Fantasie Verticali
Foto di Roland Saltuari

L’arrampicata si avvia a diventare uno sport di massa. Parallelamente si diffondono piccoli riti e modi di fare che tipicizzano questo ambiente allegro e scanzonato, a dispetto dell’impegno, della serietà e della responsabilità che richiede.

Gli arrampicatori amano attaccare cerotti, sporcare se stessi e tutto ciò che toccano con magnesite, collezionare calli, tagli e postare nei social media selfie sospesi nel vuoto. Soprattutto, amano dare nomi buffi alle vie che aprono. Le Valli di Fiemme e Fassa e la vicina Trodena sono ricche di falesie e di apritori di vie simpatici, ironici, romantici e a volte birichini. Così, capita di imbattersi nelle vie Sextime e Cicciolina. Ma anche Claudia e Mafalda, opera di chiodatori innamorati che alle loro donne hanno intitolato una via.

Franco Varesco, guida alpina, membro del soccorso alpino, esperto conoscitore della Val di Fiemme, apritore e chiodatore di vie, racconta come nasce una via di arrampicata sportiva: “Le falesie e le fasce basse di roccia della nostra valle sono nate come palestre d’allenamento per andare in montagna, nella prospettiva di affrontare le vie lunghe nelle Dolomiti. Poi l’arrampicata in falesia, con un tiro da 30 metri, è diventata uno sport. Dal 1982 sono nati gli specialisti che facevano il monotiro in falesia per innalzare il grado dell’arrampicata, come specialità a sé stante. Sono partiti in Francia, nelle gole, dove era bello fare questo tipo di attività, ma anche qui nelle Alpi e nella zona di Riva del Garda, dove il clima era induttivo tutto l’anno. I nomi più importanti sono quelli di Maurizio Zanolla detto Manolo, Heinz Mariacher e Bruno Pederiva che hanno fatto la storia dei gradi”.

Qui in Valle come scegliete le vie da aprire?

“Le falesie vengono scelte tendenzialmente in base alla qualità della roccia. Se ci fosse stata bella roccia avrebbero chiodato tutto, invece c’è quello che c’è. Di naturale intendo, perché all’inizio l’etica era quella di non forare niente, di non fare appigli. La scelta era abbastanza naturale perché trovavano la roccia, provavano a scalarla, facevano le prime linee dove c’erano fessure, appigli e dove la roccia è lavorata”.

Lei è anche un chiodatore?

“Sì. All’inizio con i chiodi, adesso con il trapano. Nel frattempo, sono anche cambiati i materiali”.

Chi decide che nome dare alle vie?

“Un tempo veniva dato addirittura il nome dell’apritore, infatti a Cavalese c’è il canalino Diego Braito, che vive a Daiano e arrampica ancora, a Predazzo c’è la Leviti Crac o altre vie che portano nomi di alpinisti, finanzieri, poliziotti o di chi si metteva con passione a chiodare queste vie, perché non c’erano sovvenzioni. Alcune prendevano il nome o nomignolo della località. Poi hanno incominciato a prendere il nome di quello che succedeva al momento, come Chernobyl. Ma anche di eventi personali felici o tristi, come la Occhi tristi per Giampiero, dedicata a Giampiero Cemin che è caduto facendo sci estremo sul Monte Rosa, mentre faceva i corsi di guida. Insomma, eventi che colpiscono sia personalmente, sia la collettività. Una delle ultime vie di quest’anno, a Pampeago, l’abbiamo chiamata Langtang come la valle in Himalaya dove è avvenuto il terremoto. A volte prendono il nome della caratteristica della via. Una via di Sottosassa, fatta a tetti, dove bisogna fare la scimmia per salire è stata chiamata Neanderthal. A Cavalese la prima via di Montebello l’ha chiodata mio fratello Fabio e si chiamava Lupo Alberto perché leggeva il fumetto. C’era la Kenwood che era la radio del momento. La Gatto Silvestro ha preso il nome da Oliviero, che sembrava un gatto quando scalava, e La tendinite dal male che viene a salirla. La Elefante nano l’ha aperta Lele e lui, quando arrampica, sembra proprio un elefante nano. Poi ci sono la Zento lire per prendere in giro quelli di Cavalese che pronunciano la Z al posto della C. La metamorfosi prende il nome dal momento in cui si inizia ad arrampicare in primavera e ci si trasforma da sciatori, alpinisti o ghiacciatori in arrampicatori. La danza immobile è una via dove si deve ballare coi piedi, ma rimanendo molto fermi col corpo, altrimenti si cade. A Pampeago ho chiodato un progetto che si chiama Un dono per la vita, quando è nato mio figlio Francesco, e l’ho lasciato così perché un giorno qualcuno riuscirà a farlo. È uno strapiombo seguito da una placca liscia, un grado 9b (attualmente il grado massimo n.d.r.) o quello che sarà”.

La falesia di Trodena sembra diversa. Da una parte il settore per bambini con i nomi dei cartoni di Disney, dall’altra il settore più impegnativo dove si incontrano le vie Sex Time, Cicciolina, Pornostar, Gracias Fidel, Ogino Knauss, Born in the ULS, solo per citarne alcune.

“Certo, la falesia di Trodena ha solo 20 anni, quelle di Cavalese, Predazzo , Pampeago e Medil sono falesie storiche, risalgono agli albori e sono progredite nel tempo. I nomi risentono di tutte le generazioni. Se la generazione è unica i nomi non sono molto differenti, si assomigliano molto. Anche la falesia di Ronchi di Moena è storica. C’è anche una via fatta da Manolo, la Odissea 2001, come il film”.

E fuori dalle Valli?

“La via col nome più buffo, legata all’esperienza più buffa, per me è stata in Spagna. C’è una via che si chiama Sopa de ajo. Oltre alla difficoltà della via, più difficile del grado dichiarato, c’era la signora della casa dove stavo che ci voleva fare sempre la sopa de ajo. Adesso hanno fatto La dura dura che è una delle più difficili al mondo. Lo specchio per le allodole è stata aperta da Leviti. Ti attrae perché sembra scalabile, ma ti frega e per guadagnare il grado devi essere forte e allenato. Anche Manolo ha dato nomi belli, La lucertola schizofrenica perché era piena di lucertole. Mauro Corona a Erto aveva aperto Sogni di gloria perché era difficile, quindi chi riusciva a farla doveva far parte dell’élite dell’arrampicata”.

Intanto che gli arrampicatori fremono, aspettando il bel tempo per tornare alle pareti, abbiamo saputo che la falesia Montebello di Cavalese quest’anno aprirà altre due vie. Qualche suggerimento per i nomi?

Maria Elena Zanocco

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