“La Sportiva Epic Ski Tour” dall’8 all’11 marzo 2018

Massimo “macha” Dondio è il tecnico incaricato di sviluppare la prima tappa all’Alpe Cermis, Thomas Zanoner la seconda al Passo San Pellegrino mentre Oswald Santin, organizzatore della “Sellaronda Skimarathon” del 16 marzo, è colui il quale coordina la tappa numero tre de “La Sportiva Epic Ski Tour”, otto chilometri e 980 metri di dislivello al Passo Pordoi che l’11 marzo chiuderanno la seconda edizione ed un trittico di giornate spettacolari nel cuore delle Dolomiti trentine.

L’Epic Ski Tour alterna ogni anno la propria “base logistica”, dislocata la scorsa stagione in Val di Fiemme, mentre nel 2018 il quartier generale sarà, dall’8 all’11 marzo, in Val di Fassa e più precisamente a Moena.Anche la Sellaronda Skimarathon nel 2018 farà fulcro in Val di Fassa, a Canazei, ed in comune con La Sportiva Epic Ski Tour ha il protagonista assoluto, quel Damiano Lenzi che, in coppia con Anton Palzer, sfoggiò una prova da record nell’edizione 2015, quel Lenzi che è pure il vincitore della prima edizione de La Sportiva Epic Ski Tour.

Molti punti in comune tra le due manifestazioni scialpinistiche, insomma, tant’è che La Sportiva Epic Ski Tour e la Sellaronda Skimarathon hanno deciso di unirsi in un fruttuoso gemellaggio che porterà i due eventi a collaborare sin da ora.

Trapela soddisfazione dalle parole di Kurt Anrather, responsabile del comitato organizzatore “epico”: “Questo gemellaggio con la Sellaronda ci porterà a sviluppare la nostra gara nel migliore dei modi, proporremo ancor più iniziative volte a migliorare la nostra offerta già di per sé competitiva”.

L’offerta sportiva proposta dagli organizzatori dell’Epic Ski Tour è di quelle da non perdere, con la quota di 160 euro che darà la possibilità di usufruire di un omaggio a scelta fra La Sportiva Combo Helmet, con doppia omologazione, o una felpa tecnica da scialpinismo de La Sportiva del valore di 139 euro.

Lo scialpinismo è passione per la montagna, azione e natura, caratteristiche che regnano sovrane nell’evento firmato “La Sportiva”, scalare le cime del Trentino non è mai stato così a portata di mano.

Info: www.epicskitour.com

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C’era un maratoneta dentro di me

Arriva a 50 anni senza aver mai corso. Decide di mettersi alla prova e, dopo solo un anno di allenamenti, riesce a completare nel giro di un mese la Maratona di Torino e quella di New York.

È successo a Marco Zannoni, imprenditore e coach genovese, che durante il suo percorso al Micap (Master internazionale in coaching ad alte prestazioni) ha dovuto affrontare una serie di prove (fisiche e mentali) che lo hanno profondamente cambiato sia come persona e sia come professionista. È lui stesso a chiedere di poter raccontare ai lettori dell’Avisio la sua esperienza, perché mosso da un forte senso di riconoscenza verso la Val di Fiemme.

“Sono profondamente legato alla Val di Fiemme – spiega Zannoni -, e in particolare a Cavalese, perché ho avuto la possibilità di allenarmi per un breve ma intenso periodo in luoghi davvero magici che porterò sempre nel mio cuore”. Poi aggiunge: “La bellezza e la pace di queste montagne mi ha costantemente trasmesso la giusta energia per trovare la serenità che mi ha accompagnato fino a Torino e a New York”.

Marco è stato ospitato da una coppia di amici, anch’essi genovesi, che circa 10 anni fa hanno deciso di trasformare la loro vita trasferendosi a vivere in Val di Fiemme.

“Ogni mattina – racconta – partivo dalla casa di Daniela e Fabrizio a Molina di Fiemme e correvo lungo la ciclabile: dal caratteristico ponte di legno di Molina, giungevo alla Cascata, proseguivo sotto gli impianti di risalita del Cermis e attraverso i borghi di Masi di Cavalese, Lago di Tesero, Ziano di Fiemme, fino a raggiungere Predazzo. A volte correvo nel bel mezzo della pianura, a volte costeggiavo il bosco per trovare un po’ di fresco. Altre volte continuavo a risalire l’Avisio, passando davanti agli impianti del Latemar, per arrivare a Moena. Sempre sotto la ‘supervisione’ di mia moglie Martina (nella foto sotto mentre taglia con me il traguardo della mia prima Maratona a Torino)”.

Il racconto continua, caricandosi di eccitazione: “Talvolta da Molina mi sono diretto verso Predaia, Aguai e, attraverso il bosco, ho raggiunto e superato San Lugano per dirigermi verso Fontanefredde. Un altro percorso bellissimo, in parte su sentiero sterrato, era quello che da Passo Oclini scende fino al Santuario di Pietralba, offrendo una meravigliosa vista sulla Val d’Ega. Da Varena raggiungevo Stava, salendo a volte verso Pampeago e a volte scendendo verso Tesero, per proseguire giù verso lo Stadio di Lago di Tesero e ricongiungermi alla ciclabile che mi riportava a casa dei miei amici di Molina”.

La corsa ha accompagnato il suo percorso interiore: “Infatti, credo che la maratona ti renda consapevole delle tue risorse. Nello stesso tempo ti porta a uscire dalla tua zona di comfort, dalle tue abitudini. Quindi, scopri che, semplicemente utilizzando corrette strategie e giuste motivazioni, ognuno di noi può trasformare i sogni in obiettivi precisi e successivamente in risultati concreti”.

 

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Pixelia ci rende visibili

Oggi è facile e scontato immaginare un ragazzino appassionato di computer. Ma se torniamo indietro di trent’anni e sostituiamo i pratici portatili con un ingombrante Commodore 64 la storia cambia. Il ragazzino in questione è Walter Facchini, oggi titolare di Pixelia a Moena, negli anni Novanta una sorta di nerd ante tempo.

Alle scuole medie smanettava affascinato, guidato da un professore che già allora vedeva lontano, Gilberto Bonani. Perfino suo padre riuscì a capire che non si trattava di una passione passeggera, regalandogli un Commodore 64, convinto da un negoziante del paese a sostenere una spesa che all’epoca era consistente. A 14 anni Walter aveva deciso: sarebbe andato a studiare informatica alle ITI di Rovereto, incurante della distanza da casa. La sua passione era la programmazione: passava le notti a leggere manuali, realizzando software per i primi clienti.

Poi c’è stata una rivoluzione che ha cambiato il mondo: la diffusione di internet: “Mi sono trovato ad applicare i linguaggi che conoscevo bene a un mondo nuovo, le cui potenzialità si intuivano, ma non erano ancora chiare del tutto”.

Nel 1999 ha realizzato il suo primo lavoro importante per il Consorzio Moena Welcome, un sito su database (cioè dinamico, quasi avveniristico per allora), poi è stata la volta del portale Fassa Appartamenti (oggi molto popolare). “Ero tornato a passare le notti sui libri e sul pc, con quel formicolio di eccitazione che si prova quando si sta facendo qualcosa di nuovo e appassionante”, ricorda.

E poi è stata una corsa per restare al passo con i tempi, con l’azienda che si ingrandiva e una valanga di novità che hanno stravolto la vita quotidiana di molti, dagli smartphone ai social network, passando per il motore di ricerca Google, di cui Pixelia è partner ufficiale.

“Fino a pochi anni fa, avere un sito per un’azienda era un vezzo. Oggi è una vera e propria necessità. Ma anche il sito più bello del mondo è inutile, se non facilmente reperibile dai motori di ricerca: ecco allora che entra in gioco l’arte del posizionamento, la capacità di garantire visibilità ai clienti, tramite parole chiave e annunci mirati”. Non è solo una questione di grafica accattivante: “In questo settore c’è ancora molta improvvisazione, in molti lavorano per conto proprio, ma spesso non basta. Al cliente bisogna proporre un progetto completo, dall’analisi del prodotto fino al sito, attraverso un percorso personalizzato. Noi puntiamo molto sulla formazione dei nostri clienti: vogliamo diffondere consapevolezza sull’uso del web. Solo conoscendone potenzialità e rischi lo si può sfruttare al meglio. I risultati arrivano nel tempo, clic dopo clic, contatto dopo contatto”.

Facchini non lo nasconde: “Subisco la velocità con cui le cose cambiano. Non si ha il tempo di formarsi su una novità, che già è stata superata, o non ha ottenuto il favore sperato del pubblico. Saper prevedere il cambiamento è la sfida più stimolante”. E mentre lo dice, nei suoi occhi si riaccende la stessa scintilla che gli brillava nello sguardo mentre da ragazzino smanettava con il suo Commodore 64.

Monica Gabrielli

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Mariano Vasselai, stregato dal Cornon

Ho incontrato recentemente Mariano Vasselai, classe 1940, nella sua casa-studio di Panchià, poco prima della sua partenza per Milano, dove vive e lavora da molti anni.

Non è stata la prima volta che parlavo d’arte con lui; infatti, l’opportunità di conoscerlo risale a tre anni fa, nelle sale del Centro d’Arte Contemporanea di Cavalese, che l’ha visto protagonista assieme a Livio Conta, come lui scultore sensibile e raffinato, della mostra “I sentieri dello stile”.

Vasselai è un uomo di poche parole, asciutto anche nel suo linguaggio artistico.

Apparentemente burbero, all’inizio mette soggezione con quell’aria da saggio e lo sguardo severo.

Poi, ti sbalordisce con la sua ricchezza umana, col calore attraverso il quale racconta la sua vicenda artistica e il suo legame, sempre vivo, con la valle e con Panchià, punto di partenza e continuo ritorno di tutta la sua vita.

“È qui – dichiara apertamente – che ho la mia prima anima. Qui, ogni volta che ritorno, mi si apre il cuore, ritrovo me stesso e il mio respiro”.

Senza l’energia che trae dal suo paese natale, Vasselai ammette di non poter apprezzare nella stessa misura le esperienze che vive a Milano e altrove.

La sua formazione artistica, forse già nota a molti, parte da Ortisei, per poi proseguire a Firenze e approdare a Milano, all’Accademia di Brera.

Dopo una significativa parentesi dedicata all’insegnamento, si dedica alla sola attività di scultore, nella quale unisce una raffinata abilità tecnica alla sua personale ricerca, sempre misurata, rispettosa del proprio sentire: “A costo di rinunciare alla grande notorietà, non ho mai voluto cercare quello che non condivido e che non sento prima di tutto dentro di me”.

La sua ispirazione è invece costantemente rivolta a quella natura di cui è sempre stato grande osservatore: “È la natura – dice – a suggerirmi le idee migliori. Qui trovo quelle forme che non cerco, perché già esistono”.

Poi, qualche anno fa, viene a contatto con gli scritti di Italo Giordani, suo compaesano, che nella “Storia di Fiemme” racconta le tragiche vicende dei processi alle “streghe”, celebrati in Valle nel

XVI secolo; di qui l’ispirazione per una serie di disegni, punto di partenza di alcune mostre e conferenze che trattano il tema della stregoneria.

Per Vasselai è come fare un balzo nel suo passato, quando, da bambino, la nonna lo minacciava: se non si fosse comportato bene… sarebbe arrivata la “Strega del Cornon”. Quella che lui riteneva una leggenda della sua infanzia era invece un dato storico, drammaticamente reale, fatto di torture e condanne, in seguito alle quali le presunte streghe venivano bruciate sul rogo o gettate nel fiume dentro a casse di legno inchiodate.

Sul monte Cornon, come confessavano sotto tortura le “streghe”, avvenivano i loro sabba: qui si riunivano volando in sella a cavalli, ma anche a panche e arcolai.

Il tema della stregoneria, momentaneamente abbandonato da Vasselai, torna alla ribalta ora grazie a una recente visita a Panchià di un altro artista fiemmese, Marco Nones, ideatore del progetto di “RespirArt”, il parco d’arte naturale “in quota” di Pampeago.

In un futuro prossimo, quindi, ci aspettiamo che questo particolarissimo museo all’aria aperta possa arricchirsi di una nuova opera di grande formato realizzata proprio da Mariano Vasselai. L’artista ha già ideato alcuni bozzetti di notevole impatto. Di certo farà conoscere a escursionisti e sciatori il lato leggendario e storico di questi monti, teatro di una pagina drammatica ma anche affascinante della storia di Fiemme.

Francesca Volta

 

MARIANO VASSELAI

Nasce a Panchià nel 1940 e inizia la formazione artistica frequentando la Scuola d’Arte di Ortisei e la bottega degli scultori Hermann e David Moroder. Quindi, completa gli studi superiori all’Istituto Statale d’Arte di Firenze. Nel 1963 insegna disegno geometrico alla Scuola Statale d’Arte di Vigo di Fassa e dal 1965 al 1969 insegna all’Istituto Arcivescovile di Trento. Nel 1969 si trasferisce a Milano dove frequenta il corso di scultura, con Luciano Minguzzi, e si diploma all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Dal 1974 al 1984 ricopre la cattedra di Discipline plastiche al Liceo Artistico di Brera. Nel 1985 lascia l’insegnamento e prosegue l’attività artistica a Milano e a Panchià. Dal 1973 è presente, con le sue opere, in diverse mostre nazionali e internazionali, e realizza numerose opere pubbliche.

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Lupus in fabula

C’era una volta… il lupo. Siamo cresciuti con fiabe che lo dipingevano come un mostro divoratore di bambini, come un predatore senza logica e pietà, feroce e spietato. Da Esopo con la sua “Al lupo al lupo” e “Il lupo e l’agnello”, a Fedro con “I cani si riconciliano coi lupi”; da Perrault con la sua “Cappuccetto Rosso”, ai Fratelli Grimm “ossessionati” dal lupo nei racconti “Il lupo e i capretti”, “Il lupo e la volpe” e “I tre porcellini”.

Insomma, il lupo fa parte di un inconscio collettivo che compare in molti miti e leggende. È l’incarnazione della doppia veste di bestia selvaggia portatrice di morte e distruzione e, al tempo stesso, iniziatrice e portatrice di conoscenza. Simili metafore abbondano nelle mitologie orientali, dove il lupo celeste è il compagno della cerva bianca, che rappresenta la terra da cui nascono gli eroi.

Nella nostra tradizione culturale ci sono tanti detti popolari che lo vedono protagonista nella sua veste spaventosa (“Tempo da lupi”, “Fame da lupi”, “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”) oppure propiziatoria (si dice “In bocca al lupo” perché i cuccioli si sentono al sicuro quando la mamma li trasporta fra le fauci). Sembrano comunque prevalere quelli che mettono in luce il suo lato oscuro.

Il terrore che incute è atavico, universale. È associato al buio della caverna, all’abisso delle sue fauci fameliche, alle fitte pericolose foreste. È usato per ammonire i bambini dal pericolo da cui guardarsi. Solo San Francesco lo definì “fratello” divenendone amico e facendone conoscere la dolcezza, mentre la storia romana lo dipinge come benevolo, grazie al mito dei fondatori di Roma, Romolo e Remo, tratti in salvo dalle acque del Tevere per mezzo di una lupa che li allevò amorevolmente. Non per nulla è in grado di vedere al buio e, per questo, è considerato da diverse culture portatore di luce. Le varie nature insite nel lupo sono paragonate ad altrettante nature malvagie dell’uomo: ci sono individui che, come i lupi, vivono di rapine e si introducono negli ovili senza far rumore, oppure diventano “licantropi”, uomini lupo assetati di sangue. Nulla di più lontano dalla verità. La ferocia applicata al lupo evoca erroneamente una presunta natura “maligna” di questo predatore, un errore di prospettiva fuorviante. Solo un uomo può essere feroce, malvagio e malevolo. Un predatore può essere aggressivo, imprevedibile, anche pericoloso, ma segue la sua natura, sapendo cacciare quando ha necessità, soprattutto animali selvatici come cervi, caprioli, camosci e cinghiali, ma anche bestiame libero come pecore, mucche, cani, cavalli e asinelli.

L’ULULATO DEI PASTORI

Le predazioni fanno discutere soprattutto quando le prede sono poveri animali indifesi. Come avviene in Val di Fassa dallo scorso maggio, quando sono stati localizzati lupo alfa, adulto e solitario, che si aggira in Val San Nicolò e Val Monzoni sopra Pozza e al Passo San Pellegrino sopra Moena, ed una coppia di lupi al Passo Fedaia. Tempi difficili per i pastori ladini, sempre più decisi ad abbandonare gli alpeggi. L’ultimo episodio di un attacco notturno risale al 16 agosto scorso, dove la cattiva sorte è toccata a un’asinella del pascolo in Val Monzoni, solo due settimane dopo l’uccisione di una manza nella stessa area di transumanza. E come si può immaginare, dalla leggenda alla realtà, la paura di vere e proprie decimazioni di bestiame inizia a farsi strada in Val di Fassa, come ai tempi di Carlo Magno, il quale dovette creare dei funzionari appositi per la caccia dei lupi, chiamati appunto “lupari”. Sembra che allora, lupi diversi da quelli che abitavano le terre spopolate dell’antico Impero Romano, fossero giunti nel suo territorio, più feroci dei lupi indigeni. Il pericolo esisteva, grave al punto che, trascorsi alcuni secoli dall’inizio del Medioevo, quando la pubblica amministrazione si organizzò in forma più rigida ed efficace. Una storia non molto lontana dalla nostra. Allora fu una lunga battaglia, che ha visto il lupo nemico irriducibile e quasi invincibile, sopravvissuto dove gli spazi boschivi, anche molto ristretti, gli permettevano di nascondersi.

In questo clima di tensione, miti e nuove leggende stanno echeggiando nelle nostre valli, rievocando quell’atmosfera terrificante e colma di mistero che nei secoli addietro ha caratterizzato la figura del lupo. Ma il vero problema rimane il crescente numero di danni, che si accompagna alle difficoltà nell’avviare la pratica della prevenzione, unito alle sempre più frequenti notizie di presenza di esemplari di lupo nel territorio regionale. La situazione viene percepita da tutti come un’emergenza che necessita di un intervento straordinario, con l’adozione di un Piano di gestione che possa in qualche modo “mitigare” gli specifici conflitti sociali ed economici.

Molti pastori ladini si dicono scoraggiati e temono per i loro greggi. Gli animali, infatti, appaiono terrorizzati, non producono molto latte e faticano ad addormentarsi a causa della presenza di questo predatore in zone che un tempo furono tranquille.

per il ripopolamento di questi animali. La richiesta di abbandonare i due progetti è da considerare un segnale politico forte, dove l’obiettivo è la protezione degli allevamenti di pecore e vitelli, come ha dichiarato l’assessore provinciale altoatesino Arnold Schuler. D’accordo con lui il governatore del Trentino Ugo Rossi che, a poche settimane dalle polemiche per l’uccisione dell’orsa Kj2, si dice deciso ad abbattere animali di difficile gestione.

In questo tempo di predazione, l’assessore Schuler, assieme al governatore Arno Kompatscher, farà pressione a Roma e Bruxelles “per introdurre un tetto massimo per i lupi e catture o abbattimenti più facili”. Il clima in Alto Adige, in particolare nei confronti dei lupi, è cambiato proprio nell’ultimo anno con l’aumentare del numero di pecore e vitelli sbranati. Un danno notevole per gli allevatori, che hanno ritirato 400 pecore dall’Alpe di Siusi per portarle a valle. Su questa scia anche gli allevatori e pastori di Fassa, che per lo stesso motivo con l’arrivo dei lupo in Marmolada, in Val Monzoni, al Passo San Pellegrino e sull’Alpe Lusia temono di dover abbandonare gli alpeggi. Per oltre un secolo l’animale era scomparso dalle province di Bolzano e Trento; ma da pochi anni, con migrazioni da sud e da est, è tornato a casa. A livello pratico, la Provincia autonoma di Bolzano mira a una riduzione del livello di tutela dei lupi, che – secondo Schuler – non sono più a rischio estinzione.

Il Wwf austriaco definisce invece “assurda” la richiesta di bandire il lupo dalle Alpi orientali. “Gli abbattimenti non mettono in sicurezza i greggi, anzi, potrebbero addirittura aumentare il numero delle incursioni”, replica l’esperto Christian Pichler, citando studi negli Usa e in Europa che avrebbero dimostrato come l’abbattimento di un lupo possa scomporre la struttura sociale del branco. “L’unico metodo efficace di tutela delle pecore – secondo il Wwf – è la messa in sicurezza del gregge con recinzioni e cani da guardia”.

Federica Giobbe

 

 

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Chi fa i selfie con il Puzzone

Uno scatto davanti al Colosseo. Un altro con il Tower Bridge di Londra sullo sfondo. Nella piazza della cattedrale di Tallinn, in Estonia. E pure nel mercato di Helsinki. Il giro d’Europa del Puzzone di Moena è immortalato da tante fotografie, proprio come racconta “Il favoloso mondo di Amelie”. A differenza del famoso film francese del 2001, qui però i nani da giardino non c’entrano: a portare in giro i formaggi del Caseificio di Predazzo e Moena sono Giuseppe Facchini “Cialdo” e Andrea Morandini “Panet”.

Ma cosa ci fanno due predazzani con il Puzzone in valigia? Cosa li spinge a salire in aereo, su traghetti e in metropolitana con pezzi di formaggio, rigorosamente sottovuoto? Chiamarli promoter è riduttivo. Non sono nemmeno agenti commerciali. Perché per loro un formaggio non vale l’altro. Non vogliono soltanto vendere un prodotto tra tanti. Credono davvero in ciò che propongono, una delle eccellenze del loro territorio: Andrea, figlio di un allevatore che è socio del Caseificio, può perfino dire i nomi delle mucche che danno il latte con cui viene realizzato il Puzzone. Non è tutto, può mostrare le immagini delle mandrie che pascolano in quota. Può dire da dove viene il fieno con cui si cibano in inverno. Può raccontare la fatica delle sveglie all’alba per la mungitura e delle ore passate a pulire la stalla. Ecco ciò che li differenzia da due “normali” rappresentanti: loro non vendono, loro raccontano una storia.

C’è da dire che il Puzzone all’estero ci andava già, solo che il Caseificio non ne poteva tracciare gli spostamenti: i prodotti vengono, infatti, conferiti al Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini, che tramite i propri rappresentanti lo vende in Italia e nel mondo. Recentemente i soci del Caseificio hanno deciso di essere non solo produttori, ma anche protagonisti della promozione e della vendita. Ecco perché si è iniziato ad affiancare ad i canali tradizionali del Consorzio, anche un’attività propria di commercializzazione.

“Tutto è nato da un video trovato casualmente su Instagram (un social network fotografico, ndr): due commercianti finlandesi proponevano il nostro Puzzone. La cosa ci ha divertito e incuriosito: è così nata la voglia di andare a conoscerle”, racconta Facchini. “Proprio contemporaneamente i soci del Caseificio hanno deciso di guardare oltre confine, stabilendo un contatto con quanti all’estero già conoscono i nostri formaggi e cercando nuovi punti di riferimento tra commercianti e ristoratori”, aggiunge Morandini.

Il primo viaggio ha avuto come destinazione Roma, al Salone del Turismo Rurale a Roma, a febbraio: “Il nostro stand è stato messo in una posizione strategica, perché gli organizzatori hanno pensato che avremmo fatto fare una bella figura”, racconta Facchini, che ricorda i tanti visitatori che si sono detti felici di trovare il Puzzone nella Capitale.

In maggio è stata la volta di Tallinn, in occasione di “Selezione Italia”, fiera con il meglio del made in Italy gastronomico. Andrea e Giuseppe sono partiti con una valigia di formaggi: Puzzone di Moena Dop, Dolomiti e Fassano (realizzato in collaborazione con il caseificio di Vigo di Fassa, il caseificio Catinaccio). Strategico l’abbinamento con i vini della cantina cembrana Villa Corniole.

Da Tallinn a Helsinki sono meno di due ore di traghetto: perché non andare a conoscere le due commercianti finlandesi del video scovato su Internet? Ecco che Facchini e Morandini si sono imbarcati e, trovato lo storico mercato della capitale finlandese, si sono messi a cercare il banco Lentävä lehmä, che tradotto significa mucca volante. Felicissime di incontrare due predazzani, le due negozianti sono corse in cantina a prendere una forma di Puzzone, con cui hanno scattato una foto. “Ci hanno raccontato di aver consigliato il Puzzone di Moena allo chef di un hotel importante di Helsinski che voleva realizzare una fonduta di formaggio molto saporita”. Ed è proprio questo l’obiettivo di Facchini e Morandini: “Non puntiamo a grandi numeri, quanto a pochi ma prestigiosi contatti con negozi di gastronomia e ristoranti. Siamo certi che, dopo averci conosciuto e aver parlato con noi, saranno più propensi a promuovere i nostri prodotti. Il Puzzone è già di per sé un formaggio che si discosta dagli altri: raccontando il territorio in cui nasce, contiamo di renderlo ancora più unico”.

Ritornati a Tallinn, Andrea e Giuseppe hanno preso un aereo per Londra, dove avevano già fatto arrivare alcuni pezzi di formaggio, approfittando di un predazzano residente nella capitale inglese. Qui, con una ventina di chili di prodotto trasportato in metropolitana, si sono presentati in negozi che già vendevano il Puzzone, sono entrati in locali specializzati in formaggi e hanno improvvisato degustazioni. Hanno lasciato biglietti da visita anche nel più prestigioso tra i negozi londinesi, Harrods.

E sembra che qualcosa già si muova: “A metà settembre abbiamo partecipato a Cheese 2017, la fiera del formaggio di Bra, dove abbiamo rivisto alcune delle persone contattate a Tallinn e Londra. Puntiamo a farli venire a Predazzo: come si fa a non volere il Puzzone dopo che si è visto dove, come e da chi viene prodotto?”.

Intanto, è già possibile acquistare i formaggi del Caseificio di Predazzo e Moena online: fondamentale, però, che i formaggi arrivino a destinazione come se fossero stati acquistati nello spaccio di Predazzo. Per questo, il Caseificio lo ha spedito in varie destinazioni, con differenti corrieri, per testare le confezioni e i metodi migliori per inviarlo in giro per l’Europa.

Tra le prossime destinazioni, probabilmente c’è Praga, verso un mercato che già conosce le Valli di Fiemme e Fassa come destinazioni turistiche. Andrea e Giuseppe sono pronti a preparare i bagagli. E tra camicie e pantaloni, non mancheranno i pezzi di Puzzone.

Monica Gabrielli

 

 

 

 

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Calcio, la scalata di Piazzi

Luca Piazzi da Castello di Fiemme è il nuovo responsabile del settore giovanile del Parma, una grande del calcio italiano che lo ha scelto per ricostruire la strada verso i successi internazionali degli anni passati. Come ha fatto un fiammazzo ad arrivare ai vertici dello sport nazionale con un incarico di grande prestigio e in una società dal grande avvenire?

“Mi piace l’appellativo fiammazzo. Sono fiero di essere fiammazzo. Ho 53 anni, e questo è il mio primo vero lavoro lontano da casa. Però, sono molto legato alle mie origini”.

Luca Piazzi è sempre stato innamorato del pallone. Da ragazzino leggeva libri sul calcio e giocava tutto il giorno, con gli amici nei prati e nei cortili, così come nella San Giorgio, la squadra di Castello. “Sono stato giocatore e allenatore, sia nella San Giorgio sia nella Latemar di Cavalese che tanti anni fa si fusero insieme. Con la Latemar riuscimmo a fare un gran bel percorso, passando dalla Terza Categoria alla Promozione in soli quattro anni. Quando vincemmo anche l’ultimo campionato, fui chiamato dal Mezzocorona ad allenare nella Categoria Eccellenza. Rimasi quattro anni e poi due al Bolzano e poi ancora al Mezzocorona, quando il presidente mi chiese anche di riorganizzare ed essere il responsabile di tutta l’area tecnica della società. Mi sentivo più un allenatore che un dirigente, quindi, accettai con qualche perplessità. Eppure mi si aprì un mondo che ad oggi mi ha regalato tante soddisfazioni. Si vinse il campionato di Eccellenza, andammo in Serie D, poi in LegaPro arrivano anche alle Finali Playoff. Al terzo anno di LegaPro con il Mezzocorona mi chiamò il Sudtirol: al primo anno vincemmo quella che allora si chiamava C2 e in C1 arrivammo a due finali playoff in sette anni. La scorsa estate sentivo l’esigenza di fare nove esperienze ed è arrivata la proposta da Parma”.

Si parlava anche di un interessamento dell’Inter…

“La mia estrazione tecnica mi ha portato ad appassionarmi allo studio delle metodologia di allenamento e di quelle organizzative. La chiamata del Parma mi ha affascinato perché mi permette di fare quallo che più amo, cioè sviluppare un’idea di calcio partendo dai più piccoli per portarla avanti fino alla prima squadra”.

Luca è arrivato quest’anno a Parma. Si trova molto bene sia in città (“molto bella e tranquilla. E poi questa è una terra di calcio”) sia con la società con cui condivide le ambizioni.

Come viene vissuto oggi il calcio in Fiemme e Fassa?

“Una volta c’era molta più gente che giocava a calcio, soprattutto a livello giovanile. É un problema sociale che riguarda l’Italia, non solo l’ambiente trentino. I ragazzi vivono passivamente – occupati dai videogame e dai social – e si mangiano ore di gioco pomeridiano. Faticano molto anche quelle finestre sociali rappresentate degli oratori. Mancano perfino i prati dove giocare liberamente. Un minor numero di praticanti porta, ovviamente, a un minor numero di talenti e tutto si riflette sul movimento calcistico. Tutto lo sport andrebbe inserito nel pacchetto formativo della scuola, come accade nei sistemi scolastici americano e tedesco”.

Quanti trentini oggi giocano nel calcio professionistico?

“Direi sette o otto, sparsi tra Serie A e Serie B. I più noti sono certamente l’interista Andrea Pinamonti di Cles che a 18 anni è considerato una delle più credibili promesse del calcio italiano. E poi il difensore Riccardo Fiammozzi, nato e cresciuto a Mezzocorona e ora al Bari. Anche Fabio De Paoli della Vallagarina, oggi centrocampista del Chievo Verona”.

Enrico Maria Corno

 

 

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Assalto ai pomodori nostrani

Se non avete mai provato la bontà dei pomodori della Val di Fiemme, non sapete cosa vi siete persi. A detta dei fortunati che li hanno comprati al centro alimentare di Carano, mangiare un “cuore di bue” nostrano è un po’ come gustarsi un’ottima bistecca. Parliamo dei pochi fortunati, poiché la produzione made in Fiemme è inevitabilmente limitata nei numeri. Inoltre, questa delizia, quando appare negli scaffali della Famiglia Cooperativa, va letteralmente a ruba.

A coltivare i cuore di bue, il pomodoro tondo e le zucchine di un bel verde chiaro è l’azienda agricola “Orti de Val” di Gianni Zanon a Castello di Fiemme. Amore e maestria la formula magica che Gianni ha condiviso con la moglie Lucia fino alla sua scomparsa. Ora l’azienda prosegue e persegue un’idea che in passato sembrava proibitiva ma che, anche a seguito dei cambiamenti climatici in atto, viene favorita.

Quest’ anno sono stati prodotti alcuni quintali per ognuna delle varietà di verdura coltivata. Pochi certo, per la grande richiesta di chi li ha assaggiati. In futuro Orti de Val potrebbe però immaginare un allargamento delle coltivazioni. Se questo sarà il futuro, saranno in molti leccarsi i baffi.

Nicolò Brigadoi Calamari

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Fata dolce fata

Nuovo concept per la degustazione in Val di Fassa. Si chiama “Central Bar Pasticceria” la nuova confetteria di Moena, aperta dallo scorso 26 luglio in piazza Sotegrava, un tempo sede della Cooperativa di Fassa. Il locale luminoso ed elegante, posto su tre piani, in armonia con la tradizionale qualità dell’arte della pasticceria, conta ben 96 posti a sedere.

Molte le scelte a disposizione degli ospiti, tra torte, salate e dolci, focacce, paste e mignon, panini, taglieri e persino ottimo vino. Questo paradiso del dolce si presenta come un ambiente senza fronzoli ma funzionale, con tanto di servizio wi-fi gratuito per i clienti e prese per collegare pc portatili o mac un po’ ovunque.

La scommessa imprenditoriale è di Danilo Franzoni, proprietario di diversi hotel moenesi con il brand HM (Hotel Maria, HM Locanda Kush e HM Hotel Centrale, rilevato ultimamente), che si è dedicato a questa nuova attività per riqualificare turisticamente la Fata delle Dolomiti.

Finita l’estate si può tracciare un primo bilancio. “L’andamento estivo è stato estremamente positivo – racconta Franzoni – con 1500 clienti al giorno tra turisti estivi e moenesi. Siamo molto soddisfatti di questi valori, perché sono addirittura al di sopra delle nostre aspettative, e siamo felici che i nostri prodotti siano stati giudicati di ottima qualità”.

E per l’inverno, cosa ci attende?

“Stiamo già programmando la gestione per la stagione invernale, dove aumenteremo l’organico sia per i servizi sia per il laboratorio artigianale, con l’arrivo di un secondo pasticcere professionista, in modo da avere un’offerta più vasta. Per Natale faremo una serie di dolci tradizionali, compresi i panettoni, perché il signor Molinelli, primo pasticcere della caffetteria, è un grande esperto in questa specialità, quindi realizzeremo prodotti con il marchio HM in aggiunta a quelli già proposti quali: strudel, sacher, crostate di frutta, foresta nera, linzer, torte con frutta e crema”. Fra le novità per l’inverno 2018, la possibilità di realizzare una veranda esterna in metallo e vetro, removibile in estate (sottoposta già all’analisi dell’amministrazione del Comune di Moena); per arrivare a 140 posti.

HM Hotel inoltre, dal 15 novembre, assumerà anche la gestione dell’HM Hotel Centrale, posto di fronte alla pasticceria, incrementando così la clientela dell’hotel che potrà usufruirne, e proponendo una catena di ristorazione in zona. Un occhio di riguardo, in futuro, sarà pensato anche per chi ha intolleranze al glutine. Potrebbe nascere, così, anche una pasticceria senza glutine.

Federica Giobbe

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L'erba del coniglio in busta
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Mai visti quegli spot televisivi trasmessi sui canali nazionali che raccontano di cibi gourmet per cani e gatti a base di risi raffinati, salmone dell’Alaska, verdurine bio e quant’altro?

Indipendentemente dal fatto che i nostri gatti montanari sono molto spesso (non sempre) abituati alla vita all’aria aperta, mai chiusi in appartamento, e quindi anche a un’alimentazione più “rustica” e probabilmente sana, questo è un business. Un business enorme, che le multinazionali hanno già monopolizzato imponendo le loro regole di mercato.

C’è però una nicchia della nicchia – quella dei conigli, da allevametno piuttosto che da compagnia (ebbene sì, sono tanti i metropolitani che affidano il loro affetto ai conigli), che invece è terreno fertile per un fiemmese doc.

Il settore del food – nel senso più ampio del termine – non è solo ambito dei produttori di pasta, formaggi e birre della valle ma anche di chi commercia in fieno per conigli.

È il caso di Ivo Mich che ha un’azienda agricola a Predazzo con un discreto numero di capi di bestiame. La sua impresa è diventata in breve tempo molto conosciuta nell’ambiente per essere in grado di produrne e commercializzarne una qualità molto alta.

Dietro a quello che sembra il classico “Uovo di Colombo”, in reatà c’è una serie di unicità che rendono il prodotto di Ivo Mich vincente: “Tanti anni fa ci siamo accorti che il fieno che mettevamo nella gabbia dei conigli, con la funzione di semplice lettiera, diventava inevitabilmente il loro mangime preferito”, ci racconta il titolare dell’idea.

“In natura oggi troviamo le lepri a un’altitudine tra i 1.400 e i 2.000 metri di quota, non solo perché il fondovalle è eccessivamente antropizzato, ma soprattutto perché in alta montagna si trova il loro nutrimento ideale. Noi abbiamo da queste parti un prato da pascolo a quelle altezze che ci dà un fieno corto e dallo stelo piccolo, molto ricco, con numerose varietà di erbe diverse e altrettanti fiori”.

Del resto, ai conigli piace mordicchiare e rosicchiare un po’.

È vero che il foraggio in bassa valle è molto cambiato negli ultimi vent’anni. È vero che le bestie sono in grado di mangiare qualsiasi cosa e che, di fronte alla necessità, riescono ad adattarsi… ma è altrettanto vero che da sempre si tende a nutrire i conigli con carote, mele pressate e quant’altro, ma – messi di fronte a una scelta – i conigli preferiscono cibarsi di semplice erba. Basta che sia l’erba giusta. Diversi clienti ci hanno chiamato affermando che i loro animali, dopo aver assaggiato il nostro fieno, non tornavano più indietro e preferivano rimanere a digiuno piuttosto che ingerire altro”.

Quando Ivo ha cominciato a raccogliere il fieno, vent’anni fa, con un macchinario artigianale, non si sarebbe mai aspettato questo genere di risultati: “Oggi rifornisco tutto il Nord Italia, da Milano fino a Ferrara. Lavoro con i grossisti, ovviamente, e molto meno al dettaglio. Capita che ci siano dei turisti che arrivano qui in Val di Fiemme, scoprano il prodotto e poi se lo facciano spedire a casa. I grossisti poi a loro volta presentano il prodotto alle fiere e finisce che mi chiamino anche da Roma, Napoli e perfino dall’estero per averlo”.

Una volta lavorato il contenuto, Ivo Mich deve impacchettarlo: “Facciamo confezioni da un litro di fieno che corrisponde pressapoco a 1 kg di peso. Facciamo tutto a mano, con una pressa speciale. Non ho bisogno di una macchina professionale, che peraltro mi è stata più volte proposta. Del resto, ho solo un piccolo appezzamento che è in grado di produrre 200 quintali di fieno all’anno, molte delle quali vanno evidentemente al mio bestiame da carne. Il mio è un terreno magro, ideale per questa destinazione d’uso. Il fieno che avanza viene riservato alla vendita per i conigli e con questo arrotondo i guadagni e diversifico le voci di entrata”.

Quando diversi anni fa l’azienda di Mich rimase senza più fieno, provò ad acquistarne da amici e concorrenti, ma gli animali a cui era destinato si accorsero immediatamente della differenza. “Non c’è alcun segreto, è la nostra combinazione molto particolare che fa la differenza. Aiutare la crescita, anche con concimi naturali come il letame, sarebbe dannoso per l’ambiente e per la crescita delle erbe. Basta falciare il campo nel momento giusto – diciamo tra la fine di luglio e i primi di settembre (con i macchinari autocaricanti riusciamo a finire anche il 25 agosto), ed essere fortunati. Perché a volte basta un’ora di pioggia nel momento sbagliato e si rovina tutto il raccolto”.

Enrico Maria Corno

 

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