Dottori… via web

Il giorno della laurea lo avevano pensato diversamente. La tensione nei corridoi dell’ateneo prima della discussione, gli sguardi commossi di genitori e nonni, gli scherzi goliardici degli amici, il brindisi liberatorio al grido di “Dottore, dottore…”. Per i laureati della primavera 2020 niente di tutto questo è stato possibile.

Il 1° aprile Giulia Smaniotto ha chiuso il suo percorso triennale alla facoltà di Scienze della formazione nelle organizzazioni, corso in Scienze e tecniche psicologiche, di Verona con il massimo dei voti e la lode. Eppure le rimane l’amaro in bocca per tutto ciò che non è stato: “Se mi avessero proposto di rimandare, l’avrei fatto. Era troppa la delusione per non aver potuto condividere una tappa tanto importante della mia vita con le persone a cui voglio bene. Volevo mostrare ai miei parenti la facoltà dove ho studiato, volevo vivere con loro l’attesa e la soddisfazione dopo anni di impegno, volevo festeggiare con i miei amici; invece sono stata privata di tutto questo”. La discussione della tesi, Giulia l’ha fatta, vestita di tutto punto, nella taverna di casa, da sola, connessa con la commissione via Zoom: “L’emozione è stata senza dubbio ridotta, rispetto a una discussione dal vivo”, commenta ancora amareggiata.

Il 30 marzo anche Valentina Giacomelli è diventata dottoressa: per lei laurea magistrale in Editoria e giornalismo alla facoltà di Verona: una discussione via Skype, che ha affrontato con i pantaloni del pigiama e le ciabatte, ma elegantemente vestita nella parte superiore del corpo. “Hanno dovuto proclamarmi due volte perché la prima volta non avevano connesso la commissione”, racconta divertita. Oggi è contenta di aver concluso il percorso di studi, ma anche lei ad un certo punto sarebbe stata disposta a posticipare per poter laurearsi “dal vivo”: “Mi è mancato il riconoscimento pubblico e ufficiale di questo traguardo. Dopo tanta fatica e impegno (ho studiato e lavorato contemporaneamente) è stato un po’ triste chiudere tutto con una chiamata via internet. Almeno però avevo vicino la mia famiglia”.

Carla Vargiu si è laureata in Economia e Management del settore pubblico il 19 marzo, poco più di una settimana dopo il lock-down italiano. “Nei giorni precedenti la data fissata, ero molto tesa perché non si sapeva ancora se saremmo riusciti a laurearci o se avremmo dovuto rimandare. Quando è arrivata la conferma della possibilità di discutere on-line, ho tirato un sospiro di sollievo, seppur amaro”. Dopo una prova tecnica, Carla si è quindi collegata all’ora prefissata con la commissione di laurea: “Mi sono recata, con tanto di certificazione, a casa di una mia zia che ha una buona connessione internet, da lì ho discusso. Ero sola in una stanza, ma sapevo che i miei parenti e i miei amici mi stavano ascoltando a distanza: l’università di Bolzano ha infatti aperto anche al pubblico le sessioni di laurea on-line, così da permettere ad altri di condividere quel momento tanto importante. Potrei quasi dire che il distanziamento sociale imposto a livello nazionale ha permesso di collegarsi a tante persone che non sarebbero riuscite ad essere con me fisicamente quel giorno”. Non c’è però collegamento internet che non riservi qualche sorpresa: “Uno dei miei amici ha dimenticato di togliere l’audio al microfono, così mentre esponevo la mia tesi, sentivo il suo macina chicchi di caffè in azione e avevo il timore che il rumore coprisse la mia voce”, racconta divertita. E siccome le piace trovare il bello in ogni cosa, conclude: “Ai miei nipoti potrò raccontare che sono stata una delle prime a laurearmi in digitale!”.

Monica Gabrielli

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L’epidemia all’estero

Per quasi due mesi, le conferenze stampa provinciali e nazionali hanno scandito i nostri pomeriggi, aggiornandoci, giorno dopo giorno, sul numero dei contagi, dei decessi e dei guariti. Per settimane abbiamo guardato al nostro Paese, tra i più colpiti dall’epidemia, con apprensione e con la consapevolezza di trovarci nell’occhio del ciclone. Ma c’è anche chi la situazione l’ha osservata dall’estero, con una doppia preoccupazione, quella per i propri cari in Italia e quella per sé stesso e il Paese di adozione. Abbiamo raccolto alcune delle storie di valligiani che la pandemia si sono trovati a viverla in giro per il mondo.

USA

1.259.777 casi, 75.852 decessi

Luca Girardi, San Francisco

Il coronavirus ha cambiato nella mia quotidianità almeno due aspetti: il modo in cui vivo a casa e il modo in cui vivo fuori di casa. Il primo è ovvio: vivo con la mia compagna, Misty, in un appartamento che di certo non è grande. Si sta insieme 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana. I ritmi di uno diventano quelli dell’altro. Non c’è un attimo di tregua: uscire non è vietato come in Italia, ma i parchi e le spiagge sono chiuse. Per cui non c’è scampo: bisogna sopportarsi. Si vedono le atre persone come appestati. Durante le nostre passeggiate, evitiamo di stare sul marciapiede se qualcun altro cammina in senso contrario. Tutti potenzialmente potrebbero attaccarti la malattia. Ce la prendiamo con quelli che non si spostano, o stanno fermi agli angoli delle strade. Sono tutti “nemici”. Trump lo evito. Lo evitavo già prima, ma le cose che dice sul coronavirus sono ridicole, imbarazzanti. Mi fanno rabbrividire o mi nauseano, o entrambi. La risposta al coronavirus è in mano ai governatori; per fortuna noi ne abbiamo uno buono, certi altri stati, specialmente al sud, non sono così fortunati. La situazione in ceri stati (New York, New Jersey) è peggiore che in Italia. Qui sulla West Coast stiamo un po’ meglio: in California la maggior parte dei casi (26.243) sono a Los Angeles. Noi qui ce la caviamo relativamente bene: ci sono 1.760 casi in totale nella contea di San Francisco. Ma in generale ci si sente un po’ abbandonati a sé stessi: non c’è aiuto economico ($1200, una tantum, e nemmeno per tutti), e non c’è aiuto sanitario: ci sono storie su internet di gente che paga migliaia di dollari per un tampone. Chi perde il lavoro perde l’assistenza sanitaria; ci sono 26 milioni di persone che hanno richiesto la disoccupazione. L’economia è in contrazione. I lavoratori di Amazon lavorano in condizioni precarie (come anche quelli nella sanità) e vengono licenziati se protestano. Mi vengono in mente le parole di Simon & Garfunkel: “They’ve all come to look for America” (Sono tutti venuti a cercare l’America). Ma dov’è l’America?

MOZAMBICO

82 casi, 0 decessi

Gianluca Guadagnini, Tofu

Qui in Mozambico siamo nella cosiddetta fase tre, cioè quella che precede il lock-down totale: ci sono delle restrizioni importanti alla libertà di movimento, soprattutto per quelle situazioni che implicano assembramento, come le cerimonie religiose, ma non siamo obbligati a restare in casa. Le scuole sono chiuse, gli accessi ai negozi limitati, così come il numero dei passeggeri sugli autobus. Va comunque tenuto presente che il concetto di responsabilità sociale è diverso rispetto a quello che intendiamo noi: non è solo una questione culturale; per molta gente è di fatto impossibile rispettare determinate regole. La maggior parte dei mozambicani vive di lavori occasionali, non esiste un vero sistema di previdenza sociale, le famiglie sono abituate a vivere all’aperto, per cui le case nono sono predisposte per una quarantena a domicilio. Il Paese cerca perciò di adattarsi alla propria maniera alle nuove disposizioni, con pesanti conseguenze economiche. L’autista che prima faceva salire sul suo bus 27 persone, ora deve limitarsi a 9; chi si affidava a lavori giornalieri non trova più di che vivere; chi un lavoro ce l’aveva sa di aver garantito lo stipendio minimo per tre mesi (pagato dal datore di lavoro, non dal Governo) e poi non avrà più diritto a niente. La crisi ha colpito in particolare la nuova middle class che andava formandosi nel Paese, coloro che grazie a stipendi dignitosi erano riusciti a uscire dalla povertà e a porsi nuovi obiettivi. Ora siamo tornati a una vita di sussistenza come al termine della lunga guerra civile mozambicana.

Io e la mia compagna gestiamo una guest house a Tofu, zona turistica del Paese. Dal 15 marzo non abbiamo più clienti: in due settimane abbiamo visto annullate le prenotazioni per l’intero anno. Abbiamo calcolato che per mantenere la struttura e garantire al personale uno stipendio seppur minimo (che è ben poca cosa rispetto al loro guadagno precedente), da qui a dicembre dovremo prevedere circa 35.000 euro di costi, con zero entrate.

Credo che questa situazione ci stia mettendo di fronte al fatto che il capitalismo sfrenato ha portato il mondo a un livello di interconnessione tale per cui non possiamo più permetterci di credere di poter vivere indifferenti a ciò che capita dall’altra parte della Terra. Spero che tutto questo ci permetta di fare qualche passo indietro e tornare a uno stile di vita più sostenibile per tutti.

REPUBBLICA DOMINICANA

9.376 casi, 380 decessi

Michela Bez, Santo Domingo

Sto vivendo molto male questa situazione sanitaria perché sono estremamente delusa per come il Paese sta gestendo l’epidemia. Il governo si è limitato a consigliare una quarantena dalle 5 alle 17, istituendo il coprifuoco dalle 5 alle 17. Il 30% della popolazione rispetta queste indicazioni, uscendo solo per fare la spesa (nei supermercati si trovano però file ed assembramenti), mentre il restante 70% trascorre le giornate all’aperto, incurante del virus. Con il buio la situazione non migliora: è come se la popolazione sfidasse la polizia, che ha già arrestato decine di migliaia di persone. Purtroppo, la gente non sta prendendo coscienza del virus: si affidano alla religione, credendo di essere protetti da Dio e di non aver bisogno di altre misure precauzionali.

Da un punto di vista economico e sociale la situazione è drammatica: la maggior parte dei domenicani vive con il lavoro del giorno, così molte attività (come, per esempio, i barbieri e i parrucchieri) funzionano abusivamente, anche grazie a una corruzione diffusa. Oltre ai morti per coronavirus (il numero reale è probabilmente diverso da quello ufficiale), c’è stato un aumento dei casi di decessi dovuti all’alcol, dei suicidi, degli omicidi e delle violenze, anche domestiche.

Onestamente sono molto preoccupata per questo Paese: questa situazione ha messo in evidenza i rischi non solo di un sistema sanitario precario, ma anche di un tasso di istruzione molto basso.

GERMANIA

169.430 casi, 7.392 decessi

Stefano Savin, Baviera

Anche in Germania l’epidemia di Covid-19 ci ha cambiato la vita. Molte attività sono state chiuse e tante lo sono ancora, ma dal 27 aprile qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la libertà personale, seppur le passeggiate non siano di fatto mai state vietate. Personalmente mi ritengo abbastanza fortunato perché io ho continuato a lavorare, ma la limitazione dei contatti umani è stata pesante da sopportare.

Qui il virus ha colpito un paio di settimane dopo rispetto all’Italia e credo che questo ritardo abbia permesso alla Germania di organizzarsi di conseguenza. Forse hanno pesato anche il diverso sistema sanitario e la mentalità della gente, che penso abbia fatto la differenza nei numeri. Faccio un esempio: qui le multe bisogna pagarle davvero; in Italia si inizia con le denunce e, poi, a causa dei tempi infiniti del sistema giudiziario, è quasi come dire “fate quello che volete”.

In questi mesi non ho mai avuto paura per me o mia moglie, ma ne ho avuta per i miei genitori a Predazzo. Mi manca tanto la mia famiglia, soprattutto ora che so di non poter andare a trovarla quando voglio. Purtroppo, sembra che dovrò aspettare almeno fino a metà giugno prima di poter rientrare in Italia. Spero davvero si riesca a tornare presto a una sorta di normalità, anche se sicuramente non sarà mai come prima: le nostre vite sono ormai cambiate; se in meglio o in peggio lo sapremo solo più avanti.

Monica Gabrielli

*dati JHU CSSE COVID-19, 8 maggio 2020

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L’ITAS sostiene i Vigili del Fuoco

Nel pomeriggio di martedì i vigili del fuoco fiemmesi hanno ricevuto un grande segno di collaborazione e riconoscenza. L’agenzia ITAS Assicurazioni di Cavalese ha voluto contribuire in maniera generosa, all’acquisto di uno strumento estremamente importante ed utile, in questo periodo più che mai, per la sicurezza e protezione dei pompieri, anche al di fuori dell’interventistica. Si tratta di un sanificatore ad ozono, consegnato da Giuseppe Larentis, Alan Barbolini e Paola Monsorno all’ispettore Stefano Sandri e al comandante dei volontari di Carano Edi Niederleimbacher. Questo prezioso strumento, che aspira l’aria e rilascia ozono, viene già utilizzato in luoghi come palestre e piscine per la sanificazione dei locali e degli strumenti. L’ozono è un potente disinfettante che usato con i corretti dosaggi, permette di eliminare batteri, funghi, muffe e sì, anche i virus come il Covid19. Inoltre questo prezioso strumento elimina gli odori, come quello di fumo, che non solo si impregna sull’abbigliamento da interventistica ma che rimane per giorni ad aleggiare nelle caserme, dopo gli incendi. “A seguito dell’incendio di qualche giorno fa a Maso Toffa, sul territorio di Carano, abbiamo ritenuto importante dare un segnale di vicinanza e gratitudine ai nostri vigili del fuoco. Ed abbiamo anche constatato quanto, uno strumento di questo genere, sia importante, sempre, per i corpi volontari e le loro strutture” spiega Larentis. A nome di tutta l’Unione distrettuale di Fiemme e di tutti i vigili volontari, l’ispettore Sandri ha voluto ringraziare sentitamente per il gesto generoso, sottolineando l’efficacia di tale strumento, già messo in funzione nella caserma di Cavalese e la sua preziosità per pulire a fondo i locali, gli strumenti e l’abbigliamento con poco semplici mosse.

Insomma, davvero un gran bel regalo per tutti i corpi dell’Unione di Fiemme, che da oggi, da Moena a Valfloriana, potranno passarsi questo nuovo strumento per poter sempre operare in sicurezza.

Sara Bonelli

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al nastro di ripartenza

Sono settimane di confronto, analisi e pianificazione quelle dell’ApT Val di Fiemme che si sta organizzando per la ripartenza. L’attuale Consiglio di Amministrazione, presieduto da Renato Dellagiacoma, assieme alla direzione e all’intero staff, sta gestendo con impegno questo momento di crisi inimmaginabile attraverso un’attenta valutazione delle problematiche da affrontare.

A supporto di questo difficile momento si è rivelata particolarmente proficua la collaborazione con Trentino School of Management (TSM), inizialmente prevista per aiutare l’Azienda per il Turismo a definire un manifesto del futuro turistico della valle. TSM, che ha affiancato l’ApT come facilitatore di sviluppo di idee da trasmettere al prossimo CdA, ha attivato un percorso per favorire il passaggio di consegne e per trasferire le riflessioni che si sono susseguite nel corso dell’ultimo triennio.

La collaborazione con TSM si è rivelata un elemento di aiuto e supporto anche per la difficile gestione di questa crisi. Oltre alla valutazione dei possibili scenari futuri, sono state identificate nuove strategie da mettere in campo.

Altri confronti sono stati aperti dal CdA e dalla direzione dell’ApT Val di Fiemme con le categorie del settore turistico e con Trentino Marketing, al fine di uscire con un messaggio forte, univoco e rassicurante che evidenzi gli immensi spazi rigeneranti, le opportunità di riavvicinarsi alla natura e rimettersi in movimento, oltre ai valori legati alla tradizione e all’amore per la terra espressi dalla Val di Fiemme.

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I gatti sono spesso dei salvavita

Sarà capitato a tutti di incontrare un gatto abbandonato o smarrito. Molti di noi si saranno preoccupati di «aiutarlo», rincorrendolo goffamente magari spaventandolo, oppure cominciando a telefonare a tutte le associazioni animaliste di propria conoscenza. In un momento delicato come quello, infatti, scatta la sindrome dell’«io ti salverò». Ma siamo sicuri che quell’animale sia davvero diperso e bisognoso di aiuto? La storica Legge 281 del 1991 ha stabilito che i gatti non sono più randagi, ma sono liberi. Un cambiamento rivoluzionario per questi animali e per le persone che se ne occupano, le cosiddette “gattare”, che da allora sono diventate ufficialmente tutor: ovvero custodi delle colonie feline, i piccoli o grandi raggruppamenti in cui vivono i mici appunto liberi. Dunque, quando si vede un gatto non rinchiuso in un appartamento, per prima cosa bisogna informarsi su chi è la sua tutrice o proprietaria, chiedendo ai portinai, ai condomini, ai passanti e anche all’Azienda di tutela salute (ex-Asl) veterinaria di zona. In quanto colonie feline sono censite e la loro responsabile riconosciuta è l’Ats. Se il micio risulta di colonia, non bisogna fare alcunché, c’è già chi si occupa di lui. Un’altra situazione potrebbe riguardare un gatto «che esce», che vive in casa ma ha accesso al giardino privato o condominiale. Anche in questo caso, bisogna informarsi e non sottrarre un animale che ha un padrone, avendo la possibilità di andare in un giardino protetto, senza pericoli. “Se si appura che il gatto è davvero bisognoso di aiuto, gli si porta del cibo. In questa stagione invernale, è meglio portare cibo secco, che non marcisce, insieme a una ciotolina d’acqua. In questo modo, lo si nutre ma anche si prende un po’ di confidenza. Così si vede se sta bene, dalle condizioni del pelo e degli occhi, o se ha problemi di salute. Dai gesti del micio, inoltre, si capisce se è domestico, se ha confidenza con gli umani o se è diffidente” racconta Elisabetta Castellani, che da anni si occupa di gatti tra Forno di Moena e Paneveggio. “Dopo che si è fatta un minimo di conoscenza, e possono essere necessari parecchi giorni, si può cercare di prenderlo per portarlo da un veterinario per un controllo sanitario e anche dell’eventuale microchip”. Da anni l’Associazione “Amici Degli Animali di Fiemme e Fassa” si occupa del censimento dei gatti delle nostre valli, delle sterilizzazioni in convenzione con i comuni aderenti e di catture in protezione con gabbie-trappola, fornite con tanto di spiegazioni sull’uso da alcuni veterinari e da alcune associazioni animaliste, quali LAV Fassa o Fiemme. Ma cosa vuol dire essere una “gattara”? Lo abbiamo chiesto a Miriam Locatin, volontaria dell’Associazione Amici degli Animali e referente per i gatti di Fassa: “Essere una gattara è un gran sacrificio, e chi lo fa è mosso solo da una cosa: l’amore incondizionato per gli animali e soprattutto per i gatti. L’amore per gli animali è qualcosa che nasce da dentro, è nel dna di noi “gattare”. Non esistono animalisti/ste bensì persone empatiche che hanno a cuore il benessere degli animali e che non riescono a girarsi dall’altra parte quando trovano una creatura indifesa in difficoltà, lasciata spesso al proprio destino essendo incapace di chiedere aiuto. La mia passione per gli animali, ed in particolare per i gatti, è nata da bimba, fortunatamente supportata dalla mia famiglia, soprattutto da mia mamma Antonietta. Negli anni poi ho iniziato una collaborazione con l’associazione amici degli animali di Fiemme, fino a che, qualche anno fa, ne sono entrata a far parte attivamente diventando la referente per la Val di Fassa. Attualmente abbiamo circa 19 colonie feline monitorate, (116 gatti censiti) , che riusciamo a gestire grazie al grande cuore di alcune persone volontarie che dedicano tempo e denaro a sfamare i gatti ed a controllare che stiano bene. Voglio precisare che tutti i gatti randagi del comune di Fassa, sono di proprietà dei sindaci, anche se poi ad accudirli ci pensano le volontarie, supportate dall’Associazione, che in questi anni ha stipulato una convenzione con i vari comuni di Fassa, riuscendo così a contenere le nascite con la sterilizzazione. Se ci si dovesse imbattere in un gatto bisognoso, vorrei quindi ricordare di rivolgersi ai vigili urbani, che sono alle dipendenze del comune, e collaborano attivamente con noi volontarie. Un’ultima cosa mi sento di dire dire: sterilizzate! Sia gatti femmine che maschi, staranno meglio loro e voi. E comunque gattini da adottare se ne trovano sempre”. Della stessa idea Franca Genetin, referente della Valfloriana, che da più di 30 anni si occupa di animali. “In realtà fin da bimba ero predisposta all’aiuto e al salvataggio degli animali. Colonie in Valfloriana ce ne sono solo 3 attualmente, estinte per gatti anziani e malati. La più grande comunità di gatti è a casa mia, tutti gatti della Valfloriana a cui sono deceduti i proprietari o sono in casa di riposo e i parenti non potevano o volevano tenerli. Quando è possibile mi aiuta Ester, una mia amica, altrimenti sono da sola ma comunque la gente qui, come a Castello, Molina e anche a Cavalese, mi aiuta come Associazione, comprando cibo nelle cassette posizionate nei negozi, un gesto lodevole delle persone di buon cuore che aiutano come possono. Gli animali per me sono come la mia famiglia e un gatto che fa le fusa quando sono stanca o arrabbiata è per me la miglior medicina.” Ma quali sono le difficoltà riscontrabili in una comunità come quella della Valfloriana? “In realtà poche per i gatti perché qui ci conosciamo tutti e di conseguenza se c’è un gattino in giro, si trova sempre il proprietario. Ogni tanto però capita di trovare animali abbandonati: la gente passa con la macchina e li scarica vicino ai paesi, ora è un pò più facile perché per fortuna abbiamo un gattile nuovo a Ziano di Fiemme, cosi li portiamo lì, altrimenti anni addietro li tenevamo in stalla e le volontarie nelle proprie case. A tal proposito, ringrazio anche l’amministrazione comunale di Valfloriana che, più volte, mi ha aiutata a risolvere qualche problema con cani e gatti, dimostrandosi molto sensibile a riguardo. Un ringraziamento va anche ad un’altra “gattara” storica, Liliana Monsorno di Varena, che in Val di Fiemme è un prezioso punto di riferimento per molti gatti”. Insomma se perdete un gatto adesso avete le idee più chiare a chi rivolgervi: non esitate a contattare l’Associazione Amici degli Animali di Fiemme e Fassa e non dimenticatevi di lasciare dei volantini con il vostro recapito e la descrizione del gatto, non si sa mai che si sia davvero perso, scappato di casa o proveniente da una zona non proprio vicina. Ultimo consiglio: pubblicizzare il fatto sui social soprattutto su Facebook!

Federica Giobbe.

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La marcialonga Cycling non si arrende. Si “pedalerà” sul tratto di percorso Predazzo-Passo San Pellegrino

Marcialonga “Cycling” Craft dribbla, causa Coronavirus, l’edizione 2020 dell’affascinante competizione ciclistica a cavallo delle Valli di Fiemme e di Fassa e che scollina sui passi dolomitici Costalunga, Pampeago, San Pellegrino e Valles.

Era nell’aria che la 14.a edizione sarebbe stata quella dei record, con un numero di iscritti che da tempo era attestato a quota 2.000, grazie anche all’inclusione dell’evento nei circuiti Alè e Zerowind.

Del rinvio al 30 maggio 2021 sì è già detto, ma per gli appassionati di ciclismo c’è modo, ora, di vivere comunque emozioni, anche se in maniera diversa, “pedalando” virtualmente domenica 26 aprile sul tracciato della Marcialonga Craft. Marcialonga è passione e condivisione, e così ecco la gara su due ruote inserita in un inedito circuito promosso da “Endu” di cui fanno parte anche la Virtual Granfondo Gavia e Mortirolo (sabato 25), la Virtual Granfondo La Fausto Coppi venerdì 1° Maggio e la Virtual GF Sportful, domenica 3 Maggio, tutte allo start alle ore 9.00.

Virtual Marcialonga Craft non proporrà l’intero tracciato, ma il tratto di 20 km, decisamente spettacolare, dal centro di Predazzo allo scollinamento del Passo San Pellegrino. Ovviamente, visti i divieti imposti dalle norme di contenimento del virus, non si potrà pedalare sul nastro d’asfalto che traghetta la manifestazione dalla Val di Fiemme alla Val di Fassa, ma comodamente sui rulli. C’è un filmato che regala gli scorci, metro dopo metro, del percorso interessato dall’iniziativa. Chi possiede uno smart trainer (rullo) può partecipare alla Virtual granfondo entrando appieno nell’atmosfera di gara. I rulli smart sono dotati di calcolatori di potenza, cadenza e velocità e connettibili a computer, tablet, smartphone o Apple TV attraverso modalità wireless Bluetooth o ANT+. Offrono il maggiore grado di esperienza reale con adattamento dinamico delle pendenze. Non ci sono preclusioni per chi invece dispone di un rullo classico o spinbike, con o senza l’ausilio dei sensori di cadenza e velocità.

Il tracciato nella prima parte fino a Moena è in leggero falsopiano, poi da Moena il dislivello si fa molto più significativo, un percorso già collaudato anche col Giro d’Italia in entrambi i sensi.

La quota di iscrizione a tutto il circuito è di 14.99 euro e include un mese gratuito alla piattaforma Rouvy, ma per chi ha già perfezionato l’iscrizione alla Granfondo trentina gli organizzatori di Marcialonga hanno previsto uno sconto di 4€ sulla quota di iscrizione al circuito virtuale, che ammonterà dunque a 10.99 euro.

Come in tutte le granfondo che si rispettano ci saranno pettorale, diploma e pacco gara virtuali, grazie al supporto dei partners come Felicetti, Enervit, Sorgenia, Canyon e Loacker che hanno messo a disposizione sconti per acquisti attraverso i loro siti internet.

Le manifestazioni virtuali saranno trasmesse in live streaming sui canali ENDU e Marcialonga, con tanto di speaker, ma hanno già dato adesione anche alcuni campioni dello sci in attesa di altri “nomi che contano”. Suoi pedali, o meglio sui rulli, alla Virtual Marcialonga Craft ci saranno Cristian Zorzi, Manfred Moelgg, quindi il plurivincitore della gara Stefano Cecchini, gli atleti del Team Robinson Trentino e del Sottozero Team, Andrea Pasqualon, Pietro Dutto e molti altri.

Un’opportunità, questa, per valorizzare il bel percorso dolomitico e tutto il Trentino: il filmato “virtuale” rimarrà infatti visibile e fruibile anche dopo l’iniziativa sul sito www.rouvy.com.

Un euro per ogni quota di iscrizione sarà devoluto in favore della Protezione Civile.

Info: www.marcialonga.it

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Favola d´inverno

Passo di Lavazé, Trentino Alto Adige. Quota 1800 metri. Mi trovo su questo valico alpino ad altitudine elevata, nel territorio del comune di Varena in provincia di Trento.

Lo scenario è quello di una favola, i protagonisti anche. Un altipiano ancora in parte sconosciuto al ciclone turistico che contamina le piste da sci nella stagione invernale. Le uniche forme di turismo presenti sono quelle dello sci da fondo e delle racchette da neve, sport che armonizzano perfettamente il silenzio interiore con quello della natura circostante. I massicci dello Sciliar, del Latemar e del Catinaccio sono i gruppi montuosi Dolomitici che fanno da cornice a questo esteso altipiano, la cui suggestiva bellezza riporta ai paesaggi sconfinati del Canada e dell´Alaska.

In agosto il profondo silenzio di questo vasto pianoro è stato interrotto dal clamore suscitato dalla presenza dell´orso piú famoso d´Italia, codice M49, fuggito dal recinto elettrificato del Castellier in Val Rendena. Il ricercato numero uno del Trentino era stato catturato dal personale forestale della Provincia Autonoma di Trento, alle porte della Val Rendena, con un’apposita trappola-tubo, ma una volta trasferito, è stato protagonista di un’inarrestabile fuga.

Al Ministero dell’Ambiente lo chiamano Papillon perché, come il protagonista del film omonimo, ricorda un personaggio che affrontando numerosi tentativi di fuga, mira soltanto a riconquistare la libertá. Esplorando questi luoghi si puó capire come mai Papillon abbia deciso di girovagare qualche giorno nei boschi del Passo di Lavazè. La ricerca di libertá si concilia con l´atmosfera incontaminata che qui si respira. Il passaggio dell´orso conferisce al territorio un valore che mi piace definire quasi sacro come se la sua presenza, pur temporanea, rendesse quel bosco immune al tempo. Ma forse il suo passaggio in questa zona assume anche un altro significato. I boschi che M49 ha percorso sono stati feriti dalla tempesta Vaia che un anno fa ha distrutto con la potenza del vento buona parte delle foreste del Nord Italia. Quel giorno i boschi sono stati abbattuti da un vento che soffiava e turbinava quasi alla velocità di 200 km orari. Tutto è stato stravolto.

Ad un anno dalla tempesta, molti alberi giacciono stesi sul terreno, nonostante l´impegno assiduo della comunitá forestale per salvaguardare l´economia di valle basata sull’attività boschiva di produzione del legname. Come stuzzicadenti o birilli protesi sul terreno si presentano migliaia di alberi. Un´immagine che al primo sguardo suscita un´immensa tristezza. Una malinconia inaudita. Gli alberi sono per antonomasia simboli di forza e regalitá. Vederli accasciati sul terreno è impressionante. Parlo con i pochi abitanti del luogo ancora scioccati da questa catastrofe naturale. Eventi di tale imponenza hanno imposto un nuovo dialogo con la natura.

Tutto ciò mi rimanda alla devastazione di Chernobyl. Sono trascorsi trent´anni dal maggior disastro nucleare della storia e la zona altamente contaminata si è trasformata in una riserva di animali selvatici. L´ingegnere capo della zona di esclusione, Denis Vishnevskij, spiega che da quando la gente ha abbandonato la località, la natura è tornata. Un´incredibile biodiversitá si è ricostituita. Probabilmente gli animali hanno un´aspettativa di vita inferiore e un tasso di riproduzione ridotto per gli effetti delle radiazioni, ma il loro numero e la loro varietá sono aumentati a un ritmo senza precedenti. Alcune specie, come i piccioni, legate ai rifiuti abbandonati dall’uomo, sono sparite, ma nel contempo sono ricomparse specie indigene che avevano arricchito la flora lussurreggiante prima della catastrofe, come lupi, orsi e linci. La natura è piú forte dell´uomo e sa ridare poesia ad un luogo di dolore.

Anche al Passo di Lavazè il paesaggio è mutato. Eppure si rivela un incontro poetico quello con alberi riversi considerati ormai morti. Sono ancora creature del bosco. Nonostante l´aspetto tragico e inumano, tento di trovare un accenno di bellezza in questo spettacolo. Nasce una specie di pura condivisione con il dolore provocato dalla furia della tempesta. Una condivisone tra me e i restanti alberi del bosco, mentre sugli sci da fondo percorro in silenzio, sulla coltre bianca, le lunghe tracce della pista costituite da due semplici binari, null´altro. Una sorta di arteria che con delicatezza attraversa le distese infinite di boschi secolari.

Ma la vita nella penombra del bosco si sta già riorganizzando, proprio come a Chernobyl.

Ogni tronco abbattuto sembra dormire. La maestositá che caratterizza ogni singolo albero si è trasformata in uno stato latente che dalla sensazione di morte si traduce in dolcezza apparente.

Il Corpo Forestale sta a fatica lavorando per liberare il bosco da tutti questi alberi dormienti, impilandoli con gran rigore e meticolosità. Cosí mentre proseguo il percorso con gli sci sulla distesa innevata mi si propongono a destra e a sinistra cumuli di tronchi pronti ad essere trasportati lontano per trasformarsi in mobili preziosi, legna da ardere o chissá ridare vita a tanti giocattoli, burattini, forse tanti pinocchio.

Ammassi di tronchi riversi sul terreno gelato, come me osservatori dei tempi e dell’evolversi della natura, ma mentre io mi sposto sugli sci, loro rimangono spettatori immobili come se un loro cuore di legno non cessasse di battere. Cumuli di tronchi che prima di essere trasferiti a valle assistono alle luci del mattino e a quelle del tramonto, percepiscono la voce del vento, la morbidezza della neve, ogni tronco una storia. Pare vogliano assorbire nelle viscere spezzate tutto il silenzio che avvolge il Passo di Lavazé e le montagne intorno che con discrezione abbracciano quelle innumerevoli maestose cataste di legno.

Ritrovo un´insolita bellezza anche nella forza dei pochi pini, abeti, larici sopravvissuti che con grande dignitá svettano contro il cielo. Ogni albero ha una resistenza diversa, sia per le radici più profonde, la qualitá del legno, l´etá. Diversi fattori, la cui combinazione ha consentito di sopravvivere. Li osservo con curiosità: sembrano guardare con affetto gli alberi riversi sul terreno in una continua condivisione tra morte e bellezza.

Proseguo a sciare sulla pista, adeguando il respiro a quello del bosco, tutto sembra uniformarsi. Con occhi diversi scruto la ripresa della vita nella foresta. Il biancore della neve dá risalto ai chiaroscuri dei tronchi.

Ai margini della pista l´albero piú diffuso è l´abete rosso e sono proprio i fragili alberelli nati da poco ad abbracciare in perfetto contorno la traccia che sto percorrendo. Il punto debole delle conifere purtroppo è costituito dagli aghi. L’inverno quest’anno è iniziato in modo difficoltoso per le foreste della regione dolomitica. Una consistente nevicata ha sorpreso in autunno la natura con una imprevista e copiosa abbondanza di neve.

Il Corpo Forestale ha dovuto persino ricorrere all´impiego degli elicotteri che col movimento rotatorio delle pale hanno potuto rimuovere l’ingente quantitá di neve accumulata sui rami degli alberi, evitando che si spezzassero per il troppo peso. E se da un lato è vero che la natura ci aiuta, anche noi abbiamo il dovere di aiutarla a sopravvivere.

L´abete rosso puó vivere fino a 500 anni, non ha fretta di diventare grande. Puó raggiungere l’altezza di una cinquantina di metri, massima elevazione per quest´albero, in pratica paragonabile a quella di un palazzo di 15 piani.

Il primo anno, spiegano i forestali, la crescita dell´abete si arresta a cinque centimetri, tanto che i suoi nemici più pericolosi, oltre al gelo invernale, sono le masse di fili d´erba che possono fargli ombra eccessiva e soffocarlo. Il secondo anno l´abete rosso puó arrivare a dieci centimetri, ma la sua esistenza è sempre precaria in quanto dotato ancora di piccole radici.

Il suo accrescimento è lento e lo osservo con ammirazione mentre mi godo l´atmosfera del bosco ferito, ma non privo di incanto.

Sono al quarantesimo chilometro di percorso sugli sci. Diverse sensazioni si susseguono con lo scorrere del tempo. Mi sembra doveroso far fatica in un bosco tanto segnato dalla tempesta, ma è pur sempre un privilegio attraversarlo e posso ripagare tanta bellezza solo con il sudore e il silenzio. Una sorta di dovere alla memoria. Una favola d´inverno dove morte e bellezza sono protagonisti inseparabili.

Il bosco sembra pietrificato. Mi fermo qualche attimo per riprendere le forze. Le briciole del panino sfilato dallo zaino richiamano un gruppo di cinciallegre che a tempo zero si avvicinano. Per qualche istante la voce silenziosa del bosco riacquista nuova vita con quel gioioso cinguettio. La presenza delle cince, uccellini tanto minuti quanto forti e resistenti, nel breve contatto con l´uomo trovano sostegno in poche briciole, cadute casualmente da un pezzo di pane. E´ tutto il giorno che scio sola sull’altipiano del Lavazè e mi fa piacere incontrare dei piccoli amici che col loro cinguettio riempiono la mia solitudine e infondono vivacitá e allegria al bosco silenzioso.

Nonostante l´ingegner Vishnevskij di Chernobyl, esperto zoologo, sostenga che la presenza umana sia piú dannosa per gli animali selvatici che non l’effetto delle radiazioni, l’incontro con le cince, come del resto quelli precedenti con l’orso, mi fa ben sperare, considerando positivo nel controverso rapporto uomo-natura il sostegno di un pugno di briciole ad uccellini che potrebbero morire di fame.

Consumate le briciole, questi vivaci uccellini si piroettano verso il bosco di conifere, dove possono scovare minuscoli insetti che svernano tra le crepe della corteccia, negli anfratti di larici e pini.

Le cince appartengono alla famiglia dei paridi, uccelli passeriformi di piccole dimensioni, insettivori, che non pesano più di 30 g e nidificano per lo più negli incavi degli alberi. La loro socialitá è proverbiale, oltre che con specie di cince diverse si associano anche con regoli, picchi muratori, rampichini alpestri. Nonostante l’aspetto leggero e gentile, un tratto inconfondibile di questa specie è la spiccata voracità; la cincia infatti si ciba prevalentemente di insetti, ma continua ad ucciderne anche quando è sazia rivelando abitudini predatorie del tutto particolari. E’ comunque anche un uccello previdente e quando il cibo abbonda lo accantona in speciali riserve per i giorni di magra.

Nella gelida foresta boreale del Canada è una piccola cincia (Parus atricapillus) che a una temperatura inferiore a 30 gradi cessa di alzarsi in volo e alimentarsi, poiché la ricerca del nutrimento potrebbe comportare un consumo di energia superiore a quella generata dal cibo ingerito. In condizioni di freddo estremo questo piccolo passeriforme si tuffa nella neve fresca, creando un’intercapedine in grado di generare una temperatura relativamente piú elevata e assicurando in tal modo la sopravvivenza ai rigori invernali.

Alcuni uccelli invece, come il pettirosso, arrivano a rabbrividire soprattutto durante la notte per aumentare il calore del corpo. Il tremore causato dal brivido di freddo accelera il metabolismo e genera spontaneamente calore. Purtroppo non è questa una strategia che funziona a lungo e soprattutto richiede l’apporto di molte calorie che vanno reintegrate col cibo.

Questo genere di tremore é quello che noi chiamiamo comunemente pelle d´oca, uno stratagemma che anche il nostro corpo possiede quale accorgimento per combattere il freddo. Infatti quando si ha freddo i muscoli erettori della pelle fanno alzare i peli e contemporaneamente le ghiandole sudorifere e i vasi sanguigni si rimpiccioliscono al massimo per non disperdere calore.

Fortunatamente le temperature nei boschi del Passo di Lavazè non sono così rigide, dandomi la possibilità di godere per qualche tempo della compagnia e vivacità di questi amabili uccellini. Sembrano essere gli unici abitanti del bosco. Piú silenziosi e nascosti le pernici e i caprioli, di cui si scorgono comunque chiare tracce sul manto nevoso.

Avanzo sciando nel modo piú silenzioso possibile, secondo la tecnica classica dello sci da fondo, non uno sport ma un´arte da riscoprire, con un proprio codice, che prevede movimenti ben coordinati in base a una sorta di protocollo per risparmiare energia proprio come gli animali d´inverno. Si tratta di uno dei primi mezzi di deambulazione utilizzato dall´uomo per spostarsi sulle distese di neve e ghiaccio. Sembra incredibile, ma non dimentichiamoci che gli sci sono stati inventati almeno un migliaio di anni prima della ruota, addirittura pare che in Lapponia siano stati impiegati attorno all’anno 5000 a.C.

Le cince si sono allontanate con volteggi e piroette verso larici e pini. I caprioli incuranti della mia presenza stanno probabilmente raggiungendo la greppia collocata dai boscaioli in un’apposita radura dove potranno trovare fieno abbondante per rifocillarsi.

Il passaggio sull’altipiano dell’orso impegnato come i pochi alberi rimasti a lottare più accanitamente per la vita, ha conferito un significato piú profondo alla sopravvivenza della foresta. Ancora una volta la strada dell´orso si è incrociata con la mia. Non ci siamo incontrati, ma abbiamo condiviso lo stesso territorio ferito. Seguire il suo passaggio mi ha dato la possibilitá di scoprire nuovi segreti nell’imperscrutabile mondo della natura. Non potevo chiedere di meglio che vivere una favola d´inverno.

Chiara Bau

 

 

 

 

 

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LA CENA È SERVITA

Poca voglia di cucinare ma ancora meno di uscire a cena fuori? La soluzione si chiama consegna a domicilio. Nessuna novità per chi vive in città, abituato da anni a ordinare il menù al telefono o, più recentemente, via app e vederselo recapitare a casa. Per la Valle di Fiemme, invece, si tratta di una novità che negli ultimi mesi sta prendendo piede. A Tesero consegnano a domicilio la Pizzeria Roma, The Club e il Kyosko Sushi, mentre a Predazzo è la Pizzeria Millenium a proporre il servizio.

“Vent’anni fa il Manarin, lo storico locale di Cavalese, consegnava a domicilio le pizze su un inconfondibile Maggiolino giallo. Poi, nessuno, che io sappia, ci ha più riprovato”, commenta Michele Monsorno, titolare del Kyosko Sushi di Tesero. È stato proprio lui, un anno e mezzo fa circa, a proporre il servizio, che per qualche mese ha funzionato molto bene. Essendo però solo nel locale, ha dovuto sospenderlo per mancanza di tempo. Ora ha ripreso, appoggiandosi per i recapiti in Val di Fiemme alla Pizzeria Roma e a The Club, che da dicembre hanno attivato il servizio. Per le consegne in Val di Fassa, invece, si organizza in modo autonomo. Le ordinazioni vanno fatte telefonicamente tra le 10 e le 19; è prevista una spesa minima di 30 euro ed è applicata una tariffa di consegna a seconda della distanza.

Luca Monsorno spiega invece le modalità di servizio adottate dalla Pizzeria Roma e da The Club: “Mettiamo a disposizione per la consegna a domicilio l’intero menù del ristorante e della pizzeria sia a pranzo che a cena, mentre solo di sera anche hamburger, sandwich e fritti dell’american bar The Club. Consegniamo in tutta la valle, su ordinazione telefonica, applicando un costo a seconda della distanza. Lavoriamo soprattutto con i clienti di residence e aparthotel, ma anche i residenti stanno iniziando ad apprezzare il servizio, trovandolo una valida alternativa all’asporto a cui erano abituati”.

La pizzeria Millenium di Predazzo, dopo aver lanciato il servizio il 10 gennaio di quest’anno, da qualche settimana si è dotata di un’applicazione per smartphone per semplificare ulteriormente gli ordini. “Lo scorso novembre sono stato in Australia, dove le consegne a domicilio sono la norma non solo per i ristoranti, ma anche per i supermercati. Perfino Uber offre il servizio di recapito pasti. Era da tempo che ci pensavo, ma quel viaggio mi ha convinto a provarci: a Predazzo ci sono dieci pizzerie, significa che la pizza piace, no?”, si chiede Michele Zanotti, proprietario del locale. I fatti sembrano dargli ragione: “Siamo arrivati a fare anche 40 consegne in una sera, soprattutto nel fine settimana. Ad ordinare sono soprattutto gruppi, ma anche famiglie, turisti, allievi finanzieri”.

Millenium consegna dalle 18.30 alle 21.30 a Predazzo, Ziano e Forno. È possibile prenotare da da app o telefonicamente. Non sono previsti costi di consegna, ma si richiede una spesa minima di 15 euro, almeno che non siano già previste altre consegne per quell’ora, in quel caso decade la limitazione. L’applicazione permette di scegliere la pizza preferita, alcuni contorni (patatine, polenta e verdure grigliate), un piatto e un dessert del giorno, oltre alle bevande. È previsto uno sconto del 10% sul primo acquisto e tramite carta fedeltà una raccolta punti con ulteriori vantaggi. Il pagamento per ora è alla consegna (anche tramite Pos), ma l’intenzione è di permetterlo anche tramite app.

Entrambe le pizzerie hanno assunto una persona per il servizio, che viene fornito attraverso l’utilizzo di un’automobile. cibo che viene consegnato caldo grazie a delle apposite borse termiche.

Attivo solo da pochi mesi, il servizio di consegna a domicilio piace alla Valle di Fiemme. Anche qui finalmente, oltre alla cena, anche la comodità è servita.

Monica Gabrielli

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