questo diario.

25-26 settembre

 Passaporto e visto alla mano, sono pronta per iniziare la mia avventura.

Già in aereo si può apprezzare la prima peculiarità dei nostri amici cinesi: urlano che neanche a Napoli il giorno del mercato. Alcuni se la ridono un sacco, altri sembrano sempre arrabbiati, sono un tantino invadenti ma tutto sommato sono piccolini quindi alla fine fanno anche tenerezza. Un più per il mio vicino di viaggio che per andare in bagno ha dovuto scavalcarmi mentre dormivo collassata con il naso spiaccicato sul tavolino di fronte. (Ha poi gentilmente aspettato che mi svegliassi per tornare al suo posto). Le undici ore di viaggio passano quasi indolori, peccato per la sveglia alle 6:30 e la colazione un tantino strampalata.

Recuperati i bagagli troviamo ad attenderci due ragazzi con i nostri nomi su un cartello, parlano poco inglese ma ahimè troveremo di molto peggio. Saliamo su un furgoncino che sembra essere saltato fuori direttamente dagli anni ’80 e ci dirigiamo verso l’ignoto. Nella mia testa non ho assolutamente idea di dove sia l’aeroporto, la città, il nostro laghetto né tantomeno l’albergo, ma dopo 40 minuti di attesa dei famosi grattacieli mi arrendo. Fuori dal finestrino solamente campi, canali, casette di uno stile che credevo occidentale e invece a quanto pare non lo è, enormi tralicci e qua e là blocchi di grattacieli enormi. Do una sbirciatina al telefono del giudice francese che viaggia con noi, anche lui è confuso e consulta la mappa. Stiamo effettivamente allontanandoci da Shanghai e avvicinandoci al mare.

Dopo 2 ore di viaggio arriviamo all’hotel in cui alloggeremo per una notte prima di spostarci in quello ufficiale, per il momento sconforto batte ottimismo 1 a 0. La struttura non è bellissima ma le ragazze che ci accolgono sono molto carine e ci aiutano con il check-in, ovviamente alla reception nessuno parla inglese.

L’umore non migliora quando ci dicono che telefonicamente siamo praticamente isolati. Qualche anno fa il governo ha istituito la cosiddetta Great Firewall, una sorta di blocco per limitare il traffico dati internazionale che nega l’uso di Facebook, WhatsApp, Instagram, YouTube, Google e tutto ciò che ha a che fare con Google. Per comunicare non ti resta che prendere penna e calamaio e chiamare il piccione viaggiatore.

Sorvoliamo sulle condizioni igieniche della camera e concentriamoci su quello che si vede dalla finestra, che in un secondo mi ripaga di tutto: sono dall’altra parte del mondo! Esco in terrazza e cerco una mappa che funzioni su Bing (solitamente disprezzato e eliminato da ogni browser, ora invece sembra la salvezza). L’acqua marroncina davanti a me, con i suoi pescatori e le sue piattaforme è il Mar Cinese Orientale, oltre quello l’Oceano Pacifico. Mi sento al confine della terra e rimango imbambolata a pensare cosa c’è dopo. Mi viene in mente un film di 007 e uno dei Pirati dei Caraibi. Loro in realtà erano a Singapore ma cambia poco dai, solo 4000 km.

Riguardo la cartina e rimango spiazzata da tutta la strada che abbiamo fatto per arrivare fin qui. Abbiamo sorvolato mezza Europa, poi tutta la Russia e infine ci siamo diretti verso sud tagliando la Cina a metà. Ancora adesso faccio fatica a realizzare l’immensità di questa cosa.

A nanna presto sperando nella clemenza del jet leg, l’indomani ci aspetta una giornata lunga e rigidamente schedulata, è Jassica a comunicarcelo sul gruppo di WeChat, il Whatsapp cinese. Jassica è il nome inglese di una delle organizzatrici dell’evento che si occupa di noi in prima persona. Ho scoperto che molte di queste ragazze scelgono nomi occidentali per semplificare la vita agli stranieri. Non ho ancora capito se è Jessica o effettivamente Jassica ma va bene così, il suo vero nome cinese sarebbe sicuramente peggio.

 

27 settembre

Il programma prevede: 7:00-7:30 colazione, 7:45 bus leaves for Crowne Plaza (il nuovo hotel) 8:00-9:00 registration, 9:00-11:00 lavori alle barche, 11:15-11:45 lunch e così via. C’è perfino un’ora di riposo programmata che ovviamente si dissolve nel vento. Siamo tutti ansiosi di salire sul pullman che nel pomeriggio ci porterà a Shanghai per la cerimonia di apertura, il clima da gita tour operator così diverso dall’atmosfera delle nostre regate abituali è a dir poco spiazzante (ma assolutamente divertente).

Guardando fuori dal finestrino cerco di rubare e portare con me ogni cosa. Ciò che colpisce immediatamente è la quantità di verde che c’è anche avvicinandosi alla città. Giardini, alberi, prati. Persino i piloni delle sopraelevate sono ricoperti di edera fino alla cima.

A compensare tutta questa natura migliaia di palazzi enormi cominciano a spuntare. Una quantità di condomini e grattacieli allucinante che si fa fatica a digerire. Giusto per darvi un’idea l’aerea urbana di Shanghai è quasi grande come tutto il Trentino e la densità di popolazione è circa 6000 ab/km2 (in Trentino e’ di 86 ab/km2).

Entrati in città una sensazione strana mi colpisce ma fatico a spiegarla. Ci sono molti lavori in corso, pulizie di palazzi e trapianti di alberi lungo i viali. Dopo due giorni capisco cosa è diverso: le persone. Da noi è difficile trovare più di 6-7 persone impiegate allo stesso momento, qua invece ce ne sono magari venti in un’aiuola. Lavorano accucciati, ci sono tante donne, e quasi tutti portano cappelli o fazzoletti tipo Sahara. I netturbini girano con carretti dalle ruote grandi e le scope di ramoscelli. Il volto rovinato dal sole nonostante tutto, sembrano carcerati nelle loro uniformi arancioni. Ah questi pregiudizi…

Fermi al semaforo in attesa di poter entrare nel garage dell’hotel che ospiterà la cerimonia noto dall’altra parte un edificio in costruzione. 6 piani di ponteggi fatti interamente di canne di bambù!

La cerimonia di apertura è la migliore di sempre con presentatrice, bandiere, musica, maxi schermo, cartellone con i nostri autografi filmati in diretta, fotografi, autorità e cinesi vari molto entusiasti.

A quanto pare l’intero evento è stato organizzato in collaborazione con il consolato italiano e infatti sono presenti anche 3 nostri connazionali, rappresentanti dell’Istituto della cultura italiana, della Camera di Commercio e del consolato stesso. Ci sentiamo ancora più VIP quando vengono a salutarci e chiedono di fare un paio di foto insieme.

I camerieri devono preparare la sala per la cena quindi siamo caldamente invitati a spostarci in terrazza, dove continuiamo a chiacchierare, stranamente contenti di poter ascoltare un accento milanese. Una delle due signore è in Oriente da 20 anni, tra Hong Kong e Shanghai e quindi ne approfittiamo per sapere come si vive da quelle parti. Non si lamenta quasi di nulla se non per l’inquinamento dell’aria, a volte sono costretti a chiudere addirittura le scuole.

Di fronte a noi dall’altra parte dello Huangpu River, il fiume che attraversa la città e sfocia nel Fiume Azzurro, ci tengono d’occhio i grattacieli più famosi: Pearl tower, Shanghai tower (il grattacielo più alto della Cina e il secondo al mondo), Shanghai World Financial Center. Il tempo di scattare qualche foto e ci richiamano dentro per la cena.

Partiamo male con gli antipasti fra i quali la cosa più normale sono meduse disidratate. Le portate successive sono tutte più o meno strane ma tra risate e facce disgustate passiamo una bella serata. Un’ultima occhiatina veloce ai grattacieli, ormai illuminati come nelle migliori foto dei dépliant e si riparte direzione Dishui Lake.

Neanche a farlo apposta sulla via del ritorno veniamo sorpresi dai fuochi d’artificio sopra il castello di Disneyland.

 

28 settembre

Il primo giorno di regate è particolarmente frustrante. Abbiamo dei problemi tecnici, la nostra velocità non è competitiva e nonostante i nostri sforzi non riusciamo a portare a casa risultati interessanti.

La sera per consolarci ci aspetta una cena nella dependance dell’albergo, la AlpHaus, con birre e bistecche. Siamo tornati a casa e nessuno me l’ha detto?

 

29 settembre

Mi sveglio con il rumore del vento tra gli alberi del giardino, il meteo non si sbagliava. Un tifone imperversa sulla costa e le condizioni sembrano proibitive, vento sui 25 nodi con raffiche oltre i 30. I giudici attendono fino alle 11:30 prima di abbandonare, inutile rischiare di compromettere l’attrezzatura. Non la prendiamo troppo male, ci aspetta un altro pomeriggio in centro!

Sul pullman non vendono batterie di pentole e non hanno il microfono per delucidarci sulle bellezze del paesaggio ma ci distribuiscono dei cappellini e all’arrivo c’è la nostra guida Sean ad aspettarci. Agenzia viaggi Shanghai cup alla riscossa! A parte gli scherzi, sono stati molto bravi ad organizzare il tutto.

Sean ci guida in una passeggiata lungo il Bund, il viale sulla riva sinistra del fiume, e ci racconta la storia della città. Dopo una ventina di minuti ci inoltriamo nella parte vecchia dove visitiamo lo Yu garden, tipico giardino cinese costruito alla fine del XVI secolo dalla ricca famiglia Pan. Tra statue di leoni e alberi secolari la guida ci spiega origini e funzioni di questo spettacolare microcosmo ormai circondato dagli edifici più moderni. Rocce, laghetti, ciottolati per massaggiare i piedi scalzi. All’interno c’è perfino un palco dove venivano messe in scena opere liriche.

Terminata la visita veniamo risucchiati nuovamente nel caos cittadino che è stranamente silenzioso. Hanno strani motorini elettrici che sembrano patacconi cinesi con inserti in finto acciaio, alcuni sono un incrocio con delle bici, altri hanno pianali per portare ogni genere di mercanzia. Tutti da guidare rigorosamente senza casco e se capita anche sul marciapiede o sulla ciclabile. A questo punto mi viene da pensare che abbiano regole diverse dalle nostre. O nessuna regola affatto.

Molti dei volontari che hanno partecipato all’evento sono ragazzi che studiano alla Shanghai Maritime University vicino al Dishui Lake, dove regatiamo noi. Harriet, studentessa di economia, mi spiega che gran parte di questo nuovo distretto chiamato Lindgang è stato bonificato negli ultimi anni rubando spazio al Mar Cinese Orientale, che, secondo una antica leggenda, è l’habitat di svariati draghi. Per rimediare al torto, i governatori hanno deciso di costruire la nuova sede universitaria in questa zona, affinché l’entusiasmo e l’operatività dei giovani compensino la distruzione della casa di queste creature. Quanto è diversa la loro mentalità!

Tra viaggi in pullman e giretti turistici passo diverse ore a parlare con Harriet che con qualche difficoltà cerca di spiegarmi la loro cultura.

Colpisce molto la risposta che mi da’ quando le chiedo se è vero che i genitori cinesi sono particolarmente severi e narrow minded, memore di una notizia di qualche anno fa di un bambino morto di freddo lasciato sul balcone per punizione. E’ una domanda che lascia un po’ il tempo che trova, ovviamente i genitori non saranno tutti uguali, ma lei mi conferma che sono abbastanza rigidi, forse più che qua in occidente. Spingono i loro figli ad una disciplina e ad un impegno totale nello studio a cui noi non siamo abituati e quando mi dice gli orari che fa nel suo college rimango sconvolta. A lei sembra normale e giustifica questa immensa mole di lavoro con la difficoltà nel battere tutta la concorrenza che c’è nel loro paese. Sono più di un miliardo, posso darle torto?

La sua famiglia vive a Qingdao, “solamente” 7 ore di treno più a nord di Shanghai, è figlia unica e come la maggior parte dei cinesi non ha una religione come la intendiamo noi. Venera gli antenati e la natura e crede nel potere spirituale dello studio e della cultura. Professano una sorta di misticismo che Wikipedia liquida con il termine Religione Popolare Cinese.

Mi racconta delle differenze tra Cina meridionale e settentrionale, diversi cibi, diversi dialetti, diverse etnie. A quanto pare i cinesini bassetti del nostro stereotipo sono quelli del sud.

A proposito di stereotipi e simili, dopo questi 6 giorni credo di poter suddividere la popolazione in due categorie: i cinesi timidi e timorosi, che si spaventano con il rumore della loro stessa borraccia che cade (fatto realmente accaduto nell’aeroporto di Pudong, un signore ha fatto un salto di un metro e mezzo), e quelli che non hanno assolutamente nessun rispetto del tuo spazio personale. Non so se sono impazienti o semplicemente indifferenti alla tua presenza al mondo. Probabilmente sono convinti che tu sia solo spirito, uno di quelli cattivi che cercavano di tenere fuori dalle loro case costruendo un gradino all’ingresso, tipo boccaporto delle navi.

 

30 settembre

La domenica, ultimo giorno, di campionato completiamo altre 6 regate. Gli strascichi del tifone si fanno sentire forte e chiaro e soffia un bel vento. Con l’acqua piatta il divertimento è assicurato.

Partiamo bene con un primo e un secondo posto. Conduciamo anche la terza regata fino a quando una “scuffia” non ci costringe al ritiro. Il vento comincia a calare e terminiamo il programma con condizioni meno impegnative ma più instabili.

L’ultima prova viene ritardata perché a quanto pare stiamo aspettando un boss che vuole assistere alla regata e deve uscire in gommone, problemi a cui noi della vela non siamo per niente abituati. È il presidente della classe Nacre, Marcus Spillane, (che per ben due sere ha proposto un sing along in pullman) a informarci sui motivi di questo ritardo al nostro rientro.

La regata ha avuto una grande copertura mediatica: i dati non sono ancora definitivi, perché erano presenti diverse emittenti, ma sembra che più di un milione di persone abbia seguito la diretta TV della nostra regata. Considerati i numeri della popolazione cinese è anche poco, ma se penso al seguito che hanno di solito le nostre regate di coppa del mondo, questo è un risultato pazzesco. Inutile dire che questo evento è stato quello meglio organizzato fra tutti quelli a cui ho partecipato. Al di là delle regate e della copertura mediatica, tutte le persone coinvolte sono state gentilissime e disponibili e la location si è dimostrata perfetta nonostante la delusione iniziale di non regatare in centro città. Ci hanno ospitato e ci hanno fatto sentire importanti, cercando di trasmetterci qualcosa del loro paese.

Inoltre vivere questa esperienza a stretto contatto con gli altri atleti ha aggiunto un’atmosfera di condivisione ed amicizia che troppo spesso soccombe alla competizione e porta un valore aggiunto non indifferente. Insomma, non posso che dare un 10+ a questa trasferta nonostante il nostro risultato (7°) non ci lasci del tutto soddisfatti.

La cerimonia di chiusura su un traghetto in navigazione nel fiume è la ciliegina sulla torta di un weekend perfetto. Ammirare dall’acqua i grattacieli illuminati, i parchi, le banche coloniali quasi ti fa dimenticare che non hai vinto. Va bene così.

 

1 ottobre

É giorno di festa nazionale in Cina e l’aeroporto è letteralmente stipato di gente che sta partendo per 7 meritati giorni di vacanza.

Arriva finalmente il momento di imbarcare, ma solo dopo aver mangiato la miglior noodle soup della settimana all’interno della lounge di China Eastern Airlines.

Convinta di seguire la rotta dell’andata e volare verso sud mi stupisco quando guardando fuori dal finestrino dopo il decollo scorgo sotto di noi il delta del Fiume Azzurro. È immenso e una quantità assurda di navi, chiatte e battelli lo sta navigando. Ancora una volta i numeri di questo paese fanno girare la testa, sembra una processione!

C’è un po’ di foschia ma si vede bene il punto in cui lo Huangpu River si immette nella foce, sulle sue sponde i palazzi di Shanghai. Laggiù tra le nuvole, quasi invisibili, i grattacieli così famosi da divenire il simbolo della città. Li saluto un’ultima volta, chissà se prima o poi riuscirò a salirci.

 

 

 

 

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Funghi anche sugli alberi

Niente di grave. L’esplosione di colore autunnale sta arrivando. Il ritardo è dovuto a più fattori. Diversi alberi, già danneggiati da un’improvvisa gelata di marzo e dalle piogge abbondanti di primavera, hanno risentito anche del caldo secco di settembre e della prima parte di ottobre.

Si potrebbe sintetizzare dicendo che questo 2018 è stato fin troppo generoso di funghi. Oltre alle gettate record che hanno appagato i fungaioli, altri funghi, più subdoli, hanno intaccato le foglie degli alberi.

Le abbondanti precipitazioni primaverili, infatti, hanno scatenato attacchi fungini sulle foglie di larici, pioppi e ciliegi. Mentre i larici d’alta quota sono integri, intorno ai paesi troviamo qualche versione gialla di “spelacchio”. Comunque, sono pochi i rami ad aver sofferto. E si tratta di una malattia delle foglie temporanea che non pregiudica la salute degli alberi. Risorgeranno rigogliosi dopo l’inverno, senza mostrare alcuna traccia di sofferenza.

Solo i frassini sono stati colpiti da un fungo pericoloso, circa tre anni fa. Qualcuno di loro, purtroppo, soccomberà.

Se sbirciando dalla finestra, i colori accesi autunnali non sembrano gli stessi degli anni scorsi, ci sono quindi più motivazioni. Di fatto è un fenomeno strano, anche secondo il guardaboschi del comune di Predazzo, Alberto Trotter: “Anch’io mi sono accorto di questa stranezza e ho deciso di fare qualche controllo su alcune piante, per vedere se ci fosse qualcosa che non funzionava. Uno degli alberi che ho controllato era stato colpito da un fulmine. Gli altri mi sembravano tutti nella norma”. In effetti, si tratta solo di attacchi fungini di poco rilievo, come confermano Girolamo Scarian e Stefano Macuglia. Entrambi vogliono rassicurarci: “Si tratta di un ciclo naturale. Il prossimo anno dovrebbe tornare tutto nella normalità: il larice è un albero forte e resistente”.

Lo show del foliage continuerà a stupirci. Ma la sensazione di vivere un importante cambiamento climatico, ora, è più intensa del giallo-arancio dei larici.

Valentina Giacomelli

 

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