Si fa presto a dire Sindache

Sindaca, ministra, senatrice, architetta e ingegnera… Per alcuni sono solo forzature femministe. Altri si limitano a dire che non suonano bene. Qualcuno si affretta a ribattere che la discriminazione non si combatte con le parole ma con i fatti. A chiarire la questione ci pensa l’Accademia della Crusca, l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana, che ha messo bene in chiaro: nella nostra lingua non esiste il genere neutro, per cui i sostantivi vanno declinati per genere.

Per un popolo che spesso sbaglia i congiuntivi e violenta la consecutio temporum, forse, è un parere di poco conto, ma per i professionisti della comunicazione, gli amministratori e gli insegnanti questa dovrebbe essere una sentenza capace di mettere fine ai dubbi. Prefetta o prefetto? Avvocata o avvocato? Sindaca o sindaco? “Quest’ultima è stata la domanda che mi sono sentita rivolgere più spesso in questi primi mesi di mandato”, confessa la sindaca di Tesero, Elena Ceschini. Anche a Maria Bosin, prima cittadina di Predazzo, l’hanno chiesto in tanti. Entrambe hanno scelto di non forzare la questione, anche se preferiscono essere chiamate sindaca. “Sindaca, non sindachessa”, specificano, per poi aggiungere: “Se all’inizio suonava strano anche a noi, ora che ci siamo abituate alla parola, ci viene naturale usarla e sentirla”.

Usare il femminile significa riconoscere che alla guida di un paese ci può essere una donna, mentre per alcuni è ancora scontato il contrario: a Maria Bosin è capitato di rispondere al telefono perché qualcuno voleva parlare con il sindaco e di essere scambiata per la segretaria. Entrambe le sindache concordano nel dire che la questione non può essere però solo linguistica: “Dietro queste riflessioni c’è prima di tutto un cambiamento culturale che vede le donne assumere ruoli tradizionalmente ricoperti da uomini”, dicono le due prime cittadine. Bosin in particolare sottolinea: “Non vogliamo essere considerate soltanto quote rosa e nemmeno essere viste come un’entità unica e indifferenziata, quella delle amministratrici donne”.

In fondo è solo questione di abitudine. Col tempo sindaca non suonerà più strano e a nessuno verrà in mente di chiamare ministro una ministra o senatore una senatrice. E la questione non riguarda solo i ruoli di potere: via libera quindi all’arbitra, all’autotrasportatrice, alla pastora e alla muratrice. Non lo dicono le femministe, lo esige la lingua italiana.

Monica Gabrielli

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