Quando gli italiani erano neri

In questi mesi di discussione sulla mancata approvazione della legge sulla Ius soli, a chi guarda l’Italia da lontano vengono naturali alcune considerazioni. Ancor di più se chi scrive si occupa di storia italiana del secondo Ottocento, la storia di milioni di italiani che in quegli anni emigrarono all’estero.

Non era un’Italia felice, non per la stragrande maggioranza del suo popolo, che a malapena stava imparando a scrivere il proprio nome. Brutta cosa, l’ignoranza. A vent’anni dall’unificazione, il censimento del 1881 ci informa che l’analfabetismo permaneva a livelli altissimi. Peggio nel sud Italia, dove il picco più alto era nella provincia di Cosenza: 86% della popolazione. Ma anche alcune zone del centro non scherzavano, come l’ex-pontificia Romagna, dove Forlì arrivava al 72%, e la vicina Pesaro al 74%. Il Trentino, come sappiamo, non era parte del regno d’Italia ma i dati del Veneto possono darci un’idea dei progressi fatti dalle passate amministrazioni austro-ungariche, con Belluno al 52% e Verona al 54%.

Dopo i dati nazionali, i compilatori del censimento avevano aggiunto una serie di tabelle in cui l’Italia veniva comparata ad altri paesi del mondo occidentale. Un dato curioso riguarda gli Stati Uniti d’America. Per gli USA, i compilatori decisero che sarebbe stato utile scomporre i dati e fornire separatamente le percentuali riguardanti la popolazione bianca e quella nera. Nessuno scandalo; era la semplice conseguenza del concetto di razza bianca come razza dominante che in quei decenni di colonialismo maturo era comune in tutto l’occidente. Anche nel Paese più lodato al mondo per il suo livello di civiltà, la Gran Bretagna, il grande giornalista e fondatore dei quotidiani popolari, William Thomas Stead, poteva scrivere in quegli anni un intero libro in cui auspicava una grande alleanza tra gli USA e l’impero britannico: erano due grandi nazioni di pari peso, scriveva, anche demografico: basta confrontare il totale della popolazione, escludendo naturamente gli indiani e gli africani delle colonie britanniche, e i neri negli USA, che quelli non contano. Così, scriveva.

Oltre al razzismo implicito, un dato interessante di quella tabella del 1881 è che il livello d’istruzione della popolazione afroamericana degli USA risultava paragonabile a quello di molte regioni italiane. L’analfabetismo tra i bianchi statunitensi era del 9%, un dato superiore a buona parte del nord Europa; tra i neri, invece, era del 70%. Da qui un semplice dato comparativo: su settanta provincie del Regno d’Italia, nel 1881 trenta registravano un tasso di analfabetismo superiore alla popolazione nera degli USA, e la media nazionale era molto simile, 67%.

Cosa suggeriscono questi dati? Che l’Italia vent’anni dopo l’unificazione aveva livelli d’istruzione imbarazzanti. Che l’Italia di molte regioni era formata da una plebe semi-analfabeta, comandata da una ristretta minoranza di famiglie aristocratiche e borghesi. Si aggiungano a questo le crisi agrarie dell’ultimo Ottocento e la soppressione violenta dei moti di protesta, dai fasci siciliani alla Milano di Bava Beccaris, e non ci si stupirà se per milioni di italiani, l’unità d’Italia cominciò a voler dire una cosa sola: maggiore libertà di movimento, e quindi possibilità di andarsene, di emigrare.

Da qui La Merica, come spesso compariva nell’ortografia incerta degli emigranti. Da qui gli USA, in quegli anni in concorrenza con Argentina e Brasile come paese di destinazione oltreoceanica. Grazie a Hollywood e a tanti film nostrani, gli italiani negli USA li immaginiamo sempre in arrivo a Ellis Island, mentre ammirano la Statua della libertà e i grattacieli di Manhattan. In realtà, nell’Ottocento molti sbarcarono a Boston, altri a New Orleans, il porto maggiore per chi poi finiva negli stati del sud. E qui torniamo a parlare di neri. Nel 1865, a Guerra civile terminata, quattro milioni di schiavi trovarono la libertà negli stati confederati. Molti di loro, finalmente padroni del loro destino, presero stracci e bagagli ed emigrarono saggiamente a nord. Da qui l’economia in crisi: come risolvere la carenza di braccia nelle piantagioni di cotone?

La soluzione venne dal convergere degli interessi di tre gruppi di potere: il Louisiana Bureau of Immigration, fondato nel 1866 per affrontare il problema; le compagnie di navigazione che da decenni viaggiavano tra la Sicilia e gli USA per il commercio degli agrumi, e le prefetture siciliane che videro di buon occhio l’emigrazione contadina come valvola di sfogo alle tensioni sociali. L’importazione degli agrumi cominciava a languire vista la concorrenza interna di stati come la California, e allora perché non passare ad altro commercio: il trasporto degli emigranti? E così squadre di cosiddetti “agenti di emigrazione” cominciarono a battere i paesi del palermitano, da Cefalù ad est, ai paesini del trapanese, e migliaia di contadini si trovarono a partire per l’America salvo trovarsi impegolati in contratti capestro che, per ripagare il viaggio di trasbordo, li costrinsero a lavorare per anni nelle piantagioni.

Che in pratica fossero lì per rimpiazzare gli ex-schiavi glielo si ricordò anche con la violenza. I linciaggi. Anche qui la nostra memoria cinematografica associa il linciaggio alla popolazione afro-americana. Si consideri però che, non uno, ma trentaquattro italiani furono linciati tra il 1886 e il 1910. A New Orleans, in una sola notte del 1891, uccisero undici siciliani, il più grande linciaggio nella storia americana. Accusati dell’omidicio del capo della polizia, li andarono a prendere sfondando le porte della prigione, nonostante il processo si fosse concluso con la loro assoluzione. Alcuni di loro erano piccoli commercianti, si erano costruiti una loro attività, e forse per questo erano ancora più odiati.

Cosa c’entra questo con il progetto di legge sulla Ius soli, si dirà. C’entra, perché stupisce che un popolo di ex-poveri emigranti, che ha vissuto sulla propria pelle il razzismo e la più brutale intolleranza, ora si fermi e stenti ad approvare una legge tutto sommato moderata. Una legge che riconosce il diritto a chiamarsi italiano di un ragazzino nato e cresciuto in Italia, che non è mai stato altrove, che non vuole stare altrove perché casa sua è l’Italia.

Aggiungo una nota finale: se a qualche lettore anti-meridionalista dovesse scappare il pensiero che, beh, ma quel tipo di migrazioni lì mica le facevano gli italiani del nord, si faccia spiegare chi era Booker T. Washington. Anzi, facciamolo qui. Fu uno dei primi leader del movimento per i diritti civili della comunità afroamericana. Mulatto, figlio di una schiava delle piantagioni della Louisiana, nella sua autobiografia scrisse di non aver mai conosciuto il padre. Il suo cognome era quello del patrigno, ma la madre un giorno gli raccontò che suo padre era un italiano che lavorava in una piantagione vicina. Booker T. Washington decise allora di aggiungere quella “T.” al suo cognome: “T” che stava per “Taliaferro”. Ora, secondo gli esperti di onomastica, la versione corretta, Tagliaferro, è un cognome tipico del nord Italia, con la sua maggior concentrazione in Veneto. Chissà cosa ci faceva anche lui in una piantagione della Louisiana.

Una volta liberato dalla schiavitù, Booker T. Washington, divenne cittadino statunitense a tutti gli effetti. La Ius soli negli USA era legge fin dalla Costituzione del 1789, ma Booker T. Washington combatté tutta la vita, e dopo di lui altre generazioni di afroamericani per aver riconosciuti i loro diritti. Con o senza Ius soli, ora è l’Italia ad essere Paese di grande immigrazione. E gli italiani, padroni oggi dei loro e altrui diritti, sono liberi di legiferare: senza buonismi utopici, ma anche senza scordare il proprio passato.

Guido Bonsaver

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