L’hockey rosa visto da un’azzurra

“Giocare a Hockey, in una famiglia di hockeisti, sembrava la scelta più logica e naturale”, confessa Alice Gasperini, cavalesana di 19 anni, attuale attaccante della Nazionale femminile senior di Hockey su ghiaccio. “Avevo 5 anni. Mio fratello giocava e mio papà allenava. Ho seguito la scia segnata da loro”. Da allora non ha più smesso di farlo.

Come hanno reagito i tuoi genitori quando hai scelto stecca e dischetto invece di tutù e scarpette?

“Un giorno ho detto a mia mamma che volevo giocare anch’io e la risposta è stata: Prova, sei vuoi provare! Non era una risposta ironica la sua. I miei genitori mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata. La mia scelta non è mai stata giudicata strana”.

Giocavi con altre ragazze o eri l’unica femmina?

“Va detto innanzitutto che in Italia fino alla categoria under 16 maschi e femmine giocano insieme. I primi anni oltre a me c’erano anche altre due ragazze. Ma in seguito hanno abbandonato lo sport perché si sono trasferite, mentre una terza gioca ancora con me. Si chiama Romy Pardatscher”.

La divisione in squadre maschili e femminile è una prassi internazionale?

“No, in molti altri Paesi, come la Svizzera e la Germania, giocano insieme anche gli adulti, a meno che non si tratti di categorie di professionisti”.

Recentemente leggevo un articolo che spronava a non pensare che esistano “sport per ragazze” e “sport per ragazzi”. Cosa ne pensi?

“Credo che il giornalista abbia espresso un concetto saggio. Lo sport è sport: qualunque esso sia può arricchire chiunque lo pratichi”.

Nella tua carriera da hockeista, hai trovato discriminazioni tra te e i tuoi colleghi maschi?

“No, ho sempre giocato come tutti anche nella squadra mista. Sicuramente è stato importante anche il mio carattere forte. Comunque, non contava il sesso: eravamo una squadra, sia dentro sia fuori il campo. Secondo me sono maggiori le differenze tra sessi nella vita di tutti i giorni: il rispetto è uno dei pilastri dello sport, inteso nel senso più profondo”.

In quali squadre hai giocato partendo dall’inizio della tua carriera?

“Ho iniziato a Lago di Tesero con la Cornacci, dove ho giocato fino all’under 10. Poi ho giocato a Cavalese con il Fiemme per quattro anni, di cui uno in contemporanea a Egna con le Lakers. Dopodiché ho fatto parte delle Eagles di Bolzano per tre anni. Attualmente gioco nuovamente a Egna con le Lakers. Ma dal 2012 ho portato avanti anche l’impegno con la Nazionale under 18 e dal 2015 con la Nazionale senior”.

Quali emozioni hai provato quando sei stata convocata in Nazionale?

“Non mi aspettavo di essere convocata. È arrivata l’email dalla Fisg e ho dovuto leggerla due volte per rendermene conto. È stata un’emozione incredibile! Il primo mondiale l’ho giocato in Scozia a Dumfries. Con le altre ragazze avevo già avuto contatti, anche perché siamo in poche nell’ambiente dell’hockey femminile. Il clima è molto scherzoso tra noi, anche durante le partite”.

Ti ha fatto crescere come persona l’esperienza azzurra?

“Mi ha innanzitutto fatto conoscere altre culture, altre realtà hockeistiche e anche imparare un po’ di inglese durante le trasferte. Il primo Mondiale con la Nazionale senior, in Cina è stata un’esperienza incredibile. A Pechino la vita sembra molto simile alla nostra, ma durante il viaggio verso la Muraglia Cinese abbiamo visto con i nostri occhi la povertà assoluta della gente delle campagne. E questo mi ha turbata molto. Anche il pubblico era molto diverso. C’è un grande calore e lo sport è molto seguito. È stata l’esperienza più bella che mi ha regalato l’hockey”.

Hai altre esperienze nel cuore?

“Sicuramente un camp della Fisg in Finlandia. Noi italiane eravamo state divise in differenti squadre con hockeiste di altri Stati. Nel mio gruppo, per esempio, c’erano una messicana, una turca e una svedese. Anche in camera eravamo tutte assortite e dovevamo per forza comunicare in inglese. Queste occasioni ti fanno conoscere altre culture, e anche modi differenti di vivere lo sport. Sono nate delle belle amicizie, quelle che rivelano la faccia bella dello sport: la sana competitività. Ci scriviamo su Facebook anche tra avversarie di Paesi diversi per sapere se ci vedremo o no nelle partite e tornei internazionali”.

Che messaggio lasci alle ragazze che si sentono prese in giro perché praticano uno sport che la gente percepisce come “maschile”?

“Continuate per la vostra strada, e tenete poco conto di ciò che pensano gli altri. L’importante è divertirsi mentre si pratica sport”.

Silvia Vinante                                                                           foto: Eugenio Del Pero

 

 

 

 

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