Guido Brigadoi

“Vento da nord” torna a teatro

In occasione del cinquantesimo dalla morte di Alfredo Paluselli e del decimo anniversario dell’iscrizione delle Dolomiti tra i patrimoni naturali dell’umanità Unesco, torna a Predazzo lo spettacolo teatrale “Vento da Nord”. Una versione rivisitata ed arricchita, che vede il noto attore Mario Zucca tornare a vestire i panni di Paluselli, alpinista, artista, istrionico personaggio noto soprattutto per aver costruito Baita Segantini, nei pressi di Passo Rolle, dove scelse di vivere in solitudine per trentacinque anni, scrivendo e disegnando, a colloquio con le aquile e con le forze della natura, senza alcuna imposizione.

Dopo le anteprime a Fiera di Primiero (martedì 19) e Pergine (giovedì 21), venerdì 22 novembre la nuova versione dello spettacolo – che aveva debuttato con grande successo nella stagione teatrale 2015/2016 – torna a Predazzo, grazie al sostegno di Comune e Provincia. L’appuntamento è alle 20.45 al teatro comunale. Biglietti in prevendita su www.primiallaprima.it e presso gli sportelli delle Casse Rurali del Trentino (10 euro intero, 8 euro ridotto).

Sabato mattina il monologo sarà riproposto per gli studenti dell’istituto scolastico “La Rosa Bianca” di Predazzo, con successivo dibattito con il regista Mario Vanzo, il nipote Alfredo Paluselli e i rappresentanti della Fondazione Dolomiti Unesco.

“Rappresentare un personaggio ricco di sfaccettature come Paluselli in una pièce teatrale è stato complicato: infatti, il testo ha subìto diversi miglioramenti in un lungo processo di maturazione. La vita di Alfredo Paluselli è una storia straordinaria che parla di emigrazione, di espressione, di conquista. Ha quindi delle tematiche estremamente attuali che speriamo di riuscire presto a portare in una tournée internazionale rivolta ai trentini nel mondo”, anticipa il regista Mario Vanzo.

“Vedere la storia di mio nonno riletta e reinterpretata con un altro linguaggio, quello del teatro, è un piacere e un onore – aggiunge il nipote di Alfredo Paluselli, che del nonno porta il nome -. Da quando “Vento da Nord” è uscito, sia in versione libro che come spettacolo teatrale, ho visto molte persone interessarsi alla storia di mio nonno, che è una vicenda di grande profondità e che offre diversi livelli di interpretazione. Il monologo, grazie alla sapiente mano di Mario Vanzo che si è affidato all’inimitabile professionalità di Mario Zucca, è molto emozionante e piacevole. Sono inoltre felicissimo che la sua visione sia offerta anche ai ragazzi del Primiero e di Predazzo. È un esperimento già affrontato con successo nel 2014 ed è proprio nell’entusiasmo dei ragazzi che questa attualissima storia di vita e di montagna può trovare nuove aperture e nuovo slancio”.

“L’Amministrazione comunale ha volentieri concesso il patrocinio a “Vento da Nord”, decidendo di proporlo anche agli studenti, perché riteniamo che la storia di Alfredo Paluselli meriti di essere raccontata e ricordata. Racchiude, infatti, in sé quei valori di attaccamento al territorio e di rispetto della montagna che sono alla base anche delle Dolomiti Patrimonio Unesco, di cui quest’anno festeggiamo il decennale”, commenta l’assessore alla Cultura del Comune di Predazzo, Giovanni Aderenti.

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Roberto Fanton succede a Walter Deflorian alla guida dell’associazione

L’assemblea dell’associazione Amici del presepio di Tesero ha rinnovato negli scorsi giorni il proprio direttivo. Lo storico presidente Walter Deflorian, pur confermando la propria disponibilità nel ruolo di consigliere, ha auspicato un cambio al vertice passando così il testimone a Roberto Fanton. Da anni nel direttivo e già vicepresidente, Fanton coordinerà quindi le attività della storica associazione affiancato dai sette membri del consiglio direttivo: lo stesso Walter Deflorian, Tiziano Deflorian , Carlo Delladio, Marco Doliana, Marco Eccher, Carlo Vaia e Iosella Zorzi.

Walter Deflorian era subentrato come presidente a Mario Trettel nel 1992 e ininterrottamente per 27 anni ha guidato l’associazione portando i presepi di Tesero quali testimoni della tradizione e dell’arte lignea dell’intero Trentino non solo in Italia ma in località internazionali di assoluto fascino.

È proprio grazie all’associazione Amici del Presepio di Tesero che la Provincia autonoma di Trento ha per anni  condiviso il Natale con altre comunità: è iniziato infatti a Roma nel 2006 il viaggio nelle città simbolo della cristianità, con l’allestimento di una mostra di Natività provenienti dalle valli del Trentino. Nel 2007 il grande presepe e la mostra sono tornati in Vaticano, mentre nel 2008 ad ospitare i presepi trentini è stata Cracovia terra del Santo Karol Wojtyla. Quindi nel 2009 L’Aquila devastata dal sisma, nel 2010 Assisi e Istanbul dove si è tenuto l’incontro con il patriarca Bartolomeo, nel 2011 il presepe ha raggiunto il Chiostro della Basilica della Natività di Betlemme, mentre la mostra dei presepi artistici è stata portata a Gerusalemme, nella Custodia di Terrasanta e al Patriarcato Latino, nel 2012 il presepio è stato allestito a Mirandola colpita dal terremoto, nel 2013 di nuovo a Cracovia e nel 2014 nella patria dei presepi a Napoli.

Con l’allestimento del Grande Presepio in Piazza San Pietro, in occasione del Santo Natale del 2015 ed in concomitanza con il Giubileo della Misericordia, l’associazione per la terza volta è stata a Roma.  Questa ulteriore esperienza ha permesso lo straordinario e davvero unico onore di poter rappresentare la passione e la storia dei presepi teserani dapprima a Papa Giovanni Paolo II e a Papa Benedetto XVI ed infine a Papa Francesco.

Le ultime esposizioni di Betlemme, Spinea e infine Mosca, con l’incontro ecumenico con Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie , ci raccontano di un cammino molto impegnativo per l’associazione e il suo presidente ma anche ricco di soddisfazioni .

Tesero e i suoi presepi  tornerà quest’anno a partire dal 7 dicembre 2019 fino al 6 gennaio 2020 ed il Grande presepio in Piazza Cesare Battisti sarà ancora, a più di cinquant’anni dalla prima edizione del 1965, il cuore del percorso che si snoda nel centro storico. Le iscrizioni al concorso promosso dall’amministrazione comunale sono ancora aperte fino a fine settimana.

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Concerto di beneficenza per ASSFRON

Lo storico Salone Clesiano del Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme di Cavalese ospiterà domenica 17 novembre, alle ore 17.00, un concerto di beneficenza organizzato dall’associazione culturale EuropAvisio, che promuove lo studio delle lingue straniere attraverso soggiorni linguistici estivi e lo spirito europeistico grazie all’apertura a culture di altri paesi europei e alla scoperta delle comuni radici culturali. L’evento ha il sostegno e il patrocinio della Comunità Territoriale della Val di Fiemme, della Magnifica Comunità, del Distretto Famiglia di Fiemme, dei Comuni di Cavalese, Moena e Varena e della Cassa Rurale Val di Fiemme.

I giovani talentuosi Alice Dondio al violino e Matteo Scalet al pianoforte eseguiranno musiche di Mozart, Beethoven, Ravel, Wieniawski e Bartok. L’ingresso è ad offerta libera: il ricavato sarà interamente devoluto ad ASSFRON di Trento, associazione nata per far crescere fra gli insegnanti e gli studenti la cultura e la sensibilità sulle tematiche della solidarietà, della pace, dei diritti e dei doveri, dell’ambiente e della biodiversità. L’associazione è molto attiva anche nelle scuole della Val di Fiemme.

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Incontro con Lorenza Ongari

Giochi di forme: impariamo da Herbin” è il titolo del quaderno operativo per bambini da 4 a 7 anni che sarà presentato mercoledì 13 novembre dall’autrice Lorenza Ongari, di Progettoinfanzia, presso la biblioteca comunale di Predazzo alle ore 20.30. Si tratta di un quaderno di lavoro che fa incontrare i bambini con i cerchi, i triangoli, i quadrati, i rettangoli, i mezzi cerchi e le mezze lune; le riproducono, le colorano , le associano, le ritagliano, le mescolano, le pongono su un piano fino a riprodurre un quadro. Per scoprire che anche il grande pittore Herbin ha giocato con le forme e ha prodotto grandi opere artistiche, e ha associato alle forme diverse e di diverso colore le lettere dell’alfabeto e costruendo l’alfabeto plastico.

Il libro è per bambini di 5/7 anni, ma l’incontro è per i loro genitori, educatori, insegnanti e tutti coloro che sono curiosi di scoprire come giocare con un grande pittore. Lorenza Ongari, conosciuta a Predazzo per le numerose attività laboratoriali che ha curato in questi anni, ha scritto anche “L’appetito vien leggendo”, un’esperienza di educazione alimentare nella scuola dell’infanzia.

La serata è aperta a tutti. La partecipazione è libera, gratuita e gradita.

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Quale futuro post Vaia?

 A un anno dalla tempesta Vaia, la Rete di Riserve Fiemme-Destra Avisio ha proposto un doppio momento di riflessione e approfondimento sugli scenari gestionali possibili per il recupero ecologico degli habitat naturali forestali della Val di Fiemme. Il 27 settembre, nel palazzo della Magnifica Comunità, si è tenuto un convegno, dal titolo “Quale futuro post Vaia?”, che ha visto circa 120 partecipanti; mentre a inizio ottobre un gruppo composto da amministratori, tecnici e addetti ai lavori si è recato in Svizzera per vedere dal vivo gli esiti delle strategie adottate nel Canton Grigioni nel 1990 e nel 1999, dopo i passaggi delle tempeste Vivian e Lothar.

La Rete di Riserve Fiemme-Destra Avisio vede come ente capofila la Comunità Territoriale della Val di Fiemme, mentre la Magnifica Comunità di Fiemme ha il ruolo del coordinamento tecnico. Tra gli scopi della Rete, anche quello di favorire la sensibilizzazione sulle tematiche ambientali e di stimolare la riflessione sulla gestione, così da promuovere approcci collaborativi e innovativi.

Dodici mesi dopo la tempesta, caratterizzati dalla gestione dell’emergenza, la Rete ha ritenuto importante proporre un momento per riflettere su quanto accaduto con uno sguardo al futuro, come spiegano il presidente della Comunità Territoriale Giovanni Zanon e il coordinatore tecnico della Rete di Riserve Fiemme- Destra Avisio Andrea Bertagnolli: “Senza dubbio, le foreste rappresentano i nostri migliori alleati per mitigare la crisi climatica. Gestirle tenendo in considerazione tutti i servizi ecosistemici e favorendone la multifunzionalità è fondamentale, specialmente in un contesto ricco di boschi come il nostro. I casi studio presentati ci dimostrano che la foresta non ha necessariamente bisogno dell’uomo – i boschi ricresceranno ugualmente, con o senza il nostro intervento -, è invece l’uomo che ha bisogno di una foresta che possa fornire nella maniera migliore i suoi servizi, che non solo solamente quelli legati alla produzione del legname”.

 IL CONVEGNO

Il convegno, organizzato dalle Rete delle Riserve in collaborazione con Etifor (spin-off

dell’Università degli Studi di Padova), ha affrontato il tema del recupero degli habitat forestali e analizzato possibili soluzioni per il futuro.

Gli interventi tecnico-scientifici, tenuti da docenti delle Università di Trento e Padova, da funzionari della PAT e da ricercatori del WSL (Istituto Federale di ricerca sulle foreste della Svizzera) hanno fornito una panoramica degli effetti della tempesta Vaia, con particolare attenzione agli impatti sui delicati ecosistemi forestali trentini. L’accento è stato posto sull’approccio da tenere in presenza di eventi estremi: un approccio che deve essere cooperativo, basato su una visione d’insieme e non di campanilismo e chiusura.

A livello Trentino, le stime più attuali parlano di poco più di 4 milioni di metri cubi di legname schiantato, corrispondenti a circa 9 riprese annue (cioè alla quantità di legname che sulla base dei piani di gestione forestale è prelevabile in 9 anni). La superficie forestale danneggiata ammonta a 19.500 ettari, di cui quasi 8000 con un danno maggiore al 90%. La viabilità forestale provinciale ha subito danni per più di 2500 km. Secondo gli ultimi dati disponibili, circa il 20% della massa a terra è stata già esboscata, con 552 cantieri attivi sul territorio.

Negli schianti sono state coinvolte anche aree di alto pregio ambientale e naturalistico, come le aree Natura 2000. La superficie di aree Natura 2000 danneggiate da Vaia nella Provincia di Trento ammonta a circa 4470 ettari. Molti studi scientifici hanno rilevato che l’esbosco del legname schiantato può comportare una riduzione degli indici di biodiversità.

 WORKSHOP INTERATTIVO

Durante il convegno è stato organizzato un momento partecipativo con i vari portatori di interesse del territorio, che si sono confrontati e hanno discusso proposte operative su diverse tematiche. Di seguito riportiamo alcune delle riflessioni emerse dai tavoli di lavoro.

  • Ecologia e biodiversità

Criticità: boschi semplici a livello di struttura e carenti in biodiversità (meno portati ad adattarsi agli eventi estremi); monocultura abete rosso; gestione forestale che privilegia gli aspetti economici rispetto a quelli ambientali.

Proposte: valorizzare le specie autoctone e di provenienza locale negli interventi di ripristino; mantenere alcuni degli spazi aperti creati da Vaia; riconoscere il ruolo e il valore della necromassa legnosa dal punto di vista ecologico; vedere Vaia come un’opportunità per sperimentare approcci gestionali diversi.

  • Approcci gestionali alternativi per il futuro

Criticità: eccessiva burocrazia; infrastrutture (come le strade forestali) inadeguate; scarso coordinamento; difficoltà nel reperire ditte boschive locali.

Proposte: costituire cooperative di servizi; creare regolari momenti di confronto; semplificare la pianificazione forestale, valutare un sistema di vendita del legname coordinato da una struttura centralizzata.

  • Impatti sui servizi ecosistemici della foresta

Criticità: difficoltà a reperire informazioni su percorribilità sentieri; norma sul vincolo idrogeologico ormai datata; rischio di tralasciare servizi di regolazione delle acque per dedicarsi solo al legname caduto.

Proposte: incentivare comunicazione su rischio idrogeologico; favorire multifunzionalità del bosco; destinare quota tassa soggiorno a cura foreste; campagna di comunicazione per sensibilizzazione turisti; reinvestire in conservazione e sistemazione sentieri.

  • La comunicazione del rischio

Criticità: manca forte cultura di responsabilità individuale; scarsa conoscenza dei rischi ambientali; difficoltà comunicazione se manca l’energia.

Proposte: creare sistemi istituzionali certificati di informazione; veicolare poche informazioni ma importanti; educare alla cultura del rischio; responsabilizzare anche il singolo individuo.

 L’ESEMPIO DELLA SVIZZERA

Le tempeste e i relativi danni da vento agli ecosistemi forestali non sono certo nuovi in Europa. Le serie storiche dimostrano un aumento della frequenza di questi fenomeni meteorologici intensi, praticamente assenti fino agli anni ‘70 con questa magnitudo. Quello che sorprende è il fatto che Vaia abbia provocato danni ingenti principalmente sul versante meridionale delle Alpi, da sempre barriera naturale contro le tempeste provenienti da Nord.

I danni maggiori sugli ecosistemi forestali sono stati registrati a seguito degli eventi Vivian (1990) e Lothar (1999), che hanno causato rispettivamente più di 100 e più di 200 milioni di metri cubi di schianti in Europa, procurando ingenti danni forestali anche in Svizzera. Nel dettaglio, in questo Paese, Vivian ha provocato 5 milioni di metri cubi di schianti, mentre 14 milioni di metri cubi sono stati quelli causati da Lothar. A seguito di questi eventi, in Svizzera si sono accesi intensi dibattiti sugli approcci gestionali per il ripristino degli ecosistemi forestali danneggiati.

A distanza di 20-30 anni è interessante notare i diversi impatti delle differenti tecniche di ripristino.

Per quanto concerne la rinnovazione, si è visto come quella artificiale sia senza dubbio di aiuto per accelerare i tempi del ripristino in termini di ritorno ad una copertura forestale. In caso di rinnovazione artificiale, a distanza di 20 anni l’altezza delle piante può essere superiore fino a 2-3 metri rispetto a rinnovazione naturale. Per quanto riguarda la gestione del legno schiantato, il rilascio o meno del materiale al suolo dipende anche dalla funzione della foresta: una foresta protettiva avrà priorità e indirizzi gestionali molto diversi da una foresta produttiva. Lasciare gli schianti al suolo può essere molto importante qualora la foresta non abbia vocazione produttiva, e dove si vogliano quindi privilegiare gli aspetti di protezione e di valore naturalistico, come nel caso di aree protette.

 LA VISITA IN SVIZZERA

Il gruppo che si è recato in visita a inizio ottobre nel Canton Grigioni ha potuto verificare i diversi approcci adottati dalla Svizzera a seguito delle tempeste del 1990 e del 1999, valutandone gli effetti dopo diversi decenni. “La loro situazione era molto simile a quella di Predazzo, Pampeago e Forno, dove ripidi pendii sovrastanti zone abitate sono stati denudati dal vento. Ho apprezzato molto l’approccio degli svizzeri alla nostra visita, perché non hanno nascosto gli errori commessi. Anzi, si sono posti con molta umiltà, mettendoci a disposizione la loro esperienza, utile per fare valutazioni adattabili al nostro contesto”, sottolinea Zanon. Interessante, per esempio, l’uso, dopo l’evento, di barriere antivalanghe in legno, meno costose ma efficaci temporaneamente, almeno fino a quando la funzione di protezione viene riacquistata dagli alberi che nel frattempo sono ricresciuti.

“Il convegno e la visita in Svizzera hanno evidenziato come non esistano soluzioni universalmente applicabili, che dovremo fare squadra, che dovremo aprirci a sperimentazioni e approcci gestionali innovativi. Il rischio che Vaia non cambi nulla nel nostro modo di gestire le foreste esiste e dobbiamo riuscire a scongiurarlo: sono convinto che la pianificazione futura debba porre più attenzione a tutte le funzioni del bosco, non solo quella economica, ma anche quella protettiva ed ecosistemica. Dobbiamo aprire una profonda riflessione a livello di valle per capire cosa vogliamo per il futuro e su questo basare la nostra pianificazione forestale”, conclude Bertagnolli.

 

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Seminario sul marketing culturale

Il Distretto Famiglia della Valle di Fiemme propone un seminario dedicato al marketing culturale: l’appuntamento è per venerdì 8 novembre, dalle 16 alle 20 presso la biblioteca di Cavalese. L’incontro – che metterà in luce gli aspetti più innovativi del marketing applicato all’ambito culturale, con uno sguardo nazionale ed europeo – è stato pensato per le realtà museali e culturali della valle, ma è aperto a chiunque sia interessato all’argomento.

L’obiettivo del seminario, che sarà condotto dal formatore Luca Melchionna, è quello di fornire gli strumenti che permettono, anche alle piccole realtà culturali, di avere maggiore visibilità per diventare sempre più competitivi, migliorando la propria credibilità e reputazione. Attenzione, infine, verrà data alle strategie di promozione, pubblicità e comunicazione, al valore dei prodotti e alla personalizzazione dell’offerta. Le adesioni vanno inviate entro mercoledì 6 novembre all’indirizzo pgzvaldifiemme@live.it.

 

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Astoria..che storia!

Fisico asciutto, capelli bianchi, parlata fluida con accento altoatesino, Joseph Pirone, per tutti “Sepp Pirone” è sinonimo di buona musica. Anche se il leggendario Dancing Astoria di Vigo di Fassa non esiste più, gli attrezzi del mestiere sono ancora a portata di mano. Il suo ufficio trabocca di video cassette (sì, quelle Vhs ormai introvabili), dischi in vinile e CD dove è racchiusa la storia del rock e del folk degli ultimi cinquant’anni. Quando la serata è propizia “indossa” ancora la sua chitarra elettrica, la mitica Fender Stratocaster, agganciata a un amplificatore a valvole (un pezzo da collezionisti) per ottenere quelle sonorità brillanti tanto amate dai grandi chitarristi, da Hank Marvin a Eric Clapton, passando da Mark Knopfler per arrivare a Jimi Hendrix. Quest’ultimo è famoso per aver sollecitato la sua Fender oltre misura suonandola anche con i denti e non contento la sacrificò distruggendola con il fuoco. Sepp Pirone non ama gli eccessi, neanche in campo musicale. Aria composta, sguardo assorto, le sue dita corrono sulle corde per riproporre pezzi entrati nella storia. Parte dagli anni Sessanta con Apache (Shadows di Cliff Richard 1962), Yesterday (Beatles 1965), Sound of Silence (Simon & Garfunkel 1964), per arrivare ai nostri giorni con “My heart will gon on” colonna sonora del film Titanic.

Da dove è nata la passione per la chitarra e la musica?

I primi anni Sessanta tutti i giovani erano ammaliati dalla musica rock incentrata sull’uso della chitarra elettrica accompagnata dal basso, sempre elettrico e dalla batteria. Ricordo la mia prima chitarra, una versione acustica di scarsa qualità, che portai alla festa degli alberi i primi anni Sessanta, quando studiavo all’Avviamento Commerciale di Cavalese. Ero un autodidatta e imparai a strimpellare sull’onda dell’entusiasmo giovanile.

E poi?

A quel tempo il turismo richiedeva manodopera. Andai a lavorare a Malcesine sul lago di Garda, a San Martino di Castrozza, a passo Rolle e per diversi anni, durante le vacanze scolastiche estive, sul mare Adriatico. Alla sera intrattenevo gli ospiti accompagnandomi con la chitarra. Arrivò anche il momento di partecipare alla vita dei complessi musicali, prima con un gruppo della Valle di Fiemme, i Tequila, poi con gli Stafii (i fantasmi) di Bolzano con i quali suonavo già nel Sessantotto a Campitello di Fassa nell’Hotel Gran Paradis, dove incontrai mia moglie Emilia. Ritornai per alcuni anni a Trodena, il mio paese natale, ma non avevo dimenticato la passione per la musica. In quel periodo suonavo con un complesso musicale di Redagno: i “Die Jochgeier”.

Infine ha scelto la Valle di Fassa

Sì, lasciai Trodena per stabilirmi a Vigo di Fassa e, con mia moglie Emilia, presi in affitto l’Astoria. Al piano terra aprii, (era il Natale del 1972), quello che da tutti era conosciuto come “Dancing Astoria”. Un locale molto popolare, dove si esibivano gruppi locali ma anche complessi di rilievo provenienti dall’estero. Ricordo l’Ensemble Franz Mihelič (campione del mondo di fisarmonica diatonica) e i famosi Original Oberkrainer Sextett. Al Dancing Astoria si organizzavano veglioni, il ballo di Capodanno, feste di Carnevale o serate per le varie associazioni con complessi musicali locali come i Ladins, Die Lustigen Musikanten, Dolomiten Buam mit Lucia, Dolomiten Sextett e altri ancora. Qui facevo di tutto, presentatore, chitarrista, Dj (col vinile). Al servizio bar mia moglie con validi collaboratori. Un’attività intensa vissuta con passione perché offrivo alle valle di Fiemme, Fassa e Val d’Ega un luogo di ritrovo e socialità.

Come si concluse l’avventura del Dancing Astoria?

Nell’inverno del 1993 chiusi l’esperienza dell’Astoria. Avevo già costruito il mio attuale albergo, Villa Mozart, ed ero impegnato su due fronti. La sala dell’Astoria aveva necessità di lavori di adeguamento dal punto di vista della sicurezza e poi i tempi erano cambiati. Un tempo le serate iniziavano alle 21 e per le due di notte si chiudeva. Negli anni Novanta prima di mezzanotte la serata non decollava e bisognava tirare fino all’alba. Un ritmo di vita che non condividevo.

Cosa è rimasto di questa esperienza?

Tanti amici che incontro e mi ringraziano ancora oggi delle belle serate trascorse al Dancing Astoria. Alcuni di questi hanno trovato l’anima gemella proprio nel mio locale. E poi migliaia di dischi in vinile che sono rimasti come ricordo personale: la colonna sonora della mia vita.

Gilberto Bonani

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La Brexit vista dall’Italia

Ormai ci siamo. A fine ottobre la Brexit sarà davvero una realtà, ancora di più ora che alla rassicurante premier May si è sostituito il simil-Trump Johnson, molto più incline ad un taglio netto con il passato e a un illusorio ritorno ad una Gran Bretagna thatcheriana, isola isolata e regina presunta sullo scacchiere economico europeo e mondiale.

Fantapolitica a parte, quali saranno le conseguenze della Brexit per un italiano o un europeo?

Di certo le regole cambieranno, anche se il Regno Unito si è affrettato negli scorsi mesi a spiegare che gli impatti diretti sulla vita dei cittadini cominceranno solo il giorno dopo l’uscita del sistema Europa e saranno il meno traumatici possibile; questa spiegazione si era resa necessaria già nel 2017, quando era stata invocata a gran voce dai pro-Brexit la scelta di chiudere immediatamente le frontiere e non concedere più alcun tipo di visto, limitando anche la libera circolazione delle persone. Capendo che questa radicalità avrebbe però portato a gravissimi problemi economici e di tenuta la Gran Bretagna è corsa ai ripari concertando con l’Unione Europea un accordo che permetterà ai 3 milioni circa di europei – tra i quali 600.000 italiani – che sino ad ora hanno vissuto nel Regno Unito, ma anche a chi pensa di unirsi a loro, di non essere completamente tagliati fuori.

Il ministero degli interni inglese ha lavorato moltissimo per incoraggiare i cittadini europei che vivono nel Regno a fare domanda di residenza permanente, sia sulla comunicazione on che off line, in particolare tappezzando di manifesti tutte le strade principali, le stazioni ferroviarie della metro e i luoghi di ritrovo affinché chi si è costruito una vita in UK, e tanto ha contribuito e contribuisce al benessere della società inglese, continui a sentirsi benvenuto.

Per questo il giorno dopo il 30 marzo 2019 – data inizialmente prevista per l’uscita dal sistema Europa poi slittata a fine ottobre – e in seguito ad alcuni mesi di prova e preparazione, con migliaia di funzionari pubblici appositamente formati per seguire, presto e bene, le domande, è stato dato il via al cosiddetto EU settlement scheme, secondo il quale chi vive e lavora in Gran Bretagna da almeno cinque anni e ha un passaporto valido può chiedere e ottenere il “settled status”, o diritto di residenza permanente, senza restrizioni o limiti.

Per richiedere la residenza permanente bisogna dimostrare la propria identità, dichiarare eventuali precedenti penali e inviare una foto. Il ministero controlla i dati, il periodo di residenza in Gran Bretagna e le banche dati su terroristi e criminali e poi se tutto è in regola concede appunto il “settled status”.La scadenza per fare domanda sarà il 30 giugno 2021, se l’accordo di recesso verrà approvato, e il 31 dicembre 2020 in caso di “no deal”.

Chi invece risiede da meno di cinque anni potrà richiedere il “pre-settled status”, una forma di residenza transitoria, la quale, allo scadere dei cinque anni di permanenza nel paese, potrà essere modificata in residenza permanente. Le procedure, come ha assicurato l’Home Office di sua maestà, sono state semplificate al massimo, tanto che per attivarle è possibile scaricare anche un’app dedicata (con la quale i possessori di Iphone hanno avuto inizialmente alcuni problemi. Ah, la guerra dei sistemi operativi!) e sono state rese disponibili informazioni dettagliate in tutte le lingue Ue.

Ma non tutto sembra così semplice, come dimostra, ad esempio, la condizione degli studenti, italiani ed europei, che negli scorsi mesi hanno scelto di iscriversi o continuato a fare domanda di dottorato nelle università britanniche. Infatti, finché il Regno Unito sarà parte dell’EU pagheranno la tariffa europea di 2 o 3mila sterline annue e potranno beneficiare di agevolazioni alla pari dei cittadini britannici, ma in caso di hard Brexit, di uscita senza accordi precisi, potrebbero vedere tale cifra lievitare fino a oltre 30mila sterline.

Un bel grattacapo, al quale presto potrebbero unirsi problematiche simili per l’accesso ai servizi di welfare quali sanità e disoccupazione, o per l’accesso ai posti di lavoro, senza scordare le questioni, sollevate negli scorsi anni e mesi, del riconoscimento della patente di guida e della portabilità dei contributi pensionistici senza tassazione, particolarmente sentito da italiani e francesi data una legge recente della Gran Bretagna (2017) che non riconosce gli enti pensionistici di entrambi questi paesi e quindi chiederebbe (condizionale d’obbligo dato il work in progress sugli accordi bilaterali) una tassazione in uscita di oltre il 40% del versato.

E così, mentre la Gran Bretagna grida al mondo di stare tranquillo che tutto andrà bene, il suo biondo primo ministro corre in tv a dire che a fine ottobre i ponti con l’Europa verranno tagliati senza “se” e senza “ma”, un milione di cittadini firma per richiedere un nuovo referendum pro-Europa e la Regina si vede obbligata a firmare lo stop ai lavori del parlamento, senza che nessuno sappia se, quando e come questa Brexit avverrà.

Una tragedia, o commedia, degna di Shakespeare.

Non ci resta che qualche raccomandazione per gli italiani residenti in GB: iscrivetevi all’AIRE – Anagrafe Italiana Residenti Estero, tenete vicino il numero dell’Ambasciata per qualsiasi intoppo, fate del vostro meglio per costruirvi un futuro e realizzare i vostri sogni ma, soprattutto, scordatevi di citare, al lavoro o in università, Mazzini e De Gasperi.

Quel sogno europeo, comunque andrà, pare purtroppo non esistere davvero più…

Fabio Pizzi

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I libri, la mia vita

Francesco Morandini dopo quarant’anni di lavoro come bibliotecario a Predazzo se ne va in pensione. In questi ultimi quattro decenni da bibliotecario, ha vissuto le profonde mutazioni della sua professione ma anche, attraverso il costante contatto con i lettori. I cambiamenti profondi della nostra valle.

Da “prestatore” di libri a operatore culturale. Possiamo sintetizzare e semplificare così il cambiamento del bibliotecario negli ultimi 40 anni?

Non proprio. Alla fine degli anni ’70 c’era un approccio molto più “politico”. Le biblioteche erano contaminate dai fermenti culturali del post ’68 e ’77. E c’era voglia di partecipazione tanto che anche i consigli di biblioteca erano molto vivaci e partecipati. Poi si è tornati alla centralità del libro, lasciando ad altri (associazioni e assessorati) occuparsi delle attività culturali. Si è tornati indietro negli ultimi anni quando le biblioteche sono tornate spesso ad essere luogo di programmazione culturale. Il modello del futuro è completamente diverso. Una piazza del sapere, di tutti i saperi, anche del “fare”. Una piazza per i cittadini. Parafrasando un noto bibliotecario prestato per un po’ alla politica, Vincenzo Passerini, direi che si passerà dai libri alle persone. La nuova biblioteca di Predazzo sarà a questo riguardo un bel banco di prova.

Si sente continuamente dire che non si legge più. Ma è veramente così?

I dati Istat sono inequivocabili. Nel 2017 solo il 41% degli italiani dai 6 anni in su ha letto almeno un libro. 10 anni prima era il 45%. Nelle biblioteche trentine i prestiti sono in calo da alcuni anni. A Predazzo abbiamo avuto una crescita esponenziale dei prestiti librari fino a 4-5 anni fa, ora si va verso una nuova stagione. Non si legge solo sui libri, dobbiamo prenderne atto. Le biblioteche lo stanno facendo.

Cosa cambia nella propria vita nel vivere costantemente a contatto con i libri?

Ci sono bibliotecari che i libri li divorano e si concentrano su di essi. Personalmente ho sempre avuto una visione più “sociale” della biblioteca, come luogo e servizio culturale comunale a tutto campo. Al di là delle mie letture l’approccio al libro è quindi funzionale al servizio. Lavori sui dati bibliografici, i destinatari, la collocazione, la promozione, etc. Rifletti su ciascun libro, ma pensi sempre al suo posto e al suo ruolo considerandolo parte di un insieme. E’ come un mattone per il muratore che costruisce una casa.

Allontana dalla realtà oppure rende più comprensibile il mondo che ti circonda?

Stare in mezzo ai libri, ai giornali, alle riviste, dover continuamente rispondere alle domande e alle richieste degli utenti (ti assicuro le più diverse) non può che aiutare a capire il mondo. Ma il mondo è fuori e non lo capisci davvero se ti limiti a leggere i giornali o a passare il dito su uno smartphone.

Quanto ha cambiato la digitalizzazione nell’attività di bibliotecario?

Con internet è cambiato il mondo. 40 anni fa, per le biblioteche, il mondo (tolti radio e TV) finiva sulla porta d’ingresso. Se ti chiedevano un libro che non avevi potevi verificare se acquistarlo e finiva lì; se ti chiedevano un’informazione, c’erano le enciclopedie che possedevi, e basta. Ora, non solo puoi far arrivare un libro dalla biblioteca di New York, o un articolo dall’Università di Sidney, ma devi dare risposte a tutto. Il “reference”, come lo chiamiamo noi, è passato dal libro/enciclopedia alla rete. E qui viene il bello perché è indispensabile orientarsi in un mare di bufale, fake news, disinformazione e misinformazione (la cattiva informazione che viene da fonti attendibili). Sia i bibliotecari, sia i giornalisti, vivono le stesse problematiche. Non per niente mi son trovato a fare corsi sulle fake news sia con l’OdG sia con l’AIB. Il “reference digitale” sarà il futuro dei bibliotecari. Gli strumenti ci sono, ma purtroppo viviamo in tempi di disintermediazione. Ognuno pensa di conoscere il mondo navigando nella sua bolla.

E x il lettore è stato veramente un cambio epocale, oppure la carta ha ancora la priorità nella scelta del supporto sul quale leggere.

Ti dirò che il primo dispositivo per leggere libri digitali (ebook reader) l’ho prestato ad una signora ultraottantenne. Tutto bene, mi ha detto, ma continuo con la carta. E ti assicuro che dai ragazzi di 14 anni agli anziani, la quasi totalità preferisce la carta. Non solo, se cercano un libro e lo hai solo digitale, preferiscono aspettare il prestito da altre biblioteche. Il fascino della carta è saldo, anche se abbiamo una ventina di reader e cerchiamo di utilizzarli. Nel 2018 li abbiamo prestati parecchie centinaia di volte.

Si nota una sempre maggiore attenzione nei confronti dei bambini / giovani. Questa maggiore partecipazione anche sotto forma di narrazione o gioco, produce un effetto di affezione da parte dei più piccoli anche quando diventano adulti?

E’ un tasto dolente. Fino ai 14 anni registriamo indici di impatto (il rapporto fra iscritti al prestito e popolazione) che arriva all’80%, ma poi scende progressivamente dai 25 per risalire leggermente dopo i 60. Il miglioramento c’è, ma non è molto percettibile. Stiamo lavorando però con i bambini e con la fascia più difficile, quella adolescenziale, e i risultati a poco a poco si vedono. Aggiungerei che le letture, il gioco, i laboratori e, soprattutto iniziative come “le notti in biblioteca” creano un’affezione dei bambini alla biblioteca che viene pertanto percepita sempre più come casa loro. E’ il primo passo per fidelizzarli.

Come sono cambiate le relazioni tra le varie biblioteche delle valli in questi decenni? Avete progetti in comune o ognuno x proprio conto?

Abbiamo sempre avuto dei buoni rapporti. 20 anni fa abbiamo progettato un sistema bibliotecario di Fiemme e Fassa, stoppato dalla politica, o meglio da quegli amministratori a cui non andava bene che Predazzo avesse un ruolo centrale. L’avevo studiato e redatto personalmente ed è ancora lì a ricordarci a tutti quanto difficile sia davvero difficile fare rete quando si toccano i campanili. Anche dopo la nascita delle Comunità di valle sembrava che le biblioteche fossero le prime a dare corpo alla sovracomunalità, ma non è cambiato nulla. Fra di noi collaboriamo spesso all’organizzazione di iniziative e comunque cerchiamo sempre di coordinarci. Forse in questi ultimi tempi siamo un po’ più concentrati su noi stessi. Credo sia anche la stanchezza. Tre di noi (guarda caso i maschi) abbiamo 40 anni sulle spalle e fra 2 anni saremo tutti in pensione ed altre due responsabili hanno chiesto da qualche tempo il part-time.

Rapporti con l’ente pubblico, gioie e dolori? Come si concilia una progettualità di lungo periodo con amministratori pubblici che cambiano con una certa frequenza?

Per una ragione o per l’altra dopo 10 anni intensissimi fra il 1995 e il 2004 ho visto stoppati due progetti già decennali: Il Campiello secondo noi e la rassegna teatrale “Altri scenari”. I due lustri sembrano essere la speranza di vita dei progetti che ho attivato perché anche il mercatino del libro usato si è fermato al decimo anno per una scelta dell’amministrazione comunale. Con una battuta direi che in 40 anni ho trovato amministrazioni che mi supportavano, amministrazioni che mi sopportavano e altre che non mi sopportavano proprio. Battute a parte, se si esclude una parentesi fra il 2004 e il 2010, quando è stato tolta alla biblioteca una bibliotecaria part-time appena assunta, ho convissuto ragionevolmente bene con le amministrazioni comunali.

La necessità di organizzazione, la burocrazia, le normative spesso castranti. Come ti sei trovato in queste “gabbie” che probabilmente limitano la creatività della quale ha bisogno una attività come quella che hai svolto x una vita.

L’unica ombra nel mio lavoro, quella che mi rende meno difficile lasciarlo, è la consapevolezza che dalla farraginosità della burocrazia non ci libereremo: persisteremo all’incremento della produzione cartacea nel mentre si afferma che bisogna ridurre la carta, dovremmo occuparci sempre più di pratiche amministrative con personale tecnico non formato e spreco di risorse, continueremo a constatare l’insensatezza, l’inutilità e la sproporzione di certe procedure. Credo che le biblioteche dovrebbero avere, come accade per altre istituzioni, un’autonomia gestionale che consenta un’agilità di movimento, indispensabile soprattutto nell’organizzazione di attività culturali. Si tratta di un tema su cui fra addetti ai lavori si discute da parecchi anni. Le forme potrebbero essere diverse: istituzione, agenzie o consorzi. La burocrazia inoltre non ha il senso delle dimensioni e non possiamo fare pagamenti online nemmeno per pochi Euro. Tempo fa è andata in tilt la batteria del cordless acquistato 10 anni fa che costa 8 €. Avrei dovuto cercare un fornitore chissà dove chiedergli un preventivo, fare l’ordine sulla piattaforma comunale, attendere la firma, inviarlo, attendere la consegna e farmi fare la fattura elettronica con tanto di CIG, DURC, conto dedicato, etc, etc. Per 8 €. Qualcuno mi aveva consigliato di cambiare telefono, facevo prima. Sono andato su Amazon col mio account. In un minuto ho fatto l’ordine e 2 gg. dopo ho sostituito la batteria. Per non dire del MEPA e del MEPAT

Hai qualche aneddoto o curiosità da raccontare?

Ce ne sarebbero tanti se ce li fossimo annotati. Spesso coi colleghi ci diciamo che avremmo dovuto raccoglierli e pubblicarli in uno “stupidario bibliotecario”, ma non l’abbiamo mai fatto. Ricordo i primi anni quando i turisti in estate mi chiedevano cosa facevo in inverno, i ragazzi cosa facevo l’estate, tutti cosa facevo al mattino e molti che lavoro facevo. Quella del bibliotecario non era proprio percepita come professione.

Quale consiglio dai a coloro che proseguiranno l’attività?

Se c’è la passione non servono molti consigli. A tutti direi di ascoltare: gli utenti, quelli che non vengono in biblioteca, i loro bisogni. A ottobre parleremo di biblioteche anche nel corso della settimana dell’accoglienza. Ecco, essere accoglienti.

Facendo un salto all’indietro, sceglieresti ancora di fare il bibliotecario x 40 anni?

Se potessi scegliere avrei fatto il giornalista professionista, o l’attore, le mie passioni più o meno nascoste. Ma il lavoro in biblioteca è stata una delle mie passioni. Un lavoro che ho scelto, che mi ha gratificato, cui credo di aver dato tanto e che mi ha dato tanto. Non posso che essere contento di aver fatto un lavoro che mi piace. L’unico rammarico: non aver potuto seguire fino in fondo la realizzazione della nuova biblioteca.

 

 

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Il bosco, la mia casa

Giacomo Defrancesco, conosciuto da tutti come Giacomone, ha compiuto 90 anni. Il fatto non farebbe notizia in una terra dove la vita si allunga. Lo è se l’uomo – mani grandi, occhi azzurri, mente lucida – non sia il decano dei boscaioli di Fiemme e Fassa. Originario di Medil, un grumo di case abbarbicato alla montagna sopra Moena, ha iniziato a frequentare pascoli e boschi dal lontano 1938 prima come pastorello, poi brandendo la “manea”, l’accetta dei boscaioli. «A quel tempo il bosco occupava solo le aree più impervie della montagna» – spiega guardando lontano. «Mucche e capre brucavano l’erba in quota mentre il contadino si spingeva fin sotto le rocce per falciare. Valsorda, Pianac, Roncac , Pianesel erano aree libere dal bosco». Giacomone (l’appellativo è dovuto alla sua forza straordinaria) conosce per nome ogni avvallamento, radura, sommità, forra, ruscello del territorio: è una registro di toponimi vivente. La tempesta Vaia dell’ottobre 2018 ha sorpreso anche il vecchio boscaiolo che aveva vissuto in prima persona l’alluvione del 1966. «Non ricordo un evento così distruttivo – commenta – ma sulle ceppaie cresceranno nuove piante. Sarà un processo lento. Mentre il piccolo albero prenderà vigore il legno sottostante marcirà dando nutrimento alla nuova vita». Insomma niente catastrofismo, solo fiducia nel perenne ciclo della vita. Anche il bostrico (becherle), il temibile coleottero che attacca l’abete rosso, non potrà arrestare il lento e continuo processo di crescita dei boschi. Giacomo Defrancesco è stato spettatore privilegiato dell’evoluzione tecnica che ha accompagnato il lavoro del boscaiolo. Un tempo non esistevano macchine. Gli alberi si tagliavano con l’accetta e si avvallavano con lo zappino (zapin) mentre il trasporto si faceva con cavalli o muli. Solo dopo la guerra entrarono in azione le grandi seghe americane (segogn americhegn) che richiedevano forza di braccia e resistenza. «Le prime motoseghe le utilizzammo a Paneveggio nel 1958. Pesavano almeno 15 chili e costavano 200mila lire, circa metà del guadagno di una stagione nel bosco» spiega Giacomone. Un posto centrale nei ricordi del vecchio boscaiolo però è occupato dalla “cava de le bore” presente in Valsorda, alle spalle del piccolo abitato di Forno. Si tratta di un condotto in pietra lungo 4,5 chilometri realizzato nel 1916 dai prigionieri russi catturati sul fronte polacco. In questa pista da bob, costruita con rara perizia, i tronchi scortecciati, smussati, lunghi poco più di quattro metri filavano come missili, complice un sottile strato di ghiaccio. «L’avvallamento – racconta Giacomo – si faceva a partire dal mese di dicembre per evitare le insidie dello scirocco. Il canale doveva essere perfettamente pulito, anche con l’ausilio della scopa, togliendo la neve di troppo oppure portandola con la gerla nei punti carenti. Il velo di ghiaccio si formava prendendo l’acqua dal rio Valsorda e spargendola con attenzione usando una tazza. Quando tutto era pronto gli uomini, circa undici, si sistemavano nei punti strategici chiamate “poste” e iniziava la discesa dei tronchi». Si partiva dalla “Piana de le buse del Cërilo” e giù per il “Tof de Campigol” passando per la “Posta erta del fornel” per sbucare sul “Pont da la ciata”dove la valle si apre. Ogni cinquecento metri c’era una piazzola di controllo, a portata di voce con la successiva, per tenere sott’occhio il traffico del legname. Si partiva con “Caregaaaa” ma se c’era un intoppo si urlava “Abaaaaauuf” per evitare ingorghi o peggio ancora vedere con terrore qualche tronco impazzito uscire dal tracciato. Il lavoro non era finito. Il legname andava sistemato in cataste il così detto “tazon” usando con perizia zappino e forza delle braccia. Il trasporto era effettuato con carri trainati da cavalli, e, successivamente con camion. Il caricamento sempre a mano creando un piano inclinato con il legname. Due uomini tiravano e due spingevano i tronchi. Per questo lavoro duro il cibo frugale, polenta e formaggio, il vestiario minimale. «Indossavamo braghe di tela russa e una camicia – ricorda Giacomone – i guanti non servivano perché non facevano presa sui manici degli attrezzi. Avevamo massima cura per gli arti inferiori: calze di lana scarponi, ramponi (carpele) e ghette di cuoio e lana (ciuzogn) per ripararci dalla neve». Giacomo Defrancesco ha chiuso l’attività della squadra boschiva che dirigeva nel 1989. «Pagavo troppe tasse. Un fisco ingiusto permetteva agli imprenditori turistici di evadere mentre la mia azienda, che lavorava per enti pubblici, Comuni e Magnifica Comunità, doveva rendicontare fino all’ultima lira». La passione però non è sopita. Guarda con soddisfazione la pila di legna sotto casa pronta ad alimentare le bocche fameliche delle stufe di casa.

Gilberto Bonani

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