Lupus in fabula

C’era una volta… il lupo. Siamo cresciuti con fiabe che lo dipingevano come un mostro divoratore di bambini, come un predatore senza logica e pietà, feroce e spietato. Da Esopo con la sua “Al lupo al lupo” e “Il lupo e l’agnello”, a Fedro con “I cani si riconciliano coi lupi”; da Perrault con la sua “Cappuccetto Rosso”, ai Fratelli Grimm “ossessionati” dal lupo nei racconti “Il lupo e i capretti”, “Il lupo e la volpe” e “I tre porcellini”.

Insomma, il lupo fa parte di un inconscio collettivo che compare in molti miti e leggende. È l’incarnazione della doppia veste di bestia selvaggia portatrice di morte e distruzione e, al tempo stesso, iniziatrice e portatrice di conoscenza. Simili metafore abbondano nelle mitologie orientali, dove il lupo celeste è il compagno della cerva bianca, che rappresenta la terra da cui nascono gli eroi.

Nella nostra tradizione culturale ci sono tanti detti popolari che lo vedono protagonista nella sua veste spaventosa (“Tempo da lupi”, “Fame da lupi”, “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”) oppure propiziatoria (si dice “In bocca al lupo” perché i cuccioli si sentono al sicuro quando la mamma li trasporta fra le fauci). Sembrano comunque prevalere quelli che mettono in luce il suo lato oscuro.

Il terrore che incute è atavico, universale. È associato al buio della caverna, all’abisso delle sue fauci fameliche, alle fitte pericolose foreste. È usato per ammonire i bambini dal pericolo da cui guardarsi. Solo San Francesco lo definì “fratello” divenendone amico e facendone conoscere la dolcezza, mentre la storia romana lo dipinge come benevolo, grazie al mito dei fondatori di Roma, Romolo e Remo, tratti in salvo dalle acque del Tevere per mezzo di una lupa che li allevò amorevolmente. Non per nulla è in grado di vedere al buio e, per questo, è considerato da diverse culture portatore di luce. Le varie nature insite nel lupo sono paragonate ad altrettante nature malvagie dell’uomo: ci sono individui che, come i lupi, vivono di rapine e si introducono negli ovili senza far rumore, oppure diventano “licantropi”, uomini lupo assetati di sangue. Nulla di più lontano dalla verità. La ferocia applicata al lupo evoca erroneamente una presunta natura “maligna” di questo predatore, un errore di prospettiva fuorviante. Solo un uomo può essere feroce, malvagio e malevolo. Un predatore può essere aggressivo, imprevedibile, anche pericoloso, ma segue la sua natura, sapendo cacciare quando ha necessità, soprattutto animali selvatici come cervi, caprioli, camosci e cinghiali, ma anche bestiame libero come pecore, mucche, cani, cavalli e asinelli.

L’ULULATO DEI PASTORI

Le predazioni fanno discutere soprattutto quando le prede sono poveri animali indifesi. Come avviene in Val di Fassa dallo scorso maggio, quando sono stati localizzati lupo alfa, adulto e solitario, che si aggira in Val San Nicolò e Val Monzoni sopra Pozza e al Passo San Pellegrino sopra Moena, ed una coppia di lupi al Passo Fedaia. Tempi difficili per i pastori ladini, sempre più decisi ad abbandonare gli alpeggi. L’ultimo episodio di un attacco notturno risale al 16 agosto scorso, dove la cattiva sorte è toccata a un’asinella del pascolo in Val Monzoni, solo due settimane dopo l’uccisione di una manza nella stessa area di transumanza. E come si può immaginare, dalla leggenda alla realtà, la paura di vere e proprie decimazioni di bestiame inizia a farsi strada in Val di Fassa, come ai tempi di Carlo Magno, il quale dovette creare dei funzionari appositi per la caccia dei lupi, chiamati appunto “lupari”. Sembra che allora, lupi diversi da quelli che abitavano le terre spopolate dell’antico Impero Romano, fossero giunti nel suo territorio, più feroci dei lupi indigeni. Il pericolo esisteva, grave al punto che, trascorsi alcuni secoli dall’inizio del Medioevo, quando la pubblica amministrazione si organizzò in forma più rigida ed efficace. Una storia non molto lontana dalla nostra. Allora fu una lunga battaglia, che ha visto il lupo nemico irriducibile e quasi invincibile, sopravvissuto dove gli spazi boschivi, anche molto ristretti, gli permettevano di nascondersi.

In questo clima di tensione, miti e nuove leggende stanno echeggiando nelle nostre valli, rievocando quell’atmosfera terrificante e colma di mistero che nei secoli addietro ha caratterizzato la figura del lupo. Ma il vero problema rimane il crescente numero di danni, che si accompagna alle difficoltà nell’avviare la pratica della prevenzione, unito alle sempre più frequenti notizie di presenza di esemplari di lupo nel territorio regionale. La situazione viene percepita da tutti come un’emergenza che necessita di un intervento straordinario, con l’adozione di un Piano di gestione che possa in qualche modo “mitigare” gli specifici conflitti sociali ed economici.

Molti pastori ladini si dicono scoraggiati e temono per i loro greggi. Gli animali, infatti, appaiono terrorizzati, non producono molto latte e faticano ad addormentarsi a causa della presenza di questo predatore in zone che un tempo furono tranquille.

per il ripopolamento di questi animali. La richiesta di abbandonare i due progetti è da considerare un segnale politico forte, dove l’obiettivo è la protezione degli allevamenti di pecore e vitelli, come ha dichiarato l’assessore provinciale altoatesino Arnold Schuler. D’accordo con lui il governatore del Trentino Ugo Rossi che, a poche settimane dalle polemiche per l’uccisione dell’orsa Kj2, si dice deciso ad abbattere animali di difficile gestione.

In questo tempo di predazione, l’assessore Schuler, assieme al governatore Arno Kompatscher, farà pressione a Roma e Bruxelles “per introdurre un tetto massimo per i lupi e catture o abbattimenti più facili”. Il clima in Alto Adige, in particolare nei confronti dei lupi, è cambiato proprio nell’ultimo anno con l’aumentare del numero di pecore e vitelli sbranati. Un danno notevole per gli allevatori, che hanno ritirato 400 pecore dall’Alpe di Siusi per portarle a valle. Su questa scia anche gli allevatori e pastori di Fassa, che per lo stesso motivo con l’arrivo dei lupo in Marmolada, in Val Monzoni, al Passo San Pellegrino e sull’Alpe Lusia temono di dover abbandonare gli alpeggi. Per oltre un secolo l’animale era scomparso dalle province di Bolzano e Trento; ma da pochi anni, con migrazioni da sud e da est, è tornato a casa. A livello pratico, la Provincia autonoma di Bolzano mira a una riduzione del livello di tutela dei lupi, che – secondo Schuler – non sono più a rischio estinzione.

Il Wwf austriaco definisce invece “assurda” la richiesta di bandire il lupo dalle Alpi orientali. “Gli abbattimenti non mettono in sicurezza i greggi, anzi, potrebbero addirittura aumentare il numero delle incursioni”, replica l’esperto Christian Pichler, citando studi negli Usa e in Europa che avrebbero dimostrato come l’abbattimento di un lupo possa scomporre la struttura sociale del branco. “L’unico metodo efficace di tutela delle pecore – secondo il Wwf – è la messa in sicurezza del gregge con recinzioni e cani da guardia”.

Federica Giobbe

 

 

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