Guido Brigadoi

Il bosco, la mia casa

Giacomo Defrancesco, conosciuto da tutti come Giacomone, ha compiuto 90 anni. Il fatto non farebbe notizia in una terra dove la vita si allunga. Lo è se l’uomo – mani grandi, occhi azzurri, mente lucida – non sia il decano dei boscaioli di Fiemme e Fassa. Originario di Medil, un grumo di case abbarbicato alla montagna sopra Moena, ha iniziato a frequentare pascoli e boschi dal lontano 1938 prima come pastorello, poi brandendo la “manea”, l’accetta dei boscaioli. «A quel tempo il bosco occupava solo le aree più impervie della montagna» – spiega guardando lontano. «Mucche e capre brucavano l’erba in quota mentre il contadino si spingeva fin sotto le rocce per falciare. Valsorda, Pianac, Roncac , Pianesel erano aree libere dal bosco». Giacomone (l’appellativo è dovuto alla sua forza straordinaria) conosce per nome ogni avvallamento, radura, sommità, forra, ruscello del territorio: è una registro di toponimi vivente. La tempesta Vaia dell’ottobre 2018 ha sorpreso anche il vecchio boscaiolo che aveva vissuto in prima persona l’alluvione del 1966. «Non ricordo un evento così distruttivo – commenta – ma sulle ceppaie cresceranno nuove piante. Sarà un processo lento. Mentre il piccolo albero prenderà vigore il legno sottostante marcirà dando nutrimento alla nuova vita». Insomma niente catastrofismo, solo fiducia nel perenne ciclo della vita. Anche il bostrico (becherle), il temibile coleottero che attacca l’abete rosso, non potrà arrestare il lento e continuo processo di crescita dei boschi. Giacomo Defrancesco è stato spettatore privilegiato dell’evoluzione tecnica che ha accompagnato il lavoro del boscaiolo. Un tempo non esistevano macchine. Gli alberi si tagliavano con l’accetta e si avvallavano con lo zappino (zapin) mentre il trasporto si faceva con cavalli o muli. Solo dopo la guerra entrarono in azione le grandi seghe americane (segogn americhegn) che richiedevano forza di braccia e resistenza. «Le prime motoseghe le utilizzammo a Paneveggio nel 1958. Pesavano almeno 15 chili e costavano 200mila lire, circa metà del guadagno di una stagione nel bosco» spiega Giacomone. Un posto centrale nei ricordi del vecchio boscaiolo però è occupato dalla “cava de le bore” presente in Valsorda, alle spalle del piccolo abitato di Forno. Si tratta di un condotto in pietra lungo 4,5 chilometri realizzato nel 1916 dai prigionieri russi catturati sul fronte polacco. In questa pista da bob, costruita con rara perizia, i tronchi scortecciati, smussati, lunghi poco più di quattro metri filavano come missili, complice un sottile strato di ghiaccio. «L’avvallamento – racconta Giacomo – si faceva a partire dal mese di dicembre per evitare le insidie dello scirocco. Il canale doveva essere perfettamente pulito, anche con l’ausilio della scopa, togliendo la neve di troppo oppure portandola con la gerla nei punti carenti. Il velo di ghiaccio si formava prendendo l’acqua dal rio Valsorda e spargendola con attenzione usando una tazza. Quando tutto era pronto gli uomini, circa undici, si sistemavano nei punti strategici chiamate “poste” e iniziava la discesa dei tronchi». Si partiva dalla “Piana de le buse del Cërilo” e giù per il “Tof de Campigol” passando per la “Posta erta del fornel” per sbucare sul “Pont da la ciata”dove la valle si apre. Ogni cinquecento metri c’era una piazzola di controllo, a portata di voce con la successiva, per tenere sott’occhio il traffico del legname. Si partiva con “Caregaaaa” ma se c’era un intoppo si urlava “Abaaaaauuf” per evitare ingorghi o peggio ancora vedere con terrore qualche tronco impazzito uscire dal tracciato. Il lavoro non era finito. Il legname andava sistemato in cataste il così detto “tazon” usando con perizia zappino e forza delle braccia. Il trasporto era effettuato con carri trainati da cavalli, e, successivamente con camion. Il caricamento sempre a mano creando un piano inclinato con il legname. Due uomini tiravano e due spingevano i tronchi. Per questo lavoro duro il cibo frugale, polenta e formaggio, il vestiario minimale. «Indossavamo braghe di tela russa e una camicia – ricorda Giacomone – i guanti non servivano perché non facevano presa sui manici degli attrezzi. Avevamo massima cura per gli arti inferiori: calze di lana scarponi, ramponi (carpele) e ghette di cuoio e lana (ciuzogn) per ripararci dalla neve». Giacomo Defrancesco ha chiuso l’attività della squadra boschiva che dirigeva nel 1989. «Pagavo troppe tasse. Un fisco ingiusto permetteva agli imprenditori turistici di evadere mentre la mia azienda, che lavorava per enti pubblici, Comuni e Magnifica Comunità, doveva rendicontare fino all’ultima lira». La passione però non è sopita. Guarda con soddisfazione la pila di legna sotto casa pronta ad alimentare le bocche fameliche delle stufe di casa.

Gilberto Bonani

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Tributi e tasse in Trentino

Trentino in quanto Provincia Autonoma, similmente alla vicina Provincia Autonoma di Bolzano con la quale forma la Regione Trentino Alto Adige Südtirol, vede i principi generali del proprio ordinamento finanziario incardinati nel titolo VI dello Statuto di Autonomia. Molte disposizioni hanno subito una prima riforma con la legge 30 novembre 1989, n. 386  – oggi …

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Il tesoro di Laura

 Sfruttare il potere delle piante per stare meglio, catturare in una boccetta l’essenza della natura: è questo il segreto della Gemmoterapia, che utilizza i tessuti raccolti freschi di diversi alberi e arbusti. Ed è un segreto che ha conquistato anche Laura Diemmi, parmense di nascita, ma fiemmese per adozione e per amore che a Ziano ha creato la sua azienda “Il giardino dei Cirmoli” nella quale produce con passione questi distillati del bosco.

«Ho studiato chimica a Parma – racconta Laura – e dopo una serie di lavori poco soddisfacenti mi sono “rifugiata” in Trentino nel 2006. Il Trentino è sempre stato nel nel mio cuore perché fin da quando avevo l’età di due o tre anni sono venuta in vacanza in Val di Fassa coi miei genitori e anche quando sono diventata grande le montagne sono state la mia valvola di sfogo per fare camminate oppure per arrampicare»

E una volta arrivata in montagna è sorta spontanea una domanda: ma perché tornare a Parma? Perché non stabilirsi nel luogo del cuore, in quello in cui ci si sente “a casa”? E così, dopo un anno di lavoro in erboristeria e dopo l’incontro con l’uomo che sarebbe diventato suo marito, Laura ha pensato che quella natura che la affascinava e la circondava poteva essere il suo lavoro.

«Proprio nel mese di vacanza che trascorrevo in montagna con la mia famiglia – spiega – si girava tantissimo, si andava per rifugi, si facevano passeggiate nel bosco e quindi il contatto con la natura è cresciuto con me. E questo mi faceva stare talmente bene che anche a Parma, appena possibile andavo a rifugiarmi sull’Appennino. La passione per l’arrampicata ha poi aumentato questo desiderio di contatto con la montagna e con il bosco»

La natura è diventato poi l’oggetto di studio quando nel 2011 Laura si è iscritta all’Accademia di naturopatia Galileo Galilei di Trento che ha frequentato per quattro anni e che le ha fatto conoscere tanti rimedi naturali e dove ha fatto il suo incontro con la Gemmoterapia. «Confesso che all’inizio pensavo che fosse una cura con le pietre – ride Laura – una sorta di cristalloterapia. E invece ho scoperto un mondo, una quantità di piante e di rimedi per curare praticamente tutti i disturbi. Quando il nostro il nostro docente ha parlato di queste gemme che si svegliavano dal letargo invernale e che avevano miriadi di proprietà per me è stata una vera e propria folgorazione! Ovviamente ho voluto cominciare a sperimentare la gemmoterapia su di me. Mi interessava il gemmoderivato di lampone ed ovviamente ne ho comprato uno già fatto. I risultati non mi hanno convinto completamente ma la curiosità rimaneva e allora mi sono detta: sono una chimica, potrò mettere in pratica i miei studi scientifici! E così ho preparato il mio primo gemmoderivato di lampone e questa volta ha avuto effetti sorprendenti, mi ha aiutato a risolvere disturbi che mi portavo dietro da anni»

Così l’ambiente che la circondava, il bosco, le piante, da compagne di passeggiate ristoratrici si sono trasformate in tesori che racchiudevano “gemme” con il loro potere curativo. Studiava, raccoglieva, preparava i macerati e sperimentava su di sé e sugli amici ottenendo sempre risultati eccellenti.

Ma cosa sono di preciso i gemmoderivati? Si potrebbe pensare che vengano realizzati a partire solo dalle gemme delle piante, in realtà si utilizzano tutti i tessuti meristematici, quindi tessuti embrionali in fase di accrescimento come ad esempio i giovani getti del lampone o della vite canadese. Dopo essere stati puliti, vengono fatti macerare in una soluzione di alcool e glicerina per un mese e infine filtrati e opportunamente diluiti.

«Il momento della raccolta è per me essenziale ed è forse la più complessa – continua Laura – perché innanzitutto la pianta deve trovarsi un posto lontano da fonti di inquinamento, il tessuto da raccogliere deve essere al giusto punto di crescita e soprattutto la pianta va rispettata e non saccheggiata. Ogni volta che raccolgo “ringrazio” la pianta, perché mi sta dando una parte di sé e sento che il prodotto finito è migliore perché amo quello che sto facendo e ho rispetto e gratitudine per la natura che mi circonda. Se posso dare un consiglio a chi leggerà è di scegliere un prodotto che arriva da una filiera corta, perché conoscere il produttore, sapere come lavora, sapere che le piante che utilizza non vengono maltrattate, fa la differenza»

I gemmoderivati non hanno assolutamente controindicazioni, sono facili da assumere e possono essere presi anche dai bambini. E poi servono per una quantità davvero notevole di disturbi: si va dal raffreddore al mal di schiena, dal mal di testa ai disturbi della menopausa, rinforzano il sistema immunitario, aiutano a combattere le infezioni…

«Ghandi diceva che nel raggio di quindici chilometri la natura ci offre tutto quello di cui abbiamo bisogno – conclude Laura – e penso sia proprio vero. Vorrei che la gente capisse il valore di quello che ci circonda, la ricchezza di questa incredibile Valle che con generosità ci dona i suoi frutti e ci aiuta a stare meglio, nel corpo e nell’anima»

 

Valeria Degregorio

 

 

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La bellezza in uno scatto

Non tutti gli amori iniziano con un colpo di fulmine. E così è stato per Andrea Caglio, venticinquenne lombardo, da poco laureato in ingegneria meccanica: la sua prima macchina fotografica l’ha comprata cinque anni fa per immortalare le auto di Formula 1 al circuito di Monza e c ’è voluto del tempo per fargli scoprire quella che è oggi la sua grande passione, la fotografia di montagna.

Andrea frequenta la Valle di Fiemme da quando è bambino, trascorrendovi le vacanze con la famiglia. La montagna lui ama viverla. Qui gode del silenzio, della fatica, della bellezza delle cime. Ed è proprio per immortalare questa bellezza – che assapora a pieni polmoni ogni volta che lascia la Lombardia per salire in Trentino – che Andrea scopre l’amore per la fotografia: “Di fronte a quelle che considero le montagne più belle del mondo, mi sono chiesto perché non provare ad immortalare gli scorci, le luci, i colori che tanto mi affascinano”, racconta. Il suo è un percorso da autodidatta: studiando su internet, leggendo libri e con tanto esercizio ha intrapreso un percorso di miglioramento della tecnica di cui è molto orgoglioso.

La sua non è una visione “purista” della fotografia: Andrea lavora le fotografie al computer. “Alcuni paesaggi, soprattutto in condizioni di luce particolari (come possono essere alba e tramonto) richiedono più scatti per ottenere il risultato voluto. La “fusione” di questi scatti regala la fotografia finale, che in questo modo contiene non solo la bellezza della montagna, ma anche un tocco personale del fotografo”.

Tra le fotografie più care ad Andrea c’è uno scatto del Cimon della Pala che si riflette in una pozzanghera di neve sciolta: “Era l’ora del tramonto – uno dei più belli che abbia mai visto – e per ottenere l’effetto desiderato ho dovuto praticamente stendermi a livello dell’acqua. È stato difficile, da un punto di vista della messa a fuoco, delle esposizioni, della luce e della posizione, però il risultato è una delle foto a cui sono più affezionato”. Ed è sempre del Cimon della Pala, ripreso dai laghetti di Cavallazza con una lente grandangolare, un’altra immagine a cui Andrea tiene particolarmente perché il risultato finale è quello di un’immersione totale nel panorama.

Da fotografo autodidatta Andrea dà un consiglio a chi volesse cimentarsi con la fotografia: “È necessario avere un atteggiamento molto critico verso il proprio lavoro. Servono tanta pratica e la capacità di guardare ciò che non va, ciò che bisogna migliorare. Piano piano, dopo tante immagini scartate, si arriva a vedere un miglioramento del proprio percorso”.

C’è un filo conduttore nelle sue fotografie: “Dove non c’è bellezza, non scatto”, dice Andrea. Ed è proprio la bellezza a riempire gli occhi di chi guarda le sue foto, di cui pubblichiamo una selezione in queste pagine. La bellezza delle montagne, ma anche quella dei sogni, delle passioni. Perché non basta un clic per fare una bella foto. Servono tecnica, occhio… e cuore.

 

Monica Gabrielli

 

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Da Tiziana trovi tutto il necessario

Secondo una legge provinciale del 2017, modificata e ampliata nel maggio del 2018, (a favore del mantenimento delle attività economiche e del popolamento delle zone montane situate sopra gli 800 metri e con meno di 100 abitanti residenti), viene data la possibilità agli esercizi commerciali, di diventare multiservizio, qualora siano distanti almeno 3 km da esercizi simili nel centro abitato più vicino.

Tiziana Weber ha saputo leggere in questa legge la possibilità di offrire un servizio molto apprezzato sia da chi a Stava ci abita, ma anche da chi vi si trova per trascorrere una vacanza, oltre ad ampliare il raggio di azione del bar che gestisce.

Presso il minimarket di Tiziana è possibile acquistare un po’ di tutto: prodotti caseari trentini e salumi, preferiti dai turisti, ma anche beni di prima necessità come pane fresco, latte, riso, pasta, sale, preferiti invece dai residenti, che approfittano anche degli ampi orari di apertura per salvare la cena all’ultimo minuto.

La legge permette ai multiservizi numerose possibilità, tra le quali anche fare da intermediario per il reperimento di farmaci in busta chiusa per chi ne fa richiesta e che ora potrà comodamente ritirare a Stava anziché recarsi in macchina o in autobus fino a Tesero. Soprattutto per le persone anziane o senza macchina questo è un servizio importante che contribuisce a diminuire la sensazione di isolamento e a migliorare la qualità della vita.

Tiziana non si ferma però a questo: a breve sarà possibile anche usufruire di un computer connesso a internet per prenotare visite mediche, visionare e stampare responsi medici e ricette. In arrivo anche la possibilità di comprare prodotti bio locali, prodotti per celiaci e sigarette.

La gestrice dell’esercizio ha intenzione però di esplorare e trarre il meglio anche dalle altre possibilità che la legge sui multiservizi offre, e perché no, anche essere un esempio di come ci si possa rimboccare le maniche e intravedere potenzialità anche nei minuscoli centri che costellano luoghi spessi meravigliosi, ma altrettanto isolati del nostro territorio.

I generi più venduti? Pane e latte freschi, burro, formaggio, pasta, sale, zucchero, riso e biscotti. Coloro che soggiornano in albergo hanno avuto invece la possibilità di rimediare alle valigie preparate di fretta, potendo comprare prodotti per l’igiene e la pulizia.

Il servizio è stato molto apprezzato sia dai residenti come da colore che, da anni, possiedono una seconda casa a Stava.

 

Silvia Vinante

 

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Ma è possibile veramente fare trekking ad occhi chiusi?

Impresa impossibile?  Niente affatto, ed a dimostrarlo sono stati dieci atleti dell’Associazione Disabilincorsa Onlus che, l’estate scorsa, hanno partecipato ad una “Settimana verde sulle Dolomiti” che si è svolta a Moena.

L’iniziativa è nata da un paio di volontari del centro Fassano che, conosciuti i non vedenti in ambito sportivo, li hanno radunati da diverse zone d’Italia. E’ stato un successo: il gruppo è stato supportato da guide volontarie che hanno messo a disposizione anche i loro mezzi di trasporto.

Il programma redatto ha garantito spunti per tutti i gusti: un trekking di riscaldamento attorno a Moena lungo il pomeriggio del primo giorno, una suggestiva escursione da Moena verso Tamion passando da Palua. Poi un classico che ha compreso la visita alla frazione di Malga Peniola. Una camminata sul San Pellegrino, con festa e polentata al Ciamp de Ors. Ed ancora Malga Bocche, ciclabile da Pozza di Fassa a Canazei, Arodolo sopra Molina di Fiemme e poi tanti sentieri partendo direttamente a piedi anche da Moena camminando tutti i giorni non meno di 15 chilometri.

Ed a conclusione, grande festa con degustazione di specialità della tradizione culinaria locale.

Organizzatore del tutto un atleta di Moena che, nel suo curriculum di podista delle lunghe distanze, ha numerose maratone corse con non vedenti, i quali si avvalgono anche della sua disponibilità durante la preparazione.

Trascorrere una settimana assieme a loro – ci ha raccontato – è stato come aprire una vecchia enciclopedia a uso e consumo dei vedenti, che ci ha insegnato a convivere, dialogare, rapportarci senza ansie e paure. Ci siamo confrontati con serietà e intelligenza, anche se non sono mancati i momenti goliardici che hanno fatto arrossire qualche donzella imbarazzata.

Credo sia inutile girarci attorno: il migliore approccio alla diversità – qualunque ne sia la natura – è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa anziché un limite.

Noi ci affidiamo troppo alla vista, il più potente canale di contatto con ciò che ci circonda. Ma la parte esterna e l’apparenza da sole ingannano e ciascuno di noi lo ha sperimentato almeno una volta. Se vogliamo costruire relazioni che non siano frivole e inconsistenti ci vuole anche altro. Noi potremo documentarci fin che vogliamo sulla cecità, potremo vivere qualche esperienza di simulazione, ma difficilmente riusciremo a comprendere cosa significa non vedere. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta. Essere ciechi è cosa diversa da non vedere. E tutto quanto questi ragazzi hanno sviluppato durante la loro vita e che riesce ancora a sorprenderci nonostante ci si sia abituati, sottolinea quanto ho detto sopra: risorsa, non limite!

Le emozioni che ci hanno regalato sono nostre e le conserviamo nel nostro personale scrigno dei sentimenti. Noi ci siamo dati anche tanto da fare e loro lo sanno benissimo. In cambio loro ci hanno donato un qualcosa di indescrivibile.

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Spelacchio batte tutti

L’Avisio ha avuto l’opportunità di assistere alla prima assoluta di ”Ball Fiction”, (che si è tenuta alla festa annuale del Fatto Quotidiano alla Versiliana a Marina di Pietrasanta). Durante lo svolgersi dello spettacolo, mano a mano che Travaglio raccontavate le incongruità della “libera” stampa, venivamo stati colti da una “vertigine” fatta di incredulità e stupore. Notizie di poco conto ingigantite e divenute “virali” nell’immaginario collettivo, a fianco di informazioni di rilievo, (fondamentali per ben informare la pubblica opinione), ridotte a trafiletti oppure semplicemente ignorate dai principali media nazionali. Basti pensare allo stupore degli spettatori ed al nostro, nello scoprire che l’argomento più trattato è discusso nell’ultimo anno in Italia è stata la vicenda di Spelacchio che ha battuto nettamente e per distacco qualunque altra informazione riguardante il nostro paese nel 2018. Una strabordante follia comunicativa che il direttore del Fatto ha presentato utilizzando dei faldoni contenenti gli articolo pubblicati durante l’anno,escamotage che ha permesso di dare, anche visivamente, il senso della sproporzione e della strumentalizzazione in cui è caduta la stampa nazionale vitaminizzando, oltre modo, Virginia Raggi, Sindaco di Roma e con lei anche la nostra valle di Fiemme. Ci ha fatto particolarmente impressione sentire nominare per buoni cinque minuti decine e decine di articoli, servizi televisivi, commenti, dove Fiemme appariva se non “Killer natalizia” nei confronti dell’incolpevole albero. perlomeno incompetente perché poco avvezza a occuparsi di flora alpina.

Quando, anni fa, ascoltavamo Giorgio Gaber e sua canzone, (che a proposito di informazione), dice, “ tutto è falso, il falso è tutto”, ci sembrava che l’affermazione dovesse essere considerarta una esagerazione  oppure una provocazione. Ora che abbiamo la prova che la vicenda di Spelacchio è stata la più importante per la stampa “mainstream” italiana nel 2018, ci tocca riconsiderare il nostro giudizio e derubricare la frase di Gaber ad una semplice istantanea della realtà.

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Scuola di ecologia familiare e Insieme per non fumare più 2 corsi su stili di vita, relazioni e fragilità

Informare e sensibilizzare su stili di vita, di relazione e sulle fragilità presenti nelle nostre comunità, è l’obiettivo della Scuola di ecologia familiare organizzata dall’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Fiemme e Fassa in collaborazione con il Comune di Tesero e l’ACAT Fiemme. Si tratta di un ciclo di incontri, aperti a tutta la popolazione, che si terranno in Sala bavarese a Tesero dal 9 al 25 ottobre dalle 20 alle 22.30 in cui si alterneranno il sapere teorico di un conduttore con le esperienze di persone e famiglie che, all’interno dei Club di Ecologia Familiare, dei Club Alcologici Territoriali e dei Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, hanno avviato percorsi di cambiamento dei propri stili di vita. Si parlerà di salute, benessere, disagi psichici ed esistenziali, problemi con alcol e droghe, gioco d’azzardo, convivenza con disabilità, elaborazione del lutto, solitudine, diversità di orientamento sessuale ed altro ancora. La partecipazione è gratuita e sarà rilasciato un attestato.

Dal 7 al 10 ottobre tutte le sere dalle 20 alle 21.30 si terrà anche, presso l’istituto d’istruzione “La rosa Bianca” di Predazzo in collaborazione con le Acat di Fiemme e di Fassa, un percorso per smettere di fumare che si basa sul modello dell’auto mutuo aiuto, teso a favorire il cambiamento del proprio stile di vita mediante il confronto con gli altri membri del gruppo. Scegliere una vita senza tabacco conviene ed è salutare, ricordano i promotori del corso che punta sul rinforzo della motivazione personale, l’apprendimento di tecniche e tecniche utili e sulla solidarietà fra i membri del gruppo. Durante gli incontri viene suggerita la presenza di un familiare o di una persona amica. Il corso sarà tenuto dalla psicologa Martina Volcan ed è pure gratuito. Per iscrizioni e informazioni ci si può rivolgere per entrambi i corsi al servizio dipendenze e alcologia, Centro alcologia, antifumo e altre fragilità ai numeri 331 6187309 o 0462 508800, email: donatella.vanzetta@apss.tn.it.

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Domenica, partenza da Tesero e arrivo sull’Alpe di Pampeago

Fiato alle trombe, il tempo dei grandi scalatori e delle salite immortali è giunto all’Alpe di Pampeago, nella trentina Val di Fiemme, dove il 15 settembre i grimpeur completeranno l’ottava edizione del Trofeo Passo Pampeago, quinta prova della Südtirol.Berg.Cup 2019 che assegnerà le maglie di Campione Alto Adige/Südtirol Up-Hill strada. Qui si è fatta la storia del ciclismo, gli attori del pedale lo sanno e daranno il massimo per aggiudicarsi la mitica cronoscalata che partirà da Tesero arrivando al Passo di Pampeago dopo aver completato 10.5 chilometri e 1.019 metri di dislivello. Le iscrizioni per partecipare sono ancora apertissime, e a soli 20 euro si farà parte della contesa replicando i movimenti di chi, come Pantani e Tonkov, in passato ha regalato emozioni che ancora vibrano sull’erta trentina. Il “bang” ufficiale dell’organizzazione di US Litegosa di Panchià e Ski Center Latemar verrà dato alle ore 10.30, percorrendo il noto versante di Tesero salendo all’Alpe di Pampeago a 1757 metri s.l.m. con una pendenza media del 10%, e gli ultimi 4 chilometri davvero complessi da affrontare se non si è ben allenati, una salita non a caso scelta più volte come rush finale del Giro d’Italia.

Percorrendo a ritroso l’albo d’oro della manifestazione, nella passata edizione si impose Armin Dalvai andando sotto i quaranta minuti (38:11.22), tallonato dal bravo Andrea Zamboni, con Lorna Ciacci prima fra le donne (51:37.34). Nel 2017 toccò a Thomas Gschnitzer lo scettro di più veloce cronoman (40:07.20), mentre fu poderosa la performance di Alexandra Hober (48:38.50), nettamente davanti a Barbara Zambotti. Edizione 2016 a uno dei volti noti della manifestazione, Michael Tumler (38:12.50), ancora con la Hober protagonista (47:22.00) sulla roveretana Serena Gazzini. Nel 2015 Jarno Varesco (40:14.20), emblema e testimonial del Trofeo Passo Pampeago, ebbe la meglio su Gabriele Depaul, con la reginetta Claudia Wegmann (49:55.30) al top tra le donne cronoscalatrici. Varesco in 39:14.8 e Serena Gazzini in 46:44.3 nel 2014, con il trentino capace di fermare il tempo in uno strepitoso 38:12.03 nel 2013, ed ennesima prova superlativa di Claudia Wegmann (48:30.04). Nel 2012 Alessandro Magli (37:40) e Ilse Pertoll (56:54) conquistarono la prima edizione. E quest’anno a chi toccherà?

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Trofeo passo Pampeago, 10.5 chilometri e 1.019 metri di dislivello da Tesero al Passo

L’ottava edizione del Trofeo Passo Pampeago del 15 settembre in Val di Fiemme sarà imperdibile, da Tesero al Passo di Pampeago a partire dalle ore 10.30 per completare una delle salite mitiche del Trentino. Il tutto ad una quota tanto competitiva quanto la manifestazione, a soli 20 euro si gareggerà infatti dove il Giro d’Italia è passato in ben cinque occasioni. L’organizzazione dell’evento fiemmese è a cura del comitato di US Litegosa di Panchià e Ski Center Latemar, fornendo tutto il necessario ai concorrenti vista la complessità della cronoscalata, dai ristori al cambio indumenti, al pasta party e premiazioni (da quest’anno all’Hotel Scoiattolo di Pampeago) sino alla chiusura al traffico della strada da Pampeago al Passo, ricordando che gli spettatori potranno raggiungere la zona d’arrivo attraverso l’utilizzo della seggiovia Latemar.

La salita al Passo di Pampeago più conosciuta – di pendenza media di circa il 10% – è quella con partenza da Tesero in Trentino, ma per gli appassionati di ciclismo vi è anche un’ulteriore curiosità visto che esiste una seconda ‘scalata’ al Passo, meno nota, quella da Ponte Nova in Val d’Ega, in Alto Adige.

Il team che si occuperà di gestire l’ottava edizione del Trofeo Passo Pampeago verrà coadiuvato dall’apporto dei Vigili del Fuoco di Panchià, dalla Croce Rossa di Cavalese, dal comitato feste e dalla società impianti di Pampeago, dai volontari e non solo, molti ‘amici’ verranno a dare una mano perché il Trofeo Passo Pampeago è di tutta la comunità fiemmese, un ‘modus operandi’ vincente e diffuso in tutta la vallata trentina, che ospita ogni anno una miriade di eventi di Coppa del Mondo e gare allettanti. Il Trofeo Passo Pampeago è parte della Südtirol.Berg.Cup e la tradizionale cronoscalata vedrà i grimpeur mettersi alla prova con 10.5 km complessivi e 1.019 metri di dislivello, partendo dai circa 1.000 metri sul livello del mare di Tesero ed arrivando ai 2.000 metri del rifugio Zischgalm.

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