Guido Brigadoi

Il futuro lo ricostruiremo solo insieme

I prossimi saranno mesi difficili per la categoria, Giovanni Dellagiacoma, presidente della sezione fiemmese dell’Associazione Artigiani Trentino, non lo nasconde. Eppure, non perde l’ottimismo: “Insieme ce la faremo”, commenta fiducioso.

Dopo due mesi di lock-down, come stanno gli artigiani fiemmesi?

Il settore artigianale è stato messo duramente alla prova, soprattutto le categorie legate alle presenze turistiche e quelle dei servizi alla persona, come estetisti e parrucchieri. Il turismo nella nostra realtà è un volano che traina tantissime attività; se viene a mancare a risentirne, direttamente o indirettamente, sono quasi tutti. La preoccupazione in ambito edilizio è soprattutto per il 2021: per quest’anno molti lavori erano già stati programmati, commissionati e avviati, ma per il prossimo temo saranno pochi coloro che vorranno investire. Teniamo conto che le ultime stagioni erano andate molto bene: si stava respirando un clima di coraggio e fiducia, anche in vista delle Olimpiadi. L’epidemia sanitaria ha di fatto bloccato questo slancio.

Quali possibili vie d’uscite vede a questo stallo?

A livello nazionale la risposta alla crisi è stata scarsa e lenta: le aziende che avevano messo da parte qualcosa riusciranno, seppur a fatica a rialzarsi, come avevano fatto con la crisi economica; altre non ce la faranno, soprattutto quelle che avrebbero bisogno di soldi ora e dopo due mesi stanno ancora aspettando il primo intervento economico, nonostante le tasse le abbiano continuate a pagare. A livello locale, ci stiamo confrontando con la Giunta provinciale e le altre categorie economiche trentine. Nella nostra provincia il sistema delle detrazioni fiscali ha sempre funzionato molto bene e potrebbe essere un incentivo per i cittadini. In generale, credo che la soluzione non vada cercata solo nella disponibilità di liquidità (che comunque è importante), ma facendo ripartire un meccanismo basato sulla fiducia degli investitori. Le aziende hanno bisogno di lavoro, non solo di aiuti. Inoltre, è necessario ridurre in modo sostanziale la burocrazia, che da tempo porta via tantissimo tempo a noi imprenditori, e rivedere le modalità della formazione obbligatoria, che così come impostata rischia di diventare difficilmente sostenibile.

Siamo entrati nella fase due: come cambierà il lavoro e con quali costi?

Dopo un’iniziale confusione sulle regole, ci siamo organizzati con le mascherine per noi e i nostri dipendenti e con la disinfezione dei mezzi e delle aree di lavoro. L’utilizzo dei Dpi e la gestione della sicurezza, inoltre, necessiteranno di formazione specifica. Tutto questo naturalmente comporta una lievitazione dei costi non indifferente. Bisognerà mettere in conto almeno una settantina di euro al mese di mascherine per dipendente, oltre al prezzo del gel disinfettante, che si aggira attorno ai 36 euro al litro. Si spera che ci vengano incontro almeno a livello di detassazione.

Come categoria da tempo lamentate la difficoltà a reperire personale. Questa situazione inciderà su questo aspetto?

Il problema della carenza di personale ci affligge da qualche anno. Si pensi che a inizio 2020 le impresi edili di Fiemme offrivano un centinaio di posti di lavoro. A livello politico la questione è stata gestita male. Non è infatti giusto che chi percepisce il reddito di cittadinanza non sia di fatto presente sul mercato del lavoro: i sussidi dovrebbero essere concessi solo fino alla prima proposta di impiego. Inoltre, in Italia da 20 anni si investe solo su studio e università. Sono convinto che la scuola dovrebbe essere un mezzo per raggiungere un obiettivo, obiettivo per il quale non tutti sono portati. Purtroppo, molte famiglie vogliono a tutti i costi il figlio dottore. Il risultato è che ci sono tantissimi laureati disoccupati e molte aziende artigiane si ritrovano senza manodopera in settori che garantirebbero impieghi sicuri e a lungo termine. Senza dubbio negli ultimi anni le scuole professionali hanno fatto passi da gigante nella formazione. Penso, per esempio, alla scuola del legno di Tesero, che grazie all’Alternanza Scuola-Lavoro ha messo in contatto tanti apprendisti e aziende. Non so come l’epidemia sanitaria influenzerà questa situazione: chi ha già lavori commissionati, probabilmente cercherà ancora manodopera; chi si trova nell’incertezza, resterà in attesa di capire come andrà il mercato prima di fare nuove assunzioni.

Secondo lei l’epidemia di Covid-19 è servita a sviluppare una maggior consapevolezza dell’importanza di comprare locale?

Spero di sì. Questa situazione potrebbe essere l’occasione per renderci conto che investire sul territorio produce ricadute a catena. E non è nemmeno solo una questione economica: affidarsi alle professionalità del territorio permette di mantenere in vita i nostri paesi anche da un punto di vista delle relazioni umane.

Per artigiani, commercianti e operatori economici questa situazione può essere servita invece per reinventarsi, per uscire da dinamiche ormai fossilizzate?

“Io ho sempre fatto così” è la frase più sbagliata da dire. A livello imprenditoriale bisogna sempre sapersi reinventare, se no si chiude. Oggi più che mai è necessario essere in grado di ricavarsi una nicchia per avere garanzie di lavoro e poter avviare collaborazioni con aziende dello stesso settore. Senza dubbio l’emergenza sanitaria ci ha fatto capire cosa conta davvero: eravamo sempre di corsa, lavoravamo oltre il limite: ora che abbiamo dovuto tirare il freno, abbiamo ridato valore alla vita e ai rapporti umani. Già prima del blocco, delle attività in Valle di Fiemme avevamo avviato una serie di incontri tra categorie economiche perché consapevoli di quanto fosse importante lavorare e progettare insieme. Ancor di più oggi, sono convinto che solo se collaboreremo, riusciremo a rialzarci. Se ognuno camminerà per la sua strada non andremo, invece, da nessuna parte. Ci sarà purtroppo chi non ce la farà, ma sono certo che come valle torneremo forti. Dobbiamo crederci e renderci conto, a tutti i livelli – anche a quello personale -, che il tessuto economico di un territorio, e di conseguenza il suo benessere, lo si costruisce solo insieme.

Monica Gabrielli

 

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DAD DAQ, Didattica A Distanza

4 marzo: è sera. Si rincorrono notizie più ufficiose che ufficiali. Su Whatsapp sento colleghi della mia scuola e di altre scuole del Trentino. “Ma è vero che domani si sta a casa?” “Non  so, a noi non è arrivato niente dalla scuola, aspettiamo”. “Ai colleghi di Predazzo è arrivata comunicazione adesso.” “I ragazzi stanno a casa, ma noi siamo in servizio?”. Sono le 20 e noi insegnanti lo abbiamo capito già nel pomeriggio, ma non ci sono ancora ordini di servizio su cosa succederà il giorno successivo. Ufficiosamente mi arriva notizia da un collega collaboratore della dirigente: da domani la didattica in presenza è sospesa. E adesso? E’ subito evidente che questa volta non sarà un’interruzione di qualche giorno, come era successo a ridosso di carnevale. E così prende avvio una macchina organizzativa non da poco, un dietro alle quinte complesso.

Le varie scuole iniziano a organizzarsi in maniera autonoma, seguendo delle circolari che arrivano a singhiozzo da Ministero e Sovrintendenza Scolastica. Un pensiero mi passa continuamente davanti, come uno striscione pubblicitario in questo cielo di primavera: “Ci vorrebbe tempo” e il tempo è proprio quello che invece manca. Non possiamo pensare “vediamo come andrà e poi in caso ci organizzeremo”. Così il giorno dopo Animatori Digitali, presidi e collaboratori di Fiemme e Fassa avviano la DAD: un acronimo quasi sconosciuto che ormai è entrato con prepotenza nella nostra quotidianità, e che scandisce nuove routine che seppur impegnative, diventano rassicuranti.

La mancanza di indicazioni precise dal ministero regala libertà di azione alle scuole, ma anche incertezze sull’agire. Il grande problema in questo momento è il “senza”: senza il tempo, senza discutere coi colleghi e decidere insieme, senza poter avviare i ragazzi all’uso di strumenti che non in tutte le classi sono familiari, senza essere sicuri che in tutte le famiglie ci sia disponibile un device, senza presenza, senza una tempistica precisa, senza aver mai organizzato una videoconferenza. 

Nella Scuola Ladina, quella in cui insegno, lavorano in stretta connessione Sorastant, referenti di plesso e Animatori Digitali (figure presenti in ogni istituto dal 2018, che si occupano dell’utilizzo del digitale in didattica). In Val di Fassa si parte da ciò che si ha, pensando a due livelli di interventi: la base, obbligatoria per tutti, costituita dall’uso delle email istituzionali e del registro elettronico; e un livello più avanzato per chi se la sente o già ne fa uso: la piattaforma WeSchool gratuita e GDPR compliant che molti docenti già stanno usando. In val di Fassa la macchina della DAD è pronta a partire il 9 di marzo e iniziano subito le prime lezioni in videoconferenza.

Alla Rosa Bianca invece si organizza da subito un orario sostitutivo di 3 ore mattutine in videoconferenza, supportate dall’utilizzo della piattaforma GClassroom.

Le problematiche sono parecchie e sono le stesse per le famiglie e per i docenti: strumenti nuovi, connessione non sempre ottimale, device da dividere con i famigliari. E soprattutto l’impossibilità di condividere il “QUI e ORA”, lo stesso spazio nello stesso momento. Per i docenti c’è anche la problematica di non sapere fino a quando andrà avanti la DAD, e questo fatto rallenta anche l’avvio di molti docenti che, magari per poca dimestichezza coi mezzi, si attardano nell’avvio di pratiche sostitutive della didattica in presenza. Ci si pone anche quesiti metodologici: come far fare un lavoro di gruppo online? Dobbiamo tornare a una didattica trasmissiva e frontale? E’ vero che un’ora in videoconferenza vale come due in presenza? Come porto avanti quel progetto sulla lettura?

Le piattaforme educative sono in questo momento fondamentali: ne esistono di vario tipo, la più utilizzata è Google Classroom, ma ne esistono anche altre. Con delle differenze nell’organizzazione dei materiali e delle funzionalità diverse, le piattaforme educative permettono la condivisione di materiali di vario tipo (file, video, immagini, testi, audio, videolezioni da vedere autonomamente…) all’interno di un “ambiente virtuale” al quale aderiscono i membri di una “classe reale”, la creazione di esercizi, quiz e test online, l’interazione tra i membri (tramite commenti e bacheche virtuali), l’interazione privata tramite chat e l’invio di materiali da parte degli studenti. Alcune piattaforme permettono anche l’attivazione di videoconferenze e quindi di lezioni sincrone.

Fin dal primo giorno ci è sembrata perciò chiara una cosa: la DAD è una gigantesca lente di ingrandimento in positivo e in negativo per scuola, ragazzi, famiglie e differenze socioeconomiche.

Quasi subito si è aperto anche un vivace dibattito in ambito pedagogico-didattico sul significato di “DAD”. La DAD può essere un mero scambio di consegne/compiti svolti? Non può esserlo, perché neppure la didattica in presenza dovrebbe esserlo. L’interazione docente/studente è fondamentale, che sia fatta attraverso una videoconferenza, una chat, un’email. Ed ecco che i miei studenti mi chiedono di trovarsi a chiacchierare, perché la scuola è anche questo: interazione sociale ed è quello che ci manca di più.

L’altro dibattito che si è aperto riguarda la valutazione. Valutare, sì o no? E se la risposta è “sì”, cosa e come valutare? Il ministero ha dato a questo proposito indicazioni a spot che continuano a cambiare: valutare tutto, 6 politico, esame di maturità annullato, esame in presenza con commissari interni, esame a distanza. La provincia inoltre ha dato indicazioni differenti: valutare impegno, costanza e atteggiamento. Insomma una bella matassa da sbrogliare. Il buonsenso ci dice di valutare sia i risultati che l’impegno e l’atteggiamento, tenendo conto che in questo momento consegnare assegnazioni e esercitazioni equivale a dire “io ci sono”. Molti di noi sono arrivati alla conclusione che più che mai in questo momento bisogna lavorare “per competenze”, cioè chiedendo l’applicazione di ciò che si è imparato in contesti nuovi.

Il lavoro per competenze è il campo in cui si collocano due interessanti iniziative promosse una dalle medie di Predazzo e Tesero (vedi box) e l’altra dalla Scuola Ladina, in cui i ragazzi di IV liceo scientifico saranno protagonisti di un progetto di insegnamento tra pari sulla Rivoluzione Francese, con i ragazzi delle seconde delle medie di Campitello: 4 lezioni, con esercitazioni annesse, gestite dai diciassettenni, sotto il monitoraggio dei prof. Vinante, Fiore (medie) e Comini (liceo).

La didattica a distanza diventa così anche opportunità: i teen ager di oggi saranno i primi ad aver imparato a gestire i microfoni in una videoconferenza e a lavorare in modalità sincrona su un documento in Drive, prima di imparare a guidare un motorino.

E sì… per la prima volta mi sono sentita dire, più volte, “Prof.! Ma quando torniamo a scuola?”

Silvia Vinante

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Emergenza COVID19, lo smart working è di casa

In tempi di emergenza si sa, regole, consuetudini ed abitudini in vigore fino a poco tempo prima, semplicemente saltano. Ciò che era considerato come intoccabile e radicato, diventa d’improvviso superato a volte quasi stantio, tanto che nella fase che segue, alcune consuetudini del prima vengono facilmente percepite come prive di senso o quanto meno reinterpretabili con occhi nuovi.

E’ il caso dello smart-working, o meglio dell’home-working visto che molti di noi (verrebbe da dire i più fortunati) nella lunga fase 1 dell’emergenza epidemia da COVID19, hanno portato avanti il proprio lavoro da casa, nei propri salotti e camerette, improvvisando scrivanie e cattedre home-made alla velocità della luce. All’improvviso ciò che sembrava quasi fantascienza sino al giorno prima è diventato la prassi: mondo scolastico, aziendale, enti pubblici e non solo, davanti al collasso della quotidianità consolidata hanno sdoganato la possibilità di lavorare evitando di doversi recare sul luogo di lavoro fisicamente. Una pratica possibile e in molti casi auspicabile, sia per contenimento dei costi che per riduzione dello stress del lavoratore che per cogliere tutte le opportunità del lavoro in remoto anche prima dell’emergenza, ma che in realtà, non era mai stata vista di buon occhio da istituzioni e datori di lavoro, legati anche comprensibilmente, ai paradigmi di una società probabilmente superata. E così migliaia di persone, e tra esse anche quelle che da sempre auspicavano modalità di lavoro più smart, (vedi quelle professioni ad alto contenuto intellettuale quali marketer, creativi, manager, copywriters, pubblicitari, rappresentanti, grafici, designer social media manager, content creators, video makers), ma anche insegnanti e chi più ne ha più ne metta, si sono ritrovati in mano un pc portatile, accessi VPN a server e mail aziendali ovvero tutto il necessario per poter proseguire serenamente il proprio lavoro in remoto. Una rivoluzione istantanea che ha ribaltato in pochi giorni i dogmi legati al vecchio luogo di lavoro, accelerando un cambiamento già nell’aria, soprattutto per le aziende multinazionali più evolute, ma mai davvero preso in considerazione dalle PMI italiane e men che meno da enti e scuole.

E allora com’è lavorare in homeworking? Le risposte potrebbero essere molteplici a seconda del tipo di lavoro, dell’atteggiamento personale, del tipo di azienda e naturalmente della tecnologia a disposizione. Partiamo proprio da quest’ultimo aspetto, la tecnologia: gli strumenti disponibili oggi per portare avanti il proprio lavoro in remoto sono numerosi, dai programmi in cloud, agli accessi ai server in remoto tramite VPN, alla miriade di app e programmi per le videoconferenze (Google Meet, Zoom, Microsoft Teams, Skype sono solo alcuni tra i più utilizzati e con funzionalità più o meno efficaci a seconda delle proprie necessità), il problema numero uno però, e sembra strano a dirsi, sono le connessioni alla rete. Sì perché se in azienda o negli istituti scolastici siamo tutti abituati a scaricare e caricare file alla velocità della luce, spesso a casa scopriamo che questo non è proprio l’aspetto più scontato. I più giovani in molti casi non hanno una rete wifi installata o non hanno a disposizione i giga necessari accontentandosi nel loro quotidiano delle offerte delle compagnie telefoniche classiche per scaricare e vedere film in streaming o leggere la posta. Le infrastrutture della rete inoltre non permettono, soprattutto in zone di provincia o montane, un accesso pieno alla banda di cui si necessiterebbe per avere una connessione stabile, ed ecco quindi che escono così tutti i limiti infrastrutturali del nostro Paese e delle sue zone più remote, giustificando anche in parte lo scetticismo dei datori di lavoro verso le pratiche di home-working nella pre emergenza.

Bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti dunque, come è normale che sia soprattutto in situazioni dove scelte veloci e poco pianificate portano a cambiamenti importanti sulla quotidianità delle persone e che, in questo caso, hanno pigiato sull’acceleratore facendoci intravedere il futuro di molte professioni. Se da un lato per ora rimane qualche impedimento strutturale, dall’altra, ora, la maggior parte di coloro che esercitano una professione d’intelletto, riescono a tenere senza troppi problemi ore di video conferenze, lezioni, webinar, meeting aziendali, senza necessità di prenotare sale riunioni, proiettori, spazi aggregativi con indubbi vantaggi quali: velocità e reattività, contenimento dei costi (di strutture, elettricità, trasporti), maggiore focalizzazione su compiti ed obiettivi che corrispondo a minori distrazioni sia in classe che sul luogo di lavoro, inferiore carico di stress emotivo (è provato da diversi studi che il rendimento del lavoratore in home-working è superiore a quello in ufficio a parità di orario), elasticità di orario.
Esistono però anche lati meno positivi come la mancanza di interazione umana che tende ad alienare chi lavora sempre da casa, oltre allo stress causato dall’impossibilità di trasferire energia (positiva o negativa che sia) al proprio interlocutore. Meno problematici di quanto si pensi sono invece i presunti problemi di coordinamento che rendevano i datori di lavoro diffidenti rispetto allo smart working: è provato dall’esperienza pratica infatti, che la percezione di avere un minor controllo dei propri collaboratori, porta a fissare più riunioni di coordinamento, a far circolare e condividere maggiormente le scelte prese, ed in generale ad aumentare la mole di informazioni condivise, perché nulla può essere dato per scontato visto che banalmente nessuno può apprendere una decisione nei corridoi di un’azienda, alla macchina del caffè o da un collega al bar. Più focus dunque e più condivisione di informazioni, vantaggi non da poco di un metodo di lavoro visto in precedenza con scetticismo dai meno informati sull’argomento.

Ma allora visti i tanti vantaggi siamo destinati a lavorare da casa anche nel post emergenza?
E’ molto probabile che dopo questo lungo periodo di “test”, assisteremo a forme di lavoro sempre più ibride dove a beneficio di aziende/enti e lavoratori, si potrà combinare in maniera più “smart” (intelligente) appunto, lavoro sul posto di lavoro comunemente inteso e lavoro in mobilità, non per forza da casa quindi ma da bar, ambienti di co-working, giardini pubblici e così via.
Quello che dovrà veramente cambiare però è un duplice aspetto che poi sono due lati della stessa medaglia: la fiducia reciproca nella relazione datore-lavoratore, alla base del concetto di smart working e la dinamica stessa di organizzazione del lavoro non più basata sull’orario ma sugli obiettivi, i quali implicano a loro volta scadenze, momenti di reportistica e momenti di consegna del lavoro. Un aspetto questo che non va assolutamente sottovalutato e che dovrà auspicabilmente rivoluzionare la gestione delle risorse umane, il rapporto con il lavoratore e persino in molti casi, anche i sistemi di retribuzione.

Carne al fuoco ce n’è: l’ideale bilanciamento tra prestazione sul luogo di lavoro, con la sua sana dose di rapporti umani e di smart-working (che sia in home-working o in mobilità) sarà una delle sfide che il mondo del lavoro pubblico e privato ma anche quello della scuola dovrà saper cogliere. Ora che abbiamo visto il futuro, non possiamo certo far finta di niente. Indietro non si torna.

Luca Mich
@LucaMich3

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In grafia… veritas

Verba volant… ma scripta manent. Lo sapevano gli antichi romani, lo sa benissimo anche Miriam Deflorian, 34 anni di Tesero, di professione grafologa peritale. Si occupa, cioè, di verificare l’autenticità di testi manoscritti e firme, in casi di sospetta simulazione o dissimulazione, o di risalire all’autore di lettere anonime. Un lavoro insolito, nato da una serie di circostanze quasi casuali.

“La prima volta che ho sentito parlare di grafologia avevo 15 anni e alloggiavo in un collegio a Bolzano, città in cui studiavo – racconta -. Una suora, vedendo la mia scrittura, ne diede un’interpretazione del mio carattere e del mio futuro assolutamente negativa e dispregiativa. Di fronte a tale giudizio, la bibliotecaria della scuola intervenne dicendo che la grafologia non usa questo approccio e che non è assolutamente così facile interpretare una scrittura”. Accantonato quell’episodio, Miriam si ritrova a 30 anni, impiegata in un’assicurazione e con la voglia di provare qualcosa di nuovo. Alla ricerca di nuovi stimoli, attirata da una scuola di grafologia a Bologna si iscrive, senza ancora immaginare che da lì sarebbe partito un nuovo cammino professionale. “Ero incuriosita prima di tutto dalla mia grafia, che negli anni era sempre cambiata molto. Inizialmente a conquistarmi è stato proprio il fatto che la grafologia parla dell’uomo e lo fa con estrema delicatezza. Non si limita a fare un’analisi sterile di una caratteristica, ma tiene conto che dietro ogni scrittura c’è una persona, una storia, uno stato d’animo, magari una sofferenza. Non c’è nessuna volontà di giudizio, quanto di comprendere per offrire gli strumenti per stare meglio”.

Dopo due anni di studi, la scelta di specializzarsi in grafologia peritale: “Era l’ambito che offriva più garanzie professionali. E, infatti, terminata la scuola, ho iniziato a prestare consulenze ad avvocati, privati e anche al tribunale di Trento. Lavoro soprattutto sull’autenticità degli scritti. Vengo contattata quando non si è certi della provenienza di un testo o della veridicità di una firma. Analizzo in particolare testamenti, contratti, assegni, lettere anonime, tutto ciò che è manoscritto”. Come lo fa? “Si valutano le caratteristiche formali di una grafia, quelle più appariscenti e visibili, e quelle più profonde nascoste nel tratto grafico. Sono proprio queste peculiarità impercettibili, se non a un occhio esperto, quelle che generalmente permettono di riconoscere la veridicità di un testo, un tentativo di simulazione di una scrittura. Ognuno di noi ha degli automatismi nel proprio gesto scrittorio che è difficile notare e ancora di più nascondere”, spiega Deflorian.

Per analizzare un testo serve una specifica attrezzatura tecnica: “Dopo una prima analisi a occhio nudo usiamo eventualmente microscopi per ingrandire, luce ultravioletta per scoprire abrasioni della carta o utilizzo di solventi, luce infrarossa per verificare, per esempio, se sotto un tratto ad inchiostro è presente un tratto a matita (indizio di un tentativo di dissimulazione), il diafanoscopio (il pannello retroilluminato che usano anche i medici per le lastre), oltre a macchina fotografica e scanner, necessari per documentare le nostre consulenze private o la nostra relazione in tribunale”.

Oltre ad essere diventato un lavoro che la appassiona, la grafologia ha permesso a Miriam di capire meglio sé stessa, tanto che la sua scrittura è nuovamente cambiata: “Lo è anche la mia firma: una volta mi è stato addirittura rifiutato un documento perché le firme non corrispondevano”, racconta sorridendo.

“La scrittura è un comportamento, una forma di espressione e pertanto non può prescindere dal temperamento e dal carattere, ma anche dalla fisicità e dall’impulso nervoso. Pensiamo alla pasta: basta cambiare trafila e tipo di impasto per avere tanti risultati diversi. La scrittura è proprio così: unica per ognuno di noi ed irripetibile, come ciascuno di noi. Per questo la grafologia è utile anche a fini psicologici e rieducativi”.

Tuttavia, questa disciplina non sempre è presa sul serio da chi non la conosce: “È una scienza giovane, che sta facendo grandi passi avanti per dimostrare le sue fondamenta”. C’è però chi si improvvisa grafologo e chi vuole trasmettere il messaggio che tutti possano interpretare la propria scrittura: “Non si tratta di interpretare come è scritta la singola lettera, quanto di capire come ogni segno interagisce con l’altro. Faccio un esempio: uno spazio tra una lettera e l’altra può essere interpretato sia come apertura verso l’altro, sia come il voler mantenere una distanza dall’altro. Ecco che per capire quella caratteristica del testo serve un’analisi globale, che solo un professionista può fare. È un po’ come nella medicina: il mal di testa può essere un sintomo comune a più malattie, sta al medico – solo a lui – capire, dall’insieme di altri sintomi, cosa rappresenti. Le autodiagnosi, in salute come in grafologia, sono assolutamente sconsigliate”.

Monica Gabrielli

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Raccontare il presente e costruire il futuro

Quando si è usciti da una tragedia comune, devastante – scriveva Italo Calvino ripensando  agli anni del secondo dopoguerra – ci si trova uniti dal desiderio di raccontare le proprie esperienze. A questo sentimento si accompagna la preoccupazione di riuscire a trovare le parole e il tono giusti per parlare di fatti che ci hanno segnato nel profondo, che per alcuni di noi sono stati violenti, come la morte di un parente o di un amico.

Oggi questo siamo noi. Certo, dobbiamo stare attenti nel fare paralleli tra l’Italia uscita stremata da una guerra mondiale e l’Italia di oggi. Quella era un paese cui la guerra era passata sopra come un rullo compressore – dall’invasione della Sicilia, nel luglio 1943, alla liberazione di Milano nell’aprile 1945. L’Italia di oggi è un paese bloccato per settimane e che vivrà una brutta recessione economica, ma le cui basi sono solide. In fondo, per la maggioranza di noi, si è trattato di un cambiamento radicale della vita quotidiana, sì, ma che ha comportato disagi e noia, più che dolore e disperazione.

Per questa ragione, dobbiamo raccoglierci, essere più vicini alla famiglie che sono state profondamente colpite da questa tragedia. Ogni paese di Fiemme e Fassa ha avuto le sue vittime e sono loro quelli cui il destino ha portato via un loro caro in maniera brutale: isolato in un letto d’ospedale, senza le carezze e le parole di conforto dei propri amati, se non quanto poteva trasmettere un telefonino, utile certo quando si sta bene, ma così innaturale e impietoso nella mano di un moribondo.

La beffa è stata che la generazione di gran lunga più colpita è stata proprio quella che aveva vissuto la tragedia e le privazioni della seconda guerra mondiale. Sono i nostri nonni, o i nostri genitori, dai quali avevamo ascoltato affascinati i racconti, brutti e belli, di come si sopravviveva in quegli anni. Sono loro che poi, rimboccandosi le maniche, hanno lavorato sodo per creare quel benessere che a noi sembra oggi così scontato. Mentre dovremmo ricordarci che mai, nella storia secolare delle nostre valli, mai vi è stato tanto benessere diffuso.

Senza di loro ora siamo tutti un po’ più vecchi. Più carichi di responsabilità. Ora tocca a noi rimboccarci le maniche, per cercare di mantenere quel benessere che forse non sarà più così scontato. Dovremo meritarcelo.

 

Scrivo queste righe osservando, oltre la finestra, la collina di betulle e querce le cui foglie vibrano sotto la pioggia mattutina. Anche qui in Gran Bretagna si stanno vivendo giorni di attesa e di dolore. Il 10 aprile il paese ha avuto 980 morti giornaliere, superando il picco italiano del 27 marzo, di 919. Qui l’onda è arrivata in modo strano. Prima la si è sentita come qualcosa di lontano, che accadeva ‘in Europa’, come tanti dicevano, ancora un po’ inebriati dalla Brexit. Lo stesso governo all’inizio aveva deciso per un approccio diverso: nessun lockdown, solo aspettare che l’onda passasse. Finché, due giorni dopo, il mondo della scienza non si è ribellato, il governo ha fatto lentamente marcia indietro e, ironia della sorte, lo stesso Primo Ministro è finito in ospedale, rimanendovi per tre giorni in terapia intensiva.

Ancora oggi (scrivo questo il 23 aprile) la Gran Bretagna sta vivendo statistiche vicine all’Italia ed è difficile non pensare che se la chiusura fosse arrivata prima, e le misure fossero state più severe, questo paese avrebbe avuto dati più simili a quelli tedeschi. Ancora oggi molta gente non sembra rendersi conto della gravità del tutto. Chi va al supermercato con guanti e mascherina è in stragrande minoranza. La BBC stessa, che noi consideriamo un tale monumento all’informazione indipendente, si è adeguata all’approccio del governo: meno dati statistici, meno polemiche sulla scarsità di misure protettive per il personale medico, e più spazio a notizie rassicuranti come i concerti online per raccogliere fondi o l’immancabile cronaca sulla famiglia reale. Neanche il Covid-19, insomma, sembra aver scalfito la sicumera britannica sulla propria capacità di affrontare ogni pericolo senza perdere la calma e sul loro desiderio di essere diversi dal resto d’Europa. Col tempo sapremo se quest’approccio non sia costato centinaia di vittime che si sarebbero potute evitare.

Quanto a noi, a tutti noi: speriamo che quest’esperienza tragica e surreale ci abbia ricordato il valore delle cose. L’essere vicini, l’aiutarsi reciprocamente, il condividere fatti e parole. Raccontarci come abbiamo passato questo brutto periodo sarà d’aiuto. Costruire insieme un futuro migliore, che avrebbe inorgoglito i cari che ci hanno lasciato, è il passo successivo.

Guido Bonsaver

 

 

 

 

 

 

 

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Raccontare il presente e costruire il futuro

Quando si è usciti da una tragedia comune, devastante – scriveva Italo Calvino ripensando  agli anni del secondo dopoguerra – ci si trova uniti dal desiderio di raccontare le proprie esperienze. A questo sentimento si accompagna la preoccupazione di riuscire a trovare le parole e il tono giusti per parlare di fatti che ci hanno segnato nel profondo, che per alcuni di noi sono stati violenti, come la morte di un parente o di un amico.

Oggi questo siamo noi. Certo, dobbiamo stare attenti nel fare paralleli tra l’Italia uscita stremata da una guerra mondiale e l’Italia di oggi. Quella era un paese cui la guerra era passata sopra come un rullo compressore – dall’invasione della Sicilia, nel luglio 1943, alla liberazione di Milano nell’aprile 1945. L’Italia di oggi è un paese bloccato per settimane e che vivrà una brutta recessione economica, ma le cui basi sono solide. In fondo, per la maggioranza di noi, si è trattato di un cambiamento radicale della vita quotidiana, sì, ma che ha comportato disagi e noia, più che dolore e disperazione.

Per questa ragione, dobbiamo raccoglierci, essere più vicini alla famiglie che sono state profondamente colpite da questa tragedia. Ogni paese di Fiemme e Fassa ha avuto le sue vittime e sono loro quelli cui il destino ha portato via un loro caro in maniera brutale: isolato in un letto d’ospedale, senza le carezze e le parole di conforto dei propri amati, se non quanto poteva trasmettere un telefonino, utile certo quando si sta bene, ma così innaturale e impietoso nella mano di un moribondo.

La beffa è stata che la generazione di gran lunga più colpita è stata proprio quella che aveva vissuto la tragedia e le privazioni della seconda guerra mondiale. Sono i nostri nonni, o i nostri genitori, dai quali avevamo ascoltato affascinati i racconti, brutti e belli, di come si sopravviveva in quegli anni. Sono loro che poi, rimboccandosi le maniche, hanno lavorato sodo per creare quel benessere che a noi sembra oggi così scontato. Mentre dovremmo ricordarci che mai, nella storia secolare delle nostre valli, mai vi è stato tanto benessere diffuso.

Senza di loro ora siamo tutti un po’ più vecchi. Più carichi di responsabilità. Ora tocca a noi rimboccarci le maniche, per cercare di mantenere quel benessere che forse non sarà più così scontato. Dovremo meritarcelo.

 

Scrivo queste righe osservando, oltre la finestra, la collina di betulle e querce le cui foglie vibrano sotto la pioggia mattutina. Anche qui in Gran Bretagna si stanno vivendo giorni di attesa e di dolore. Il 10 aprile il paese ha avuto 980 morti giornaliere, superando il picco italiano del 27 marzo, di 919. Qui l’onda è arrivata in modo strano. Prima la si è sentita come qualcosa di lontano, che accadeva ‘in Europa’, come tanti dicevano, ancora un po’ inebriati dalla Brexit. Lo stesso governo all’inizio aveva deciso per un approccio diverso: nessun lockdown, solo aspettare che l’onda passasse. Finché, due giorni dopo, il mondo della scienza non si è ribellato, il governo ha fatto lentamente marcia indietro e, ironia della sorte, lo stesso Primo Ministro è finito in ospedale, rimanendovi per tre giorni in terapia intensiva.

Ancora oggi (scrivo questo il 23 aprile) la Gran Bretagna sta vivendo statistiche vicine all’Italia ed è difficile non pensare che se la chiusura fosse arrivata prima, e le misure fossero state più severe, questo paese avrebbe avuto dati più simili a quelli tedeschi. Ancora oggi molta gente non sembra rendersi conto della gravità del tutto. Chi va al supermercato con guanti e mascherina è in stragrande minoranza. La BBC stessa, che noi consideriamo un tale monumento all’informazione indipendente, si è adeguata all’approccio del governo: meno dati statistici, meno polemiche sulla scarsità di misure protettive per il personale medico, e più spazio a notizie rassicuranti come i concerti online per raccogliere fondi o l’immancabile cronaca sulla famiglia reale. Neanche il Covid-19, insomma, sembra aver scalfito la sicumera britannica sulla propria capacità di affrontare ogni pericolo senza perdere la calma e sul loro desiderio di essere diversi dal resto d’Europa. Col tempo sapremo se quest’approccio non sia costato centinaia di vittime che si sarebbero potute evitare.

Quanto a noi, a tutti noi: speriamo che quest’esperienza tragica e surreale ci abbia ricordato il valore delle cose. L’essere vicini, l’aiutarsi reciprocamente, il condividere fatti e parole. Raccontarci come abbiamo passato questo brutto periodo sarà d’aiuto. Costruire insieme un futuro migliore, che avrebbe inorgoglito i cari che ci hanno lasciato, è il passo successivo.

Guido Bonsaver

 

 

 

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Dal Tibet alle Dolomiti,  camminando nel cielo

Spuntano come funghi. Chiunque si tenga minimamente aggiornato sulle vicende delle altre comunità di montagna, italiane e non, o chi semplicemente è solito smanettare sugli account instagram che propongono le foto più suggestive di tutto ì’arco alpino, non avrà potuto fare a meno di notare che i ponti sospesi, negli ultimi due o tre anni, sono spuntati come funghi. Dappertutto. Dal Piemonte al Vallese, dal Tirolo alla Slovenia, oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Abbiamo cercato di capire quanto costano, come e perchè vengono realizzati e che tipo di utenza hanno. E per questo abbiamo parlato con Renato Bertolini, presidente del Consorzio di miglioramento fondiario del Comune di Tartano in provincia di Sondrio, poco oltre Morbegno, che pochi mesi fa ha inaugurato il ponte più lungo d’Italia: “Esistono due tipologie di ponte – quello pensato come attrazione turistica che collega due sentieri in alta montagna in un tratto particolarmente panoramico e quello pensato per siddisfare esigenze squisitamente civili come è avvenuto nel nostro caso”.

234 metri di lunghezza a 140 metri dal suolo. Queste sono le misure del “Ponte nel Cielo”, numeri che danno le vertigini e che fanno di questa struttura una delle più alte e più lunghe sulle Alpi: “Nello specifico, in Valtellina noi abbiamo scelto di collegare i due versanti di una valle molto stretta per unire il paese all’altro ad una frazione virtualmente abbandonata sulla montagna sul lato opposto dove hanno sede otto maggenghi (così si chiamano da queste parti le aree di pascolo di bassa quota) e due alpeggi che altrimenti risultavano molto difficilmente raggiungibili”.

Oggi quelle aree godono di una nuova vita e vengono raggiunte in pochi istanti dalla gente locale, dai pastori con capre e pecore al seguito e, secondariamente, anche dai turisti che, nei weekend, arrivano a migliaia.

“Quando nel 2016 abbiamo cominciato a ragionarci, ci siamo dovuti scontrare con i problemi dati dalla presenza costante del vento. È servito uno studio di fattibilità e molte verifiche per capire che la soluzione ingegneristica più adatta era anche la più semplice, cioè il classico modello tibetano, realizzato nel nostro caso con l’uso di quattro funi (e non le consuete tre), proprio per dare la possibilità a centinaia di persone di attraversarlo contemporaneamente”.

Da queste parti si sono affidati – non senza qualche polemica – ad uno studio di ingegneria austriaco per la realizzazione del progetto e a fornitori di materiale e di manodopoera locali per la esecuzione. 30 tonnellate di peso, tenute su solo da quattro funi d’acciaio, del tutto simili a quelle delle funivie – due alla base e due che fungono da corrimano: “Il problema del vento è stato risolto scegliendo di non avere paratie laterali ma solo una rete di protezione che possa lasciar passare l’aria. Lo studio sull’aerodinamica della struttura ci ha suggerito un modello che potesse flettersi molto ed è per questa ragione che non abbiamo tiranti laterali che lo immobilizzino, bloccandolo alla montagna”. La portata è di quasi 1000 persone: il ponte è largo un metro e sopporta un peso ben superiore a quello di 4 persone per metro quadro sufficiente d’inverno anche a sostenere un metro di neve.

Nonostante sia stato necessario realizzare le basi di ancoraggio con due strutture dotati di micropali iniettati di calcestruzzo, il ponte è stato pronto per i collaudi in breve tempo: “il ponte non è pubblico perchè il Consorzio è costituito fondamentalmente dagli abitanti del paese. Siamo costretti quindi a chiedere 5 euro di pedaggio ai turisti per pagare il costo totale di 800.000 euro che abbiamo dovuto anticipare. Quando avremo estinto i debiti, per il nostro status di “consorzio senza scopo di lucro” dovremo reinvestire gli utili per lo sviluppo della montagna”.

I ponti di questo tipo…

…più lunghi d’Italia si trovano anche in Toscana a San Marcello Piteglio (227 metri di lughezza e 36 di altezza), in provincia di Pistoia, e a Vagli, in provincia di Lucca (132) o in Val Sorda, in Veneto.

A Dossena, in provincia di Bergamo, a breve sarà realizzato un ponte tibetano simile ad una via ferrata che sarà lungo ben 550 metri e che avrà un’altezza massima di 300. Questo tipo di ponte non ha una pavimentazione tradizionale fatta con assi di legno o acciaio ma richiede l’uso di un imbrago di sicurezza per camminare su stretti appoggi metallici se non direttamente su una fune d’acciaio, come avviene su una via ferrata o in un adventure park. Lo stesso genere di struttura si trova a Claviere, non lontano da Sestriere in Piemonte, e a Sasso Castalda in Basilicata, e ovviamente hanno solo una funzione turistica.

E nelle nostre valli?

Sappiamo che sul Torrente Travignolo, sopra Predazzo, già esistono due piccoli ponmti tibetani – uno di 25 metri realizzato negli anni ’80 a pochi passi dal Centro visitatori del Parco Naturale di Paneveggio e l’altro di 40 metri in località Sottosassa sul “Salto dell’Inferno”, terminato cinque estati fa. Entrambi registrano un discreto passaggio ma, data la lunghezza e la posizione, non risultano certo indimenticabili.

Indipendentemente dall’opportunità economica, dove avrebbe senso realizzarne un altro? Dove esistono due punti frequentati che potrebbero essere collegati? Sono infiniti infatti i posti con una vista mozzafiato sul Gruppo del Sella piuttosto che sul Catinaccio ma non tutti sono ben collegati.

In alta quota forse ci sarebbe la possibilità di farlo nella zona del Rifugio Torre di Pisa lungo non più di un centinaio di metri. Forse avrebbe senso farne uno in cresta sulla Marmolada. Un altro papabile potrebbe essere in cima al Sass Pordoi, sul sentiero che porta al Boè: poco lontano dall’arrivo della funivia un ponte tibetano estremamente suggestivo potrebbe passare proprio sopra la Forcella e non toglierebbe nemmeno clienti al rifugio, anzi. Poche decine di metri sul vuoto con una vista incredibile.:

 

Enrico Maria Corno

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Dottori… via web

Il giorno della laurea lo avevano pensato diversamente. La tensione nei corridoi dell’ateneo prima della discussione, gli sguardi commossi di genitori e nonni, gli scherzi goliardici degli amici, il brindisi liberatorio al grido di “Dottore, dottore…”. Per i laureati della primavera 2020 niente di tutto questo è stato possibile.

Il 1° aprile Giulia Smaniotto ha chiuso il suo percorso triennale alla facoltà di Scienze della formazione nelle organizzazioni, corso in Scienze e tecniche psicologiche, di Verona con il massimo dei voti e la lode. Eppure le rimane l’amaro in bocca per tutto ciò che non è stato: “Se mi avessero proposto di rimandare, l’avrei fatto. Era troppa la delusione per non aver potuto condividere una tappa tanto importante della mia vita con le persone a cui voglio bene. Volevo mostrare ai miei parenti la facoltà dove ho studiato, volevo vivere con loro l’attesa e la soddisfazione dopo anni di impegno, volevo festeggiare con i miei amici; invece sono stata privata di tutto questo”. La discussione della tesi, Giulia l’ha fatta, vestita di tutto punto, nella taverna di casa, da sola, connessa con la commissione via Zoom: “L’emozione è stata senza dubbio ridotta, rispetto a una discussione dal vivo”, commenta ancora amareggiata.

Il 30 marzo anche Valentina Giacomelli è diventata dottoressa: per lei laurea magistrale in Editoria e giornalismo alla facoltà di Verona: una discussione via Skype, che ha affrontato con i pantaloni del pigiama e le ciabatte, ma elegantemente vestita nella parte superiore del corpo. “Hanno dovuto proclamarmi due volte perché la prima volta non avevano connesso la commissione”, racconta divertita. Oggi è contenta di aver concluso il percorso di studi, ma anche lei ad un certo punto sarebbe stata disposta a posticipare per poter laurearsi “dal vivo”: “Mi è mancato il riconoscimento pubblico e ufficiale di questo traguardo. Dopo tanta fatica e impegno (ho studiato e lavorato contemporaneamente) è stato un po’ triste chiudere tutto con una chiamata via internet. Almeno però avevo vicino la mia famiglia”.

Carla Vargiu si è laureata in Economia e Management del settore pubblico il 19 marzo, poco più di una settimana dopo il lock-down italiano. “Nei giorni precedenti la data fissata, ero molto tesa perché non si sapeva ancora se saremmo riusciti a laurearci o se avremmo dovuto rimandare. Quando è arrivata la conferma della possibilità di discutere on-line, ho tirato un sospiro di sollievo, seppur amaro”. Dopo una prova tecnica, Carla si è quindi collegata all’ora prefissata con la commissione di laurea: “Mi sono recata, con tanto di certificazione, a casa di una mia zia che ha una buona connessione internet, da lì ho discusso. Ero sola in una stanza, ma sapevo che i miei parenti e i miei amici mi stavano ascoltando a distanza: l’università di Bolzano ha infatti aperto anche al pubblico le sessioni di laurea on-line, così da permettere ad altri di condividere quel momento tanto importante. Potrei quasi dire che il distanziamento sociale imposto a livello nazionale ha permesso di collegarsi a tante persone che non sarebbero riuscite ad essere con me fisicamente quel giorno”. Non c’è però collegamento internet che non riservi qualche sorpresa: “Uno dei miei amici ha dimenticato di togliere l’audio al microfono, così mentre esponevo la mia tesi, sentivo il suo macina chicchi di caffè in azione e avevo il timore che il rumore coprisse la mia voce”, racconta divertita. E siccome le piace trovare il bello in ogni cosa, conclude: “Ai miei nipoti potrò raccontare che sono stata una delle prime a laurearmi in digitale!”.

Monica Gabrielli

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L’epidemia all’estero

Per quasi due mesi, le conferenze stampa provinciali e nazionali hanno scandito i nostri pomeriggi, aggiornandoci, giorno dopo giorno, sul numero dei contagi, dei decessi e dei guariti. Per settimane abbiamo guardato al nostro Paese, tra i più colpiti dall’epidemia, con apprensione e con la consapevolezza di trovarci nell’occhio del ciclone. Ma c’è anche chi la situazione l’ha osservata dall’estero, con una doppia preoccupazione, quella per i propri cari in Italia e quella per sé stesso e il Paese di adozione. Abbiamo raccolto alcune delle storie di valligiani che la pandemia si sono trovati a viverla in giro per il mondo.

USA

1.259.777 casi, 75.852 decessi

Luca Girardi, San Francisco

Il coronavirus ha cambiato nella mia quotidianità almeno due aspetti: il modo in cui vivo a casa e il modo in cui vivo fuori di casa. Il primo è ovvio: vivo con la mia compagna, Misty, in un appartamento che di certo non è grande. Si sta insieme 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana. I ritmi di uno diventano quelli dell’altro. Non c’è un attimo di tregua: uscire non è vietato come in Italia, ma i parchi e le spiagge sono chiuse. Per cui non c’è scampo: bisogna sopportarsi. Si vedono le atre persone come appestati. Durante le nostre passeggiate, evitiamo di stare sul marciapiede se qualcun altro cammina in senso contrario. Tutti potenzialmente potrebbero attaccarti la malattia. Ce la prendiamo con quelli che non si spostano, o stanno fermi agli angoli delle strade. Sono tutti “nemici”. Trump lo evito. Lo evitavo già prima, ma le cose che dice sul coronavirus sono ridicole, imbarazzanti. Mi fanno rabbrividire o mi nauseano, o entrambi. La risposta al coronavirus è in mano ai governatori; per fortuna noi ne abbiamo uno buono, certi altri stati, specialmente al sud, non sono così fortunati. La situazione in ceri stati (New York, New Jersey) è peggiore che in Italia. Qui sulla West Coast stiamo un po’ meglio: in California la maggior parte dei casi (26.243) sono a Los Angeles. Noi qui ce la caviamo relativamente bene: ci sono 1.760 casi in totale nella contea di San Francisco. Ma in generale ci si sente un po’ abbandonati a sé stessi: non c’è aiuto economico ($1200, una tantum, e nemmeno per tutti), e non c’è aiuto sanitario: ci sono storie su internet di gente che paga migliaia di dollari per un tampone. Chi perde il lavoro perde l’assistenza sanitaria; ci sono 26 milioni di persone che hanno richiesto la disoccupazione. L’economia è in contrazione. I lavoratori di Amazon lavorano in condizioni precarie (come anche quelli nella sanità) e vengono licenziati se protestano. Mi vengono in mente le parole di Simon & Garfunkel: “They’ve all come to look for America” (Sono tutti venuti a cercare l’America). Ma dov’è l’America?

MOZAMBICO

82 casi, 0 decessi

Gianluca Guadagnini, Tofu

Qui in Mozambico siamo nella cosiddetta fase tre, cioè quella che precede il lock-down totale: ci sono delle restrizioni importanti alla libertà di movimento, soprattutto per quelle situazioni che implicano assembramento, come le cerimonie religiose, ma non siamo obbligati a restare in casa. Le scuole sono chiuse, gli accessi ai negozi limitati, così come il numero dei passeggeri sugli autobus. Va comunque tenuto presente che il concetto di responsabilità sociale è diverso rispetto a quello che intendiamo noi: non è solo una questione culturale; per molta gente è di fatto impossibile rispettare determinate regole. La maggior parte dei mozambicani vive di lavori occasionali, non esiste un vero sistema di previdenza sociale, le famiglie sono abituate a vivere all’aperto, per cui le case nono sono predisposte per una quarantena a domicilio. Il Paese cerca perciò di adattarsi alla propria maniera alle nuove disposizioni, con pesanti conseguenze economiche. L’autista che prima faceva salire sul suo bus 27 persone, ora deve limitarsi a 9; chi si affidava a lavori giornalieri non trova più di che vivere; chi un lavoro ce l’aveva sa di aver garantito lo stipendio minimo per tre mesi (pagato dal datore di lavoro, non dal Governo) e poi non avrà più diritto a niente. La crisi ha colpito in particolare la nuova middle class che andava formandosi nel Paese, coloro che grazie a stipendi dignitosi erano riusciti a uscire dalla povertà e a porsi nuovi obiettivi. Ora siamo tornati a una vita di sussistenza come al termine della lunga guerra civile mozambicana.

Io e la mia compagna gestiamo una guest house a Tofu, zona turistica del Paese. Dal 15 marzo non abbiamo più clienti: in due settimane abbiamo visto annullate le prenotazioni per l’intero anno. Abbiamo calcolato che per mantenere la struttura e garantire al personale uno stipendio seppur minimo (che è ben poca cosa rispetto al loro guadagno precedente), da qui a dicembre dovremo prevedere circa 35.000 euro di costi, con zero entrate.

Credo che questa situazione ci stia mettendo di fronte al fatto che il capitalismo sfrenato ha portato il mondo a un livello di interconnessione tale per cui non possiamo più permetterci di credere di poter vivere indifferenti a ciò che capita dall’altra parte della Terra. Spero che tutto questo ci permetta di fare qualche passo indietro e tornare a uno stile di vita più sostenibile per tutti.

REPUBBLICA DOMINICANA

9.376 casi, 380 decessi

Michela Bez, Santo Domingo

Sto vivendo molto male questa situazione sanitaria perché sono estremamente delusa per come il Paese sta gestendo l’epidemia. Il governo si è limitato a consigliare una quarantena dalle 5 alle 17, istituendo il coprifuoco dalle 5 alle 17. Il 30% della popolazione rispetta queste indicazioni, uscendo solo per fare la spesa (nei supermercati si trovano però file ed assembramenti), mentre il restante 70% trascorre le giornate all’aperto, incurante del virus. Con il buio la situazione non migliora: è come se la popolazione sfidasse la polizia, che ha già arrestato decine di migliaia di persone. Purtroppo, la gente non sta prendendo coscienza del virus: si affidano alla religione, credendo di essere protetti da Dio e di non aver bisogno di altre misure precauzionali.

Da un punto di vista economico e sociale la situazione è drammatica: la maggior parte dei domenicani vive con il lavoro del giorno, così molte attività (come, per esempio, i barbieri e i parrucchieri) funzionano abusivamente, anche grazie a una corruzione diffusa. Oltre ai morti per coronavirus (il numero reale è probabilmente diverso da quello ufficiale), c’è stato un aumento dei casi di decessi dovuti all’alcol, dei suicidi, degli omicidi e delle violenze, anche domestiche.

Onestamente sono molto preoccupata per questo Paese: questa situazione ha messo in evidenza i rischi non solo di un sistema sanitario precario, ma anche di un tasso di istruzione molto basso.

GERMANIA

169.430 casi, 7.392 decessi

Stefano Savin, Baviera

Anche in Germania l’epidemia di Covid-19 ci ha cambiato la vita. Molte attività sono state chiuse e tante lo sono ancora, ma dal 27 aprile qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la libertà personale, seppur le passeggiate non siano di fatto mai state vietate. Personalmente mi ritengo abbastanza fortunato perché io ho continuato a lavorare, ma la limitazione dei contatti umani è stata pesante da sopportare.

Qui il virus ha colpito un paio di settimane dopo rispetto all’Italia e credo che questo ritardo abbia permesso alla Germania di organizzarsi di conseguenza. Forse hanno pesato anche il diverso sistema sanitario e la mentalità della gente, che penso abbia fatto la differenza nei numeri. Faccio un esempio: qui le multe bisogna pagarle davvero; in Italia si inizia con le denunce e, poi, a causa dei tempi infiniti del sistema giudiziario, è quasi come dire “fate quello che volete”.

In questi mesi non ho mai avuto paura per me o mia moglie, ma ne ho avuta per i miei genitori a Predazzo. Mi manca tanto la mia famiglia, soprattutto ora che so di non poter andare a trovarla quando voglio. Purtroppo, sembra che dovrò aspettare almeno fino a metà giugno prima di poter rientrare in Italia. Spero davvero si riesca a tornare presto a una sorta di normalità, anche se sicuramente non sarà mai come prima: le nostre vite sono ormai cambiate; se in meglio o in peggio lo sapremo solo più avanti.

Monica Gabrielli

*dati JHU CSSE COVID-19, 8 maggio 2020

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L’ITAS sostiene i Vigili del Fuoco

Nel pomeriggio di martedì i vigili del fuoco fiemmesi hanno ricevuto un grande segno di collaborazione e riconoscenza. L’agenzia ITAS Assicurazioni di Cavalese ha voluto contribuire in maniera generosa, all’acquisto di uno strumento estremamente importante ed utile, in questo periodo più che mai, per la sicurezza e protezione dei pompieri, anche al di fuori dell’interventistica. Si tratta di un sanificatore ad ozono, consegnato da Giuseppe Larentis, Alan Barbolini e Paola Monsorno all’ispettore Stefano Sandri e al comandante dei volontari di Carano Edi Niederleimbacher. Questo prezioso strumento, che aspira l’aria e rilascia ozono, viene già utilizzato in luoghi come palestre e piscine per la sanificazione dei locali e degli strumenti. L’ozono è un potente disinfettante che usato con i corretti dosaggi, permette di eliminare batteri, funghi, muffe e sì, anche i virus come il Covid19. Inoltre questo prezioso strumento elimina gli odori, come quello di fumo, che non solo si impregna sull’abbigliamento da interventistica ma che rimane per giorni ad aleggiare nelle caserme, dopo gli incendi. “A seguito dell’incendio di qualche giorno fa a Maso Toffa, sul territorio di Carano, abbiamo ritenuto importante dare un segnale di vicinanza e gratitudine ai nostri vigili del fuoco. Ed abbiamo anche constatato quanto, uno strumento di questo genere, sia importante, sempre, per i corpi volontari e le loro strutture” spiega Larentis. A nome di tutta l’Unione distrettuale di Fiemme e di tutti i vigili volontari, l’ispettore Sandri ha voluto ringraziare sentitamente per il gesto generoso, sottolineando l’efficacia di tale strumento, già messo in funzione nella caserma di Cavalese e la sua preziosità per pulire a fondo i locali, gli strumenti e l’abbigliamento con poco semplici mosse.

Insomma, davvero un gran bel regalo per tutti i corpi dell’Unione di Fiemme, che da oggi, da Moena a Valfloriana, potranno passarsi questo nuovo strumento per poter sempre operare in sicurezza.

Sara Bonelli

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