Mai sazi dell’estremo

Una volta in valle c’era (solo) la Marcialonga. 70 e passa chilometri di gara, molte ore di passare sugli sci da fondo che, agli occhi di un inesperto turista cittadino metropolitano, sembrano un’infinità ma che i valligiani sanno come affrontare. Certo, bisogna avere il pieno possesso della tecnica e bisogna essere allenati, ma percorrerli tutti dall’inizio alla fine, compresa la finale durissima Salita della Cascata che porta in viale Mendini, è tutt’altro che impossibile.

Dal 2003 si è tornati alla più faticosa tecnica classica per meglio sfruttare la larghezza della pista che deve contenere qualche migliaio di concorrenti ma poco è cambiato: chi è ben allenato ci mette meno tempo di chi è poco allenato, ma entrambi arrivano all’arrivo.

Per noi la Marcialonga è una tradizione. Per chi sa di sport è la prima e più importante granfondo italiana e, agli occhi dei “foresti”, è un’impresa che appartiene alla generica categoria degli endurance sport, quelle discipline che richiedono la capacità di resistere mentalmente e fisicamente a uno sforzo prolungato – a volte molto prolungato – nel tempo con capacità aerobiche. Una volta il termine “endurance” era riservato alle gare automobilistiche o motociclistiche di lunga durata, a partire dalla 24 Ore di LeMans.

Poi, negli anni ’70 sono nate le prime manifestazioni sportive “estreme” – dalla 100 Chilometri del Passatore (una corsa a piedi da Firenze a Faenza, nata nel 1973, che ancora oggi gode di fama indiscussa) all’Ironman alle Hawaii (un “super” triathlon che prevede 3,86 km a nuoto, 180 in bici e 42 di corsa a piedi) – e il mondo dello sport cambiò. Negli ultimi due decenni, sono state inventate e organizzate centinaia di competizioni di questo genere in ogni ambito dello sport all’aria aperta e quello che prima pareva No Limits, gare riservate a super uomini con super muscoli, oggi è diventato l’outdoor quotidiano del nostro vicino di casa, del collega o del parente.

Anche e soprattutto in montagna e nelle nostre valli.

“Senza andare lontano, pensiamo alla Maratona delle Dolomiti il cui percorso lungo prevede 138 km con 4.230 metri di dislivello positivo e sei passi da valicare, roba che non si vede nemmeno nel tappone del Giro d’Italia. Pensiamo alla Dolomites Sky Race, entrata da tempo nel novero delle corse in montagna più importanti del mondo: in un tempo massimo di 4 ore e mezza (chi vince ne impiega poco più di due) devi salire dal centro di Canazei a 1.400 metri fino in cima al Piz Boè a 3.150 metri di quota, correndo e saltando come un camoscio sulla linea più verticale, per poi tornare in paese volando letteralmente sopra la Val Lastei e Pian de Schiavaneis. Una persona normale che sale al Passo Pordoi in auto e prende la funivia per salire e scendere ci mette anche più tempo! E, come se non bastasse, la Sellaronda Hero è considerata nel suo genere la gara di mountainbike più dura del mondo.

Che si iscrivano alle gare o meno, sono centinaia in Fiemme e Fassa gli uomini e le donne che si appassionano a questi sport di fatica e sono decine di migliaia in tutta Italia. Se chiedete loro perché lo fanno, faticheranno a darvi una risposta chiara e coincisa: c’è chi pensa sia una sfida con se stessi, chi cerca l’impresa della vita, chi dice che “è la passione a muovermi e lo faccio per sentirmi bene e per stare in forma”. Questa è stata la risposta di Vigilio Zancanella, 52 anni, fiemmese, appassionato in special modo di sci di fondo. “Lo faccio perché questo è l’unico modo per coinciliare le mie due grandi passioni, la pratica degli sport di fatica e il contatto con l’ambiente alpino”, ha replicato Andrea Tomè, 43 anni da compiere, di Masi di Cavalese.

Andiamo per punti: non stiamo parlando di atleti professionisti ma di persone normali che lavorano dalla mattina alla sera e che sono veri e proopri eroi sportivi per la capacità di trovare tempo per allenarsi e per l’impegno che ci mettono. Non bisogna nemmeno stupirsi leggendo l’età non proprio verdissima degli atleti stessi: detto che la biologia umana vuole che chi ha 40 anni (e oltre) abbia più resistenza allo sforzo prolungato dei giovanissimi che invece sono più esplosivi.

Non basta: “Io lavoro nell’edilizia – continua Vigilio – e di conseguenza torno a casa stanco ma è la passione che mi muove. Anche in inverno, col freddo, dopo dieci ore di cantiere e due ore di viaggio ho voglia di cambiarmi, uscire e andare ad allenarmi, almeno due o tre volte la settimana. In genere, vado sul percorso della Marcialonga, spesso da solo, con la mia torcia frontale. Altre volte invece vado a Lago di Tesero dove c’è un tracciato illuminato artificialmente. Poi durante le feste di Natale, quando ho due settimane di ferie, esco anche tutti i giorni”. Vigilio è il migliore esempio di chi pratica per il piacere di stare bene e senza altri secondi fini: “Certo, sto attento a quello che mangio, ma non sono come molti altri compagni di gare che stanno a dieta ferrea. Mi tengo un po’, senza esagerare. Non ho programmi di allenamento, non vado in palestra, non vado in ansia se non ho i materiali più all’avanguardia o la sciolina migliore quando faccio la Marcialonga. Mi impegno in gara ma, nel peggiore dei casi, tutto finisce con qualche sfottò degli amici che si sono classificati meglio di me”. Per non parlare di quelli che si dopano, anche a 50 anni, anche in gare in cui non si vince nulla: “Credo proprio che accada, a qualsiasi età e in qualsiasi sport”.

Andrea Tomè si cimenta con più sport e compete ad alto livello: “Sono nato sugli sci ma prima correvo in mountainbike, mentre adesso corro. In particolare, mi alleno e partecipo a gare di trailrunning e skyrunning: nel primo caso, il quid delle le competizioni sta nella lunghezza del percorso e non nella difficoltà. Spesso, anzi, si svolgono ad altitudini accettabili. Nel secondo caso invece le gare sono più brevi ma si arriva fino in vetta, con sentieri più esposti (nelle “Skyrace” è addirittura previsto l’uso delle mani per arrampicare per brevi tratti). Fatico a pensare che, solo quattro anni fa, odiavo letteralmente correre: ho cominciato senza troppe aspettative e poi lo scorso anno qualcuno mi ha convinto a fare l’Adamello Ultra Trail, una corsa di 90 km tra Vezza d’Oglio e Ponte di Legno: ci ho messo 15 ore, correndo le ultime quattro al buio su sentieri che non conoscevo, ed è stata l’esperienza più bella della mia vita. Da quel momento è scoppiato l’amore per la corsa in montagna. E in quel momento ho deciso che mi sarei iscritto alla Lavaredo Ultra Trail lunga 120 km: mi ero guadagnato le credenziali per tentare l’iscrizione e sono stato fortunatamente estratto così che correrò il prossimo 22 giugno. Questo non è l’obiettivo finale però perché la Lavaredo è solo una prova di qualificazione per l’Ultra Trail del Monte Bianco, 170 km su e giù sotto la vetta più alta d’Europa sui tre versanti italiano, svizzero e francese. Non è la gara più lunga del mondo – tra le altre, il Tor des Geants sull’Alta Via della Valle d’Aosta a settembre è lungo 330 km e conta migliaia di iscritti – ma è la più famosa e prestigiosa”.

Andrea si iscrive più o meno a una manciata di gare l’anno, correndone circa una al mese nella bella stagione: “Devi salvaguardare le articolazioni e non sopporterei uno sforzo più impegnativo. D’inverno per questa ragione continuo con il fondo, giusto per tenere il fiato allenato (è arrivato alla 13° Marcialonga consecutiva, ndr) e d’estate sceglie anche la bicicletta per proteggere le sue ginocchia: “Ho preso l’abitudine di allenarmi al mattino presto, soprattutto nel fine settimana, per avere poi il tempo di stare con le mie figlie. Per questo esco all’alba con la mia torcia frontale e mi godo una corsetta in montagna, magari toccando due o tre cime. Non c’è niente di meglio per godersi la natura nel silenzio”.

A volte la pratica di questi sport “endurance outdoor” dipende solo dalla tecnologia. Banalmente, fino a qualche anno fa – prima che esistessero delle torce frontali efficienti – non si poteva fare scialpinismo di sera. Oggi invece, soprattutto in Trentino e in Alto Adige dove lo spirito sportivo è nel DNA delle persone, lo sci alpinismo sostituisce la palestra. Alcune riviste specializzate lo chiamano ormai “Ski-fitness”, la pratica di risalire a bordo pista dopo il tramonto e fare fiato, al buio per poi scendere, facendo attenzione, ben consapevoli di sciare nella più assoluta illegalità dopo la chiusura degli impianti. Vale anche le bici leggerissime (e magari elettriche), per le giacche caldissime, traspiranti e antivento, per le calzature ammortizzanti e per quelle che non fanno scivolare sul ghiaccio.

“È anche una questione di eventi”, conclude infine Vigilio Zancanella. “Non solo oggi ci sono in calendario moltissime competizioni di endurance sport diversi (e a volte anche gare in cui il singolo atleta deve praticare più di uno sport contemporaneamente, ndr) ma si tende a inventare eventi sempre più innovativi, particolari e divertenti che invogliano alla pratica. Sto pensando alla Dolomitics24, la gara in bici intorno a Pampeago che dura 24 ore, ma soprattutto alla Red Bull 400 di Predazzo: correre lungo il trampolino in salita mi sembrava un’idea malsana ma, dopo aver partecipato alla prima edizione, devo ammettere di essermi molto divertito e di non vedere l’ora che di iscrivermi alla seconda”.

Enrico Maria Corno

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