Un parcheggio ai cereali

“Oggi l’arte deve rappresentare se stessa, deve diventare soggetto e non essere semplice mezzo di raffigurazione”. Queste sono state le prime incisive parole di Elio Vanzo, direttore del Centro d’Arte Contemporanea di Cavalese, mentre illustrava il progetto espositivo di quest’anno, denominato “L’Anima della Materia”.

“Materia” deriva dal latino medium (al plurale media) e significa “Ciò che sta nel mezzo”; nel caso dell’arte, indica il mezzo espressivo, il materiale, attraverso il quale l’artista trasmette il suo messaggio. L’arte, evolvendosi e reinventandosi, sta elevando la materia direttamente ad opera d’arte. Il progetto espositivo del Centro Arte ha tratto ispirazione da questo concetto per far conoscere i più vari aspetti della materia: la sua anima, il suo uso, la sua purificazione e persino la sua coltivazione.

Così è nato, in collaborazione con la cooperativa sociale agricola Terre Altre, l’ormai famoso progetto chiamato Campo Urbano: sette varietà di piante antiche (orzo, miglio, frumento, mais, avena, segale, grano saraceno) sono state recuperate e piantate in un piccolo orto che si trova vicino all’entrata del Centro. Il Campo Urbano, sostituendo provocatoriamente il parcheggio, ha creato numerose lamentele. Esso però vuole trasmettere un messaggio: i campi sono parte integrante della nostra storia, sono nel DNA di ogni territorio montano. Coltivare queste varietà non significa guardare con nostalgia al passato, ma ricordarlo e recuperarlo attraverso una chiave contemporanea per far fruttare questo “valore”. Perché, come riporta la responsabile stampa e comunicazione del Centro Alice Bellante, “agricoltura è anche agricultura”.

Anche la mostra-evento di qualche mese fa intitolata “Frèl – La purificazione della materia” è stata collegata al territorio montano. Essa però non è stata focalizzata sulla coltivazione della materia, bensì sulla sua purificazione. Quest’idea, nata da Pierangelo Giacomuzzi, ha come fulcro l’uso del frèl (in lingua ladina, “fièl” in dialetto fiemmese), un arnese, principalmente costruito in legno, usato anticamente per purificare attraverso la battitura la materia (chicchi di grano o leguminose) dal loro involucro (pula o paglia). Collegato all’ambiente che ci circonda, questo concetto acquista una chiave di lettura diversa: purificare la cultura dell’arco alpino.

Lo scopo degli artisti è stato quello di cercare un equilibrio fra la contemporaneità del turismo e il passato delle tradizioni.

Entrambe le iniziative segnalano un rischio. La modernizzazione e il turismo possono snaturare le tradizioni, impoverendo la cultura e quei valori tanto ricercati da chi viene in queste valli per rilassarsi ed estraniarsi dal mondo “contemporaneo”.

Emily Molinari

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