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Allevate a terra? Non basta

È nato prima l’uovo o la gallina? Ce lo domandiamo dai tempi di Aristotele, ma oggi ci occupiamo principalmente di quelle della nostra zona. E soprattutto della loro importanza per la nostra alimentazione. Stanno crescendo le aziende presenti nelle nostre valli che garantiscono agli acquirenti la disponibilità di un prodotto locale, fra gli scaffali dei supermercati.

La scorsa estata, ad Aguai, piccola ma vivace frazione del comune di Carano, ha preso vita una nuova azienda, che ha nel suo nome tutta una garanzia: “Amici della natura”. A raccontarci di questa nuova realtà è Adriano Stroppa, che ad Aguai aveva già avuto un allevamento di struzzi. Assieme ad altri soci, lo scorso giugno ha aperto ufficialmente il suo allevamento di galline. “Siamo partiti con qualche gallina, giusto le uova per noi e qualche amico o conoscente che ce le chiedeva. Ora ne abbiamo 900”. Le normative prevedono nove galline per ogni m₂, ma Adriano e i suoi soci hanno deciso di offrire loro più spazio. “Potremmo arrivare ad allevare 1.200 galline, ma preferiamo averne qualcuna in meno. In questo modo possiamo garantire all’animale un maggior benessere e più libertà di movimento”.

Gli spazi ad Aguai, infatti, sono ampi e le galline vengono allevate all’aperto. Fin troppo spesso gli allevamenti intensivi si spacciano per luoghi in cui galline o polli possono razzolare liberi, ma non è così. L’etichetta “allevati a terra” è solo un modo per dire che le galline vivono all’interno, quindi al chiuso, per terra, nei loro immensi pollai. Ma le galline di Adriano vivono serene all’aperto, come una volta e protette dai rapaci, che spesso si avvicinano in cerca di una preda, da reti di protezione. “Qualcuno, passando lungo la pista ciclabile, è convinto che queste reti di copertura siano un sistema per evitare la fuga di galline”, scherza Adriano, proprio come nel famoso film d’animazione “Galline in fuga”. L’uovo “Fiemmino” di Aguai, è quindi un prodotto d’eccellenza, che da qualche tempo possiamo trovare anche sugli scaffali di alcuni negozi della Valle come alla Coop, presso le macellerie Dagostin, Bizzotto e Dellantonio, alla Casa del formaggio, ma anche a Trento. L’allevamento all’aperto impedisce quella che potremmo definire una standardizzazione delle uova. Il cambio di temperatura e la variazione della luce, data appunto dalla libertà delle galline, fa sì che le uova siano tutte uniche, di vari calibri e diverso aspetto.

Alcuni chef della zona hanno scelto Fiemmino e ne hanno riscontrato caratteristiche di superiorità rispetto ad altre, lo si può vedere dalla robustezza del guscio e dall’integrità del tuorlo, ad esempio. Anche l’alimentazione influisce sul prodotto finale, uova tutte uguali e di grandi dimensioni, spesso nascondono l’utilizzo di proteine animali all’interno dei mangimi. “Noi abbiamo scelto mangimi più naturali e la possibilità di razzolare nel prato integra al meglio il nutrimento dell’animale, anche se influisce leggermente sul prezzo finale del prodotto. Preferiamo così, una gallina sana che sta bene ed è libera produce uova di maggiore qualità, è a questo che puntiamo”. E con l’arrivo dell’inverno?! “Una volta si diceva che le galline non potevano stare all’aperto perché il riflesso della luce del sole sulla neve le poteva accecare. Si tratta naturalmente di una leggenda. Le galline possono uscire anche in inverno”, precisa Adriano. Sono, inoltre, severissimi i controlli sulla salmonellosi, controlli che non sono dedicati solo alle uova ma anche all’ambiente in cui le galline vivono, alcuni programmati, altri a sorpresa. “È giusto che sia così”, sottolinea l’allevatore. Se vi capita di passare lungo la pista ciclabile di Aguai vedrete galline libere e potrete, perché no, chiedere ad Adriano qualche uova da portare a casa, per assaporare il più vero ed autentico km zero.

 

C’È CHI AMA LE UOVA COLORATE

Sempre più spesso si trovano qualità di uova differenti che provengono da galline di razze particolari o sconosciute. Siamo abituati a trovare sugli scaffali uova generalmente di colore rosato e raramente bianco. Ma ci sono specie di galline che possiamo definire rare, in quanto restano lontane dal giro commerciale del largo consumo. Claudia Nones di Valfloriana, aveva alcune galline che depongono uova di colore verde. “Aveva”, purtroppo, in quanto pochi giorni fa una volpe ha fatto visita al suo pollaio, facendo una vera strage. “Avevo chiesto a mio marito di comprare queste galline particolari, molto belle, in grado di fare uova verdi. Ero davvero affezionata a loro. Di certo non mi faccio scoraggiare, sono cose che succedono. Avere le galline mi ricorda la mia infanzia, quando le avevano tutti. In più c’è anche il vantaggio di poter dar loro gli avanzi di casa ed avere in cambio uova fresche ogni giorno. È una vera passione quella di allevarne qualcuna, è impegnativa ma dà grandi soddisfazioni”. Le galline che aveva di Claudia sono un ibrido tra Araucana e Marans e si chiamano Olive Egger, producono dalle 180 alle 200 uova all’anno ed hanno un colore verde tenue. Ma non sono le sole a produrre uova dai colori insoliti.

Vincenzo Dallabona, di San Lugano, un vero appassionato, ne ha proprio di tutti i tipi. Come le Morosetta che al posto della cresta hanno un simpatico ciuffo sulla testa. Le loro uova sono piccole, di colore bianco o rosa e hanno un’alta percentuale di vitamina D. E poi ci sono le Cocincine nane, simili alle galline normali, ma con le piume che circondano, come una calza, le zampe. E poi ancora le Marans, ovaiole dalle uova marrone scuro, Padovane, Polverane e le Grünleger che producono uova di colore verde-azzurrino. Secondo alcuni studi queste uova colorate contengono pochissimo colesterolo, ma (ahi noi) non sembra essere così. La comunità scientifica, infatti, descrive tutte le uova ricche di colesterolo, ma povere di grassi saturi, con quelli buoni che prevalgono sui cattivi. Quindi, se non si hanno livelli di colesterolo particolarmente alti, l’uovo può essere consumato due o tre volte a settimana, benché esistano diete e regimi alimentari che ne consigliano un consumo anche di uno al giorno.

Meno digeribile è nella versione frittata, più sane le ricette di uova alla coque, in camicia e sode. Non vanno demonizzate le versioni più gustose, come al tegamino, ma è fondamentale non esagerare con il burro: si può sostituire con il più sano olio extravergine di oliva.

Insomma, anche le nostre valli offrono una vasta scelta in fatto di uova e galline. Ma la domanda resta sempre, è nato prima l’uovo verde, rosa, bianco, o la gallina?

Sara Bonelli

 

 

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L’acquisto on line travolge le valli

Si sa. Acquistare un certo tipo di beni durevoli tra le nostre montagne non è sempre facile. A volte scendere a Bolzano o a Trento non è nemmeno sufficiente per trovare quanto ci serve. Molti di noi quindi sono più che felici di registrarsi su un sito e fare acquisti online, con la consegna certa a casa nel giro di pochissimi giorni. Per alcuni prodotti non serve, per altri non è funzionale, ma per moltissimi questa nuova realtà è solo un vantaggio.

Acquistare online significa in 9 casi su 10 andare su Amazon: nell’arco di nemmeno 25 anni di attività, la geniale creazione di Jeff Bezos si è trasformata nella più grande Internet company sulla faccia del pianeta (e lui è divenato l’uomo più ricco del mondo). Nel 1994, Bezos intravvide le potenzialità dell’e-commerce e il suo business plan: non solo l’assoluta comodità di fare shopping seduti sul proprio divano, ma anche e soprattutto prezzi concorrenziali e consegne rapidissime, spesso gratuite.

Amazon nasce e cresce nel campo della vendita libraria, ma in meno di un decennio evolve a tal punto da diventare il principale rivenditore in una grande quantità di settori, introducendo addirittura il servizio “Amazon Fresh”, grazie al quale è possibile ricevere prodotti alimentari freschi direttamente a casa propria nel giro di poche ore.

AMAZZON AL CENTRO DELLA POLEMICA

Ogni modalità del sistema di vendita è volta alla soddisfazione del cliente che così viene fidelizzato. Tutti felici? Anche i dipendenti? Nel corso dell’ultimo anno Amazon si è trovato al centro di un’accanita battaglia sindacale che ad oggi non ha ancora sortito gli esiti sperati.

A partire dallo scorso novembre sono stati svariati gli scioperi ai quali hanno aderito i dipendenti dell’e-commerce in diverse nazioni europee. Il primo è stato indetto in Germania e in Italia qualche giorno prima del “Black Friday”, giornata di sconti e promozioni che genera un esplosivo aumento delle vendite. È stato poi il turno dello storico centro di distribuzione di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, poco prima delle feste natalizie, mentre altri scioperi hanno coinvolto la sede spagnola di San Fernando de Henares nel marzo del 2018 e, più recentemente, le sedi di Origgio e Buccinasco nel milanese.

Benché l’organizzazione della protesta sia differente a seconda della nazione, le problematiche sollevate e i diritti rivendicati sono i medesimi: turni di lavoro estenuanti, straordinari non pagati e precarietà dell’impiego. A tutti questi disagi si aggiungono i rischi comportati dai ritmi estremamente stressanti del mestiere. Infatti, i driver di Amazon arrivano ad effettuare il doppio delle consegne giornaliere rispetto ai loro concorrenti e, per soddisfare la domanda entro i tempi previsti, incappano spesso in multe o piccoli incidenti i cui costi vanno poi a gravare sullo stipendio degli stessi dipendenti.

ANDREA PIAZZI: FACEVAMO

500 CONSEGNE AL GIORNO

Tra applausi e polemiche, l’e-commerce ha comunque raggiunto ogni angolo del nostro territorio, modificando le abitudini dei clienti, lanciando nuove mode e andando a scolpire un nuovo volto per le nostre vallate.

Per avere un quadro completo di questo fenomeno, abbiamo interpellato Andrea Piazzi, titolare dell’azienda Trasporti Piazzi di Castello Molina di Fiemme. L’attività, che svolge consegne express, fino a sei mesi fa era coinvolta anche dal lavoro per Amazon. “Si effettuavano fino a 500 consegne al giorno nel solo territorio di Fiemme e Fassa, per l’80% a privati ma, nel periodo immediatamente precedente all’apertura della stagione turistica, non sono mai mancate nemmeno consegne ad attività commerciali, quali negozi e punti di ristoro”.

Capita addirittura che i turisti in villeggiatura si siano fatti recapitare merce comprata tramite e-commerce (la tipologia di prodotti che vengono consegnati è sempre sconosciuta ai corrieri, ndr), prova definitiva del modo in cui Amazon e i suoi fratelli eroghino un servizio ormai irrinunciabile.

Qual è il significato recodnito di questa rivoluzione che ha avutro l’effetto di incrementare a dismisura la consegna a domicilio nelle vallate?

“L’e-commerce non è un’esigenza, quanto uno stile di vita, un divertimento e una comodità”, constata Andrea Piazzi. “Non viviamo in un territorio che generalmente pone delle difficoltà al momento di reperire un prodotto e, se i residenti in queste zone preferiscono l’acquisto on-line, è innanzitutto perché permette loro un piccolo risparmio. Inoltre, è certamente la soluzione più comoda e lo shopping da casa diventa quindi un piacere”.

Non è però quindi possibile astenersi da qualche amara considerazione: la comodità e il risparmio sono sicuramente un vantaggio per il consumatore ma corriamo il rischio che nelle nostre valli l’e-commerce soppianterà la vendita diretta all’interno dei negozi? Addirittura accadrà che l’artigianato venga in futuro soppiantato dai prodotti industriali?

“Ciascuno spende il denaro che ha a disposizione nel modo che reputa più adeguato -riflette Andrea – ma chi vive delle bellezze del nostro territorio e ne trae beneficio dovrebbe fermarsi a pensare e promuovere l’attività locale. Fiemme e Fassa hanno la fortuna di godere di un fiorente turismo e al momento le chiusure di attività commerciali non sono state drastiche, ma il rischio di trasformarsi in valli-dormitorio è dietro l’angolo. Inoltre, il nostro artigianato è anche parte dell’offerta turistica: perdere negozi che vendono prodotti locali significa perdere una risorsa ed una ricchezza che può essere condivisa”.

LA SCELTA DI UNA REALTÀ PIÙ UMANA

Infine, come si rapportano realtà minori rispetto alla polemica sindacale che ha recentemente coinvolto grandi aziende come Amazon?

Andrea Piazzi si dimostra molto ottimista da questo punto di vista. “Un’azienda come la nostra non solo non ha mai avuto un contatto diretto con Amazon, ma si è sempre tenuta lontana dalla realtà di standardizzazione del dipendente che colpisce le enormi multinazionali. Il dipendente, nella nostra realtà, non è immediatamente sostituibile e viene valorizzato, avendo un ruolo importante nell’azienda e un contatto umano con il cliente. I nostri dipendenti sono tutti residenti nelle nostre zone, conoscono il territorio, come anche la popolazione e di conseguenza i clienti. Per questo il servizio di consegna si arricchisce di un calore umano e di un’aria di familiarità che viene apprezzato sia dal lavoratore, che ne è gratificato, sia dal cliente che ha modo di instaurare un rapporto di fiducia con l’azienda che gli offre il servizio”.

Benedetta Corio

 

 

 

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Fusione a freddo per il futuro dell’hockey

Servono la potenza e la forza di un giocatore di calcio, la resistenza di un maratoneta e la concentrazione di un neurochirurgo; il tutto muovendosi ad alta velocità, su una superficie fredda e scivolosa, in equilibrio su una lama di pochi millimetri.

In questa definizione del canadese Brendan Shanahan sta tutta l’essenza dell’hockey, sport che in Fiemme smuove il cuore dei tifosi e che negli ultimi anni sta conquistando sempre più anche i bambini. Merito dei nuovi successi della prima squadra tornata in serie B dopo i fasti del passato, ma anche del processo di fusione tra le due società storiche della valle, che a maggio si sono unite nel Valdifiemme Hockey Club.

In un territorio in cui la maggior parte delle società sportive è ancora legata ai campanili, il fatto che l’HC Cornacci e l’HC Nuovo Fiemme ‘97 abbiano deciso di fondersi fa senza dubbio notizia. “Si è trattato di un progetto durato tre anni, partito inizialmente come collaborazione per i settori giovanili, poi sfociato nella fusione del 3 maggio. Il ringraziamento va a chi ha creduto in questa visione, a chi ha voluto vedere oltre i singoli paesi. Innanzitutto, quindi, ai presidenti delle due società, Ivan Betta e Valentino Lazzeri, con i rispettivi direttivi. Poi, un sentito grazie a Mauro Dallapiccola, commercialista nonché presidente dell’Hockey Piné, che ci ha dato un contributo fondamentale nella gestione degli aspetti burocratici e da poco scomparso”, spiega il presidente Daniele Delladio. Quanto lui creda in questo progetto è dimostrato dal fatto che, per poter seguire al meglio l’attività della società, ha appeso i pattini al chiodo, lasciando la serie B. A dargli una mano molti volontari, che dedicano a vario titolo il loro tempo a bambini e ragazzi, del tutto gratuitamente. “Come si dice, l’unione fa la forza. Insieme abbiamo a disposizione più risorse, sia economiche sia umane, e una miglior organizzazione dei tempi e degli spazi, con due strutture, quella di Lago di Tesero e quella di Cavalese, per gli allenamenti”, aggiunge Delladio.

L’hockey di Fiemme si veste quindi di nuovi colori: e quale colore più adatto del verde per rappresentare la valle? I numeri indicano che la strada intrapresa è quella corretta: oltre 100 atleti tesserati, dai 5 anni di età in su; più di 30 aiutanti che collaborano a vario modo, chi dando una mano negli spogliatoi, chi guidando i pulmini, chi nella gestione quotidiana di attrezzatura, atleti, burocrazia. Lo staff tecnico è composto da 11 allenatori, coordinati da Andrea Galeazzi, che per anni ha giocato in serie A.

L’hockey è uno sport che ai bambini piace: “Pattinano corazzati come fossero dei robot e già questo li entusiasma; poi possono stare insieme, fare gruppo. Il clima negli spogliatoi è allegro, rilassato. E i successi della squadra senior sono uno stimolo a continuare, a non mollare. I piccoli hanno un obiettivo che li aiuta a restare attivi soprattutto in età adolescenziale, quando molti ragazzi smettono di fare sport”, dice Delladio, sostenuto da Galeazzi e Manuel Moser, responsabile del settore giovanile. Settore nel quale la società ha deciso di investire, proponendo durante la stagione invernale corsi di pattinaggio a costi davvero irrisori (15 euro per 6 lezioni) e tariffe agevolate per le famiglie con più figli che praticano l’hockey. L’attrezzatura viene fornita in uso gratuito per i primi anni d’attività e, per andare incontro ai genitori, viene proposto un servizio di trasporto da e per il pattinaggio. “Non vogliamo che la scelta di praticare questo sport dipenda dalla disponibilità economica delle famiglie”, dice Moser.

Per far conoscere l’hockey e smontare i luoghi comuni, che lo descrivono come uno sport violento, la società ha partecipato anche al progetto del Coni nelle scuole, con gli allenatori che durante le ore di motoria hanno insegnato giochi e basi della disciplina. Sempre in un’ottica di promozione, quest’estate per la prima volta è stato proposto un camp, che ha registrato una buona partecipazione dei piccoli giocatori che hanno apprezzato il fatto di poter indossare i pattini in piena estate.

Fino agli U11 i campionati sono promozionali: “Vogliamo che i più piccoli si divertano, imparino a fare squadra, a perdere e vincere insieme. L’importante è divertirsi, i risultati contano solo relativamente”, mettono in chiaro i dirigenti, che condividono una visione dello sport come veicolo di valori prima ancora che come fucina di futuri campioni.

Chi pensa che l’hockey sia solo uno sport da “maschi” sbaglia di grosso: lo dimostrano le sempre più numerose giocatrici che si appassionano a questa disciplina. “Rispetto al passato, le regole sono cambiate. Oggi si prediligono tecnica e velocità rispetto agli scontri fisici. Attualmente abbiamo 8 ragazze che si allenano con noi, spronate anche dalla nostra allenatrice Eleonora Dalprà, campionessa del mondo in carica. Il nuovo regolamento, inoltre, prevede che le ragazze possano giocare con i loro coetanei fino all’Under 19, così le atlete possono restare in valle”, spiega Galeazzi.

Il presidente Delladio conclude: “La nascita di questa nuova società di valle è al tempo stesso un traguardo e una nuova partenza. Vogliamo dare stabilità al movimento e ai giocatori, valorizzando quanto di buono già c’era e migliorando il migliorabile. Soprattutto vogliamo che l’hockey di Fiemme parli un’unica lingua, da San Lugano a Moena: quella del Valdifiemme Hockey Club”.

Monica Gabrielli

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Viaggio in oriente

Mi chiamo Cecilia Zorzi, ho 24 anni e sono nata a Trento da genitori fiemmesi. Sono una velista e da due anni sono impegnata insieme al mio timoniere Lorenzo Bressani nella campagna olimpica per Tokyo 2020 con il Nacra 17, un catamarano volante considerato da molti come la barca a vela del futuro.

A fine estate abbiamo avuto il privilegio di essere invitati alla Shangai Cup, una regata dalla storia complicata che ha le sue radici nel lontano 1873 e che vale anche come Campionato Asiatico. Negli ultimi giorni di settembre una piccola flotta Nacra darà battaglia nelle acque del Dishui Lake, un piccolo lago artificiale a sud della metropoli Cinese.

L’esperienza è stata davvero emozionante ed ho quindi pensato di raccogliere le mie impressioni in questo diario.

25-26 settembre

 Passaporto e visto alla mano, sono pronta per iniziare la mia avventura.

Già in aereo si può apprezzare la prima peculiarità dei nostri amici cinesi: urlano che neanche a Napoli il giorno del mercato. Alcuni se la ridono un sacco, altri sembrano sempre arrabbiati, sono un tantino invadenti ma tutto sommato sono piccolini quindi alla fine fanno anche tenerezza. Un più per il mio vicino di viaggio che per andare in bagno ha dovuto scavalcarmi mentre dormivo collassata con il naso spiaccicato sul tavolino di fronte. (Ha poi gentilmente aspettato che mi svegliassi per tornare al suo posto). Le undici ore di viaggio passano quasi indolori, peccato per la sveglia alle 6:30 e la colazione un tantino strampalata.

Recuperati i bagagli troviamo ad attenderci due ragazzi con i nostri nomi su un cartello, parlano poco inglese ma ahimè troveremo di molto peggio. Saliamo su un furgoncino che sembra essere saltato fuori direttamente dagli anni ’80 e ci dirigiamo verso l’ignoto. Nella mia testa non ho assolutamente idea di dove sia l’aeroporto, la città, il nostro laghetto né tantomeno l’albergo, ma dopo 40 minuti di attesa dei famosi grattacieli mi arrendo. Fuori dal finestrino solamente campi, canali, casette di uno stile che credevo occidentale e invece a quanto pare non lo è, enormi tralicci e qua e là blocchi di grattacieli enormi. Do una sbirciatina al telefono del giudice francese che viaggia con noi, anche lui è confuso e consulta la mappa. Stiamo effettivamente allontanandoci da Shanghai e avvicinandoci al mare.

Dopo 2 ore di viaggio arriviamo all’hotel in cui alloggeremo per una notte prima di spostarci in quello ufficiale, per il momento sconforto batte ottimismo 1 a 0. La struttura non è bellissima ma le ragazze che ci accolgono sono molto carine e ci aiutano con il check-in, ovviamente alla reception nessuno parla inglese.

L’umore non migliora quando ci dicono che telefonicamente siamo praticamente isolati. Qualche anno fa il governo ha istituito la cosiddetta Great Firewall, una sorta di blocco per limitare il traffico dati internazionale che nega l’uso di Facebook, WhatsApp, Instagram, YouTube, Google e tutto ciò che ha a che fare con Google. Per comunicare non ti resta che prendere penna e calamaio e chiamare il piccione viaggiatore.

Sorvoliamo sulle condizioni igieniche della camera e concentriamoci su quello che si vede dalla finestra, che in un secondo mi ripaga di tutto: sono dall’altra parte del mondo! Esco in terrazza e cerco una mappa che funzioni su Bing (solitamente disprezzato e eliminato da ogni browser, ora invece sembra la salvezza). L’acqua marroncina davanti a me, con i suoi pescatori e le sue piattaforme è il Mar Cinese Orientale, oltre quello l’Oceano Pacifico. Mi sento al confine della terra e rimango imbambolata a pensare cosa c’è dopo. Mi viene in mente un film di 007 e uno dei Pirati dei Caraibi. Loro in realtà erano a Singapore ma cambia poco dai, solo 4000 km.

Riguardo la cartina e rimango spiazzata da tutta la strada che abbiamo fatto per arrivare fin qui. Abbiamo sorvolato mezza Europa, poi tutta la Russia e infine ci siamo diretti verso sud tagliando la Cina a metà. Ancora adesso faccio fatica a realizzare l’immensità di questa cosa.

A nanna presto sperando nella clemenza del jet leg, l’indomani ci aspetta una giornata lunga e rigidamente schedulata, è Jassica a comunicarcelo sul gruppo di WeChat, il Whatsapp cinese. Jassica è il nome inglese di una delle organizzatrici dell’evento che si occupa di noi in prima persona. Ho scoperto che molte di queste ragazze scelgono nomi occidentali per semplificare la vita agli stranieri. Non ho ancora capito se è Jessica o effettivamente Jassica ma va bene così, il suo vero nome cinese sarebbe sicuramente peggio.

 

27 settembre

Il programma prevede: 7:00-7:30 colazione, 7:45 bus leaves for Crowne Plaza (il nuovo hotel) 8:00-9:00 registration, 9:00-11:00 lavori alle barche, 11:15-11:45 lunch e così via. C’è perfino un’ora di riposo programmata che ovviamente si dissolve nel vento. Siamo tutti ansiosi di salire sul pullman che nel pomeriggio ci porterà a Shanghai per la cerimonia di apertura, il clima da gita tour operator così diverso dall’atmosfera delle nostre regate abituali è a dir poco spiazzante (ma assolutamente divertente).

Guardando fuori dal finestrino cerco di rubare e portare con me ogni cosa. Ciò che colpisce immediatamente è la quantità di verde che c’è anche avvicinandosi alla città. Giardini, alberi, prati. Persino i piloni delle sopraelevate sono ricoperti di edera fino alla cima.

A compensare tutta questa natura migliaia di palazzi enormi cominciano a spuntare. Una quantità di condomini e grattacieli allucinante che si fa fatica a digerire. Giusto per darvi un’idea l’aerea urbana di Shanghai è quasi grande come tutto il Trentino e la densità di popolazione è circa 6000 ab/km2 (in Trentino e’ di 86 ab/km2).

Entrati in città una sensazione strana mi colpisce ma fatico a spiegarla. Ci sono molti lavori in corso, pulizie di palazzi e trapianti di alberi lungo i viali. Dopo due giorni capisco cosa è diverso: le persone. Da noi è difficile trovare più di 6-7 persone impiegate allo stesso momento, qua invece ce ne sono magari venti in un’aiuola. Lavorano accucciati, ci sono tante donne, e quasi tutti portano cappelli o fazzoletti tipo Sahara. I netturbini girano con carretti dalle ruote grandi e le scope di ramoscelli. Il volto rovinato dal sole nonostante tutto, sembrano carcerati nelle loro uniformi arancioni. Ah questi pregiudizi…

Fermi al semaforo in attesa di poter entrare nel garage dell’hotel che ospiterà la cerimonia noto dall’altra parte un edificio in costruzione. 6 piani di ponteggi fatti interamente di canne di bambù!

La cerimonia di apertura è la migliore di sempre con presentatrice, bandiere, musica, maxi schermo, cartellone con i nostri autografi filmati in diretta, fotografi, autorità e cinesi vari molto entusiasti.

A quanto pare l’intero evento è stato organizzato in collaborazione con il consolato italiano e infatti sono presenti anche 3 nostri connazionali, rappresentanti dell’Istituto della cultura italiana, della Camera di Commercio e del consolato stesso. Ci sentiamo ancora più VIP quando vengono a salutarci e chiedono di fare un paio di foto insieme.

I camerieri devono preparare la sala per la cena quindi siamo caldamente invitati a spostarci in terrazza, dove continuiamo a chiacchierare, stranamente contenti di poter ascoltare un accento milanese. Una delle due signore è in Oriente da 20 anni, tra Hong Kong e Shanghai e quindi ne approfittiamo per sapere come si vive da quelle parti. Non si lamenta quasi di nulla se non per l’inquinamento dell’aria, a volte sono costretti a chiudere addirittura le scuole.

Di fronte a noi dall’altra parte dello Huangpu River, il fiume che attraversa la città e sfocia nel Fiume Azzurro, ci tengono d’occhio i grattacieli più famosi: Pearl tower, Shanghai tower (il grattacielo più alto della Cina e il secondo al mondo), Shanghai World Financial Center. Il tempo di scattare qualche foto e ci richiamano dentro per la cena.

Partiamo male con gli antipasti fra i quali la cosa più normale sono meduse disidratate. Le portate successive sono tutte più o meno strane ma tra risate e facce disgustate passiamo una bella serata. Un’ultima occhiatina veloce ai grattacieli, ormai illuminati come nelle migliori foto dei dépliant e si riparte direzione Dishui Lake.

Neanche a farlo apposta sulla via del ritorno veniamo sorpresi dai fuochi d’artificio sopra il castello di Disneyland.

 

28 settembre

Il primo giorno di regate è particolarmente frustrante. Abbiamo dei problemi tecnici, la nostra velocità non è competitiva e nonostante i nostri sforzi non riusciamo a portare a casa risultati interessanti.

La sera per consolarci ci aspetta una cena nella dependance dell’albergo, la AlpHaus, con birre e bistecche. Siamo tornati a casa e nessuno me l’ha detto?

 

29 settembre

Mi sveglio con il rumore del vento tra gli alberi del giardino, il meteo non si sbagliava. Un tifone imperversa sulla costa e le condizioni sembrano proibitive, vento sui 25 nodi con raffiche oltre i 30. I giudici attendono fino alle 11:30 prima di abbandonare, inutile rischiare di compromettere l’attrezzatura. Non la prendiamo troppo male, ci aspetta un altro pomeriggio in centro!

Sul pullman non vendono batterie di pentole e non hanno il microfono per delucidarci sulle bellezze del paesaggio ma ci distribuiscono dei cappellini e all’arrivo c’è la nostra guida Sean ad aspettarci. Agenzia viaggi Shanghai cup alla riscossa! A parte gli scherzi, sono stati molto bravi ad organizzare il tutto.

Sean ci guida in una passeggiata lungo il Bund, il viale sulla riva sinistra del fiume, e ci racconta la storia della città. Dopo una ventina di minuti ci inoltriamo nella parte vecchia dove visitiamo lo Yu garden, tipico giardino cinese costruito alla fine del XVI secolo dalla ricca famiglia Pan. Tra statue di leoni e alberi secolari la guida ci spiega origini e funzioni di questo spettacolare microcosmo ormai circondato dagli edifici più moderni. Rocce, laghetti, ciottolati per massaggiare i piedi scalzi. All’interno c’è perfino un palco dove venivano messe in scena opere liriche.

Terminata la visita veniamo risucchiati nuovamente nel caos cittadino che è stranamente silenzioso. Hanno strani motorini elettrici che sembrano patacconi cinesi con inserti in finto acciaio, alcuni sono un incrocio con delle bici, altri hanno pianali per portare ogni genere di mercanzia. Tutti da guidare rigorosamente senza casco e se capita anche sul marciapiede o sulla ciclabile. A questo punto mi viene da pensare che abbiano regole diverse dalle nostre. O nessuna regola affatto.

Molti dei volontari che hanno partecipato all’evento sono ragazzi che studiano alla Shanghai Maritime University vicino al Dishui Lake, dove regatiamo noi. Harriet, studentessa di economia, mi spiega che gran parte di questo nuovo distretto chiamato Lindgang è stato bonificato negli ultimi anni rubando spazio al Mar Cinese Orientale, che, secondo una antica leggenda, è l’habitat di svariati draghi. Per rimediare al torto, i governatori hanno deciso di costruire la nuova sede universitaria in questa zona, affinché l’entusiasmo e l’operatività dei giovani compensino la distruzione della casa di queste creature. Quanto è diversa la loro mentalità!

Tra viaggi in pullman e giretti turistici passo diverse ore a parlare con Harriet che con qualche difficoltà cerca di spiegarmi la loro cultura.

Colpisce molto la risposta che mi da’ quando le chiedo se è vero che i genitori cinesi sono particolarmente severi e narrow minded, memore di una notizia di qualche anno fa di un bambino morto di freddo lasciato sul balcone per punizione. E’ una domanda che lascia un po’ il tempo che trova, ovviamente i genitori non saranno tutti uguali, ma lei mi conferma che sono abbastanza rigidi, forse più che qua in occidente. Spingono i loro figli ad una disciplina e ad un impegno totale nello studio a cui noi non siamo abituati e quando mi dice gli orari che fa nel suo college rimango sconvolta. A lei sembra normale e giustifica questa immensa mole di lavoro con la difficoltà nel battere tutta la concorrenza che c’è nel loro paese. Sono più di un miliardo, posso darle torto?

La sua famiglia vive a Qingdao, “solamente” 7 ore di treno più a nord di Shanghai, è figlia unica e come la maggior parte dei cinesi non ha una religione come la intendiamo noi. Venera gli antenati e la natura e crede nel potere spirituale dello studio e della cultura. Professano una sorta di misticismo che Wikipedia liquida con il termine Religione Popolare Cinese.

Mi racconta delle differenze tra Cina meridionale e settentrionale, diversi cibi, diversi dialetti, diverse etnie. A quanto pare i cinesini bassetti del nostro stereotipo sono quelli del sud.

A proposito di stereotipi e simili, dopo questi 6 giorni credo di poter suddividere la popolazione in due categorie: i cinesi timidi e timorosi, che si spaventano con il rumore della loro stessa borraccia che cade (fatto realmente accaduto nell’aeroporto di Pudong, un signore ha fatto un salto di un metro e mezzo), e quelli che non hanno assolutamente nessun rispetto del tuo spazio personale. Non so se sono impazienti o semplicemente indifferenti alla tua presenza al mondo. Probabilmente sono convinti che tu sia solo spirito, uno di quelli cattivi che cercavano di tenere fuori dalle loro case costruendo un gradino all’ingresso, tipo boccaporto delle navi.

 

30 settembre

La domenica, ultimo giorno, di campionato completiamo altre 6 regate. Gli strascichi del tifone si fanno sentire forte e chiaro e soffia un bel vento. Con l’acqua piatta il divertimento è assicurato.

Partiamo bene con un primo e un secondo posto. Conduciamo anche la terza regata fino a quando una “scuffia” non ci costringe al ritiro. Il vento comincia a calare e terminiamo il programma con condizioni meno impegnative ma più instabili.

L’ultima prova viene ritardata perché a quanto pare stiamo aspettando un boss che vuole assistere alla regata e deve uscire in gommone, problemi a cui noi della vela non siamo per niente abituati. È il presidente della classe Nacre, Marcus Spillane, (che per ben due sere ha proposto un sing along in pullman) a informarci sui motivi di questo ritardo al nostro rientro.

La regata ha avuto una grande copertura mediatica: i dati non sono ancora definitivi, perché erano presenti diverse emittenti, ma sembra che più di un milione di persone abbia seguito la diretta TV della nostra regata. Considerati i numeri della popolazione cinese è anche poco, ma se penso al seguito che hanno di solito le nostre regate di coppa del mondo, questo è un risultato pazzesco. Inutile dire che questo evento è stato quello meglio organizzato fra tutti quelli a cui ho partecipato. Al di là delle regate e della copertura mediatica, tutte le persone coinvolte sono state gentilissime e disponibili e la location si è dimostrata perfetta nonostante la delusione iniziale di non regatare in centro città. Ci hanno ospitato e ci hanno fatto sentire importanti, cercando di trasmetterci qualcosa del loro paese.

Inoltre vivere questa esperienza a stretto contatto con gli altri atleti ha aggiunto un’atmosfera di condivisione ed amicizia che troppo spesso soccombe alla competizione e porta un valore aggiunto non indifferente. Insomma, non posso che dare un 10+ a questa trasferta nonostante il nostro risultato (7°) non ci lasci del tutto soddisfatti.

La cerimonia di chiusura su un traghetto in navigazione nel fiume è la ciliegina sulla torta di un weekend perfetto. Ammirare dall’acqua i grattacieli illuminati, i parchi, le banche coloniali quasi ti fa dimenticare che non hai vinto. Va bene così.

 

1 ottobre

É giorno di festa nazionale in Cina e l’aeroporto è letteralmente stipato di gente che sta partendo per 7 meritati giorni di vacanza.

Arriva finalmente il momento di imbarcare, ma solo dopo aver mangiato la miglior noodle soup della settimana all’interno della lounge di China Eastern Airlines.

Convinta di seguire la rotta dell’andata e volare verso sud mi stupisco quando guardando fuori dal finestrino dopo il decollo scorgo sotto di noi il delta del Fiume Azzurro. È immenso e una quantità assurda di navi, chiatte e battelli lo sta navigando. Ancora una volta i numeri di questo paese fanno girare la testa, sembra una processione!

C’è un po’ di foschia ma si vede bene il punto in cui lo Huangpu River si immette nella foce, sulle sue sponde i palazzi di Shanghai. Laggiù tra le nuvole, quasi invisibili, i grattacieli così famosi da divenire il simbolo della città. Li saluto un’ultima volta, chissà se prima o poi riuscirò a salirci.

 

 

 

 

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Funghi anche sugli alberi

Niente di grave. L’esplosione di colore autunnale sta arrivando. Il ritardo è dovuto a più fattori. Diversi alberi, già danneggiati da un’improvvisa gelata di marzo e dalle piogge abbondanti di primavera, hanno risentito anche del caldo secco di settembre e della prima parte di ottobre.

Si potrebbe sintetizzare dicendo che questo 2018 è stato fin troppo generoso di funghi. Oltre alle gettate record che hanno appagato i fungaioli, altri funghi, più subdoli, hanno intaccato le foglie degli alberi.

Le abbondanti precipitazioni primaverili, infatti, hanno scatenato attacchi fungini sulle foglie di larici, pioppi e ciliegi. Mentre i larici d’alta quota sono integri, intorno ai paesi troviamo qualche versione gialla di “spelacchio”. Comunque, sono pochi i rami ad aver sofferto. E si tratta di una malattia delle foglie temporanea che non pregiudica la salute degli alberi. Risorgeranno rigogliosi dopo l’inverno, senza mostrare alcuna traccia di sofferenza.

Solo i frassini sono stati colpiti da un fungo pericoloso, circa tre anni fa. Qualcuno di loro, purtroppo, soccomberà.

Se sbirciando dalla finestra, i colori accesi autunnali non sembrano gli stessi degli anni scorsi, ci sono quindi più motivazioni. Di fatto è un fenomeno strano, anche secondo il guardaboschi del comune di Predazzo, Alberto Trotter: “Anch’io mi sono accorto di questa stranezza e ho deciso di fare qualche controllo su alcune piante, per vedere se ci fosse qualcosa che non funzionava. Uno degli alberi che ho controllato era stato colpito da un fulmine. Gli altri mi sembravano tutti nella norma”. In effetti, si tratta solo di attacchi fungini di poco rilievo, come confermano Girolamo Scarian e Stefano Macuglia. Entrambi vogliono rassicurarci: “Si tratta di un ciclo naturale. Il prossimo anno dovrebbe tornare tutto nella normalità: il larice è un albero forte e resistente”.

Lo show del foliage continuerà a stupirci. Ma la sensazione di vivere un importante cambiamento climatico, ora, è più intensa del giallo-arancio dei larici.

Valentina Giacomelli

 

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Ciao, Goran

Era il 1978. A Radio Antenna Nord di Trento avevamo iniziato a “passare”, più volte al giorno, un singolo italiano che ci stuzzicava: “Stasera l’aria è fresca, potrebbero venirmi dei pensieri”. Così iniziava una canzone di un tale Goran Kuzminac, il cui nome mi era totalmente sconosciuto. Ma la canzone piaceva a tutti, così come la tecnica usata per suonare la chitarra acustica che avvolgeva il brano (il fingerpicking), ovvero un modo di suonare pizzicando le corde con la punta delle dita.

Goran suonava così il suo strumento, con una maestria che rimandava ad un mondo musicale affascinante ma lontano dalle tradizioni nostrane. Inoltre, “Stasera l’aria è fresca” ricordava Francesco De Gregori, un cantautore che (avrei scoperto successivamente), aveva supportato e facilitato i primi passi del neo-cantautore Goran Kuzminac.

Roberto Dal Ri, un collaboratore di Antenna Nord, arrivò un giorno in radio è annunciò che aveva scoperto che Goran viveva a Villazzano. Entusiasmo generale. C’era subito una missione da compire che Roberto svolse con precisione e celerità: portare Goran Kuzminac a Radio Antenna Nord.

Da quel momento è nata, tra noi, una lunga e proficua frequentazione che mi ha permesso di conoscerlo come artista e uomo e di vivere da dentro quegli anni unici di creatività artigianale che sono stati forse gli ultimi in cui la musica era ancora, almeno in parte, svincolata dalle pure logiche del prodotto mercantile. Quella musica aveva la dignità dell’atto creativo ed, almeno in parte, irrazionale.

A Villazzano ho passato ore e poi giorni e giorni ad ascoltare i suoi brani, a parlare di musica, ad assistere alla nascita di una composizione. Bellissimo e istruttivo, in compagnia della dolce e protettiva presenza di Donatella e con Goran che passava le ore a spiegarmi cosa c’era dietro l’uso di un accordo o la scelta di un mixaggio.

E poi concerti, in tutto il Trentino, nelle scuole, nei tendoni, in teatro e all’aperto. E poi ancora tournée in giro per l’Italia. Incontri speciali come quelli con Dalla, Ron, Graziani e moltissimi altri artisti e interviste nelle trasmissioni televisive di punta di quell’epoca. Una baraonda di adrenalina che ricordo con gioia ed un pizzico di nostalgia e rimpianto.

Dopo quel magico periodo, Goran ha iniziato una altra fase della propria vita come, per altro è capitato anche a me. Curiosamente, non ci siamo più rivisti.

Oggi ho proprio voglia di salutarlo con un abbraccio. Ciao, Goran.

Guido Brigadoi

 

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È un bosco anche la vita
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Questa è la storia di un bosco incantato, di cervi eleganti che bevono ai suoi rivi e di una guerriera che sconfigge il male. Alessia frequenta la seconda media, è sorridente, a vederla una ragazza come tante altre. Ma non è così. Lo scorso inverno ha dovuto vestire per la prima volta, nella sua giovane vita, i panni del guerriero per combattere contro un brutto male, uno di quelli che fanno tanta paura ai grandi, figuriamoci ai piccoli.

In un attimo la sua vita è cambiata, stravolta da qualcosa che nemmeno i medici sapevano cosa fosse. Esami, ricoveri, giornate intere passate in ospedale. Da un giorno all’altro. Alessia non si è lasciata intimorire, nemmeno quando ha dovuto sostituire con terapie e letti d’ospedale le ore scolastiche e le sue giornate normali di dodicenne. È proprio in questi ambienti che Alessia ha realizzato l’opera che le è valsa la vittoria del concorso indetto dall’associazione Ail di Padova e la copertina dell’omonima rivista. “Nei reparti oncologici pediatrici di Trento e Padova ci sono molti volontari, a tutte le ore regalano un po’ di normalità ai bambini che sono costretti a rimanere per ore o giorni in ospedale. E ci sono tanti insegnanti che passano nelle varie stanze e invitano bambini e ragazzi a trascorrere qualche ora sui banchi, come a scuola, per rimanere al passo con i compagni”, ci racconta il papà. “Era una delle prime volte che mi trovavo a Padova – racconta con un sorriso Alessia -, quando un’insegnante di educazione artistica mi ha invitata alla sua lezione. Quando mi ha chiesto cosa volessi disegnare mi sono venuti in mente i boschi del mio piccolo paesino della Val di Fiemme. Ho pensato soprattutto ai cervi che spesso si incontrano intorno a casa. Un po’ per caso ho iniziato questo lavoro”. Ogni volta che Alessia torna a Padova per le cure porta con sé il disegno e impara ogni giorno tecniche nuove, le sfumature, i dettagli, un ottimo diversivo. È un lavoro coinvolgente che le regala grandi soddisfazioni. L’insegnante la sprona perché ne vede il potenziale.

Alla fine, dopo mesi di lavoro, il suo disegno è finito. Poco dopo è arrivata la telefonata da parte dei responsabili dell’associazione, per chiedere alla famiglia e ad Alessia il permesso di trasformare la sua opera nella copertina della rivista. Una soddisfazione immensa, che a casa mostrano tutti con fierezza.

“L’esperienza in ospedale non è facile, ma siamo grati di aver incontrato tantissime persone, giovani e anziani, che dedicano il loro tempo a chi, come Alessia e tutti noi, abbiamo dovuto affrontare questo difficile cammino. Dalle finestre del reparto di oncologia pediatrica di Trento si vedono solo automobili, avere accanto queste persone, sempre organizzate, con il sorriso stampato, è un vero sollievo. Anche grazie alla loro presenza, Alessia è stata davvero una piccola guerriera: non si è mai lamentata e non si è mai lasciata scoraggiare”, ricorda orgogliosa mamma. Questa opera è la prova lampante della forza e del coraggio di Alessia, che ora sta meglio.

Sono davvero tanti i bambini e ragazzi che si ritrovano ogni giorno a dover combattere contro mostri e draghi molto più grandi di loro, per fortuna ci sono tante associazioni e persone che dedicano il loro tempo e le loro storie per sensibilizzare. Come il pallavolista ex nazionale Giacomo Sintini che ha fatto della sua malattia e della sua esperienza un’arma vincente. Lo scorso giugno la sua associazione ha donato “Due giorni da favola”, a Ziano di Fiemme, ai ragazzi del reparto oncologico dell’ospedale Santa Chiara di Trento e alle loro famiglie, coinvolgendo tutta la popolazione. Un’occasione per incontrarsi e non dimenticare mai quanto dura sia combattere, ma nemmeno quanta forza risiede in ogni bambino. Questo evento non solo ha tenuto alta l’attenzione, ma ha anche permesso di raccogliere 15 mila euro che saranno destinati ad altre attività.

Sara Bonelli

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La prima notte dei Krampus

Sarà una notte tanto spaventosa quanto esilarante. Trecento krampus trentini e altoatesini, sabato 1 dicembre, travolgeranno il quieto paese di Predazzo, con schiocchi di frusta e giochi pirotecnici, fra suoni ancestrali di zoccoli, corni e campanacci. Seguiranno il corteo anche gabbie di krampus, inquietanti falciatrici, carri infernali e roboanti trattori.

Secondo la mitologia cristiana questi demoni, sconfitti dal vescovo San Nicolò, e quindi costretti a servirlo, sono uomini-caproni. I loro volti sono coperti da terrificanti maschere create con legno, corna e pelo di capra. I loro abiti sono laceri e consunti.

Le sfilate dei krampus sono fedeli a una tradizione alpino-germanica che vanta più di 500 anni.

Queste creature ibride possono essere associate alle figure mitologiche dei fauni o agli spiriti maligni delle foreste. In ogni caso rappresentano il male e, infatti, cercano di punire i “bambini cattivi” sporcandoli con la fuliggine. Normalmente, i krampus invadono i paesi al seguito di San Nicolò, nella sera del 5 dicembre. Questo primo raduno di Predazzo, che si svolgerà qualche giorno in anticipo, con lo spirito di un rituale preparatorio, sarà soprattutto un’occasione di divertimento.

“La prima notte dei krampus di Predazzo” è stata organizzata dal gruppo della Val di Fiemme Krampus de Fiemme Fleimstaler, con il gruppo di krampus di Aldino. L’evento si svolgerà in due tempi. Alle 18.00 entrerà in scena la sfilata nella piazza principale del paese. Alle 20.00 la festa proseguirà nel palazzetto dello Sporting Center di Predazzo, fra danzatori e deejay.

Per i visitatori sarà l’occasione per ammirare maschere, terribilmente realistiche, create con raffinate tecniche scultoree e pittoriche, oltre che di esorcizzare le più ataviche paure.

Ricordiamoci, però, che “l’abito non fa il… demone”. Al di là dell’apparenza, sotto queste maschere spettrali si nascondono i volti di pompieri, infermieri e soccorritori di queste vallate, insomma, di persone dal cuore d’oro.

 

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29 sfumature di Sushi

Se oggi parliamo di sushi in Val di Fiemme è grazie a Michele Monsorno, 35 anni, che con grande passione e voglia di mettersi in gioco, ha deciso di entrare a far parte della famiglia Kyosco Sushi, una catena di ristoranti con sede a Roma. La novità rispetto ai ristoranti di sushi tradizionali è il fatto di proporre anche piatti legati alla cultura gastronomica italiana con un occhio di riguardo anche a quella giapponese. Inoltre, il menù offre una serie di insalate e panini per chi non fosse un amante di questo genere di cucina.

Come è nata l’idea di un ristorante sushi?

“Sono partito per l’Australia a fine 2014, ho iniziato a studiare inglese partendo da zero – racconta Michele Monsorno – e dopo due anni sono riuscito a ottenere le licenze necessarie per aprire due aziende. Grazie al visto per studenti ho avuto la possibilità di studiare Comunicazione nel business e Management e da quel momento ho iniziato a interessarmi alla ristorazione. Ho iniziato a frequentare ristoranti thailandesi, giapponesi e cinesi e così ho imparato a conoscere molte delle particolarità delle nazionalità presenti sul territorio australiano. In seguito, parlando con il mio direttore scolastico, abbiamo avviato un’indagine di marketing delle Valli di Fiemme e Fassa. Fino al 2017 i risultati sono stati molto deludenti, poi tra il 2017 e il 2018 la ristorazione giapponese ha iniziato a prendere potere – soprattutto grazie a Youtube – e in quell’istante abbiamo capito che il nostro momento era arrivato. Sono tornato in Italia senza dire niente a nessuno, ho lavorato come operaio per alcuni mesi per poi investire nella ristrutturazione del locale e partire con un piccolo franchising. Grazie alla collaborazione con Kyosco Sushi ho l’opportunità di dare anche il mio contributo, infatti posso godere di un certo livello di indipendenza”.

Il locale sta riscuotendo successo?

“Siamo partiti molto bene, al di sopra delle mie aspettative. Ci sono state in principio piccole lamentele, ma nulla di preoccupante: ben vengano le critiche, soprattutto se sono costruttive. La Val di Fiemme ha risposto in modo positivo e la Val di Fassa ancor meglio. Per questo motivo ho pensato che più avanti potrei aprire un altro ristorante sushi in Val di Fassa, ma si tratta ancora di un’idea da sviluppare. Avendo l’esclusiva del franchising in Trentino, dovrei in prima persona approvare l’apertura del nuovo chiosco e trasportare il sushi già rollato (arrotolato) e preparato nel mio laboratorio controllato fino alla nuova sede, pronto alla vendita. È importante chiarire che non si tratta di un ristorante, ma di un sushi shop e assomiglia di più a un take away”.

Il sushi piace solo ai giovani?

“Un giorno si è presentata una signora di circa 70 anni, quindi possiamo dire che la clientela parte da un minimo di 7 anni per arrivare a un massimo di 70. Se la gente nutre un po’ di timore nei confronti di questa novità, offro la possibilità di consumare un aperisushi: una bevanda a scelta e un piattino con 3 o 4 roll a mio piacimento – in genere quelli che vendo di più – e cerco di venire incontro a coloro che non hanno mai avuto a che fare con questo tipo di cucina. Quindi, parto dalla spiegazione delle salse fino a insegnar loro l’uso corretto delle bacchette”.

Fate anche consegne a domicilio.

“Certo, è possibile chiamare direttamente il numero del locale e ricevere il pasto comodamente a casa. In più offriamo un altro tipo di servizio: il sushi-man a domicilio. In questo caso lo chef arriva a casa del cliente con i prodotti freschi con cui preparare i piatti in diretta”.

Esistono proposte per chi soffre di intolleranze alimentari? I prodotti che utilizzate sono freschi?

“I 5/6 clienti celiaci che hanno mangiato da me non hanno sofferto di nessun disturbo. Ci tengo a precisare, però, che non posso garantire questo genere di servizio, in quanto dovrei avere a disposizione due laboratori separati. I prodotti che utilizziamo sono controllati e certificati dalla Foodex (una grande rete di fornitori, soprattutto per quanto riguarda la ristorazione giapponese). Salmone, tonno e tutti i prodotti di pescheria vengono abbattuti di temperatura, per di più la catena frigo la gestisco io. I prodotti sono pochi, ma freschi. Infatti esistono 1500 tipi di roll e noi ne produciamo 29. Ci tengo a sottolineare il fatto che nel mio locale offro anche una scelta di panini e insalate fresche, sono consapevole del fatto che non tutti amano il sushi e quindi volevo proporre un’alternativa. Nel mio chiosco potete trovare le comuni bevande italiane, ma anche quelle di origine giapponese”.

Sono molte e interessanti le idee di Michele per la prossima stagiona invernale. Ad esempio rivisitare la tipica barca che viene servita nei ristoranti giapponesi e adattarla al nostro territorio, presentando il sushi su slittini, bob e sci.

Valentina Giacomelli

 

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Quella gola spaziale

L’Agenzia Spaziale Europea Esa sta formando i suoi astronauti per prepararli alle loro missioni su Marte. Nell’ambito del corso Pangea, un gruppo di astronauti ha intrapreso un’escursione al Geoparc Bletterbach.

I ricercatori in campo spaziale e i loro accompagnatori scientifici, in occasione della loro escursione, si sono particolarmente interessati ai sedimenti della gola che presentano delle somiglianze inconfondibili con gli strati di arenaria della superficie di Marte. Soprattutto le inclusioni calcaree e i banchi di gesso negli strati inferiori sono molto simili a quelli del pianeta in questione e permettono di capire meglio come potrebbero essersi stati formati sul pianeta rosso.

Al corso Pangea di quest’anno ha partecipato anche l’astronauta tedesco Thomas Reiter, che aveva preso parte a due missioni spaziali. È lui l’europeo con la permanenza più lunga in assoluto nello spazio. Inoltre ha visitato il Bletterbach il futuro cosmonauta russo Sergey Kud-Sverchkov. Anche lo scienziato Aidan Cowley, che studia la luna, si è interessato alla gola altoatesina. Il francese Nicolas Mangold, che sta manovrando il famoso robot Rover Curiosity che cerca la vita su Marte, è stato al Bletterbach già per la terza volta. È lui quello che decide su quale percorso gira il veicolo della Nasa e quali sono le foto da inviare al pianeta Terra.

Il consiglio d’amministrazione, i collaboratori e le guide del Geoparc Bletterbach in occasione della visita dell’Esa di quest’anno hanno avuto la possibilità unica di conoscere il lavoro degli astronauti. Inoltre, hanno visionato una della più grande collezione di asteroidi provenienti dalla luna e da Marte che due italiani mettono a disposizione dell’agenzia spaziale.

Come ringraziamento per la buona collaborazione degli ultimi anni l’Esa ha regalato al presidente del Geoparc Peter Daldos qualche foto, che è già esposta al Centro Visitatori ad Aldino.

Il Bletterbach negli prossimi anni sarà riconosciuto come territorio “Mars Sedimentation Analoge”, come il Geopark Lanzarote e il Geopark Ries in Germania.

N.B.C.

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