Michela e Luciana, due milanesi a Ziano

“Sapessi come è strano, trovar due milanesi a Ziano” canterebbe Memo Remigi se incontrasse Michela Meroni, donna in carriera con tanta simpatia e determinazione, ed a Luciana Annoni, super mamma e nonna in pensione,. Anche chi vi scrive arriva dalla metropoli, capoluogo della Lombardia, e non si fatica a credere che trasferirsi qui in montagna sia una scelta importante sempre dettata dal cuore.

E’ ciò che racconta Michela Meroni, designer, madre e compagna piena di vitalità e talento. Ha iniziato il suo percorso a Milano, capitale dell’arte e della moda, per poi proseguire la sua formazione all’estero (Londra, Stati Uniti, Francia, Tunisia e Turchia) per poi riapprodare in Italia. Un bel salto dall’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si è laureata in arti visive, e la soddisfazione di essere Art Director per diverse agenzie nazionali ed internazionali, fino a diventare libera professionista (“poco libera e molto professionista“, dice lei). “Durante l’ultimo anno di studi accademici mi sono avvicinata al mondo della comunicazione, partecipando alla progettazione creativa del Festival del Cinema Pubblicitario a Cannes per tre anni consecutivi, fondamentali per il mio inserimento nell’advertising. Mi definirei un’irrequieta della creatività”. Ecclettica e innovativa, è una donna determinata e piena di simpatia contagiosa che ha fatto della propria vita un palcoscenico di colori e sfumature. “Ho abbandonato l’arte contemporanea nel passato per dedicarmi anima e corpo alla comunicazione. Con il tempo, il mio interesse era sempre più proteso verso la comunicazione visiva e le sue forme, tanto da integrare le mie aspirazioni di Art Director e di Graphic Designer in un’unica volontà progettuale. La scelta di trasferirmi qui è stata dettata dal cuore in tutti i sensi: il mio compagno frequenta la Val di Fiemme da più di trent’anni e così ci siamo trovati con lo stesso progetto di vita. Inoltre siamo diventati genitori di una stupenda bambina in tarda età e ci sembrava più sano farla crescere in Val di Fiemme”.

Ma come era la tua vita “precedente” e che cosa ti manca di Milano? Per troppi anni ho vissuto freneticamente la città con tutti i suoi pro e contro. Ho gestito come Art Director diverse aziende per poi fondarne una mia nel 2002, la “m&m Design”, che contava più di 20 collaboratori. Ora vado a Milano in vacanza, per colmare quella voglia di cultura artistica, architettonica e di innovazione, o per ricevere clienti nel mio studio milanese ma la mia casa è in Val di Fiemme. Apprezzo ogni giorno ciò che mi circonda. Nei suoi colori trovo l’energia del creare e del fare con molta più facilità di quanto potrei fare in una grande città dove gli spostamenti e lo stress rubano ore preziose alle giornate”. Tra lavoro e famiglia i ritmi in Trentino sono differenti, più umani. Che cosa vorresti portare qui, dalle tue tante esperienze di vita e lavoro passate e che cosa vorresti cambiare? “C’è chi mi chiama grafica, chi mi definisce architetto, chi designer… io lascio fare. Quest’anno, a dicembre, celebrerò i tre anni da residente in Val di Fiemme. Inizialmente ho cercato di inserirmi in sordina nella comunità ma senza mai propormi sul serio, a causa dei numerosi impegni con i clienti che fanno capo al mio studio in città. Mi fa sorridere quando agenzie mi chiamano da Milano per gare creative i cui committenti sono aziende del Trentino Alto Adige o addirittura della mia stessa valle. Tante imprese qui avrebbero bisogno di comunicare in modo efficace, e se lo fanno, dovrebbero pensare in maniera più contemporanea. Qui dalle nostre parti ci sono tante realtà di “nicchia” di altissima qualità che non esprimono appieno il loro potenziale e ciò mi dispiace. Personalmente, con il trasferimento pensavo che avrei lavorato di meno e avrei avuto più tempo per la mia vita ma in realtà lavoro il doppio, anche se in un contesto bellissimo! Oltre a questo, ora collaboro come Art Director Senior Freelance e Marketing Communication Coordinator per alcune importanti aziende internazionali e vorrei portare qui alcuni concetti dell’innovazione”.

Come vede Michela il futuro? “Credo che il futuro sia eco friendly. Sono sempre più attenta all’aspetto ecosostenibile delle confezioni e dei prodotti perché credo che oggi non si possa ragionare altrimenti. Il legno è nel mio dna, forse perché mio nonno era falegname e sui suoi terreni a Cantù oggi sorge il museo del legno. La tempesta Vaia mi ha scossa profondamente”.

 

Vita differente per Luciana Annoni, funzionario Inps in pensione che ha trovato nella sua Ziano un’altra dimensione. “Mi sono trasferita con mio marito anni fa, entrando in punta di piedi in una valle che amiamo da oltre quarant’anni. Siamo arrivati qui come turisti, dapprima restando per qualche settimana in alberghi, poi affittando appartamenti fino a che abbiamo acquistato casa, dapprima a Daiano e poi a Ziano, per la precisione nella frazione Roda dove viviamo tuttora. Mio marito ha lavorato per una vita all’aeroporto di Linate con la S.E.A (Società Servizi Aeroportuale) come agente di rampa mentre io ho trascorso gli ultimi sei mesi di lavoro all’INPS di Cavalese. Nostro figlio Roberto, laureato in Fisica, ha sempre manifestato il suo amore per questi luoghi e così ha preso l’occasione al volo cominciando ad insegnare la sua materia in diverse strutture di Fassa e Fiemme e finendo poi per dedicarsi ad altro. Qui ha incontrato la sua attuale compagna e qui sono nati i nostri nipotini. La nostra vita quindi ha seguito il corso dei nostri desideri: vivere in questa valle piena di bellezza e tranquillità. Ora non abbiamo più una base a Milano dove rimane qualche cugino che vediamo raramente. La nostra vita, possiamo dirlo, è ormai tra queste vallate. Vivere qui è un privilegio”.

Che passioni coltivate qui in Fiemme? “Io e mio marito siamo appassionati di trekking e passeggiate in montagna, amiamo lo sci di fondo e soprattutto andare a funghi. Diciamo che l’idea di trasferirci qui è nata proprio durante un’escursione nei boschi quando abbiamo incontrato un porcino enorme! Mio marito è un pescatore e spesso veniva in questi luoghi dove ha conosciuto altri lombardi trasferiti che negli anni sono divenuti cari amici e punti di riferimento. Nonostante tu possa vivere molti anni in valle, rimani sempre un “foresto” ma basta saper rispettare tradizioni e usanze e qui si può vivere benissimo. E poi c’è il burraco e la passione per i giochi di carte. Sono anche la presidente dell’associazione Burracos Group di Ziano. Siamo una grande famiglia. Lo scopo di questa associazione, che ho fondato a novembre del 2017, è quello di diffondere il gioco, affinare le qualità tecniche dei membri del gruppo anche attraverso corsi di aggiornamento e organizzare periodicamente dei tornei aperti a tutti i 60 soci. Un’occasione per divertirsi e condividere dei momenti in allegria”.

Federica Giobbe

 

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Einstein in Fiemme e Fassa

Sono passati più di cent’anni da quando Albert Einstein ha pubblicato le sue tesi sulla relatività. Tesi rivoluzionarie, che mettevano in crisi il sistema di valori con cui per secoli credevamo di sapere come andasse il mondo. Tutti ricordiamo le storie ascoltate dai banchi di scuola, di Galileo Galilei che dalla torre di Pisa lascia cadere una mela per misurarne la velocità. Con Isaac Newton, Galileo è un padre della fisica meccanica, con cui ancora oggi un ingegnere calcola con precisione tutto il necessario per costruire un ponte o un apriscatole.

I problemi sono iniziati a fine Ottocento, con l’arrivo della luce elettrica, prima nelle strade (Parigi è stata la prima nel 1878), e quindi nelle case. L’elettricità, senza la quale la nostra civiltà oggi non sopravviverebbe, è stata il nostro primo incontro quotidiano con la fisica delle particelle: una realtà materiale che non vediamo, ma di cui siamo fatti, di cui è fatto ogni animale, ogni oggetto, il nostro pianeta e, probabilmente (mica ci siamo stati) tutto l’universo.

L’elettricità corre alla velocità della luce che, per chi ama le statistiche, viaggia a 300mila chilometri al secondo. Ora, il contributo di Einstein, è stato nel farci capire che se ci occupiamo della nostra realtà di tutti i giorni, dove le mele cadono sempre allo stesso modo, la fisica tradizionale funziona come un orologio svizzero. Ma non quando ci occupiamo di realtà fisiche in cui la velocità della luce è di casa. Parliamo quindi del microuniverso sub-molecolare, degli scontri e incontri tra gli atomi, e del macrouniverso oltre il sistema solare, in cui, per viaggiare entro i nostril limiti biologici, bisogna accellerare al massimo e viaggiare, appunto, oltre la velocità della luce. In pratica, Einstein ci ha fatto capire che in quelle condizioni, i nostri concetti di tempo e spazio non funzionano a dovere.

Da ragazzo, ho passato ore a cercare di capire la teoria della relatività. E due cose mi sono rimaste. In primo luogo la convinzione di non essere tagliato per le scienze. Leggevo e rileggevo senza capire veramente. E poi l’immagine paradossale, o meglio, l’esempio trovato in un libro in cui si diceva che se, di due gemelli, uno parte e va a visitare un pianeta viaggiando oltre la velocità della luce, quando torna si trova a essere biologicamente più giovane di suo fratello. E lì ho rinunciato alla mia carriera di scienziato.

Ma, si dirà, che cavolo c’entrano Fiemme e Fassa con la teoria della relatività? Confesso che si tratta di un’esperienza personale, ma che forse molti hanno condiviso. L’elettricità è familiare a ognuno, anche se non la capiamo e non la vediamo se non quando parte un fulmine o ci si prende una scossa toccando una presa difettosa. Ma da un paio d’anni in qua la teoria della relatività è entrata in valle.

Con le bici. Sì. Le mountain bike elettriche.

L’anno scorso ne ho noleggiate un paio e alla prima uscita ho capito tutto quello che Einstein ci voleva dire. Girare in montagna con la e-bike costringe a rivedere i propri concetti di tempo e spazio. Un esempio: da ragazzino per arrivare al laghetto di Moregna, c’era un chilometro di dislivello, rispetto al fondovalle. Per cui si partiva di mattino presto, un paio d’ore per arrivare in Valmaggiore, un’altra ora e mezza e si era su, pronti a far polenta alla baita di Moregna. Il più delle volte si rimaneva su, a pescare qualche salmerino striminzito e si tornava a valle la domenica, a fine settimana concluso. Oggi, quel chilometro di dislivello è ancora lì; ma stavolta il gestore del bici-noleggio mi dà qualche consiglio e dice che, volendo, posso andare a Valmaggiore, tirar su fino al Rifugio Paolo e Nicola, livellare verso Moregna e da lì scendere giù. Se parto alle nove per mezzogiorno sono di ritorno. Lo fisso con lo sguardo perso, lo stesso, esatto sguardo che dovevo avere leggendo i libri su Einstein. Ma, come? Un giro così nella mia testa ci si mette un giorno, a farlo.

Insomma, ho preso la bici e me ne sono andato da un’altra parte. Mi sembrava una dissacrazione rifare quei giri familiari alla velocità della luce. Ho preso due bici, e con mio figlio più grande, Matteo, in mezzora eravamo in cima alla Val di Stava. Lui, baldo dei suoi ventanni, pedalava felice divertendosi a regolare l’altezza del sellino in base alla pendenza (pure quello, si poteva fare). Io lo seguivo, stupidamente vergognoso ogni volta che superavamo qualcuno con la mountain bike normale. Mi sembrava di essere una truffa su due ruote. Eravamo lì a far finta di pedalare, quando bastava un click sulla centralina del motore elettrico e via, si facevano salite che m’avrebbero distrutto i polmoni in cento metri.

Mi sono pure divertito, figuriamoci. Il giorno dopo ho noleggiato un carrellino e ho spedalato i due più piccoli su per la Val di Fassa. Ma ritornati al noleggio non ho potuto fare a meno di guardarmi attorno, come se mi aspettassi di veder spuntare il mio fratello gemello (che non ho). L’ho immaginato un po’ più vecchio di me, ingobbito, che mi rivolgeva uno sguardo un poco risentito. In quel momento mi sono ricordato di una famosa foto di Einstein, con quella sua faccia da scienziato pazzo, che fa la linguaccia. Sono stato tentato di fare lo stesso ma subito ho capito che mi sarei meritato la disapprovazione di Matteo. “Not cool”, fare la lingua ai fantasmi.

Okay, not cool. Ma scommetto che lui mica ha capito di aver viaggiato grazie alla velocità della luce.

Guido Bonsaver

 

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Il parco della memoria

La Val di Fassa avrà il suo Parco della memoria storica della Grande Guerra. Tre i pilastri sui quali si basa il progetto: la trasformazione della mostra “La Gran Vera” di Moena in museo permanente, il restauro e la riapertura dell’ospizio al Passo San Pellegrino e la valorizzazione dei siti del primo conflitto mondiale. Un sogno che diventa realtà per Michele Federspiel, curatore onorario della mostra assieme a Mauro Caimi, che da tempo punta a collegare con un filo tematico i luoghi della Grande Guerra, creando occasioni di conoscenza, approfondimento e riflessione.

Il primo punto del progetto è la trasformazione della mostra “La Gran Vera” in museo permanente. L’esposizione – inaugurata, in occasione del centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, nel luglio del 2014, grazie a una sinergia tra il Comune di Moena, l’Istituto Culturale Ladino e l’associazione “Sul fronte dei ricordi – ha già visto oltre 80.000 visitatori, attratti da un allestimento coinvolgente e in continua evoluzione. La mostra, da un punto di vista puramente economico, ha i bilanci in attivo e garantisce ai volontari un cospicuo contributo annuale che viene reinvestito in progetti sul territorio.

“La Gran Vera” diventerà dunque la sezione Grande Guerra del Museo Ladino di Fassa. Attualmente si stanno definendo – tra Comune di Moena, Provincia di Trento e Comun General de Fascia – i dettagli burocratici ed economici che richiederanno un paio d’anni di tempo per arrivare a soluzone. Nel frattempo, la mostra continuerà ad essere aperta.

Il progetto che riguarda la riabilitazione dell’ospizio del San Pellegrino coinvolge, invece, il Comune di Moena e il noto marchio di abbigliamento per la montagna Salewa che intende ripristinare la struttura, creando posti letto e un punto ristoro. L’ospizio – che era stato bombardato e distrutto durante la guerra e poi ricostruito e tornato in funzione fino al 1992 – diventerà il punto di riferimento del Parco della Memoria, il luogo dove trovare figure professionali appositamente preparate, audioguide, informazioni per escursioni e approfondimenti sulla storia della valle.

Il terzo fondamento del Parco della Memoria sarà poi la valorizzazione dell’opera di recupero dei siti della Grande Guerra portata avanti da oltre vent’anni dall’associazione “Sul fronte dei ricordi”. Sono i volontari del gruppo a mantenere in buono stato e in sicurezza i suggestivi percorsi tra trincee e fortificazioni che permettono di camminare – non senza emozione – nei luoghi dove cent’anni fa si è combattuto.

“Vorrei che questo progetto, rilevante anche dal punto di vista della destagionalizzazione turistica, che diventasse un modello anche per la Val di Fiemme che ha importanti luoghi da valorizzare, come Sadole”, sottolinea Federspiel, che ha sviluppato la passione per la Grande Guerra già da bambino. La sua stessa storia familiare racconta quella ferita sociale, oltre che umana, che è stata il primo conflitto mondiale. Il nonno materno, l’alpinista Bruno Federspiel, era tirolese; quella paterno italiano, pilota di aerei da caccia durante la guerra. In montagna, nei luoghi teatro dei combattimenti, Federspiel ha iniziato a collezionare i primi cimeli che negli anni sono andati a formare una summa capace di raccontare come la Prima Guerra Mondiale sia stata vissuta in Val di Fassa, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico. Quei pezzi sono oggi esposti all’interno della mostra “La Gran Vera”, che permette ai visitatori di entrare nella storia anche attraverso percorsi in trincee ricostruite: “Ho accettato di mettere a disposizione la mia collezione a patto che l’esposizione raccontasse la verità storica che deve rispettare vincitori e vinti. La mostra non è una semplice raccolta di reperti ma una finestra che vuole raccontare quella grande tragedia che la “Gran Vera” è stata per la Val di Fassa. I visitatori si immedesimano, si emozionano, si commuovono. E il messaggio vuole proprio essere questo: parliamo di guerra per costruire la pace”

Monica Gabrielli.

 

 

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Parigi “mangia” ladino

Il pittoresco Quartiere Latino, anche conosciuto come 5° arrondissement, non è un posto qualunque a Parigi. Ospita la famosa Università della Sorbona e il Panthéon dove riposano uomini famosi come Marie Curie e Voltaire. Da questo luogo identitario per tutti i francesi ci incamminiamo per Rue Vallette, in direzione del museo della Prefettura. Al primo incrocio giriamo a destra per Rue Laplace, una stradina larga appena quattro metri. Qui incontriamo l’insegna del locale «Ciasa Mia» considerato uno dei migliori ristoranti italiani di Parigi. Nessun errore di scrittura:si tratta di un locale ladino. Ai comandi lo chef Samuel Mocci, affiancato dalla compagna Francesca Bortolotti. «L’avventura – spiega Francesca è nata nel 2006 quando abbiamo deciso di trasferirci a Parigi per provare un’esperienza nella ristorazione. Una meta intermedia perché il nostro desiderio era quello di raggiungere il Canada. Ma non è andata così. Dopo quattro anni di servizio come lavoratori dipendenti abbiamo fatto il grande passo: abbiamo aperto un ristorante tutto nostro». Così è nata «Ciasa Mia» con un’offerta di piatti di chiara provenienza mediterranea. «I prodotti nostrani – spiega Francesca – hanno un grande richiamo e i ristoranti italiani hanno sempre un forte fascino. La concorrenza però è forte ed ecco scattare l’idea di distinguerci con una proposta audace ma più coerente con la nostra origine. Anche il locale, travi a vista, muri in pietra e caminetto, assomiglia più a uno chalet di montagna che a una trattoria». L’offerta varia nei mesi dell’anno, si va dagli spatzle alla trota, dai ravioli di magro al salmerino. Ci sono formaggi del Trentino – Alto Adige su cui domina il “Puzzone” oltre ai dolci tipici come lo strudel e la linzer torte ovviamente rivisitati per il gusto francese. Ad affiancare piatti prelibati un esercito di bottiglie di vino prevalentemente italiano (180 etichette). Lo Champagne è abbinato in maniera spregiudicata con il Trentino Doc, il Prosecco o il Franciacorta. Tra i bianchi è presente il Nosiola, il Gewurztraminer mentre tra i rossi non manca il Teroldego, il Lagrein e il Pinot Nero. «Abbiamo vini rappresentativi di tutta Italia – spiega Francesca Bortolotti-   perché la nostra clientela apprezza molto il prodotto italiano». Le proposte culinarie del «Ciasa Mia» sono davvero interessanti. Ogni anno da Bressanone arriva mezza balla di fieno di prateria di montagna che servirà a dare l’inconfondibile marchio al cibo. «Sia il pesce che la carne – spiega Francesca – vengono aromatizzati dopo la cottura bruciando il fieno sotto una campana di vetro direttamente sul tavolo dei commensali». E così Samuel Mocci, di Canazei e Francesca Bortolotti di Vigo hanno messo su famiglia (due maschietti di quattro e sei anni) e si sono fatti un nome nella grande Parigi. Generosi i giudizi degli esperti delle guide Michelin e Gault Millau. «In una viuzza tranquilla -scrive la Guida Michelin – nei pressi del Panthéon, questo grazioso locale è una vera scoperta. E’ Francesca, la sorridente e frizzante giovane padrona ad accogliervi, già entusiasta all’idea di farvi scoprire la cucina del compagno Samuel. Tutto qui è fatto in casa, dal pane al dessert. Una vera casa delle delizie». Dal giornale Figaro leggiamo: «scopro un’incantevole sala dalle pareti di pietra sotto un soffitto rigato di travi. E’ un ristorante italiano dove Samuel Mocci, assistito da Francesca, la sua compagna (in sala), pratica una cucina mescolando Italia, Francia, Austria .Tutto è delicato quanto succulento: prodotti freschi e di qualità, cucina perfetta, sapori squisiti. Una tavola gastronomica e originale da scoprire assolutamente». Del ristorante «Ciasa Mia» si è interessata anche Little Big Italy, la trasmissione in onda sul canale Nove presentato dal ristoratore romano Francesco Panella. La formula è quella della gara tra tre ristoranti italiani all’estero. Anche qui Francesca e Samuel hanno raccolto allori, ulteriore prova del loro successo.

Gilberto Bonani

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La Sportiva ad ISPO tra sostenibilità ed innovazione
Italy / Passo Pordoi / La Sportiva 2019© Claudia Ziegler

Il 2020 si apre per La Sportiva, azienda trentina leader mondiale nel settore delle calzature ed abbigliamento outdoor, all’insegna dell’eco-sostenibilità con soluzioni, materiali e certificazioni pensati per contenere al minimo l’impatto ambientale dei propri prodotti.

Alla fiera ISPO di Monaco La Sportiva, ribadisce il rispetto per le tematiche ambientali con la divulgazione del nuovo bilancio di sostenibilità, che pone l’accento sulle best practices virtuose nei confronti del proprio territorio (Il Trentino), della propria comunità ed anche il rinnovato impegno nell’organizzazione no-profit internazionale 1% For the Planet, EOCA (European Outdoor Conservation Alliance) e nel lancio di prodotti eco compatibili. “Io e la mia famiglia siamo orgogliosi della crescita che stiamo vivendo, tanto da aver realizzato un importante ampliamento dell’area produttiva nella nostra Valle – dichiara il CEO e Presidente Lorenzo Delladio – che rappresenta per noi una comunità più che un semplice territorio. Ridurre le emissioni di CO2 nell’impianto produttivo, garantire la certificazione di filiera grazie al sistema Bluesign e mettere in campo comportamenti virtuosi come quello dell’eliminazione della plastica dai nostri uffici e dagli eventi che gestiamo direttamente, sono progetti di valore che puntano a rendere l’azienda agente di un cambiamento positivi nei confronti dell’ambiente naturale e sociale.”

Esempio importante dell’approccio sostenibile è La nuova linea d’abbigliamento invernale che vede un significativo ampliamento di capi realizzati totalmente o parzialmente con tessuti ed imbottiture ottenute dal riutilizzo del poliestere riciclato, derivante dal re-impiego di bottiglie di plastica a fine vita.
Ogni giacca realizzata con questa soluzione, impiega circa 35 bottiglie riciclate, contribuendo alla salvaguardia del pianeta ed alla riduzione dell’utilizzo di acqua ed energia nel ciclo produttivo, rispettivamente -86% e -75% rispetto ai consumi standard generati nella realizzazione di una giacca tradizionale. Novità assoluta per il 2020 è l’introduzione del tessuto Tech Stretch Pro Eco impiegato nella linea soft shell, realizzato anch’esso in poliestere riciclato all’88%.
L’impiego di cotone organico e fibre di Kapok oltre che all’utilizzo delle imbottiture Primaloft® Silver Eco e della nuova esclusiva membrana Idro Breath certificata Bluesign® a zero contenuto PFC, rappresentano un ulteriore deciso passo verso una collezione sostenibile.

Reign Jacket in Tech Stretch Pro e tessuto recycled, Marak Jacket con trattamento anti-batterico organico Polygiene ed il completo giacca/pantalone Crizzle in membrana impermeabile e traspirante Idro Breath, rappresentano gli highlights sostenibili della collezione Apparel, strutturata sulle 3 macro linee di prodotto Climbing, Winter Mountain Running e Sci Alpinismo.

La collezione di scarponi tecnici per la risalita (skialp) si rinnova anch’essa in ottica sostenibile con l’introduzione di VEGA MAN e VEGA WOMAN, scarponi a 4 ganci dedicati a sci alpinisti free-rider con scafi in Grilamid BIO ottenuto dai semi di olio di ricino. Refresh estetico invece per Solar e Stellar, realizzati in Pebax® Rnew® Bio Based polimero ottenuto anch’esso dall’impiego di castor oil.
Importanti novità anche per la divisione Footwear con l’introduzione di Zenit, calzatura da arrampicata dedicata a tutti coloro che si avvicinano oggi alla disciplina grazie all’arrampicata indoor. Il tessuto knit della tomaia è elastico, traspirante ed avvolgente, perfetto per chi muove i primi passi sulle prese indoor.
Le nuove nate per il Winter Running vanno invece sotto il nome di Jackal GTX, versione winter dell’atteso modello SS20 che adotta la nuovissima membrana Gore-Tex® Invisible Fit laminata direttamente sulla tomaia per la massima flessibilità e comfort di calzata.

E le novità non finiscono qui per l’azienda che ha fatto dell’innovazione nel mondo dell’alpinismo il suo credo nei suoi 90 anni di storia: G2 Evo e G5 Evo infatti, scarponi tecnici per utilizzi himalayani entrambi con doppia chiusura BOA® Fit System e suola Vibram Matterhorn, rappresentano la massima evoluzione dell’alpinismo moderno. G5 Evo in particolare, introduce per la prima volta nella storia degli scarponi da escursionismo estremo, l’innovativa membrana isolante GORE-TEX® Infinium™ Thermium™ che avvolge in punta lo scafo e l’intersuola per il massimo effetto isolante e termico per le dita dei piedi dell’alpinista. Un’innovazione candidata agli ISPO AWARDS e potenziale game changer, da oggi ai piedi dell’alpinista alto-atesina Tamara Lunger, nuovo ambassador total-look La Sportiva dal 2020.

www.lasportiva.com

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Monica Zanoner: «Il mio mito è Lindsey Vonn»

Concreta e determinata, Monica Zanoner, 20 anni di Campitello, è nella nazionale di sci alpino e da poco è entrata nel Centro Sportivo dell’Esercito. Fa parte del gruppo di atleti che rappresentano la Val di Fassa sulle nevi di tutto il mondo e, dopo essersi diplomata al liceo linguistico frequentando lo Ski College di Pozza, si dedica completamente allo sci. Come molte ragazze della sua età, Monica ha un modello a cui ispirarsi: «Il mito per me è Lindsey Vonn: per il tipo di sciata, lo stile e soprattutto i risultati è un esempio da seguire». E non è un caso che la sua pista preferita in Val di Fassa sia “La Volata” del Passo San Pellegrino dove, nel 2018, si è allenata pure la sciatrice americana considerata unanimemente la più forte di sempre. «Dai cambi di pendenza, alla velocità, mi dà soddisfazione sciare su quel tracciato».

Monica è impegnata a migliorare se stessa, sia dal punto di vista delle prestazioni in discesa libera e SuperG, sia della preparazione psicologica per affrontare gare sempre più impegnative. E anche grazie ai suoi piedi ben piantati per terra, Monica, negli ultimi anni, ha ottenuto risultati più che incoraggianti, come il 2° posto nel 2018 in SuperG, disciplina che le è più congeniale, ai Campionati Italiani juniores e il 1° posto a Pila nel 2019. «Più si cresce come atleti, più si affrontano sfide difficili. Ecco perché tengo alla preparazione. Certo, i risultati danno morale e aiutano a credere in se stessi». Quest’inverno è alle prese con la squadra Nazionale B in Coppa Europa. «Cerco di dare il massimo in ogni occasione, ma, per carattere, preferisco non avere troppe aspettative e concentrarmi su una gara dopo l’altra».

La vita dell’atleta le piace e non le pesa affatto avere sempre la valigia pronta. «Girare il mondo grazie allo sci è entusiasmante. È bello vedere posti diversi tanto quanto tornare a casa dagli amici e dalla famiglia. Anche se mi vedono poco, soprattutto d’inverno a causa degli allenamenti e delle gare, i miei genitori mi sostengono perché sanno che sono impegnata in quello che più mi piace».

La stazione che l’ha più colpita è Ushuaia in Argentina dove si è allenata in estate con la Nazionale: «Una località che, per ambiente e piste, mi ha sorpreso, anche perché diversa dai ghiacciai dove sciamo da queste parti». Ragazza rigorosa nella preparazione sportiva, Monica si lascia un po’ andare solo in cucina: «Seguo una dieta che mi aiuta ad alimentarmi bene e a tenere lontano il “cibo spazzatura” ma mi concedo uno strappo a settimana. Di solito è un dolce che mi piace anche cucinare. Cerco le ricette sui social e le sperimento: non sempre il risultato è perfetto ma l’importante è stare ai fornelli e divertirsi».

Elisa Salvi

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Giovanni Ticcò: «Voglio onorare il nonno olimpionico»

Dopo tanti sacrifici, tra scuola e allenamenti quotidiani, Giovanni Ticcò, 19 anni di Moena, “si gode” la prima stagione da atleta della nazionale di sci di fondo, sfoggiando pure i colori della Val di Fassa: «Quest’estate mi sono diplomato al liceo scientifico di Cavalese – racconta Giovanni – e, per ora, ho scelto di non proseguire gli studi. Proprio perché fino all’anno scorso ho faticato a portare avanti, di pari passo, scuola e attività agonistica, adesso che sono entrato sia nel gruppo delle Fiamme Oro sia nella nazionale under 20, ho scelto di concentrarmi sullo sport per ottenere i migliori risultati possibili».

Cresciuto come fondista nell’Unione Sportiva Monti Pallidi, Giovanni Ticcò la scorsa stagione invernale, pur partendo dal gruppo di interesse nazionale, si è messo in luce in diverse gare tanto da guadagnarsi la convocazione al Mondiale Juniores di Lahti. In quell’occasione ha chiuso con un onorevole 18° posto la 10km skating, conquistando il suo miglior risultato. Non ha uno stile preferito, si sente più forte nel pattinaggio ma è un atleta giovane, in crescita e decisamente motivato. «Quando sono sulla neve devo far bene non solo per me ma anche per mio nonno, il fondista Ottavio Compagnoni che è stato per tre volte alle Olimpiadi a Oslo nel 1952, a Cortina nel 1956 e Squaw Valley nel 1960». Confrontarsi con i risultati del nonno in una sorta di sfida casalinga dà una grande carica a Giovanni Ticcò che si dice soddisfatto degli allenamenti con la Nazionale. «Sono contento di quanto sto facendo. L’ambiente della squadra azzurra è stimolante e l’obiettivo è fare bene fin dalle prime gare che sono sempre un test importante per verificare la condizione». Anche se ha cominciato a girare parecchio, dalla Val Formazza in Piemonte a Livigno dove ha vissuto il primo ritiro con gli atleti della Polizia, la sua pista preferita per gli allenamenti è quella del Centro del Fondo di Alochet, sul San Pellegrino, a pochi chilometri da casa. «Ci sono un panorama spettacolare e tanto silenzio. Spero che questo centro venga potenziato per diventare attrattivo non solo per gli appassionati ma anche per gli atleti. Chissà che in futuro non possa capitare di allenarmi lì con la nazionale».

Tra tanta preparazione, attenzione alla dieta – anche se Giovanni dice di essere fortunato perché il suo piatto preferito è la pasta che quindi non lo obbliga a grandi rinunce alimentari – e orari severi, il moenese trascorre il tempo libero con la sua ragazza e con gli amici anche se ora le occasioni scarseggiano perché si fanno pressanti gli appuntamenti agonistici: «In programma ci sono le competizioni dell’Alpen Cup, la nostra Coppa Europa, e poi spero di gareggiare ai Campionati italiani e soprattutto ai Mondiali Junior di Oberwiesenthal, a fine febbraio».

Elisa Salvi

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L'agricoltura biodinamica in Val di Fassa è oggi una realtà

Prima era solo una realtà agricola in espansione, basata sulla biodinamica, ma nel tempo è nata anche una struttura ricettiva a conduzione famigliare. L’Agritur Soreje di Soraga è il primo agriturismo in Fassa ed uno dei pochi in Trentino che opera con tecniche biodinamiche all’avanguardia.

Ma che cosa vuol dire agricoltura biodinamica? Sebastian Ghetta, promotore in Fassa di questa filosofia agricola in linea con i principi di Rudolf Steiner, padre della filosofia Waldorf, racconta che l’agricoltura biodinamica ha alle spalle oltre 80 anni di storia, di ricerche, di pionieri, di agricoltori, studiosi e appassionati ad ogni livello. Il suo primario obiettivo è quello di poter fornire alimenti adatti a una umanità ed a un ambiente sempre in evoluzione. Si basa sul principio primo che bisognerebbe riuscire ad aver cura della terra per aver cura dell’uomo e viceversa; dove tutto nasce da una visione goethiana del mondo e della natura per svilupparsi nel metodo scientifico-spirituale iniziato proprio da Rudolf Steiner.

“Sono nato a Cavalese nel 1987, da madre inglese e padre fassano”, esordice Sebastian Ghetta. “Mia madre Paula Griffiths era venuta qui a vent’anni, amava sciare e ha pensato che potesse insegnare inglese ai maestri di sci durante le vacanze estive. Così ha incontrato mio padre, Franco Ghetta, maestro di sci, e non è più ripartita. Dal loro amore siamo nati io e mia sorella Stephanie. Abbiamo fatto entrambi la Scuola d’Arte a Pozza fino a che io ho iniziato a lavorare come carpentiere. Non amavo il mondo dei cantieri così, insieme ad alcuni amici, a 20 anni abbiamo deciso di prenderci un anno sabbatico per girare il mondo per trovare “spunti di vita vera”. Durante questi viaggi, siamo stati in Thailandia, in Sud America, a Santo Domingo e lì mi sono innamorato dell’agricoltura. Ho visto come questi uomini non coltivassero solo la terra ma anche un ideale e così ho capito che quella era la mia strada. Mi sono innamorato anche del cibo locale, semplice, saporito, sano e naturale. Quando sono tornato in Italiae ho ricominciato a mangiare “la nostra verdura” insapore e senza vitamine ho avuto la conferma che era ora di cambiare le cose e proporre prodotti più genuini. Così ho iniziato a coltivare la terra di un mio prozio”.
La strada verso l’agricoltura biodinamica però non è stata facile nè immediata: “Ho cercato di informarmi qui in valle su quali fossero i metodi più efficaci per coltivare frutta e verdure in modo biologico ma non era sufficiente. Mi accordi che, anche in orti di dimensioni limtate, venivano usati pesticidi o anticrittogamici o concimi chimici. Così scoprii che in Inghilterra c’era un college, l’Emerson College nel Sussex non lontano da Londra, dove insegnavano agricoltura biodinamica ma anche marketing d’impresa. Ho preso una borsa di studio dal Trentino, sono partito insieme alla mia fidanzata che oggi è mia moglie e ho frequentato un corso di due anni, facilitato dal fatto che ovviamente ero già padrone della lingua inglese. Anche a livello spirituale sono andato avanti accostandomi all’affascinante mondo della biodinamica e della antroposofia – la dottrina teosofica che riconosce all’uomo la capacità di elevarsi alla conoscenza dell’invisibile e di compiere la sua necessaria funzione nell’universo. Quando sono tornato, mi sono armato di coraggio e ho aperto un’azienda agricola in Val di Fassa seguendo gli insegnamenit di Glen Atkinson , un professore che avevo conosciuto in Nuova Zelanda dove sono andato a fare uno stage finale. È un astrologo che conosce l’influenza che i pianeti hanno sulle persone e sulle piante e sugli animali ma anche un astrofisico, omeopata e filosofo di fama internazionale che pure ha sviluppato il suo credo agricolo e medico seguendo le teorie di Rudolf Steiner. Con lui in Nuova Zelanda e lì ho imparato l’omeopatia sulle piante e come coltivare i kiwi, oltre alla cultura della potatura.
Il desiderio di Glen Atkison è dimostrare che si può vivere sulla Terra in modo amichevole e collaborativo, lavorando attraverso una mirata organizzazione energetica. Così è nata la tenuta biodinamica “Soreje”. “Ho iniziato pian piano, coltivando dapprima fragole poi diversi tipi di ortaggi fino a quando ho potuto espandermi tanto da aver bisogno dei primi mezzi agricoli – un trattorino e un po’ di attrezzature. La vendita è sempre stata diretta per mantenere un contatto diretto con il pubblico. La richiesta però andava oltre la produzione e ci siamo ulteriormente ingranditi, completando l’azienda con una sessantina tra capre e pecore dato che, per l’antroposofia steineriana, la parte zootecnica è altrettanto importante ed è complementare a quella vegetale e a quella umana. Produciamo uova fresche con circa 50 galline allevate libere, yogurt e formaggi.

Va da sè che, per essere un agricoltore biodinamico, bisogna sempre essere in trasformazione, studiare, informarsi, crescere come una pianta e soprattutto confrontarsi con persone che svolgono il tuo stesso tipo di percorso: “In questo modo mi tengo aggiornato e mi sento molto stimolato. Rimanere in contatto con altri che hanno fatto la mia scelta mi dà la piacevole sensazione di avere radici. Viviamo in un mondo che pensa solo al fatturato e alla produzione mentre la biodinamica prende in considerazione l’aspetto spirituale delle piante, degli animali e delle persone”.

L’apertura dell’agriturismo ha cambiato il modo di vivere della famiglia: “Prima, con l’azienda agricola durata per 10 anni, io lavoravo la terra d’estate e lavoravo sugli impianti da sci d’inverno. Ora io e la mia famiglia possiamo concentraci su quello che amiamo. Abbiamo atteso sei anni per poter costruire ma oggi abbiamo una casa, cantine, celle frigo, una stalla, un fienile, tettoie per i mezzi agricoli. E, come i nostri prodotti (che vendiamo anche online), così anche la costruzione dell’Agritur ha rispettato i principi biodinamici grazie a materiali atossici, naturali e ecosostenibili. Mia sorella Stephanie è stata fondamentale nel gestire la ricettività e l’accoglienza delle camere così come nella vendita diretta dei nostri prodotti in giro per le piazze di Fassa. Il futuro? Vorrei lavorare un po’ di più in cucina portando anche in questo ambito i principi steineriani dove la cottura e il modo con il quale si preparano i cibi sono essenziali per il corpo, lo spirito e l’anima”.

Federica Giobbe

 

 

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Del futuro e del passato della Coppa del Mondo in Valle di Fassa

“I Mondiali Junior di sci alpino che si sono tenuti lo scorso anno non sono un punto di arrivo per la Valle di Fassa”. Lo riafferma con decisione Davide Moser, presidente del Comitato Organizzatore dell’evento. “La manifestazione sportiva è stata un banco di prova importante per pubblicizzare le potenzialità della valle in termini sia di strutture che di operatori. Ha svelato le capacità del nostro territorio e ha mobilitato grandi energie. Sarebbe un peccato non puntare a una gara di Coppa del Mondo”. Non manca fin d’ora l’evidenza della difficoltà oggettiva del progetto: “Non è semplice inserirsi nel calendario di Coppa del Mondo, visto che l’Italia vanta già quattro competizioni maschili e due femminili. Siamo inoltre in una fase dove l’attenzione è catturata dai Giochi Olimpici invernali del 2026. Una prima possibilità potrebbe essere quella di dare la disponibilità per il recupero di una gara cancellata per qualche motivo contingente. Non credo avvenga nell’attuale stagione invernale dove la neve abbonda su tutto l’arco alpino”. Proprio in questi giorni, la Federazione internazionale ha aggiunto in calendario una gara di parallelo a Zuers, in Austria, preferendola a Livigno che era in lista d’attesa già da molto tempo.

Detto questo, nulla è perduto e l’impegno continua sotto traccia. La valle di Fassa mette in campo un tridente ineguagliabile nel settore dello sci alpino. Ha capacità ricettiva, una struttura organizzativa rodata che può coinvolgere un elevato numero di volontari e due piste dalle caratteristiche idonee: l’Aloch e la VolatA. La prima si trova a Pozza di Fassa ed è stata recentemente ampliata e rimessa a nuovo ottenendo l’omologazione ufficiale per ospitare allenamenti e gare di Coppa del Mondo sia di slalom speciale che gigante. La seconda è al Passo San Pellegrino ed è nata per ospitare le discipline veloci, la discesa libera e il SuperG.

L’area che sta ai piedi della Regina delle Dolomiti, la Marmolada, offre un territorio che non ha nulla da invidiare ad altre blasonate località. Se riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che la famosa gara 3-Tre, che ha dato il nome alla ormai celeberrima pista del Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio, è passata anche per la Valle di Fassa. La prima edizione della 3-Tre è datata 19 gennaio 1950 con la Paganella, l’altopiano di Folgaria e il Monte Bondone a fare da palcoscenico a tre gare: discesa, slalom e gigante. Il nome dell’evento voleva appunto significare «Tre gare in Trentino». Grande dominatore di quella edizione fu il mitico Zeno Colò. Dopo una seconda edizione nelle medesime sedi, nel 1952 l’evento traslocò a San Martino di Castrozza, all’ombra del Cimon de la Pala fino a che l’anno seguente la 3-Tre mise radici, fino al 1956, tra Canazei e la Marmolada. La prima fu l’edizione dominata da René Rey che si aggiudico tre delle quattro gare in programma.   L’anno successivo la vittoria fu dell’austriaco Christian Pravda che vinse tre prove lasciando il podio dello slalom speciale a Stein Eriksen, un norvegese dal fisico statuario che si era aggiudicato due anni prima l’oro di specialità alle Olimpiadi di Oslo. Nei due anni successivi furono sempre atleti stranieri a primeggiare e tra questi anche il leggendario Toni Sailer, soprannominato dalla stampa “Der schwarze Blitz aus Kitz” (“il lampo nero di Kitzbühel”). Durante le Olimpiadi di Cortina del 1956 fu il primo sciatore a vincere tutte le gare di sci alpino: discesa libera, slalom gigante e slalom speciale. Terminati quegli anni, la 3-Tre lasciò il Trentino orientale per accasarsi definitivamente a Madonna di Campiglio. Non è semplice ricostruire la cronaca della 3-Tre in Valle di Fassa ma la memoria e l’esperienza di Fiorenzo Perathoner, ex presidente del Dolomiti Superski, non fallisce: «Purtroppo ho ricordi parziali di quel periodo. In una edizione sono stato anche direttore di gara e avevo la responsabilità di organizzare le piste. A quel tempo i tracciati erano battuti con i piedi nel senso letterale della parola. Avevo a disposizione un gruppo di militari che con gli sci dovevano livellare la pista e renderla più regolare possibile. Io stesso lavoravo in pista portando a spalla i paletti necessari alle porte. Ricordo che l’allora direttore della FISI Fabio Conci mi riprese bonariamente affermando che un direttore di gara doveva dirigere e non fare l’uomo di fatica”. Le gare si svolsero alternativamente a Canazei e in Marmolada: “Ovviamente le piste erano preparate in maniera artigianale – continua Fiorenzo Perathoner – e risultavano essere molto diverse da quelle battute con i mezzi meccanici di oggi. Fare una libera negli anni Cinquanta non era uno scherzo e gli incidenti erano all’ordine del giorno. Fortunatamente nel nostro caso non furono gravi. Ricordo tra questi anche la caduta del giovane Aga Khan”, l’uomo oggi 83enne, leader spirituale dei musulmani Ismailiti Nizariti, protagonista delle cronache mondane per i cavalli delle sue scuderie, per l’invenzione della Costa Smeralda, per la bellezza delle donne che stanno al suo fianco. “Abbiamo la stessa età”, conclude Perathoner: “Era un giovane appassionato di sci e amava le Dolomiti che frequentò spesso”. Il principe Aga Khan corse l’ultima volta la 3-Tre a Madonna di Campiglio nel 1963 sotto lo sguardo attento di Juan Carlos di Borbone, allora pretendente al trono di Spagna. “Purtroppo negli anni Cinquanta la stagione invernale era limitata al periodo natalizio. Gli albergatori di allora avevano difficoltà ad allungare la stagione per accogliere gli atleti della competizione sportiva in altri momenti”.

 

Gilberto Bonani

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Martina Ambrosi ha preso il volo

È entrata da poco nel gruppo degli atleti testimonial della Val di Fassa, Martina Ambrosi, 18 anni, da un paio di inverni nella nazionale di salto speciale con gli sci (Squadra B). Di Trento ma con un forte legame con la Val di Fassa, in particolare con Moena dove vivono i nonni materni e dove lei ha trascorso lunghi periodi, Martina è cresciuta agonisticamente nella U.S. Dolomitica. Dopo un’infanzia da sciatrice, a 12 anni si è appassionata al salto con gli sci e per un certo periodo è riuscita a conciliare gli spostamenti dal capoluogo alle località di allenamento. Una volta arrivata al liceo, però, i ritmi sono cambiati ed è stata costretta a scegliere optando per il trasferimento allo Schigymnasium di Stams, vicino a Innsbruck. “Ero passata diverse volte accanto all’istituto di Stams per andare ai trampolini della zona. Un giorn, sono andata a visitare la scuola e mi ha fatto un’ottima impressione. È un liceo per atleti conosciuto in tutta Europa: con me ci sono altre due sciatrici trentine e qualche altoatesino”. Il tedesco non è stato un grosso ostacolo perché Martina ha frequentato elementari e medie bilingui: “L’opportunità di concludere questa scuola con un diploma che certifica il mio bilinguismo ha inciso nella scelta di trasferirmi. All’inizio è stato impegnativo ma ora capisco tutto, anche il dialetto”. In futuro Martina vorrebbe proseguire gli studi, in Austria o Germania, frequentando la facoltà di scienze motorie ma ora è concentrata sul salto speciale, praticato da pochissime atlete in Italia. Una disciplina che non ammette distrazioni: disputa allenamenti e gare sia d’inverno, sia d’estate quando le strutture vengono coperte da un particolare materiale sintetico che riproduce la sensazione della neve. Il poco tempo libero lo trascorre studiando per l’esame della patente, leggendo libri in inglese e tedesco e trascorrendo i weekend, quando può, con i genitori. I ritmi serrati non sembrano pesarle e nemmeno il fatto di dover spiegare a chi la incontra all’aeroporto o sul treno cosa fa con quegli sci così larghi: “Volo con gli sci, rispondo. E tutti restano a bocca aperta. Ma praticare uno sport fuori dal comune in Italia, per me è motivo d’orgoglio”. Coraggio e determinazione non le mancano. “Non ho mai avuto paura di saltare – sostiene – solo a gennaio, al rientro da un infortunio, ho avuto qualche esitazione, che però è passata subito. Ora mi lancio dal trampolino da 90 metri, il mio salto più lungo è di 100 metri e non vedo l’ora di saltare dai trampolini ancora più grandi”. Obiettivi di stagione per Martina sono i Mondiali junior di Oberwiesenthal, a fine febbraio, e il possibile esordio in Coppa del Mondo. E chissà che, quest’inverno, con gli sci non spicchi davvero il volo anche in senso lato.

Elisa Salvi

 

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