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L’ultimo highlander ora è primo

È una mucca highlander, si chiama Giacomino ed è la mascotte della Val di Fiemme. La storia di questo straordinario esemplare di vacca scozzese è particolare quanto sorprendente. Nato in un allevamento di Predazzo da una mamma che fin da piccolo non lo ha accettato, Giacomino è stato dato in affido fin da piccino ad un allevatore che possedeva una stalla di vacche, allevandolo a mano con il biberon assieme a diversi vitellini, per poi farne carne da macello.

Man mano che Giacomino cresceva molti furono i tentativi di venderlo come toro. In realtà, nemmeno per scopi riproduttivi sembrava adatto, tant’è che non fu accettato nemmeno dalle altre mucche di razza highlander sue simili. Così fu castrato per poi esser venduto e macellato.

La vacca highlander (ossia delle Highlands, in scozia) resiste anche a temperature glaciali, grazie al suo lungo e folto pelo. Proprio per questo è apprezzata in Trentino Alto Adige e in Veneto, ed è molto richiesta e amata per la sua carne pregiata. Nonostante l’aspetto selvatico dato dall’ispida peluria, gli highlander sono animali dal carattere socievole e tranquillo, anche se non sono semplici da allevare per la loro provenienza da un territorio e un clima altamente selvaggio.

Il destino di Giacomino è cambiato l’estate scorsa, quando fu portato per l’alpeggio all’Agritur Malga Vallazza, sopra Predazzo, prima del Passo Valles. In quell’esatto momento la sua vita è cambiata per sempre e da lì non se ne è più andato. La proprietaria, Teresa Giacomelli, l’ha adottato subito e così Giacomino è diventato un po’ la mascotte della malga, tant’è che ha perfino partecipato come super ospite all’ultima Desmontegada de le vache di Predazzo, in qualità di prima mucca d’onore. La storia di Giacomino commuove e tocca il cuore di tutti, passato da un destino un po’ segnato ad essere una mucca un po’ speciale, e fa riflettere su un tema assai importante: non importa che vita tu abbia avuto o alla quale tu sia predestinato, all’improvviso tutto può cambiare.

Federica Giobbe                                                                                                                                                                                                                                                                                                 foto: Piero Gualdi

 

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La Pizolada al via

Cielo sereno, temperature primaverili, bella neve e un percorso ad alto contenuto tecnico: sono questi gli ingredienti della 42° Pizolada delle Dolomiti che domenica 8 aprile assicureranno una giornata indimenticabile ai veri amanti dello scialpinismo nella magica cornice del Passo San Pellegrino e della Val di Fassa.

“Le previsioni meteo sono molto buone e il manto nevoso è sempre abbondante, non potremmo chiedere di meglio” afferma Thomas Zanoner, responsabile tecnico della Pizolada. “Per ragioni di sicurezza, dopo l’ultimo sopralluogo, abbiamo deciso di apportare qualche modifica al percorso lasciando però alcuni dei tratti distintivi della Pizolada come la ripida salita del canalino Holzer, da percorrere dapprima a zig-zag e poi a piedi con gli sci vincolati allo zaino fino a quota 2250 metri, e l’adrenalinica discesa lungo il versante nord del Col Margherita”.

Gli agonisti si troveranno così ad affrontare un percorso meno lungo ma comunque tecnico, con cambi d’assetto piuttosto ravvicinati che daranno vita ad una gara estremamente avvincente sul piano tattico. L’escursione scialpinistica in compagnia delle Guide Alpine, aperta anche ai minorenni che hanno già compiuto il 15° anno di età, ricalcherà lo stesso tracciato con opportune varianti in base alle capacità e al numero dei partecipanti. Per tutti partenza alle ore 8:30 da Malga San Pellegrino.

Tra gli iscritti appaiono già grandi nomi, quali lo scialpinista italiano dell’esercito Manfred Reichegger e la fortissima atleta di casa Margit Zulian.

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Lunga vita al Rio Bianco

Un albergo è luogo di passaggio: arrivi, permanenze più o meno prolungate, partenze. Se poi è aperto da oltre centotrent’anni allora diventa il punto di incontro con la Storia: parliamo del Rio Bianco, a Panchià, che in Val di Fiemme è uno degli alberghi più “longevi”. E usiamo questo aggettivo non a caso, perché il Rio Bianco, più che un luogo, è un personaggio. E con grande vitalità, sotto la gestione della famiglia Delugan, ha già scavalcato due secoli!

Una foto d’epoca, appesa nella hall, ci mostra com’era nel 1886, quando tutto ebbe inizio: un edificio in via di completamento, con le finestre all’ultimo piano ancora senza persiane e sulla facciata la scritta “Albergo All’Aquila”. Così lo aveva chiamato il suo fondatore, Francesco, già commerciante di vino. Dopo la morte di Francesco, con la Grande Guerra, l’albergo divenne poi “Gasthof zum schwarzen Adler”, quando fu requisito dai militari austriaci che ne fecero la sede del comando militare. Riebbe un nome italiano alla fine del conflitto, “Albergo della Posta”. Questo perché Carlo, il figlio di Francesco, aveva ottenuto la responsabilità di tenere l’ufficio postale proprio nella sede dell’albergo, dove oggi si trova la sala del bar.

Subito dopo la Guerra, i locali erano piuttosto malandati e i Delugan ricevettero una proposta d’acquisto, per seimila lire. Declinarono e fecero bene perché con la svalutazione, pochi giorni più tardi, la stessa cifra sarebbe servita a comprare solo un paio di stivali.

Ezio, il figlio di Carlo, pensò di riavviarne l’attività, con l’aiuto della moglie. Nel 1948, in tempi incerti, con tutto da ricostruire, la giovane coppia decise di fare una “prova” di riapertura al pubblico con una festa danzante per la sagra di San Valentino. La serata fu un successo, ma il giorno dopo Ezio si accorse che l’intero incasso era sparito. Non si scoraggiò, e andò avanti nel suo intento, prendendo inizialmente in affitto i letti e i materassi che gli servivano per le camere. Gli sforzi furono ricompensati e passo dopo passo riuscì a rimettere in sesto l’edificio e ampliarlo.

La voglia di fare e di mettersi in gioco non fu travolta nemmeno dall’alluvione del ’66 quando il torrente (da cui l’albergo aveva preso il nome definitivo) esondò. L’acqua per fortuna si fermò giusto a pochi metri dall’edificio, mentre molte altre case nei paraggi erano state travolte.

La storia del Rio Bianco possiamo vederla un po’ come lo specchio della storia della Val di Fiemme e, nelle vicende dei suoi protagonisti, nei loro sforzi e operosità, nei loro desideri e aspirazioni, quello delle epoche che si sono succedute. Gli uomini non erano i soli attori e l’intraprendenza maschile era supportata dall’industria, dall’inventiva e dal coraggio femminile.

Tra le “donne del Rio Bianco” quella cui sono legati i racconti più suggestivi è senza dubbio Adelina, figlia di primo letto di Francesco.

È il 30 marzo 1901. A notte fonda una carrozza con le ruote avvolte da stracci, per attutire il rumore, si ferma nel cortile. Si apre la porta di casa ed esce lei, considerata la ragazza più bella della Valle. Veloce sale nella vettura, che riparte e in breve s’allontana. Mentre è in viaggio, Adelina scarabocchia a matita una lettera per chiedere perdono alla donna sposata dal padre in seconde nozze, e che lei chiama madre. È diretta al convento, un desiderio nutrito ancora prima che morisse il padre, ma l’affetto e il senso del dovere l’avevano trattenuta. Ora che il padre non c’è più la fuga rimane l’unico modo di sottrarsi alle richieste di rimanere come sostegno nella conduzione dell’albergo. Fino alla fine della sua lunga vita, anche quando diventò Superiora Generale e poi Venerandissima Madre, Suor Maria Agnese, (questo il nome che prese insieme con i voti), non ritornò mai più sotto il tetto dove era nata e cresciuta, alle suore era vietato rientrare nella casa di origine.

Sembra che fosse di indole assai diversa un’altra donna che legò il suo destino al Rio Bianco. I Delugan negli anni del secondo conflitto mondiale avevano affidato ad altri la conduzione dell’albergo. Fu allora che ricevettero una lettera anonima che li metteva in guardia da quello che capitava nei locali ceduti in affitto. A portare avanti l’attività era una donna, che qui chiameremo Ines, che si diceva fosse di dubbia moralità. Non si sa bene come stessero le cose, certo lei era avvenente, con una figura che sapeva valorizzare al meglio. Nel periodo bellico spesso le donne ricoprivano i ruoli lasciati dagli uomini, impegnati al fronte, Ines però era “avanti con i tempi”, in tutto e per tutto e questo non solo in quanto imprenditrice femminile ante litteram. Lei gestiva la propria vita con consapevolezza, e in risposta a chi le definiva troppo disinvolta con i clienti dichiarava che i giovani uomini andavano “introdotti alla vita”.

Chiusa la parentesi di Ines, con il ritorno alla gestione di famiglia, ecco spiccare tutta un’altra energia: quella della signora Ada, moglie di Ezio.

I due si conobbero poco più che ventenni, durante una scalata alle Torri del Vaiolet. La bellezza della ragazza era tale che Ezio ebbe la faccia tosta di fotografarla e con la scusa di inviarle la foto si fece dare il suo indirizzo. Lei sulla roccia se la cavava assai bene e la si può ammirare in un ritratto, anche questo appeso nella hall, in cui, con la gonna, procede su per una parete. Era di madre lingua tedesca e già fidanzata, ma l’intesa che si era subito stabilita tra i due fu più forte di tutto, persino dell’ostilità delle amiche, quando seppero del fidanzamento con un italiano.

Fu proprio grazie alla signora Ada che l’albergo si guadagnò il favore e la popolarità soprattutto dei turisti provenienti dalla Germania, perché, per pubblicizzare la nuova apertura, aveva preparato delle locandine in tedesco inviate poi alle agenzie turistiche oltre confine. Gli ospiti arrivavano numerosi, si trovavano bene e ritornavano.

Una salda intesa coniugale è alla base anche della conduzione successiva, con Rolando, figlio di Ezio, e la moglie Graziella, che scelgono di mantenere inalterata la struttura dell’albergo e quindi l’atmosfera, ma “sacrificano” delle stanze, per aggiungere piscina e zona benessere e ampliare gli spazi delle camere. E l’intesa sorregge anche la gestione attuale, contrassegnata dall’amicizia tra Carla, sorella di Rolando, e Stefania. A partire da questa stagione è poi ufficialmente entrata anche la quinta generazione Delugan con Silvia, figlia di Rolando, alla conduzione del nuovo ristorante chiamato “Aquila Nera” in ricordo dei primi tempi. Qui, seduti comodi a tavola, potrete scoprire altre storie dell’affascinante saga famigliare tutta fiemmese.

Roberta Zilio

 

 

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Book crossing alla biblioteca di Tesero

Il 17 aprile a Tesero sarà una giornata dedicata alla lettura e alla condivisione del piacere della parola scritta. La proposta viene dalle realtà scolastiche del territorio in collaborazione con la biblioteca comunale.

Tutti, bambini, ragazzi e adulti sono invitati a partecipare e/o collaborare: si può leggere una storia ai piccoli, si può leggere un brano del proprio libro preferito ai grandi, si può visitare la mostra dei libri fatti dai bambini, si può assistere all’inaugurazione della postazione per il book-crossing, si può partecipare agli eventi ascoltando gli altri.

Il programma delle attività è molto ricco sia al mattino, per quanto riguarda ciò che i ragazzi di varie classi, guidati dai loro insegnanti, proporranno ai loro compagni, sia al pomeriggio e sera, quando le iniziative sono aperte alla partecipazione di tutti.

In particolare segnaliamo due maratone di lettura dove tutti possono leggere o una storia ai bambini in biblioteca tra le 16.00 e le 18.00 o un brano al pubblico presente in Sala Bavarese a partire dalle 20.30. La serata sarà guidata da Ornela Marcon e sarà allietata da un intermezzo dei ragazzi della seconda sala del CFP Enaip alberghiero con degustazione di cocktails e letture abbinate.

Tutti possono dare il loro contributo e leggere di pomeriggio o di sera: è sufficiente contattare al più presto la biblioteca per prenotare uno spazio. Chi non se la sente di leggere, può partecipare comunque: ogni lettore ha bisogno di qualcuno che lo ascolti.

Nel tardo pomeriggio, alle 18.15, inoltre, nel parco della scuola primaria, sarà presentata e inaugurata una postazione per il “Book-crossing”, una piccola biblioteca sempre aperta e libera per tutti, dove trovare qualcosa da leggere e mettere in circolo le storie più amate.

Tutte le iniziative sono a libera e gratuita partecipazione.

Per ulteriori informazioni basta rivolgersi in biblioteca a Tesero, dove si può trovare il programma completo, presente anche on-line: https://www.facebook.com/BibliotecadiTesero/ e http://www.comune.tesero.tn.it/Servizi/Biblioteca/ .

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Il pentagramma, 35 anni di note

Quante note, magari non tutte perfettamente eseguite, sono risuonate nei corridoi della Scuola di musica di Fiemme e Fassa “Il Pentagramma” in 35 anni. In 7 lustri sono stati migliaia gli aspiranti musicisti di ogni età che si sono affidati ai docenti della Scuola per avvicinarsi a uno strumento, al canto, alla lettura di uno spartito. Magari non tutti con indiscutibile talento, ma di certo tutti con grande amore e passione.

In occasione del trentacinquesimo anniversario dalla nascita, sono i numeri a parlare da soli: 550 i frequentanti attuali (di cui 298 allievi e 252 iscritti al corso per bandisti), di cui quasi 140 bambini fino a 10 anni, con 62 anni di differenza di età tra l’allievo più giovane e il più anziano; 24 gli strumenti che si possono imparare (il clarinetto quello più gettonato, con 62 iscritti); 23 i docenti che insegnano in 13 diverse sedi di lezione, 65 gli allievi portati all’ammissione al conservatorio, dei quali 22 poi diplomatisi. Questi dati confermano che “Il Pentagramma” nelle valli dell’Avisio è una vera istituzione, una delle poche opportunità di formazione culturale aperte anche ai più piccoli, che invece in ambito sportivo non hanno che l’imbarazzo della scelta.

Trentacinque anni sono passati da quando il maestro Carlo Deflorian lanciò l’idea fondare una scuola musicale in Val di Fiemme, che nacque ufficialmente il 14 settembre 1983 come libera associazione culturale senza fini di lucro. Nonostante l’entusiasmo inziale e il riscontro ottenuto fin da subito, non sono mancati i momenti difficili. Si è addirittura temuta la chiusura, evitata grazie al passaggio, nel 1993, a cooperativa di produzione e lavoro con il nuovo nome “Il pentagramma”. Un cambio di ragione sociale che ha portato nuova energia e stimoli rinnovati: “Il nostro obiettivo non è solo quello di insegnare conoscenze sugli strumenti e il canto, ma prima di tutto trasmettere amore per la musica. Per questo puntiamo molto sui bambini e i ragazzi, proponendo un’offerta culturale di qualità che integra l’offerta sportiva e va a completare la formazione personale. Imparare a suonare uno strumento implica impegno, costanza, perseveranza, ma non va dimenticato l’aspetto emozionale e ludico della musica”, sottolinea il presidente Stefano Lazzer, sostenuto in questa visione dal direttore Ezio Vinante.

Per i più piccoli l’approccio passa, quindi, per il divertimento. Ai bambini dell’asilo e di prima e seconda elementare sono dedicati corsi di avvicinamento e avviamento al mondo dei suoni e della musica attraverso il gioco, utilizzato come mezzo di comunicazione e apprendimento. Dopo un primo approccio con il giro degli strumenti, dalla terza elementare in poi, i bambini potranno sceglierne uno. È attivo anche un percorso, chiamato “Vivere la musica”, pensato per bambini con bisogni educativi speciali: un’attività personalizzata in base alle capacità e alle esigenze di ognuno per costruire una comunicazione immediata e creativa.

Per tutti gli iscritti, è previsto l’obbligo di frequenza, oltre che alle lezioni individuali, anche a lezioni di formazione musicale e coro o laboratorio.

Chi volesse seguire solo la pratica strumentale, può acquistare delle card da 10 o 15 lezioni di 45 minuti ciascuna.

La scuola musicale, inoltre, gestisce i corsi di formazione bandistica per le bande di Fiemme e Fassa. Uno dei momenti più attesi per gli aspiranti bandisti è Sbandinando, il tradizionale workshop estivo, che quest’anno si terrà a Pampeago dal 25 al 30 giugno. Una settimana di lezioni di musica, alternate a momenti di svago e animazione, con concerto finale: un modo per creare confronto, socializzazione, divertimento, vera essenza della musica bandistica.

Uno dei fiori all’occhiello della scuola sono i Pentagramma Winds, orchestra di fiati che riunisce oltre 60 tra allievi della Scuola di Musica, bandisti di Fiemme e Fassa, docenti, amici e appassionati. Un laboratorio, unico nel suo genere in Trentino, nato nel 2010 da un’idea di Roberto Silvagni, ancora oggi coordinatore del gruppo che si esibisce in concerti con programmi di alto livello, puntando su un grande lavoro individuale e poche prove collettive, quest’anno guidato dalla bacchetta del maestro altoatesino Georg Thaler.

Inoltre, da tre anni la scuola porta avanti, in collaborazione con l’Alto Adige, il progetto ConCorde, un’orchestra d’archi formata da più di 40 ragazzi provenienti da Fiemme e Fassa e dalle scuole di musica in lingua tedesca di Ora, Laives, Bolzano e Appiano. Un progetto didattico innovativo che permette loro di scambiare esperienze con coetanei di un’altra area geografica, seppur vicinissima, ma di diversa lingua e cultura.

Per il trentacinquesimo anniversario, la Scuola di musica ha organizzato un’intera settimana di eventi: sette giorni, sette concerti per festeggiare in musica i 35 anni della scuola. Dal classico al jazz, dal folk al canto corale, dalla musica per fiati a Mina… Perché la canzone “Tanti auguri a te” di certo non basta per rendere omaggio a “Il Pentagramma”.

Monica Gabrielli

PENTAWEEK, UNA SETTIMANA DI EVENTI FESTEGGIA IL PENTAGRAMMA

16 aprile

20.30 – Teatro di Tesero

Replica di “Caterina”, spettacolo musicale e teatrale

18 aprile

20.30 – Gran Ciasa Soraga

Concerto di fisarmoniche e tastiere

19 aprile

ore 20.30 – Sala Bavarese Tesero

Concerto Big Band e laboratorio musica moderna

20 aprile

ore 20.30 – Polo Scolastico Moena

Concerto dei cori giovanili

21 aprile

ore 15.00 – Cinema Canazei

Rassegna delle bandine

21 aprile

ore 20.30 – Teatro Navalge Moena

Mina e i suoi 60 anni di attività

22 aprile

ore 18.30 – PalaFiemme Cavalese

Concerto dei Pentagrammawinds & George Thaler

 

 

 

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Mai sazi dell’estremo

Una volta in valle c’era (solo) la Marcialonga. 70 e passa chilometri di gara, molte ore di passare sugli sci da fondo che, agli occhi di un inesperto turista cittadino metropolitano, sembrano un’infinità ma che i valligiani sanno come affrontare. Certo, bisogna avere il pieno possesso della tecnica e bisogna essere allenati, ma percorrerli tutti dall’inizio alla fine, compresa la finale durissima Salita della Cascata che porta in viale Mendini, è tutt’altro che impossibile.

Dal 2003 si è tornati alla più faticosa tecnica classica per meglio sfruttare la larghezza della pista che deve contenere qualche migliaio di concorrenti ma poco è cambiato: chi è ben allenato ci mette meno tempo di chi è poco allenato, ma entrambi arrivano all’arrivo.

Per noi la Marcialonga è una tradizione. Per chi sa di sport è la prima e più importante granfondo italiana e, agli occhi dei “foresti”, è un’impresa che appartiene alla generica categoria degli endurance sport, quelle discipline che richiedono la capacità di resistere mentalmente e fisicamente a uno sforzo prolungato – a volte molto prolungato – nel tempo con capacità aerobiche. Una volta il termine “endurance” era riservato alle gare automobilistiche o motociclistiche di lunga durata, a partire dalla 24 Ore di LeMans.

Poi, negli anni ’70 sono nate le prime manifestazioni sportive “estreme” – dalla 100 Chilometri del Passatore (una corsa a piedi da Firenze a Faenza, nata nel 1973, che ancora oggi gode di fama indiscussa) all’Ironman alle Hawaii (un “super” triathlon che prevede 3,86 km a nuoto, 180 in bici e 42 di corsa a piedi) – e il mondo dello sport cambiò. Negli ultimi due decenni, sono state inventate e organizzate centinaia di competizioni di questo genere in ogni ambito dello sport all’aria aperta e quello che prima pareva No Limits, gare riservate a super uomini con super muscoli, oggi è diventato l’outdoor quotidiano del nostro vicino di casa, del collega o del parente.

Anche e soprattutto in montagna e nelle nostre valli.

“Senza andare lontano, pensiamo alla Maratona delle Dolomiti il cui percorso lungo prevede 138 km con 4.230 metri di dislivello positivo e sei passi da valicare, roba che non si vede nemmeno nel tappone del Giro d’Italia. Pensiamo alla Dolomites Sky Race, entrata da tempo nel novero delle corse in montagna più importanti del mondo: in un tempo massimo di 4 ore e mezza (chi vince ne impiega poco più di due) devi salire dal centro di Canazei a 1.400 metri fino in cima al Piz Boè a 3.150 metri di quota, correndo e saltando come un camoscio sulla linea più verticale, per poi tornare in paese volando letteralmente sopra la Val Lastei e Pian de Schiavaneis. Una persona normale che sale al Passo Pordoi in auto e prende la funivia per salire e scendere ci mette anche più tempo! E, come se non bastasse, la Sellaronda Hero è considerata nel suo genere la gara di mountainbike più dura del mondo.

Che si iscrivano alle gare o meno, sono centinaia in Fiemme e Fassa gli uomini e le donne che si appassionano a questi sport di fatica e sono decine di migliaia in tutta Italia. Se chiedete loro perché lo fanno, faticheranno a darvi una risposta chiara e coincisa: c’è chi pensa sia una sfida con se stessi, chi cerca l’impresa della vita, chi dice che “è la passione a muovermi e lo faccio per sentirmi bene e per stare in forma”. Questa è stata la risposta di Vigilio Zancanella, 52 anni, fiemmese, appassionato in special modo di sci di fondo. “Lo faccio perché questo è l’unico modo per coinciliare le mie due grandi passioni, la pratica degli sport di fatica e il contatto con l’ambiente alpino”, ha replicato Andrea Tomè, 43 anni da compiere, di Masi di Cavalese.

Andiamo per punti: non stiamo parlando di atleti professionisti ma di persone normali che lavorano dalla mattina alla sera e che sono veri e proopri eroi sportivi per la capacità di trovare tempo per allenarsi e per l’impegno che ci mettono. Non bisogna nemmeno stupirsi leggendo l’età non proprio verdissima degli atleti stessi: detto che la biologia umana vuole che chi ha 40 anni (e oltre) abbia più resistenza allo sforzo prolungato dei giovanissimi che invece sono più esplosivi.

Non basta: “Io lavoro nell’edilizia – continua Vigilio – e di conseguenza torno a casa stanco ma è la passione che mi muove. Anche in inverno, col freddo, dopo dieci ore di cantiere e due ore di viaggio ho voglia di cambiarmi, uscire e andare ad allenarmi, almeno due o tre volte la settimana. In genere, vado sul percorso della Marcialonga, spesso da solo, con la mia torcia frontale. Altre volte invece vado a Lago di Tesero dove c’è un tracciato illuminato artificialmente. Poi durante le feste di Natale, quando ho due settimane di ferie, esco anche tutti i giorni”. Vigilio è il migliore esempio di chi pratica per il piacere di stare bene e senza altri secondi fini: “Certo, sto attento a quello che mangio, ma non sono come molti altri compagni di gare che stanno a dieta ferrea. Mi tengo un po’, senza esagerare. Non ho programmi di allenamento, non vado in palestra, non vado in ansia se non ho i materiali più all’avanguardia o la sciolina migliore quando faccio la Marcialonga. Mi impegno in gara ma, nel peggiore dei casi, tutto finisce con qualche sfottò degli amici che si sono classificati meglio di me”. Per non parlare di quelli che si dopano, anche a 50 anni, anche in gare in cui non si vince nulla: “Credo proprio che accada, a qualsiasi età e in qualsiasi sport”.

Andrea Tomè si cimenta con più sport e compete ad alto livello: “Sono nato sugli sci ma prima correvo in mountainbike, mentre adesso corro. In particolare, mi alleno e partecipo a gare di trailrunning e skyrunning: nel primo caso, il quid delle le competizioni sta nella lunghezza del percorso e non nella difficoltà. Spesso, anzi, si svolgono ad altitudini accettabili. Nel secondo caso invece le gare sono più brevi ma si arriva fino in vetta, con sentieri più esposti (nelle “Skyrace” è addirittura previsto l’uso delle mani per arrampicare per brevi tratti). Fatico a pensare che, solo quattro anni fa, odiavo letteralmente correre: ho cominciato senza troppe aspettative e poi lo scorso anno qualcuno mi ha convinto a fare l’Adamello Ultra Trail, una corsa di 90 km tra Vezza d’Oglio e Ponte di Legno: ci ho messo 15 ore, correndo le ultime quattro al buio su sentieri che non conoscevo, ed è stata l’esperienza più bella della mia vita. Da quel momento è scoppiato l’amore per la corsa in montagna. E in quel momento ho deciso che mi sarei iscritto alla Lavaredo Ultra Trail lunga 120 km: mi ero guadagnato le credenziali per tentare l’iscrizione e sono stato fortunatamente estratto così che correrò il prossimo 22 giugno. Questo non è l’obiettivo finale però perché la Lavaredo è solo una prova di qualificazione per l’Ultra Trail del Monte Bianco, 170 km su e giù sotto la vetta più alta d’Europa sui tre versanti italiano, svizzero e francese. Non è la gara più lunga del mondo – tra le altre, il Tor des Geants sull’Alta Via della Valle d’Aosta a settembre è lungo 330 km e conta migliaia di iscritti – ma è la più famosa e prestigiosa”.

Andrea si iscrive più o meno a una manciata di gare l’anno, correndone circa una al mese nella bella stagione: “Devi salvaguardare le articolazioni e non sopporterei uno sforzo più impegnativo. D’inverno per questa ragione continuo con il fondo, giusto per tenere il fiato allenato (è arrivato alla 13° Marcialonga consecutiva, ndr) e d’estate sceglie anche la bicicletta per proteggere le sue ginocchia: “Ho preso l’abitudine di allenarmi al mattino presto, soprattutto nel fine settimana, per avere poi il tempo di stare con le mie figlie. Per questo esco all’alba con la mia torcia frontale e mi godo una corsetta in montagna, magari toccando due o tre cime. Non c’è niente di meglio per godersi la natura nel silenzio”.

A volte la pratica di questi sport “endurance outdoor” dipende solo dalla tecnologia. Banalmente, fino a qualche anno fa – prima che esistessero delle torce frontali efficienti – non si poteva fare scialpinismo di sera. Oggi invece, soprattutto in Trentino e in Alto Adige dove lo spirito sportivo è nel DNA delle persone, lo sci alpinismo sostituisce la palestra. Alcune riviste specializzate lo chiamano ormai “Ski-fitness”, la pratica di risalire a bordo pista dopo il tramonto e fare fiato, al buio per poi scendere, facendo attenzione, ben consapevoli di sciare nella più assoluta illegalità dopo la chiusura degli impianti. Vale anche le bici leggerissime (e magari elettriche), per le giacche caldissime, traspiranti e antivento, per le calzature ammortizzanti e per quelle che non fanno scivolare sul ghiaccio.

“È anche una questione di eventi”, conclude infine Vigilio Zancanella. “Non solo oggi ci sono in calendario moltissime competizioni di endurance sport diversi (e a volte anche gare in cui il singolo atleta deve praticare più di uno sport contemporaneamente, ndr) ma si tende a inventare eventi sempre più innovativi, particolari e divertenti che invogliano alla pratica. Sto pensando alla Dolomitics24, la gara in bici intorno a Pampeago che dura 24 ore, ma soprattutto alla Red Bull 400 di Predazzo: correre lungo il trampolino in salita mi sembrava un’idea malsana ma, dopo aver partecipato alla prima edizione, devo ammettere di essermi molto divertito e di non vedere l’ora che di iscrivermi alla seconda”.

Enrico Maria Corno

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A Tesero l’omaggio a Bizet e Ravel

All’interno del Circuito della Danza del Centro Servizi Culturali S. Chiara, giovedì 5 aprile approda al Teatro Comunale di Tesero “CARMEN–BOLERO”. Lo spettacolo è portato in scena dalla MM Contemporary Dance Company – compagnia associata al Circuito InDanza Trentino Alto-Adige per il triennio 2018-2020 – e ruoterà attorno a due grandi titoli del repertorio musicale, nell’interpretazione di due coreografi italiani: da un lato Emanuele Soavi, da anni attivo in Germania presso prestigiose compagnie, dall’altro Michele Merola, direttore artistico della MM Contemporary Dance Company.

Carmen Sweet è una creazione esclusiva di Emanuele Soavi, pensata tenendo conto dell’originale intenzione di Georges Bizet di creare un’Opera Comique. L’azione, traendo spunto e rivisitando le tracce del leggendario canovaccio, è volutamente permeata di ironia e sarcasmo e ha inizio nell’arena in cui i personaggi dell’opera sfogano in libertà le loro emozioni. Dando spazio al forte virtuosismo tecnico e teatrale degli interpreti in scena, il coreografo ci immerge in una trama fatta di sottili relazioni, di equilibri e ricami. I personaggi, come un gruppo di istrioni, inscenano sulla piazza “metafisica” del palco la passione di Carmen, sarcastici e bizzarri nei gesti e nei movimenti.

Bolero, di Maurice Ravel, è certamente tra i brani più noti e ascoltati della storia della musica. Nel realizzare questa nuova versione coreografica, Michele Merola si è confrontato con questa musica ossessiva e ripetitiva, cercando di comprenderne l’identità. Alla fine di questo percorso, l’ispirazione di Merola si è focalizzata sul ventaglio inesauribile dei rapporti umani, in particolare quelli di coppia, dentro ai quali, spesso, registriamo le reciproche e inconciliabili distanze tra uomini e donne, quel “muro trasparente” che li divide. Sulla musica di Ravel, con la “licenza” e l’inventiva che sono il segno vero di ogni artista, è intervenuto Stefano Corrias, che ha creato una sua partitura musicale, liberamente ispirata alla versione originale del brano.

“Carmen-Bolero” è uno spettacolo prodotto dalla MM Contemporary Dance Company, con il sostegno della Compagnia Naturalis Labor. Sul palco saliranno: Paolo Lauri, Fabiana Lonardo, Enrico Morelli, Giovanni Napoli, Nicola Stasi, Gloria Tombini, Lorenza Vicidomini.

Giovedì 5 aprile “CARMEN-BOLERO” avrà inizio alle ore 21.00 presso il Teatro Comunale di Tesero.

 

 

 

 

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Nella Volatissima, in gara anche i campioni della Nazionale Italiana di Sci!

Si svolgerà domenica 8 aprile al Passo San Pellegrino la seconda edizione della Volatissima – Memorial Sergio Piovesan, gara di slalom gigante con 80 porte sulla pista La VolatA, una delle più adrenaliniche della Val di Fassa, omologata Fis e Fisi per gare internazionali e nazionali lo scorso novembre per poi salire alla ribalta grazie agli allenamenti della Nazionale Italiana delle discipline veloci e della squadra femminile degli Stati Uniti capitanata da Lindsey Vonn in vista delle Olimpiadi Invernali di PyeongChang.

La Volatissima avrà un tracciato di 2100 m per circa 600 m di dislivello, con partenza alle ore 9:30 dalla cima del Col Margherita e arrivo alla stazione a valle della funivia Col Margherita. Organizza l’Associazione Sportiva U.O.E.I. Treviso a.s.d. e le iscrizioni devono pervenire entro venerdì 6 aprile 2018 via e-mail treviso@uoei.it o fax 0422 55058. La quota di partecipazione di € 25,00 comprende il pacco-gara e il pranzo allo Chalet Cima Uomo.

Alla gara possono partecipare atleti sciatori delle squadre nazionali di ogni paese, atleti punteggiati FISI e atleti non punteggiati, purché abbiano compiuto i 16 anni (classe del 2001). Gli iscritti partiranno nel seguente ordine: MASTER D -MASTER C -MASTER B – MASTER A – SENIORES – GIOVANI femminili e maschili. Le donne prima dei maschi con l’ordine di partenza che verrà pubblicato sul sito http://treviso.uoei.it/home.html. Hanno già confermato la propria presenza numerosi componenti della squadra azzurra.

Saranno premiati i primi tre di ogni categoria e le cinque squadre migliori. Inoltre, il miglior tempo assoluto si aggiudicherà uno skipass stagionale di valle offerto dal Consorzio Impianti Alpe Lusia – San Pellegrino e tutti i partecipanti, presenti alla premiazione presso lo Chalet Cima Uomo, parteciperanno all’estrazione di bellissimi premi.

Online su www.skiareasanpellegrino.it il regolamento completo.

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Siamo tutti Connessi
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Nicoletta Crisponi, per gli amici Nicky, è appena tornata da quello che si potrebbe definire il viaggio della vita: un anno intero in giro per il mondo. Un’esperienza che l’ha portata in ben trentatré stati diversi e che ha costantemente raccontato nel suo blog: ilfilodinicky.com.

Non è stato uno scherzo: l’organizzazione e il finanziamento dell’iniziativa hanno richiesto mesi di preparazione. Ma il viaggio non era fine a se stesso: voleva essere una dimostrazione della forza dei social network e della teoria dei gradi di separazione.

Tale teoria dice che qualsiasi persona al mondo è connessa a un’altra attraverso sei gradi di separazione. In pratica, attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di cinque intermediari. Quindi, chiunque sul pianeta è connesso ad ogni altro individuo. La teoria fu formulata per la prima volta nel 1929, in un racconto dello scrittore ungherese Karinthy. Oggi, grazie ai social network e a Internet, i gradi di separazione sono scesi a tre e mezzo. O per lo meno questo è quanto è stato recentemente dichiarato dai vertici di Facebook che con oltre due miliardi di iscritti è il più vasto social network esistente.

Qual era la sfida di Nicky? Riuscire a completare il giro del globo soltanto grazie alle sue connessioni sui social media.

Dietro le quinte Nicky è stata aiutata dai suoi amici che le hanno procurato, a distanza, un posto dove dormire ogni notte. Questo indispensabile aiuto le ha permesso di moltiplicare le connessioni su cui fare affidamento.

La sfida è stata vinta? Sì: Nicky é tornata in Italia sana e salva e con tantissime esperienze da raccontare.

Ma anche se tutto è andato per il meglio i problemi affrontati durante un anno a zonzo in solitaria, com’è immaginabile, non sono stati pochi. Come quella volta che le rubarono la borsa con il passaporto e il tablet (indispensabile per una blogger) mentre si trovava su una piccola isola delle Filippine. Ma tutto andò bene anche in quella circostanza. Nicky fu, infatti, aiutata dalla fortuna riuscendo, tramite l’ambasciata italiana a Manila, a ottenere i documenti necessari per continuare il viaggio. Incredibilmente, sempre grazie alla rete social, a distanza di mesi e di quindicimila chilometri, riuscì poi a riavere la sua borsa mentre si trovava su un’altra isola: quella di Cuba.

L’esperimento di Nicky va sicuramente a confermare, se ce ne fosse bisogno, la potenza dei social network e delle connessioni interpersonali moderne.

Nicky ci confessa che la soddisfazione più grande, ricavata dalla sua esperienza e dal suo lavoro di blogger, è quella che arriva dall’aver ispirato tante persone che, ancora oggi, vivono la partenza per un viaggio come un difficile e stressante momento di distacco dalla routine o di paura.

Da dove arriva Nicoletta?

“Sono nata e vissuta a Cavalese dove ho studiato al Liceo Linguistico. Ho poi studiato design a Como e Milano. Nel frattempo ho iniziato a lavorare come freelance e ho svolto tirocini a Milano, a Bruxelles e a New York”.

A Orlando, in Florida, si è ritrovata in mezzo all’uragano Irma, come hai vissuto quell’esperienza?

“Per fortuna andò tutto per il meglio: mi cancellarono il volo ben quattro volte per il maltempo, ma conobbi così una taxista che mi ospitò durante l’uragano. Andò tutto bene”.

Ha sempre trovato ospitalità facilmente?

“Non sempre è stato facile: in molti luoghi del mondo i social network non sono diffusi. Inoltre, le barriere linguistiche a volte sono ancora invalicabili. Per esempio in Vietnam non ho potuto fare affidamento al 100% sugli stessi mezzi di connessione che avrei potuto utilizzare a New York o a Londra. Ma una ragazza che viaggia da sola provoca curiosità e non è mai stato difficile per me instaurare amicizie nuove e positive”.

Come ci si mantiene per un anno fuori casa?

“Grazie alla rete social si riesce a risparmiare, inoltre avevo degli sponsor che hanno creduto nella mia idea e mi hanno fornito la tecnologia per poter lavorare durante il giro del mondo ma il grosso arriva da due anni di duro lavoro, sacrifici e rinunce”.

Perché organizzare un progetto come questo?

“L’obiettivo è far diventare il mio sito un punto di riferimento per i viaggi in solitaria o in coppia. Questo mi dà la possibilità di continuare a viaggiare, rendendo questa mia passione un lavoro vero e proprio che mi permetta di guadagnare e vivere, raccontando esperienze, culture, tradizioni e rendendole utili per tutti. Ma devono essere esperienze autentiche, a contatto con la natura, diverse da quelle che si trovano in una normale guida turistica e ovviamente basate sui contatti social media”.

Questo viaggio possiamo definirlo di lavoro?

“Assolutamente sì, anzi, non ho fatto un unico giorno di vacanza in un anno. Durante il viaggio ogni giorno raccoglievo appunti, aggiornavo il blog, pubblicavo foto e video sui canali social, mi tenevo in contatto con gli sponsor, curavo il sito… Un viaggio del genere non permette la vita della normale turista e davvero non puoi fermarti mai”.

Si fermerà per un po’?

“Poco perché a marzo andrò in Olanda a fare un viaggio tra i tulipani in bicicletta”.

Leggendo il blog di Nicky possiamo scoprire tante curiosità e apprendere utili consigli per viaggiare consapevolmente e, quindi, ispirati, non possiamo che augurarle buon viaggio.

Alfredo Paluselli

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Epic Ski Tour in televisione

“La Sportiva Epic Ski Tour” dà appuntamento sui canali di Rai Sport, martedì 27 marzo alle ore 14:05 e mercoledì alle ore 17:10, a tutti i concorrenti che vorranno gustarsi le proprie imprese e a tutti gli appassionati di scialpinismo, per 50 minuti intensi conditi dalle meravigliose immagini che hanno caratterizzato la seconda edizione, andata in scena dall’8 all’11 marzo in Trentino e vinta da Michele Boscacci e Victoria Kreuzer. Il presidente del comitato organizzatore Kurt Anrather si è soffermato sull’edizione appena conclusa prima di dare appuntamento alla stagione innevata che verrà: “Abbiamo ricevuto complimenti per tutta la durata dell’evento ed ora ci proiettiamo all’anno prossimo, dove avremo nuovamente Cavalese come base logistica, alternando come ogni anno la Val di Fiemme alla Val di Fassa. Arrivederci a tutti gli atleti per un grande evento anche nel 2019”.

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