Lunga vita al Rio Bianco

Un albergo è luogo di passaggio: arrivi, permanenze più o meno prolungate, partenze. Se poi è aperto da oltre centotrent’anni allora diventa il punto di incontro con la Storia: parliamo del Rio Bianco, a Panchià, che in Val di Fiemme è uno degli alberghi più “longevi”. E usiamo questo aggettivo non a caso, perché il Rio Bianco, più che un luogo, è un personaggio. E con grande vitalità, sotto la gestione della famiglia Delugan, ha già scavalcato due secoli!

Una foto d’epoca, appesa nella hall, ci mostra com’era nel 1886, quando tutto ebbe inizio: un edificio in via di completamento, con le finestre all’ultimo piano ancora senza persiane e sulla facciata la scritta “Albergo All’Aquila”. Così lo aveva chiamato il suo fondatore, Francesco, già commerciante di vino. Dopo la morte di Francesco, con la Grande Guerra, l’albergo divenne poi “Gasthof zum schwarzen Adler”, quando fu requisito dai militari austriaci che ne fecero la sede del comando militare. Riebbe un nome italiano alla fine del conflitto, “Albergo della Posta”. Questo perché Carlo, il figlio di Francesco, aveva ottenuto la responsabilità di tenere l’ufficio postale proprio nella sede dell’albergo, dove oggi si trova la sala del bar.

Subito dopo la Guerra, i locali erano piuttosto malandati e i Delugan ricevettero una proposta d’acquisto, per seimila lire. Declinarono e fecero bene perché con la svalutazione, pochi giorni più tardi, la stessa cifra sarebbe servita a comprare solo un paio di stivali.

Ezio, il figlio di Carlo, pensò di riavviarne l’attività, con l’aiuto della moglie. Nel 1948, in tempi incerti, con tutto da ricostruire, la giovane coppia decise di fare una “prova” di riapertura al pubblico con una festa danzante per la sagra di San Valentino. La serata fu un successo, ma il giorno dopo Ezio si accorse che l’intero incasso era sparito. Non si scoraggiò, e andò avanti nel suo intento, prendendo inizialmente in affitto i letti e i materassi che gli servivano per le camere. Gli sforzi furono ricompensati e passo dopo passo riuscì a rimettere in sesto l’edificio e ampliarlo.

La voglia di fare e di mettersi in gioco non fu travolta nemmeno dall’alluvione del ’66 quando il torrente (da cui l’albergo aveva preso il nome definitivo) esondò. L’acqua per fortuna si fermò giusto a pochi metri dall’edificio, mentre molte altre case nei paraggi erano state travolte.

La storia del Rio Bianco possiamo vederla un po’ come lo specchio della storia della Val di Fiemme e, nelle vicende dei suoi protagonisti, nei loro sforzi e operosità, nei loro desideri e aspirazioni, quello delle epoche che si sono succedute. Gli uomini non erano i soli attori e l’intraprendenza maschile era supportata dall’industria, dall’inventiva e dal coraggio femminile.

Tra le “donne del Rio Bianco” quella cui sono legati i racconti più suggestivi è senza dubbio Adelina, figlia di primo letto di Francesco.

È il 30 marzo 1901. A notte fonda una carrozza con le ruote avvolte da stracci, per attutire il rumore, si ferma nel cortile. Si apre la porta di casa ed esce lei, considerata la ragazza più bella della Valle. Veloce sale nella vettura, che riparte e in breve s’allontana. Mentre è in viaggio, Adelina scarabocchia a matita una lettera per chiedere perdono alla donna sposata dal padre in seconde nozze, e che lei chiama madre. È diretta al convento, un desiderio nutrito ancora prima che morisse il padre, ma l’affetto e il senso del dovere l’avevano trattenuta. Ora che il padre non c’è più la fuga rimane l’unico modo di sottrarsi alle richieste di rimanere come sostegno nella conduzione dell’albergo. Fino alla fine della sua lunga vita, anche quando diventò Superiora Generale e poi Venerandissima Madre, Suor Maria Agnese, (questo il nome che prese insieme con i voti), non ritornò mai più sotto il tetto dove era nata e cresciuta, alle suore era vietato rientrare nella casa di origine.

Sembra che fosse di indole assai diversa un’altra donna che legò il suo destino al Rio Bianco. I Delugan negli anni del secondo conflitto mondiale avevano affidato ad altri la conduzione dell’albergo. Fu allora che ricevettero una lettera anonima che li metteva in guardia da quello che capitava nei locali ceduti in affitto. A portare avanti l’attività era una donna, che qui chiameremo Ines, che si diceva fosse di dubbia moralità. Non si sa bene come stessero le cose, certo lei era avvenente, con una figura che sapeva valorizzare al meglio. Nel periodo bellico spesso le donne ricoprivano i ruoli lasciati dagli uomini, impegnati al fronte, Ines però era “avanti con i tempi”, in tutto e per tutto e questo non solo in quanto imprenditrice femminile ante litteram. Lei gestiva la propria vita con consapevolezza, e in risposta a chi le definiva troppo disinvolta con i clienti dichiarava che i giovani uomini andavano “introdotti alla vita”.

Chiusa la parentesi di Ines, con il ritorno alla gestione di famiglia, ecco spiccare tutta un’altra energia: quella della signora Ada, moglie di Ezio.

I due si conobbero poco più che ventenni, durante una scalata alle Torri del Vaiolet. La bellezza della ragazza era tale che Ezio ebbe la faccia tosta di fotografarla e con la scusa di inviarle la foto si fece dare il suo indirizzo. Lei sulla roccia se la cavava assai bene e la si può ammirare in un ritratto, anche questo appeso nella hall, in cui, con la gonna, procede su per una parete. Era di madre lingua tedesca e già fidanzata, ma l’intesa che si era subito stabilita tra i due fu più forte di tutto, persino dell’ostilità delle amiche, quando seppero del fidanzamento con un italiano.

Fu proprio grazie alla signora Ada che l’albergo si guadagnò il favore e la popolarità soprattutto dei turisti provenienti dalla Germania, perché, per pubblicizzare la nuova apertura, aveva preparato delle locandine in tedesco inviate poi alle agenzie turistiche oltre confine. Gli ospiti arrivavano numerosi, si trovavano bene e ritornavano.

Una salda intesa coniugale è alla base anche della conduzione successiva, con Rolando, figlio di Ezio, e la moglie Graziella, che scelgono di mantenere inalterata la struttura dell’albergo e quindi l’atmosfera, ma “sacrificano” delle stanze, per aggiungere piscina e zona benessere e ampliare gli spazi delle camere. E l’intesa sorregge anche la gestione attuale, contrassegnata dall’amicizia tra Carla, sorella di Rolando, e Stefania. A partire da questa stagione è poi ufficialmente entrata anche la quinta generazione Delugan con Silvia, figlia di Rolando, alla conduzione del nuovo ristorante chiamato “Aquila Nera” in ricordo dei primi tempi. Qui, seduti comodi a tavola, potrete scoprire altre storie dell’affascinante saga famigliare tutta fiemmese.

Roberta Zilio

 

 

Ti potrebbero interessare anche:

Lascia un commento