Quale bufera minaccia la fauna

Appena si è placata quella terribile bufera, il nostro primo pensiero è andato ovviamente a chi si era trovato casualmente sotto quegli alberi che in molti hanno udito schiantarsi per tutta la notte, oppure vicino alle sponde dei torrenti sfigurati, esondati. Solo con la luce del mattino, lo sguardo ha potuto mettere a fuoco l’effettiva potenza di quel che era successo. Storditi, increduli, ci siamo chiesti che ne fosse di quelle persone, delle case, dei masi e delle malghe che erano là, in mezzo a tutta quella devastazione. C’è tuttavia chi ha avuto un pensiero in più. I bambini, con il gran cuore che li contraddistingue, per primi hanno pensato anche al popolo silenzioso, quello che abita nel bosco, in quella dimora che sembrava essersi trasformata in una trappola mortale, come nelle fiabe più terribili. I cervi, i caprioli, gli sco­iattoli, gli uccelli e tutti gli altri animali selvatici, che fine avevano fatto? Eventi del genere sicuramente mietono vittime anche tra loro, ma non dobbiamo preoccuparci troppo: per quanto potente, questa bufera non pregiudica la sopravvivenza di specie, di popolazioni; lo dico in base ad una serie di considerazioni.

È da rilevare innanzi tutto che, pur nella vastità dei danni, il ciclone che si è scatenato nella notte del 29 ottobre rimane pur sempre un episodio limitato sia come estensione sia come durata.

Per quanto riguarda l’estensione, se proviamo a riportare sulla piattaforma di Google Earth© le zone approssimative in cui si sono verificati i danni al bosco, e poi le confrontiamo con l’estensione degli areali delle singole specie, si può costatare che sono poca cosa, spesso poco più che pallini aumentando la scala di riferimento. L’estensione di questi danni non pregiudica la sopravvivenza generale delle popolazioni, certo ci saranno dei riadattamenti locali sulla base delle diverse condizioni, ma in ogni caso queste non spariranno.

Per quanto riguarda la durata, la bufera ha colpito, almeno nel caso delle province del nordest alpino, aree di montagna. Parliamo quindi di valli e crinali che per 4-5 mesi consecutivi sono interessate da un condizionamento stagionale, permanente e diffuso, dovuto al freddo e alla neve. Gli animali selvatici sono mai spariti a causa dei lunghi inverni? No, anzi. Allora che cosa può essere, in termini di sopravvivenza per la fauna, un evento che, per quanto incisivo, è durato appena qualche ora di fronte alla lotta che il singolo animale, l’individuo, deve affrontare ogni giorno e ogni notte per settimane, per cinque lunghissimi mesi? Addirittura, ogni anno e per tutto il tempo della loro vita. Gli animali sopravvivono in gran parte, alcuni muoiono, qualche anno di più e qualche anno di meno, ma non abbiamo mai smesso di vedere nelle nostre montagne cervi, caprioli, scoiattoli, picchi, galli cedroni e decine di altre specie.

Va fatta poi un’altra considerazione, quella che prende spunto dalle risorse adattative che gli animali d’oggi hanno ereditato e affinato dai loro progenitori. La selezione naturale ha lavorato per quattro miliardi d’anni e gli animali che noi oggi vediamo e ammiriamo non sono altro che il risultato di una selezione che ha attraversato cataclismi di ben altra entità nel corso di tutta la storia della vita. Cosa volete che sia una bufera rispetto alle grandi estinzioni planetarie? L’ultima delle quali, la quinta, vale a dire quella del Cretaceo di 65 milioni di anni fa, cancellò addirittura il 75% di tutte le specie animali allora esistenti sul pianeta (e non fu neanche la più potente). Se non ci fosse stata, noi non solo non avremmo mai visto tutti gli animali attuali, ma neanche avremmo conosciuto noi stessi… Possiamo stare dunque certi che per quanto lunga ai nostri occhi (e alle orecchie), la durata della bufera di quella notte, con l’aggiunta degli effetti successivi, è davvero poca cosa di fronte a quello che ogni singola specie ha dovuto affrontare lungo la sua storia evolutiva. Ancora una volta gli animali ci stupiranno trovando con il tempo il modo per tornare ad occupare le valli ferite, i versanti spogliati. Noi, piuttosto, nella gestione dei danni materiali possiamo fare in modo da favorirli, facendo scelte oculate che dovranno tener conto della necessità di una loro ripresa, nel nostro stesso interesse.

C’è un’ultima considerazione che farei, molto più generale. I problemi che gli animali selvatici trovano difficili da affrontare non sono gli eventi improvvisi, di portata limitata dal punto di vista spaziale e temporale. I problemi verso i quali essi non sono attrezzati a rispondere efficacemente sono gli effetti dovuti all’inquinamento, al surriscaldamento, all’impoverimento del suolo, degli oceani, dei biotopi e alla velocità con cui tutti questi effetti avanzano innescando cambiamenti permanenti e di portata planetaria. È l’azione sconsiderata dell’uomo che sta mettendo all’angolo la resilienza ecologica, la capacità cioè di rispondere, di adattarsi, delle comunità animali e vegetali.

Questi sono i veri problemi, e sempre più spesso saranno alla base anche di eventi meteorologici locali disastrosi. Questi sono i problemi da affrontare, ma dalle nazioni, dalle comunità e anche dai singoli individui. Ognuno può e deve fare qualcosa.

All’indomani di quanto è successo qui da noi, e alla luce di tutte queste considerazioni, è per me auspicabile preservare alcune zone, magari fra quelle più impervie dove gli animali troverebbero tranquillità e rifugio. Sarà poi un’accortezza non da poco lasciare qua e là qualche tronco a terra, qualche chioma, qualche corteccia, per dar modo anche alla fauna più piccola, come gli anfibi, i rettili e i micromammiferi di trovare nuove tane, nuovi nascondigli. Gli animali più mobili, come gli uccelli e i mammiferi di dimensioni maggiori, troveranno nuovi punti di riferimento e nuovi itinerari per muoversi. Possiamo dare loro tempo e tregua anche con la sospensione della caccia, come del resto prevede la stessa normativa sull’attività venatoria in caso di calamità naturali.

Aldo Martina

 

 

 

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