Il traghettatore dell’Avisio

È un uomo di montagna, ma il suo ambiente è l’acqua. Quella gelida dei torrenti e quella impetuosa dei grandi fiumi. Ha imparato a nuotare da solo quando era bambino, tuffandosi nell’Avisio. Ha disceso in canoa gli ultimi 1.000 chilometri del Nilo e in gommone, in prima mondiale, il fiume Ciripò, in Costarica. Recentemente non ha esitato a partire per l’Ecuador, dove ha vissuto per venti giorni con la tribù degli Waorani, dormendo sull’amaca in piena foresta e mangiando formiche giganti e larve. Fabio Bolognani, 60 anni di Tesero, racconta le sue avventure, anche quelle più estreme, come se fossero esperienze comuni. Eppure di comune nella sua vita c’è davvero poco.

È stato lui, nel 2001, a portare in Val di Fiemme il rafting, la discesa in gommone di un corso d’acqua: “In Italia è una disciplina relativamente recente. Si è iniziata a praticare a metà degli anni Ottanta sui fiumi Dora e Noce, ma inizialmente era considerata un’attività estrema per pochi coraggiosi. Poi si è lentamente estesa ad altri fiumi, diventando una disciplina con diversi livelli di difficoltà e, per questo, adatta a tutti”, spiega. Fabio si destreggia con un target molto diverso: passa dalle famiglie con bambini (a partire dai 7 anni) a rumorose comitive che festeggiano l’addio al celibato, da sportivi in cerca di emozioni alternative a diversamente abili, fino all’addestramento dei militari paracadutisti (i cosiddetti ranger) per affrontare ogni possibile emergenza in acqua. Sul suo gommone non sono mancate le celebrità: i calciatori della Fiorentina, le Nazionali di rugby e pallavolo, l’ex ministro Giampaolo Di Paola… Bolognani ha portato in Valle di Fiemme per cinque volte i Campionati assoluti italiani di rafting ed è l’ideatore, insieme a Stefano Prini, della gara “Fiemme Heroes Race”, che il 18 giugno ha visto diverse squadre sfidarsi in cinque discipline sportive: skiroll, vertical run, parapendio, mountain bike e rafting.

Il rafting è una disciplina non solo adrenalinica, ma anche di contatto con la natura: “Chi si avvicina a quest’attività per la prima volta rimane colpito soprattutto dal paesaggio visto dal centro del fiume, una sorta di panorama fluido che regala sensazioni visive e tattili diverse dal solito. Alle emozioni dei salti in gommone, si aggiungono le emozioni degli incontri con i germani reali e gli aironi cenerini: c’è chi si commuove nel superare in gommone una mamma con i suoi anatroccoli che galleggiano sul fiume”, racconta Fabio.

L’ultima avventura è più estrema di qualsiasi discesa fluviale. Con un amico biologo, ha trascorso venti giorni in Ecuador, nel Parco Nazionale Yasuni, insieme agli Waorani, popolazione indigena che vive di caccia e pesca. “Siamo arrivati nei loro territorio dopo due giorni di piroga a motore, accompagnati da uno dei loro leader, che parla un po’ di spagnolo”, racconta Fabio. Tre settimane trascorse seguendo i ritmi della natura e della tribù in uno dei luoghi al mondo con più concentrazione animale e vegetale. L’alimentazione è stata di quelle per stomaci forti (secondo i criteri occidentali, naturalmente): larve, formiche giganti e carne di scimmia (catturata a colpi di cerbottana). Tutto buonissimo, a sentire lui…

Neanche nella foresta mancano le contraddizioni: “Si tratta di una zona ricca di petrolio – spiega Bolognani -. Per poter scavare pozzi con il consenso di chi vi abita, spesso vengono regalate alle comunità alcune comodità ritenute prioritarie, ma solo dall’esterno: in piena foresta ho visto un campo da calcio coperto e una costruzione in cemento per i servizi igienici, naturalmente inutilizzata perché manca l’acqua”.

Fabio ha trascorso anche tre giorni sul fiume, con una piccola barca a remi, navigando tra delfini azzurri d’acqua dolce e coccodrilli e mangiando pesci gatto appena pescati. È arrivato fino al confine con il territorio della comunità dei Taromenani, popolazione che vive in isolamento volontario dal resto del mondo, tanto da non esitare ad attaccare chiunque provi a stabilire un contatto.

Un’esperienza che ha lasciato il segno: “Ho trascorso tre settimane senza comodità, acqua corrente, elettricità, né telefono. Con l’unico pensiero di procacciarsi il cibo, ci si concentra solo sul presente. E ci si rende conto che si può vivere anche senza ciò che riteniamo indispensabile”.

Monica Gabrielli

 

 

 

 

 

 

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