Guido Brigadoi

Le aspettative del Team Italia femminile in Fassa

Lara Della Mea è senza dubbio la leader tecnica della squadra azzurra femminile che prenderà parte dal 18 al 27 febbraio ai Campionati Mondiali Juniores della Val di Fassa. Dopo aver contribuito al bronzo azzurro nel Team Event dei Mondiali Assoluti di Aare, oggi la friulana non è riuscita a portare a termine lo slalom iridato, dopo aver meritato la qualificazione alla seconda manche. Ma la sua prima esperienza “tra le grandi” è stata assolutamente positiva ed ora può concentrarsi sulla rassegna under 21 in Val di Fassa che raggiungerà direttamente dalla Svezia.

Otto ragazze azzurre che proveranno a regalarsi e a regalare all’Italsci momenti da ricordare nelle sei gare in cui saranno coinvolte, le cinque individuali (gigante, slalom, combinata alpina, superG e discesa) ed il Team Event, la prova a squadre in programma venerdì 22 in notturna.

Anita Gulli, Sofia Pizzato, Elena Sandulli, Marta Rossetti, Teresa Runggaldier, Carlotta Saracco, Giulia Albano e la stessa Della Mea: è questo l’ottovolante al femminile selezionato dai tecnici federali.

La gardenese Teresa Runggaldier ha già avuto modo di prendere confidenza con le medaglie iridate: il padre Peter – eccellente discesista degli anni ’90 – fu bronzo in superG ai Mondiali Juniores di Bad Kleinkirchheim, trentatrè anni or sono e proprio nelle discipline veloci potrà dire la sua. Gareggerà per certi versi in casa Marta Rossetti, nata e cresciuta sulle sponde bresciane del Garda ma sciisticamente adottata dal Comitato FISI Trentino per la lunga militanza nell’Agonistica Campiglio che spesso e volentieri l’ha portata a misurarsi con la pista Aloch di Pozza di Fassa, il palcoscenico delle discipline tecnica ai Mondiali Juniores della Val di Fassa.

“La pista la conosco, anche se le ultime modifiche, specie per il tracciato di gigante, saranno una novità – racconta la portacolori delle Fiamme Oro –  Speravo in una convocazione ma non ne avevo la certezza: per me sarà un’esperienza importante in cui dovrò riuscire a dare il meglio di me stessa nel momento opportuno. Una bella sfida ma sono convinta che l’atmosfera che si respirerà durante la rassegna iridata sarà di stimolo per tutte noi”.

Prima di raggiungere la Val di Fassa, alcune azzurrine si sono misurate nella tappa di Coppa Europa di Crans Montana ed è il caso della stessa Runggaldier, di Giulia Albano e di Sofia Pizzato.

“Mi piacerebbe fare bene in velocità, ma non solo – racconta quest’ultima, padovana portacolori del Centro Sportivo Esercito. Tornare ad un Mondiale Juniores dopo l’esperienza di due anni fa ad Aare è importante e spero di giocare al meglio le mie carte. La VolatA è una pista davvero interessante, varia e dinamica che concede spazio sia alla tecnica che alla scorrevolezza, credo sia un teatro ottimale per una rassegna così importante e sono curiosa di vedere l’effetto che fa inseguire un risultato prestigioso sulle nevi di casa”.

Proprio la possibilità di correre in Italia stimola Camilla Saracco, cuneese di Limone Piemonte a sua volta tesserata per il Cs Esercito e rientrata in questa stagione dopo un infortunio.

“Piste e preparazione di qualità italiana, cibo italiano, pubblico amico: le condizioni sono ideali perchè i Mondiali Juniores di Val di Fassa siano esaltanti. Per quanto mi riguarda punto a fare bene nella velocità e non solo; spero di godermi appieno questi miei primi mondiali juniores e di reggere a dovere la scena”.

Il programma delle gare femminili vede come prima prova il gigante sull’Aloch di Pozza di Fassa (martedì 19), seguito il giorno successivo dallo slalom speciale sul medesimo pendio. Le ragazze quindi si trasferiranno a Passo San Pellegrino su La VolatA che il 22 febbraio ospiterà il superG mentre domenica 24 è in programma la combinata alpina, con superG (su La VolatA) seguito dalla manche di slalom sull’Aloch. L’ultima medaglia in palio sarà quella di discesa, appuntamento finale dei Campionati Mondiali Juniores della Val di Fassa mercoledì 27 febbraio.

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“La Sportiva Epic Ski Tour” il 22 e 23 febbraio in Val di Fiemme

“La Sportiva Epic Ski Tour” del 22 e 23 febbraio è un evento innovativo, capace di porsi al cospetto del mondo dello scialpinismo e della montagna facendo conoscere all’appassionato tutte le sfumature di un ambiente complesso ma estremamente affascinante come quello delle cime innevate. La manifestazione trentina rispetta il motto “4All” – per tutti, sempre e comunque – rivolgendosi anche a chi non ha molta esperienza. Il format di gara propone due tappe in Val di Fiemme (Alpe Cermis e Bellamonte nel Parco di Paneveggio), ed anche quest’anno ci sarà la possibilità di percorrerle entrambe senza cronometraggio, ma con una guida alpina qualificata. Le guide accompagneranno i partecipanti in gruppi di 8-15 sciatori amatoriali sul percorso in tutta sicurezza – adattando il ritmo alle condizioni del gruppo, senza forzature. Come i concorrenti in gara, anche i partecipanti al tour guidato riceveranno un Base Layer UYN con personalizzazione Epic Ski Tour, saldando la quota complessiva di 79 euro, ricordando che la tappa della giornata di sabato sarà più corta e tecnicamente più facile, proprio per non mettere in difficoltà gli scialpinisti, con una discesa finale in pista sino al traguardo: “Percorsi per agonisti o alla portata dei principianti, l’Epic Ski Tour è per tutti”, afferma il presidente del comitato organizzatore Kurt Anrather.

Oltre ai due tour, gli accompagnatori, gli appassionati di sport o gli atleti stessi possono partecipare anche ad un “pleasure tour” Start 4All – nella giornata di venerdì 22 febbraio. Al Palafiemme di Cavalese sarà disponibile tutto ciò che serve per lo sci alpinismo con l’attrezzatura fornita da La Sportiva (sci, scarponi, pelli) e con Omar Oprandi i concorrenti andranno a praticare lo sci alpinismo nel bellissimo paesaggio che la “culla dello sci nordico” fiemmese è in grado di offrire. Omar Oprandi trascorse la propria infanzia a contatto con le montagne, lungo i sentieri delle Prealpi Orobiche, seguendo le orme del padre. A diciotto anni decise di trasformare questa passione in una professione, entrando nel Soccorso Alpino militare, divenendo poi uno degli Istruttori. In Trentino coronò il grande sogno di diventare una Guida Alpina, conquistando – a cavallo tra il 1990 e il 2003 – diverse competizioni scialpinistiche “giungendo per circa cento volte nei primi tre posti con vari titoli: Trentino, Italiano, Europeo”, afferma lo stesso Oprandi.

Insomma con Omar si è in buone mani e per partecipare al “pleasure tour” basterà registrarsi gratuitamente inviando una e-mail all’indirizzo info@epicskitour.com specificando nome, cognome e data di nascita, ma bisognerà affrettarsi, il ‘pleasure tour’ è disponibile per un numero chiuso di 20 persone. 

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Training in Val di Fassa per gli slalomisti azzurri

Gli slalomisti azzurri hanno preparato in Val di Fassa l’appuntamento clou della stagione, quello con i Mondiali di Åre, in Svezia. Manfred Mölgg, Stefano Gross, Giuliano Razzoli, Chiara Costazza e Irene Curtoni si sono allenati sulla pista Aloch di Pozza di Fassa, la stessa che, dal 18 al 27 febbraio prossimi, ospiterà le gare tecniche dei Campionati del Mondo Junior Val di Fassa 2019. Un pendio preparato ad hoc per la squadra italiana, che dal 2006 ha nella località trentina il proprio training center ufficiale. Assieme ai cinque convocati era presente anche tutta la nazionale C femminile, oltre ad altre azurre di prima fascia a partire da Elena Curtoni.

A guidare la pattuglia azzurra per la prova tra i pali stretti sarà il veterano Manfred Mölgg, che in carriera ha già conquistato due medaglie iridate in slalom (argento nel 2007 proprio ad Are e bronzo nel 2011 a Garmish) e una in gigante (bronzo a Schladming nel 2013).

«Mi sono allenato in gigante, parallelo e slalom, con condizioni ottimali – ha spiegato Manfred Mölgg – Venire a Pozza di Fassa è come tornare a casa. Quest’inverno ho avuto qualche acciacco, ma ora sto bene. Se penso a una medaglia? Sarebbe sbagliato andare a un Mondiale e non pensarci. Non siamo i favoriti, ma ci sono due manche di gara e può succedere di tutto. L’importante è riuscire a fare due buone discese. Dopo Schladming ho provato un nuovo paio di sci e mi sono trovato subito meglio. Ora servirà la giusta determinazione».

C’è grande attesa anche per il beniamino di casa Stefano Gross, che vive proprio a Pozza di Fassa e che, dopo aver recuperato dall’infortunio al ginocchio, vuole provare a recitare il ruolo dell’outsider. «È sempre bello allenarsi sulla pista di casa, preparata in maniera ottima – ha spiegato Gross – La stagione è stata condizionata dall’infortunio al ginocchio e nell’ultimo mese ho lavorato solo in funzione del pieno recupero: mi sono diviso tra terapie e gare, senza potermi allenare. Nelle ultime due settimane ho visto dei buoni miglioramenti, ho ritrovato il sorriso, e ora sono pronto a dare tutto nello slalom iridato, dove contano solo i primi tre posti. Sono già arrivato quarto alle Olimpiadi e non voglio un’altra medaglia di legno. I Mondiali Junior? Sono a casa mia e verrò sicuramente a vedere da vicino le nuove leve dello sci».

Nella stagione in corso, l’Italscì ha ritrovato anche un ottimo Giuliano Razzoli, tornati a farsi vedere nei quartieri nobili delle classifiche. «Qui a Pozza di Fassa abbiamo trovato una bella pista, neve dura, che ci ha permesso di fare un ottimo lavoro – ha spiegato l’emiliano – Dopo tanti infortuni, è bello essere riuscito a tornare tra i migliori, ma ho ancora uno step da compiere. Il percorso per il pieno recupero è stato lungo e impegnativo, ora andrò al Mondiale per fare del mio meglio. Quest’anno sono riuscito a esprimermi bene in tutte le condizioni: lo slalom iridato si disputerà su una pista abbastanza facile. Sarà la neve a fare la differenza».

L’inverno 2018/2019 ha visto tornare a ottimi livelli anche Chiara Costazza, fassana al pari di Stefano Gross, tre volte nella top 10 in stagione in Coppa del Mondo (nono posto a Courchevel e Zagabria, ottava piazza a Maribor il 2 febbraio). «Ci siamo allenati bene, con condizioni ideali, e siamo pronti a partire per la Svezia – ha commentato la Costazza – Mi manca ancora qualcosa per fare il salto di qualità definitivo. Le migliori sono difficili da raggiungere, ma non è impossibile. Ho lavorato sui particolari e l’obiettivo è quello di avere in gara la stessa scioltezza che ho in allenamento. Tecnicamente mi sento migliorata e penso di aver raccolto meno di quello che valgo. L’esperienza non mi manca e conosco la pista iridata. È facile, ma con una neve dura e aggressiva può diventare più difficile. Spero di essere tra le outsider».

In Val di Fassa si è allenata anche Irene Curtoni, che nell’ultimo periodo ha dovuto fare i conti con fastidiosi problemi alla schiena. «Mi ha fatto tribolare parecchio, mettendo in dubbio il prosieguo della stagione – ha spiegato Irene – Ero indecisa se partecipare o meno al Mondiale, ma negli ultimi giorni ho avuto risposte positive e sono tornata a crederci. Il morale va un po’ ad alti e bassi, ma quando apro il cancelletto lo faccio per dare tutto quello che ho. A Maribor ho gareggiato dopo un mese senza allenamento, per dimostrare a me stessa che potevo portare a casa una manche intera. Ai Mondiali bisognerà anche essere veloci».

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Torneo di Snow Rugby allo stadio del salto di Predazzo

Fine settimana di sport e divertimento allo Stadio del salto di Predazzo. Sabato 9 e domenica 10 febbraio la struttura che ha visto tre Mondiali, innumerevoli gare di Coppa del Mondo e che è candidata per le Olimpiadi del 2026 ospiterà un evento inedito per il Trentino Alto Adige: un torneo di snow rugby a 5, la variante invernale del rugby. Sui campi allestiti per l’occasione dall’ASD Rugby Trento nella zona di atterraggio dei trampolini si sfideranno dodici squadre di appassionati rugbisti delle categorie seniores e old provenienti da 6 regioni del Nord Italia. Ogni partita sarà composta da due tempi di cinque minuti. La disciplina è caratterizzata da azioni veloci ed è molto divertente da vedere anche per gli spettatori. Sono previste dimostrazioni (con i giovani rugbisti del Trento) e prove gratuite anche per i più piccoli.

Sabato le gare si terranno dalle 10 alle 16, mentre domenica solo in mattinata, con le finali previste attorno a mezzogiorno.

“Abbiamo accolto con piacere la proposta dell’ASD Rugby Trento perché l’obiettivo della nostra Amministrazione è quello di rendere lo Stadio del Salto un luogo vivo e dinamico. Disponiamo di una struttura di qualità che ben si presta ad ospitare eventi anche diversi da quelli per i quali è stata pensata; è quindi importante sfruttarne le potenzialità aprendoci anche ad aventi innovativi come quello di questo fine settimana”, commentano gli assessori allo Sport Giovanni Aderenti e al Turismo Giuseppe Facchini.

 

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Settimana di allenamento in Val di Fassa

La Val di Fassa più che mai crocevia per i prossimi campionati mondiali di sci alpino. In attesa della rassegna juniores che verrà ospitata sulle pista Aloch e La Volata dal 18 al 27 febbraio prossimi, gli slalomisti e le slalomiste azzurre si alleneranno proprio sulle verticalità del rinnovato Skistadium di Pozza di Fassa per affinare la condizione in vista dei Campionati Mondiali Assoluti, che sono in programma nei prossimi giorni nella località svedese di Åre.

Da mercoledì 6 a sabato 9 febbraio si alleneranno sulla Aloch Chiara Costazza, Irene Curtoni, Lara Della Mea (che è in profumo di convocazione anche per i mondiali junior fassani). Da martedì 5 a giovedì 7 febbraio ci saranno anche le ragazze di coppa Europa Martina Peterlini, Sofia Pizzato, Theresa Runggaldier, Elena Dolmen, Nadia Delago, Anita Gulli, Marta Rossetti, Martina Perrochon, Roberta Midali, Carlotta Saracco, Elena Curtoni, Laura Pirovano, Karoline Pichler, Valentina Cillara Rossi, Jole Galli, Roberta Melesi, Luisa Bertani ed Elena Sandulli, che si alterneranno anche sulla pista La Volata e Cima Uomo a Passo San Pellegrino.

Settimana strategica sulla pista Aloch anche per gli azzurri delle discipline tecniche. Martedì, mercoledì e giovedì si alleneranno Stefano Gross e Giuliano Razzoli, che verranno raggiunti mercoledì da Manfred Moelgg, e giovedì anche dal gigantista Luca De Aliprandini.

La Val di Fassa conferma così il ruolo strategico per la preparazione tecnica degli atleti azzurri, a seguito del protocollo siglato nel 2006 che vede questo territorio e le sue piste centro ufficiale di allenamento FISI.

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Una "CENA AL BUIO" per comprendere la disabilità visiva

Dopo l’ottimo riscontro avuto nell’aprile dello scorso anno, a grande richiesta lo Spazio Giovani L’IDEA propone e organizza nuovamente una trasferta a Trento presso la sede della Cooperativa sociale IRIFOR (in Via della Malvasia) per una “Cena al buio”. L’appuntamento questa volta è per la serata di venerdì 22 febbraio, con partenza dalla Val di Fiemme alle ore 18.00 e rientro a mezzanotte.

Da alcuni anni infatti il Centro Giovani L’IDEA della Cooperativa sociale Progetto92 è impegnato anche sul fronte della sensibilizzazione verso la disabilità visiva. La cena al buio è un’esperienza molto particolare poiché i partecipanti siedono in una sala da pranzo nella totale oscurità e quindi non vedono alcunché, proprio allo scopo di simulare e quindi comprendere le reali condizioni in cui vivono le persone non vedenti. Il menù, a sorpresa, viene servito ai tavoli da camerieri ciechi o ipovedenti collaboratori della stessa Cooperativa sociale IRIFOR del Trentino onlus.

Coloro i quali hanno partecipato alla “Cena al buio” precedente (oppure al “Bar al buio” svoltosi nell’agosto 2017 a Predazzo) sono rimasti molto colpiti dall’esperienza e di conseguenza la consigliano a tutti. L’iniziativa de L’IDEA si rivolge in particolare ai giovani ed adolescenti della Val di Fiemme (età minima 15 anni).

Per ulteriori informazioni e iscrizioni è possibile rivolgersi all’IDEA Spazio Giovani contattando il numero 320.5652121 (Marco), scrivendo una e-mail a idea@progetto92.net o direttamente presso le sedi di Cavalese, Tesero e Predazzo. La quota di partecipazione di Euro 35,00 a persona comprende la cena e il trasporto Val di Fiemme – Trento andata e ritorno.

Termine iscrizioni: entro e non oltre venerdì 15 febbraio, previo versamento della quota prevista. Siccome il numero di posti disponibili è limitato (max 25 persone), si consiglia vivamente di prenotarsi in tempo utile!

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Perchè dopo la pioggia...

“…torna sempre il sole. È il momento di rifare i conti: se un primo studio dei ricercatori del reparto Assestamento forestale e Selvicoltura presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali – Produzione, Territorio e Agroenergia dell’Università Statale di Milano affermava che i metri cubi di legname abbattuti dalla tempesta Vaia fossero 6-8 milioni, più recentemente il Quirinale ha parlato di 8-10 milioni, in occasione della consegna di due alberi di Natale offerti alla Presidenza della Repubblica dal Pefc (Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di Certificazione Forestale) e da Federforeste.

Vaia è stato sicuramente il più importante disastro “da vento” avvenuto in Italia. Da quel giorno, le valli dell’Avisio sono state monitorate anche per la salvaguardia di animali feriti o deceduti e siamo in attesa della raccolta di riscontri oggettivi da parte della Provincia di Trento sulla fauna selvatica, anche se – come abbiamo già detto nello scorso numero – non paiono esserci riscontri macroscopici. Per capire meglio questo fenomeno, lo zoologo Andrea Mustoni, responsabile del Settore Ricerca Scientifica ed Educazione Ambientale del Parco Naturale Adamello Brenta, ha provato a farci capire come gli animali selvatici affrontino eventi naturali disastrosi come quello che ha colpito i nostri boschi e le tempeste di vento in generale: “Eventi naturali come quelli che abbiamo vissuto – ha raccontato Andrea Mustoni – probabilmente colpiscono di più l’uomo. Gli animali selvatici generalmente in questi casi si riparano in alcuni angoli del bosco, dove attendono il passaggio della tempesta. La fauna selvatica, in particolar modo i vertebrati che vivono nelle nostre foreste, è abituata a spostarsi, percependo meglio di noi le zone che possono essere a rischio e quelle che possono essere considerate un rifugio dove sentirsi protetti. La fauna conosce meglio dell’uomo il bosco e la montagna e quindi, presumo, che non abbia subito, grandi conseguenze, anche se dovranno essere i controlli e i monitoraggi a confermarlo. Naturalmente anche agli animali selvatici può capitare di commettere errori”.

Evidentemente, gli animali selvatici muoiono più per neve e freddo che per tempeste di vento; soprattutto per gli ungulati come cervi, caprioli e camosci, le grandi nevicate costituiscono uno dei maggiori fattori di rischio a causa della mancanza di cibo e delle temperature basse. Il fattore umano – la presenza di strade forestali e piste da sci o il taglio dei boschi – può incidere sulla loro sopravvivenza alle valanghe “anche se le neve in generale non è da considerarsi esclusivamente un fattore negativo”, aggiunge il Prof. Mustoni. “Al contrario, può perfino essere intesa come “amica” degli ungulati. Le grandi nevicate costituiscono infatti per questi animali il fattore di maggiore selezione naturale durante il periodo invernale: di fatto, contribuiscono ad isolare gli esemplari deboli, lasciando in vita quelli più forti. È una legge naturale che può colpire la nostra sensibilità ma è quella che permette la sopravvivenza di queste specie”. Se per gli ungulati il passaggio della Tempesta Vaia può non essere stato un dramma, non si può dire lo stesso dei pesci di lago e di fiume dell’Avisio e dei suoi affluenti che, grazie all’esondazione e allo straripamento degli alvei con cedimenti importanti del terreno e degli argini, sono scomparsi dal loro ambiente. Dopo l’innalzamento repentino del fiume per effetto dell’accumulo di pioggia, il medesimo si è ritirato lasciando migliaia di salmerini, trote e diverse specie di pesci autoctoni senza ossigeno e acqua. E sono proprio e associazioni di pescatori di zona ad aver denunciato il ritrovamento di trote morte lungo il fiume, segnale che dimostra quanto ci sia ancora da fare per gestire la situazione dopo la tempesta perfetta del 29 ottobre. L’habitat fluviale del fiume Avisio infatti è molto vario ed è caratterizzato dal divagare dell’acqua fra le profonde buche che si formano a contatto con i promontori rocciosi, le rapide e le piane più lente, dove la trota marmorata regna sovrana insieme ad altre specie complementari come il barbo comune, il barbo canino, il cavedano e la trota fario”.

Federica Giobbe

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Chi esporta la Val di Fassa a Parigi?

Essere se stessi richiede coraggio e nessuno più di Samuel e Francesca, titolari del ristorante trentino “Ciasa Mia” nella capitale francese, sa quanto possa essere difficile la sfida di proporre al mondo intero la propria identità e le proprie radici.

Ci vuole coraggio per portare un angolo della Val di Fassa nel Quartiere Latino della capitale francese. Non un posto qualunque. Tuttavia, malgrado gli ostacoli iniziali, la forza della tradizione ha avuto la meglio su diffidenza e pregiudizi d’oltralpe.

Un ristorante in centro: un percorso graduale

L’avventura di Francesca e Samuel, oggi rispettivamente responsabile di sala e chef del Ciasa Mia, comincia nel 2006 quando la coppia decide di trasferirsi a Parigi per provare un’esperienza nella ristorazione. Quattro anni di servizio come lavoratori dipendenti fino a quando arriva il momento di imbarcarsi nell’avventura ben più complessa di aprire un ristorante in prima persona, con il proprio menu e le proprie peculiarità. Così, nel maggio del 2009 è nato il Ciasa Mia. Da lì all’idea di proporre solo ed esclusivamente piatti della cucina regionale trentina, però, il passo è lungo. È Francesca a spiegare: “Inizialmente, siamo andati per gradi. Abbiamo sempre coltivato la passione per le nostre origini e non possiamo negare che fin dall’inizio ci sia stato l’obiettivo di proporre anche e soprattutto i piatti tipici della nostra tradizione. Al principio abbiamo scelto di essere cauti e di non proporci con un menu troppo audace: il nostro ristorante, pur trovandosi nel centro della capitale francese, è collocato in una via piuttosto nascosta e non di passaggio, per questo al momento dell’apertura abbiamo deciso di attrarre i nostri clienti con i piatti forti della tradizione mediterranea, come ad esempio i primi classici come la carbonara e l’amatriciana e solo con il tempo abbiamo fatto un grande salto verso una cucina interamente regionale. Insomma, siamo trentini, ci chiamiamo Ciasa Mia, la nostra identità è molto forte, perché non proporci per quello che siamo? E una volta raccolto il coraggio, abbiamo scoperto che le nostri radici sono proprio la carta vincente”. Anche la location, peraltro, contribuisce a catapultare gli avventori in uno scenario dolomitico, grazie alle travi a vista ed allo spazio raccolto che danno l’impressione di trovarsi in un accogliente chalet di legno. Una ragione in più per proporre un menu fortemente identitario e assolutamente originale per i francesi.

Le critiche sono tutte Made in Italy

Chi compone la clientela del ristorante Ciasa Mia? Ma soprattutto, chi apprezza maggiormente questo genere culinario? “Il 70% dei nostri clienti sono francesi, parigini e non, e sono sicuramente coloro che apprezzano di più il nostro menu” specifica subito Francesca. “Vanno pazzi per i piatti a base di selvaggina, come il filetto di capriolo al ginepro. Oppure gli spatzle con speck e finferli. Parliamo di intenditori, esperti conoscitori di vini, ma soprattutto di innamorati dell’Italia, capaci di apprezzare l’identità di ogni singola regione. Spesso sono estimatori della nostra cucina perché l’hanno provata in prima persona proprio sulle Dolomiti dove si sono recati in vacanza e amano l’idea di ritrovare questi sapori anche nel centro della capitale francese”. Chiaramente, parliamo di un ristorante che, data la sua collocazione, accoglie anche moltissimi turisti e, tra quelli che rimangono più soddisfatti dalla cucina trentina, si contano gli avventori nordici, soprattutto svedesi e norvegesi che amano specialmente le affumicature che ricordano alcuni dei sapori presenti in molte ricette scandinave. E gli italiani? “Con gli avventori italiani abbiamo un rapporto di amore e odio. Le opzioni sono due: o rimangono incantati dalla nostra cucina oppure si lasciano andare ad aspre critiche e non esistono vie di mezzo. Tutto ciò è al contempo triste e curioso. Tuttavia, in generale possiamo dire che i turisti italiani si complimentano spesso con noi per via della nostra originalità: possiamo vantare di essere gli unici in tutta Parigi con un menu di specialità regionali trentine e questa proposta meno commerciale viene molto apprezzata dai nostri conterranei. A criticarci sono soprattutto gli italiani che risiedono stabilmente a Parigi che sentono nostalgia dei sapori di casa: quando entrano dalla porta, trovano che il ristorante non sia rappresentativo della cucina italiana”.

Piatti parigini ma nati sulle Dolomiti

Il menu del ristorante Ciasa Mia è decisamente differenziato, anche perché tende a cambiare a seconda delle stagioni. Periodicamente, Samuel e Francesca inseriscono nella loro carta piatti nuovi in funzione dei prodotti più freschi. La maggior parte delle materie prime proviene direttamente dalle Dolomiti. Tra i prodotti tipici si contano il caffé di Anterivo e i formaggi provenienti da un affinatore del Sudtirolo. Talvolta, anche alcune spezie, come ginepro e cumino vengono acquistati nella nostra provincia. Persino il fieno che viene utilizzato d per le affumicature viene spedito direttamente dall’Alto Adige.

Quante volte l’anno riuscite a tornare a casa? “Abbiamo occasione di tornare solo un paio di volte l’anno, abbastanza però per tenere vivoi il ricordo delle ricette e l’attenzione sui sapori delle nostre valli che poi ci è utile riproporre nel menu del nostro ristorante”.

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Omar De Felice, dal Trentino all'Alaska

Omar De Felice è un ragazzino romano con la passione della biciciletta. Rimane folgorato dalle imprese di Marco Pantani a Pampeago viste in tv e comincia a pedalare nelle categorie giovanili, cercando di imitare il suo idolo. Vince, vince molto ma abbandona le corse per studiare, le riprende all’età in cui molti ormai lasciano da parte i sogni di gloria, arriva fino alle soglie del professionismo per poi chiudere definitivamente a causa della sfortuna che si manifesta con una serie di infortuni e problemi di salute che lo tengono lontano dall’asfalto.

La passione, però, non muore mai. E, lavorando e allenandosi nei fine settimana, si dà all’ultraciclismo, quella specialità in cui le gare vanno dai 500 km in su, con o senza auto di supporto, su strada aperte al traffico, giorno e notte senza mai smettere di pedalare. La gara “regina” dell’ultracycling è la RAAM (Race Across America), una prova massacrante di quasi 5000 km che si snoda lungo il percorso “coast to coast”.

7.958 km

Questa è la distanza – metro più, metro meno – che c’è tra Trento e Anchorage, la capitale dello Stato dell’Alaska, il più settentrionale degli Stati Uniti, un enclave in territorio canadese che d’inverno i ghiacci avvicinano alla Siberia. Questi 7958 km, Omar De Felice non li fa in bicicletta, ovviamente, ma in aereo (peraltro l’atleta è ambassador di Air Canada) per arrivare al nastro di partenza della sfida più grande della sua vita – attraversare da nord a sud l’Alaska, 1500 km da percorrere e oltre 24000 metri di dislivello positivo da superare, pedalando alle temperature che ben potete immaginare.

“Ho cominciato questo genere di gare nel 2012 e già l’anno seguente sono andato a correre in Islanda, 1200 km in bicicletta nel pieno inverno artico, suddivise in quattro tappe”, ci racconta Omar De Felice. “L’ultracycling è qualcosa che va oltre la sfida con il proprio avversario. È, prima di tutto, una sfida contro sè stessi, la ricerca e il superamento dei propri limiti fisici e mentali. L’aspetto agonistico non è meno importante: classificarsi all’interno della top ten in una gara di ultracycling è sempre un risultato che dà valore alla propria prestazione”.

Il freddo e le salite sono sempre stati compagni di strada che Omar de Felice ha amato. “Ho partecipato ad avventure a pedali in Lapponia, in Norvegia e in Islanda lunghe anche 1300 km e sempre in pieno inverno, oltre a varie edizioni della Transdolomitica (una robetta da 600 e passa km, la metà dei quali con la ruota davanti che guarda all’insu). Ho vinto anche due delle tre edizioni della Dolomitics24 attorno a Pampeago, la prima 24 ore su strada in circuito. Sono molto legato a questi posti. Il massimo però per me è stato vivere l’esperienza nell’artico canadese – da Whitehorse a Tuktoyaktuk in condizioni invernali. È stata la realizzazione di un sogno, la dimostrazione che con la mente si possono superare gli ostacoli più difficili e apparentemente irraggiungibili. Alla base di un esercizio di forza e determinazione, però, c’è sempre la scrupolosità nella preparazione del miglior materiale tecnico possibile per affrontare sette giorni di pedalate in condizioni estreme. L’avventura in Canada è stata la mia impresa più estrema. Quando poi sono venuto a conoscenza della costruzione della nuovissima Arctic Highway, tra Tuktoyaktuk a Inuvik, ancora più a nord sulle coste del Mare di Beaufort, mi sono detto che sarei stato il primo ciclista a percorrerla. Per essere sicuro di essere davvero il primo, però, avrei dovuto anticipare i tempi e scegliere di partire in inverno, cosa che mi avrebbe garantito l’esclusiva dell’avventura. L’itinerario completo di 1500 km da coprire in nove tappe ha rappresentato uno dei tragitti più affascinanti che abbia mai affrontato: pedalare con temperature costantemente tra -20 e -30 gradi è stato ripagato dalla meraviglia dei paesaggi e, soprattutto, dalle luci dell’aurora boreale che mi hanno accompagnato durante gli ultimi colpi di pedale tra lo Yukon e i Territori del Nord Ovest “.

Dopo essersi allenato e aver corso in Trentino la scorsa estate, a marzo 2019 Omar De Felice partirà per un’altra spedizione artica ancora più difficile: “La mia Alaska Limitless sarà il tentativo di percorrere i 1400 km tra Anchorage e Deadhorse affrontando la temibilissima Dalton Highway, la strada dove in inverno le temperature scendono anche al di sotto dei -40°C”.

Come vincere il freddo?

Forse c’è più di un valligjano che vorrebbe avere consigli su come poter pedalare con bassissime temperature in sicurezza, per poi forse replicare sulle nostre strade, anche se coperte di neve: “Cosa mangio? Le uscite invernali sono solitamente volte alla quantità e all’allenamento delle doti di endurance più che alla qualità e potremmo quindi aumentare l’apporto calorico proveniente da fonti grasse che fa bene per affrontare temperature rigide. A colazione ci vuole un buon caffè caldo o una tazza di the al limone dolcificato con miele o zucchero di canna, cioccolata fondente e pane energetico tostato (a base di noci, fichi e uvetta) su cui vanno spalmati burro o marmellata. Durante le uscite, poi, non può mancare mai una fonte proteica derivante da panini con formaggio spalmabile e prosciutto crudo da alternare a barrette a base di cereali e nocciole. Importante è ricordarsi di bere acqua: il freddo spesso ci toglie il senso della sete ma in condizioni di freddo, in realtà, si incorre facilmente nei rischi derivanti dalla disidratazione. La classica sosta al bar per un the caldo e una fetta di crostata a metà uscita sarà il giusto modo per spezzare le fatiche. L’equipaggiamento? Adottare i freni a disco in inverno con strade bagnate e ghiacciate ci consentirebbe da un lato di essere più sicuri in frenata, soprattutto in discesa, e dall’altro di montare coperture di sezione maggiore (anche 28” se non 30”). Per l’abbigliamento posso dire che anni di avventure artiche e di allenamenti invernali mi hanno insegnato che bisogna proteggersi dal freddo coprendo interamente con un primo strato molto aderente che non lasci passare l’aria, meglio se in lana merinos. Servono sottoguanti (in caso di freddo oltre i -10/-15°C anche sottocalza e gambale aderente in lana) e uno scaldacollo che consenta di filtrare l’aria fredda e scaldare quella che finirà nei polmoni. Non serve a molto indossare la scarpa estiva con doppi o tripli calzini e copri scarpe: serve una scarpa invernale adatta. Consiglio vivamente anche un sottocasco termico mentre sconsiglio il passamontagna che, fino a temperature prossime allo zero, aumenta la sudorazione con conseguente raffreddamento. Lo stesso vale per il resto dell’abbigliamento: vestirsi a strati con capi termici al fine di poter sempre regolare la temperatura corporea coprendosi o scoprendosi tra salita e discesa”.

Beatrice Biasin

Foto Credit 6Stili per ODf

 

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Piacere di conoscervi, sono Giancarlo Cescatti...

“Il consiglio di amministrazione dell’Azienda per il Turismo Val di Fiemme ha deciso la nomina del direttore Giancarlo Cescatti, dopo un’articolata selezione che ha portato una commissione tecnica a identificare tre candidati finali. L’ultima parola è stata quindi espressa dal cda. Lunedì 24 settembre, Cescatti inizierà la sua nuova sfida professionale che lo vedrà impegnato nel compito di valorizzare e promuovere il territorio fiemmese”.

Questa è stata la formalità del comunicato stampa che qualche settimana fa ha annunciato l’avvicendamento alla guida delle istituzioni turistiche della Val di Fiemme.

“Il neo direttore si inserisce nel solco tracciato dal suo predecessore, con l’obiettivo di proseguire e migliorare l’attività svolta fino a oggi. Il presidente dell’APT Val di Fiemme Renato Dellagiacoma si congratula con il neo direttore e ringrazia l’ex dirigente Bruno Felicetti per l’impegno profuso e le strategie messe a punto durante questi 13 anni di fertile collaborazione”.

Da allora Giancarlo Cescatti sta girando per la valle e ha già avuto numerose occasioni per incontrare i rappresentanti degli operatori del turismo nonchè le più alte figure istituzionali della provincia. Ora si presenta anche a L’Avisio e alla popolazione fiemmese. Cominciamo: “Ho 53 anni, sono nato a Trento e sono laureato in Giurisprudenza con un master in Reingegnerizzazione di processi produttivi turistici e di sistemi informativi. E, cosa sempre utile soprattutto da queste parti, sono anche maestro di sci. Ora ho preso casa a Cavalese”. Giancarlo Cescatti, a Campiglio, è stato direttore generale fino a dicembre 2016, quindi direttore commerciale marketing e comunicazione “e poi si sono aperte delle finestre che mi hanno portato fino a qui”.

Come funziona il recruitment in questo lavoro? Ci sono obiettivi che vengono dati a monte dalle istituzioni che assumono i massimi dirigenti? Ci sono progetti di lavoro individuali?

“Le aziende per il turismo sono organi che esistono per volontà della Provincia. L’obiettivo della riforma del 2002 fu creare degli enti che abbracciassero i soggetti che si occupavano di turismo all’interno di un territorio. La base delle aziende perciò è articolata e composta da tutte le categorie coinvolte in questo ambito, oltre ovviamente alle amministrazioni comunali. Questo legittima la valenza sovracomunale dell’organo stesso. Gli obietivi vanno condivisi con il cda dell’azienda, obiettivi che di volta in volta vengono scelti dalla governance. L’obiettivo di un manager è quello di portarli a termine e di dare una serie di suggerimenti e di informazioni strategiche perché la stessa governance possa prendere le proprie decisioni”.

Quali sono gli obiettivi della Val di Fiemme a breve termine?

“Non c’è stato ancora un momento di incontro in cui questi obiettivi siano stati esplicitati e verbalizzati ufficialmente. Diventa difficile esporli in un’intervista. Sono arrivato da poco e la situazione è ancora in fase di assestamento. Bisognerà anche capire cosa vuole fare la stessa governance, anche in virtù dei cambiamenti radicali che ci sono stati in Provincia. Quello che si può dire in linea generale è che l’obiettivo primario sia di migliorare la redditività delle strutture ricettive e di mettere in rete le opportunità dell’ospite di godere del territorio”.

Quali sono le prime differenze che vede tra il mondo di Campiglio e quello che ha potuto conoscere da questa parte dell’Adige?

“Più che evidenziare le differenze, mi piacerebbe sottolineare che, fin dai primi contatti in Fiemme, ho potuto rilevare un forte senso di comunità radicata sul territorio, che si sente unita, che vede il proprio sviluppo attraverso la valorizzazione di un brand della valle come un elemento significativo di coesione sociale ed economica”.

Dal suo ruolo direzionale e avendo già incontrato il nuovo assessorato al turismo provinciale, si ha una visione generale di dove sta andando il Trentino? Esistono programmi a lungo termine in questo senso?

“Il turismo ha fatto percorso importante negli ultimi anni, è cresciuto in maniera significativa in termini di presenze un po’ ovunque, registrando anche una crescita del settore dell’accomodation – non solo alberghi ma anche bed&breakfast e appartamenti privati. C’è stata considerevole messa in rete delle opportunità del territorio, la Fiemme Motion Card ad esempio è stata strategica. Ora la sfida che tutti i nostri terrritori turistici si trovano a dover gestire è quella di mantenere i livelli di crescita con l’assoluta consapevolezza che il nostro primo patrimonio è quello naturalistico ambientale e che bisogna ragionare in una logica di ecososteniblità. Questo credo che sia il vero goal. Se poi si cerca di raggiungere questo obiettivo costruendo più o meno alberghi o prendendo altre strade legate alla mobilità o all’eliminazione di alcune barriere d’accesso, questa è la soluzione di un problema. L’obiettivo è che nella crescita si migliori l’offerta per l’ospite ma, attraverso i servizi, anche la vita dei trentini”.

Enrico Maria Corno

 

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