La crisi nell’edilizia crea anche conflitto

La crisi economica ha colpito pesantemente l’edilizia: a pagarne le spese non sono soltanto muratori, costruttori e operai, ma anche architetti, ingegneri, periti e geometri. Le “menti” del settore si trovano ad affrontare una diminuzione degli incarichi sia da parte del pubblico sia da parte dei privati. Meno lavoro per tutti ha comportato anche un inasprimento dei rapporti, che già in passato non sono sempre stati rosei, tra i vari professionisti. Alla base di tutto una normativa poco chiara che non permette di tracciare un confine netto tra le competenze dei laureati e quelle dei diplomati.Alberto Winterle, architetto di Cavalese, presidente dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Trento, riconosce il difficile momento che sta attraversando il settore: «Siamo in una fase di contrazione davvero importante e temo che non si sia ancora arrivati in fondo. A causa dei tagli ai finanziamenti, gli enti pubblici non hanno più la capacità di investire e fare progetti. Anche i privati in questa fase di incertezza preferiscono attendere: in tutti i Comuni si sta registrando una riduzione delle domande di concessione edilizia, tanto che il settore è quasi paralizzato. La liberalizzazione delle tariffe ha portato ad un’ulteriore riduzione dei compensi. La concorrenza nel libero mercato è positiva, ma purtroppo nel nostro settore è andata a discapito della qualità. Il nostro è un lavoro non solo tecnico, ma anche intellettuale, ma spesso di ciò non si tiene conto».L’architetto Armando Loss conferma: «Pubblico e privato non investono più nell’edilizia. I pochi che decidono di costruire o restaurare lo fanno puntando alrisparmio. E molti professionisti stanno a questo gioco, offrendo dei ribassi enormi pur di lavorare. Tra i committenti sono pochi coloro che sanno riconoscere un lavoro ben fatto e quindi si perde in qualità. Se aggiungiamo a questa situazione difficile il fatto che i pagamenti arrivano in ritardo o spesso non arrivano proprio, devo dire che peggio di così non potrebbe andare». L’architetto Luca Donazzolo di Predazzo aggiunge: «La crisi è stata devastante per la nostra professione. Molti cantieri sono fermi e questo ha conseguenze non solo economiche: senza nuovi incarichi i curricula professionali non possono essere aggiornati e se non puoi presentare nuove realizzazioni rischi di restare fuori dalle gare d’appalto».Questa situazione difficile ha, quindi, complicato i rapporti tra le diverse categorie economiche. «C’è sempre stata una forte conflittualità – racconta Loss -. Negli anni Ottanta abbiamo fatto ritirare alcuni progetti firmati da geometri che erano palesemente in disaccordo con la normativa, che già di per sé è poco chiara perché dice che i geometri possono occuparsi di costruzioni di “modesta entità”. Ma cosa significa modesta? Senza numeri a cui affidarsi, il concetto è relativo e si presta a più interpretazioni. Inoltre, purtroppo, ci sono sempre stati architetti che si prestavano a mettere firme compiacenti a progetti non loro. Se in passato sono stato combattivo su questo tema, ora mi rendo conto che è una battaglia persa. L’ente pubblico chiude gli occhi sulla questione, non commissionando i progetti ai professionisti di competenza e non controllando da chi sono firmati i progetti presentati alle commissioni edilizie. Nelle nostre zone, poi, i geometri sono più forti perché più rappresentati, quindi c’è davvero poco da fare». Winterle aggiunge: «Nel settore c’è una grande confusione sulle competenze: anche se la normativa tenta di definire la linea di demarcazione, a causa di una legge poco chiara ci sono degli sconfinamenti e tutti tendono a fare tutto. Quando il lavoro non mancava, nessuno ci faceva caso, ora tutti sono più sensibili e spesso si finisce in tribunale». La soluzione potrebbe venire da una maggior collaborazione tra professionisti: «Le competenze andrebbero definite meglio per legge, ma le varie lobby non hanno mai permesso che fosse fatta chiarezza. Attualmente per un lavoro viene incaricato un unico progettista: credo, invece, che la soluzione sarebbe di incaricare più tecnici per le varie fasi. Una singola pratica edilizia, infatti, prevede diverse competenze: se tutto il lavoro è affidato a un unico professionista ci sono sconfinamenti che provocano malumori. Personalmente, se ricevo un incarico per un progetto completo, incarico figure esterne per le parti non di mia competenza: in questo modo si dà lavoro a tutti e si facilitano i rapporti. E per i committenti coinvolgere più professionisti non significa necessariamente spendere di più”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Donazzolo: «Se fino a qualche anno fa il superamento dei confini esisteva ma veniva tollerato perché c’era lavoro per tutti, ora con la crisi tra le diverse professioni è aumentato l’astio e tutti cercano di difendere il proprio orticello. Noi architetti, soprattutto grazie al nostro percorso di studi, siamo portati al lavoro di gruppo e quindi ci viene naturale coinvolgere altri professionisti. Altri tecnici, invece, preferiscono tenere in mano l’intero progetto, anche se ciò significa sconfinare nelle competenze di altri». Sulla questione della collaborazione interviene anche il geometra di Ziano Lorenzo Vanzetta: «Il problema è che tutti fanno tutto a causa di una legislazione vaga. Se ogni professionista facesse ciò che è di sua competenza sarebbe tutto più facile. Io personalmente collaboro con architetti e ingegneri e non ho mai avuto problemi, ma so che ci sono delle recriminazioni da parte dei laureati nei confronti di noi diplomati, perché a volte abbiamo più lavoro noi geometri. D’altra parte nelle nostre zone gli edifici sono piccoli e quindi quasi tutti i lavori rientrano nella “modesta entità” di cui parla la legge.

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