Pino Dellasega, i miei primi nuovi passi

Dopo migliaia di chilometri percorsi con i suoi bastoncini da nordic walking, Pino Dellasega affronta il cammino più impegnativo di tutti. In confronto, i 1.000 chilometri percorsi da Lourdes a Santiago de Compostela sono una passeggiata. Le tante salite al Cristo Pensante, in cima al Monte Castellazzo, sono poco più che una scampagnata. Perfino l’attraversata del deserto del Sahara non è nulla in paragone. Perché ora si tratta di dover reimparare a camminare. Tutto da capo. Passo dopo passo. Come un bambino.

Notte del 31 luglio 2018. Dellasega si sveglia con un mal di testa lancinante e chiede un antidolorifico alla moglie, che lo vede strano. La chiamata al 112, la corsa in ospedale a Cavalese e poi il trasferimento in elicottero a Trento. Diagnosi: ischemia cerebrale. Al mattino Dellasega si ritrova con il lato sinistro del corpo paralizzato. Un fulmine a ciel sereno per un uomo allenato, in forma, sano, che ha sempre curato alimentazione e stile di vita.

È l’inizio di un lungo percorso di riabilitazione. “Devo insegnare ai neuroni rimasti il lavoro che eseguivano i neuroni morti in quella notte di fine luglio. Devo convincere il mio cervello a fare ciò che ha dimenticato di fare, cioè una serie di movimenti che per un’intera vita mi sembravano assolutamente normali e scontati”, riassume in parole semplici.

Dopo pochi giorni di ospedale, Dellasega viene trasferito a Villa Rosa a Pergine, struttura riabilitativa pubblica all’avanguardia, dove rimane due mesi e mezzo. “Ritrovarmi su una sedia a rotelle mi ha fatto prendere coscienza di cosa è successo. Inizialmente mi è crollato il mondo addosso: 60 anni di vita dedicata allo sport, all’agonismo, all’attività fisica si sono azzerati in poche ore. Poi, mi sono reso conto che quella notte avrei potuto anche morire. Così, ho deciso di tirare fuori quella forza insita nell’essere umano a cui ho dedicato anche un libro: la resilienza”. E così Dellasega decide di volercela fare, di voler tornare a camminare per boschi, sentieri e deserti, come ha fatto negli ultimi anni, dopo aver co-fondato, nel 2008, la Scuola Italiana di Nordic Walking e, con Chiara Campestrini, il Nordic Power e Ways, per proporre formazione e viaggi nel mondo incentrati sul cammino. Uomo pieno di idee e progetti, non è pronto a rinunciare a tutto. E così sceglie di percorre la strada del recupero, lento e faticoso, ma non impossibile.

Chi mai pensa a tutti i muscoli che entrano in gioco ad ogni passo che facciamo? Chi mai si sofferma ad analizzare ogni movimento del nostro corpo, mentre scriviamo al pc, cuciniamo, leggiamo un giornale? Tutto è scontato. Un automatismo dato per immutabile. Eppure, in un attimo ci si può trovare a dover reimparare a fare anche il gesto più naturale, quello del camminare.

A Villa Rosa lo si fa grazie al Lokomat, l’ultima frontiera della neuroriabilitazione motoria: “È una macchina all’avanguardia che facilita i movimenti della camminata. In pratica riabitua il cervello al gesto, imponendogli di fare i movimenti corretti e non le “scorciatoie” che lui vorrebbe percorrere. Inizialmente il corpo ‘subisce’, poi piano piano diventa sempre più attivo”. Anche per la riabilitazione della mano, Dellasega ha utilizzato un guanto robot. Tanto che con la sua consueta ironia, sui social si è definito “Pino-Cop”.

L’esperienza a Villa Rosa è stata significativa anche dal punto di vista umano: “Ho conosciuto tante persone, ognuna con una storia diversa alle spalle. Mi sono confrontato con esperienze, dolori, speranze. E anche con tanta solidarietà, empatia, condivisione”.

Dellasega da fine ottobre è di nuovo nella sua casa di Predazzo, dove continua con la riabilitazione, che sarà ancora lunga. Per la prima volta, si è scontrato con il fatto che la sua preparazione atletica non basta: “L’allenamento di una vita non conta. Il risultato dipende dal cervello, non dal corpo. In passato i risultati dell’esercizio fisico si vedevano rapidamente: ora devo abituarmi a un nuovo scorrere del tempo. Basti pensare che per imparare ad alzare un dito della mano ho impiegato due mesi”.

Come si fa a reggere tutto questo? A non cedere alla tentazione di mollare? “La differenza la fanno la famiglia e gli amici, che ti stanno vicino, soprattutto negli inevitabili momenti di sconforto e stanchezza. Personalmente, mi sono dato piccoli obiettivi, come reimparare a farmi la barba o ad allacciarmi le scarpe. Piccoli passi ma per me significativi”. Come quei 50 metri percorsi l’11 novembre in piazza a Predazzo, dove si erano riuniti i suoi amici del Nordic Walking, in valle per la tappa finale della Walking Challenge 2018. Dellasega ha voluto esserci ed è stato accolto da un tunnel di bastoncini: passo dopo passo, con l’emozione e la commozione sua e di tutti i presenti, ha percorso quel breve quanto infinito tratto. 50 metri che valgono più di tutte le migliaia di chilometri percorsi, ad ogni quota e latitudine.

Mentre racconta questi ultimi difficili mesi, Dellasega pensa ai boschi della valle, anche loro feriti, anche loro alle prese con un recupero lento: “L’uomo, come le foreste, sa trovare la forza per risanarsi. Basti darsi il tempo, non avere fretta”.

La frase riportata sulla quarta di copertina del suo libro “Resilienti” diventa oggi carica di nuovo senso: “Le prove sono lezioni di vita, piccole o grandi che siano non arrivano per distruggerci ma per rinforzarci nel fisico e nella mente. Sono un passaggio obbligato nel contesto universale di cui facciamo parte. Esse servono ad alzare la nostra soglia di resistenza. Se ci crediamo, noi siamo più forti di tutte queste prove”, scriveva Dellasega nel 2017. Oggi se lo ripete. Passo dopo passo.

Monica Gabrielli

 

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