Guido Brigadoi

La Brexit vista dall’Italia

Ormai ci siamo. A fine ottobre la Brexit sarà davvero una realtà, ancora di più ora che alla rassicurante premier May si è sostituito il simil-Trump Johnson, molto più incline ad un taglio netto con il passato e a un illusorio ritorno ad una Gran Bretagna thatcheriana, isola isolata e regina presunta sullo scacchiere economico europeo e mondiale.

Fantapolitica a parte, quali saranno le conseguenze della Brexit per un italiano o un europeo?

Di certo le regole cambieranno, anche se il Regno Unito si è affrettato negli scorsi mesi a spiegare che gli impatti diretti sulla vita dei cittadini cominceranno solo il giorno dopo l’uscita del sistema Europa e saranno il meno traumatici possibile; questa spiegazione si era resa necessaria già nel 2017, quando era stata invocata a gran voce dai pro-Brexit la scelta di chiudere immediatamente le frontiere e non concedere più alcun tipo di visto, limitando anche la libera circolazione delle persone. Capendo che questa radicalità avrebbe però portato a gravissimi problemi economici e di tenuta la Gran Bretagna è corsa ai ripari concertando con l’Unione Europea un accordo che permetterà ai 3 milioni circa di europei – tra i quali 600.000 italiani – che sino ad ora hanno vissuto nel Regno Unito, ma anche a chi pensa di unirsi a loro, di non essere completamente tagliati fuori.

Il ministero degli interni inglese ha lavorato moltissimo per incoraggiare i cittadini europei che vivono nel Regno a fare domanda di residenza permanente, sia sulla comunicazione on che off line, in particolare tappezzando di manifesti tutte le strade principali, le stazioni ferroviarie della metro e i luoghi di ritrovo affinché chi si è costruito una vita in UK, e tanto ha contribuito e contribuisce al benessere della società inglese, continui a sentirsi benvenuto.

Per questo il giorno dopo il 30 marzo 2019 – data inizialmente prevista per l’uscita dal sistema Europa poi slittata a fine ottobre – e in seguito ad alcuni mesi di prova e preparazione, con migliaia di funzionari pubblici appositamente formati per seguire, presto e bene, le domande, è stato dato il via al cosiddetto EU settlement scheme, secondo il quale chi vive e lavora in Gran Bretagna da almeno cinque anni e ha un passaporto valido può chiedere e ottenere il “settled status”, o diritto di residenza permanente, senza restrizioni o limiti.

Per richiedere la residenza permanente bisogna dimostrare la propria identità, dichiarare eventuali precedenti penali e inviare una foto. Il ministero controlla i dati, il periodo di residenza in Gran Bretagna e le banche dati su terroristi e criminali e poi se tutto è in regola concede appunto il “settled status”.La scadenza per fare domanda sarà il 30 giugno 2021, se l’accordo di recesso verrà approvato, e il 31 dicembre 2020 in caso di “no deal”.

Chi invece risiede da meno di cinque anni potrà richiedere il “pre-settled status”, una forma di residenza transitoria, la quale, allo scadere dei cinque anni di permanenza nel paese, potrà essere modificata in residenza permanente. Le procedure, come ha assicurato l’Home Office di sua maestà, sono state semplificate al massimo, tanto che per attivarle è possibile scaricare anche un’app dedicata (con la quale i possessori di Iphone hanno avuto inizialmente alcuni problemi. Ah, la guerra dei sistemi operativi!) e sono state rese disponibili informazioni dettagliate in tutte le lingue Ue.

Ma non tutto sembra così semplice, come dimostra, ad esempio, la condizione degli studenti, italiani ed europei, che negli scorsi mesi hanno scelto di iscriversi o continuato a fare domanda di dottorato nelle università britanniche. Infatti, finché il Regno Unito sarà parte dell’EU pagheranno la tariffa europea di 2 o 3mila sterline annue e potranno beneficiare di agevolazioni alla pari dei cittadini britannici, ma in caso di hard Brexit, di uscita senza accordi precisi, potrebbero vedere tale cifra lievitare fino a oltre 30mila sterline.

Un bel grattacapo, al quale presto potrebbero unirsi problematiche simili per l’accesso ai servizi di welfare quali sanità e disoccupazione, o per l’accesso ai posti di lavoro, senza scordare le questioni, sollevate negli scorsi anni e mesi, del riconoscimento della patente di guida e della portabilità dei contributi pensionistici senza tassazione, particolarmente sentito da italiani e francesi data una legge recente della Gran Bretagna (2017) che non riconosce gli enti pensionistici di entrambi questi paesi e quindi chiederebbe (condizionale d’obbligo dato il work in progress sugli accordi bilaterali) una tassazione in uscita di oltre il 40% del versato.

E così, mentre la Gran Bretagna grida al mondo di stare tranquillo che tutto andrà bene, il suo biondo primo ministro corre in tv a dire che a fine ottobre i ponti con l’Europa verranno tagliati senza “se” e senza “ma”, un milione di cittadini firma per richiedere un nuovo referendum pro-Europa e la Regina si vede obbligata a firmare lo stop ai lavori del parlamento, senza che nessuno sappia se, quando e come questa Brexit avverrà.

Una tragedia, o commedia, degna di Shakespeare.

Non ci resta che qualche raccomandazione per gli italiani residenti in GB: iscrivetevi all’AIRE – Anagrafe Italiana Residenti Estero, tenete vicino il numero dell’Ambasciata per qualsiasi intoppo, fate del vostro meglio per costruirvi un futuro e realizzare i vostri sogni ma, soprattutto, scordatevi di citare, al lavoro o in università, Mazzini e De Gasperi.

Quel sogno europeo, comunque andrà, pare purtroppo non esistere davvero più…

Fabio Pizzi

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I libri, la mia vita

Francesco Morandini dopo quarant’anni di lavoro come bibliotecario a Predazzo se ne va in pensione. In questi ultimi quattro decenni da bibliotecario, ha vissuto le profonde mutazioni della sua professione ma anche, attraverso il costante contatto con i lettori. I cambiamenti profondi della nostra valle.

Da “prestatore” di libri a operatore culturale. Possiamo sintetizzare e semplificare così il cambiamento del bibliotecario negli ultimi 40 anni?

Non proprio. Alla fine degli anni ’70 c’era un approccio molto più “politico”. Le biblioteche erano contaminate dai fermenti culturali del post ’68 e ’77. E c’era voglia di partecipazione tanto che anche i consigli di biblioteca erano molto vivaci e partecipati. Poi si è tornati alla centralità del libro, lasciando ad altri (associazioni e assessorati) occuparsi delle attività culturali. Si è tornati indietro negli ultimi anni quando le biblioteche sono tornate spesso ad essere luogo di programmazione culturale. Il modello del futuro è completamente diverso. Una piazza del sapere, di tutti i saperi, anche del “fare”. Una piazza per i cittadini. Parafrasando un noto bibliotecario prestato per un po’ alla politica, Vincenzo Passerini, direi che si passerà dai libri alle persone. La nuova biblioteca di Predazzo sarà a questo riguardo un bel banco di prova.

Si sente continuamente dire che non si legge più. Ma è veramente così?

I dati Istat sono inequivocabili. Nel 2017 solo il 41% degli italiani dai 6 anni in su ha letto almeno un libro. 10 anni prima era il 45%. Nelle biblioteche trentine i prestiti sono in calo da alcuni anni. A Predazzo abbiamo avuto una crescita esponenziale dei prestiti librari fino a 4-5 anni fa, ora si va verso una nuova stagione. Non si legge solo sui libri, dobbiamo prenderne atto. Le biblioteche lo stanno facendo.

Cosa cambia nella propria vita nel vivere costantemente a contatto con i libri?

Ci sono bibliotecari che i libri li divorano e si concentrano su di essi. Personalmente ho sempre avuto una visione più “sociale” della biblioteca, come luogo e servizio culturale comunale a tutto campo. Al di là delle mie letture l’approccio al libro è quindi funzionale al servizio. Lavori sui dati bibliografici, i destinatari, la collocazione, la promozione, etc. Rifletti su ciascun libro, ma pensi sempre al suo posto e al suo ruolo considerandolo parte di un insieme. E’ come un mattone per il muratore che costruisce una casa.

Allontana dalla realtà oppure rende più comprensibile il mondo che ti circonda?

Stare in mezzo ai libri, ai giornali, alle riviste, dover continuamente rispondere alle domande e alle richieste degli utenti (ti assicuro le più diverse) non può che aiutare a capire il mondo. Ma il mondo è fuori e non lo capisci davvero se ti limiti a leggere i giornali o a passare il dito su uno smartphone.

Quanto ha cambiato la digitalizzazione nell’attività di bibliotecario?

Con internet è cambiato il mondo. 40 anni fa, per le biblioteche, il mondo (tolti radio e TV) finiva sulla porta d’ingresso. Se ti chiedevano un libro che non avevi potevi verificare se acquistarlo e finiva lì; se ti chiedevano un’informazione, c’erano le enciclopedie che possedevi, e basta. Ora, non solo puoi far arrivare un libro dalla biblioteca di New York, o un articolo dall’Università di Sidney, ma devi dare risposte a tutto. Il “reference”, come lo chiamiamo noi, è passato dal libro/enciclopedia alla rete. E qui viene il bello perché è indispensabile orientarsi in un mare di bufale, fake news, disinformazione e misinformazione (la cattiva informazione che viene da fonti attendibili). Sia i bibliotecari, sia i giornalisti, vivono le stesse problematiche. Non per niente mi son trovato a fare corsi sulle fake news sia con l’OdG sia con l’AIB. Il “reference digitale” sarà il futuro dei bibliotecari. Gli strumenti ci sono, ma purtroppo viviamo in tempi di disintermediazione. Ognuno pensa di conoscere il mondo navigando nella sua bolla.

E x il lettore è stato veramente un cambio epocale, oppure la carta ha ancora la priorità nella scelta del supporto sul quale leggere.

Ti dirò che il primo dispositivo per leggere libri digitali (ebook reader) l’ho prestato ad una signora ultraottantenne. Tutto bene, mi ha detto, ma continuo con la carta. E ti assicuro che dai ragazzi di 14 anni agli anziani, la quasi totalità preferisce la carta. Non solo, se cercano un libro e lo hai solo digitale, preferiscono aspettare il prestito da altre biblioteche. Il fascino della carta è saldo, anche se abbiamo una ventina di reader e cerchiamo di utilizzarli. Nel 2018 li abbiamo prestati parecchie centinaia di volte.

Si nota una sempre maggiore attenzione nei confronti dei bambini / giovani. Questa maggiore partecipazione anche sotto forma di narrazione o gioco, produce un effetto di affezione da parte dei più piccoli anche quando diventano adulti?

E’ un tasto dolente. Fino ai 14 anni registriamo indici di impatto (il rapporto fra iscritti al prestito e popolazione) che arriva all’80%, ma poi scende progressivamente dai 25 per risalire leggermente dopo i 60. Il miglioramento c’è, ma non è molto percettibile. Stiamo lavorando però con i bambini e con la fascia più difficile, quella adolescenziale, e i risultati a poco a poco si vedono. Aggiungerei che le letture, il gioco, i laboratori e, soprattutto iniziative come “le notti in biblioteca” creano un’affezione dei bambini alla biblioteca che viene pertanto percepita sempre più come casa loro. E’ il primo passo per fidelizzarli.

Come sono cambiate le relazioni tra le varie biblioteche delle valli in questi decenni? Avete progetti in comune o ognuno x proprio conto?

Abbiamo sempre avuto dei buoni rapporti. 20 anni fa abbiamo progettato un sistema bibliotecario di Fiemme e Fassa, stoppato dalla politica, o meglio da quegli amministratori a cui non andava bene che Predazzo avesse un ruolo centrale. L’avevo studiato e redatto personalmente ed è ancora lì a ricordarci a tutti quanto difficile sia davvero difficile fare rete quando si toccano i campanili. Anche dopo la nascita delle Comunità di valle sembrava che le biblioteche fossero le prime a dare corpo alla sovracomunalità, ma non è cambiato nulla. Fra di noi collaboriamo spesso all’organizzazione di iniziative e comunque cerchiamo sempre di coordinarci. Forse in questi ultimi tempi siamo un po’ più concentrati su noi stessi. Credo sia anche la stanchezza. Tre di noi (guarda caso i maschi) abbiamo 40 anni sulle spalle e fra 2 anni saremo tutti in pensione ed altre due responsabili hanno chiesto da qualche tempo il part-time.

Rapporti con l’ente pubblico, gioie e dolori? Come si concilia una progettualità di lungo periodo con amministratori pubblici che cambiano con una certa frequenza?

Per una ragione o per l’altra dopo 10 anni intensissimi fra il 1995 e il 2004 ho visto stoppati due progetti già decennali: Il Campiello secondo noi e la rassegna teatrale “Altri scenari”. I due lustri sembrano essere la speranza di vita dei progetti che ho attivato perché anche il mercatino del libro usato si è fermato al decimo anno per una scelta dell’amministrazione comunale. Con una battuta direi che in 40 anni ho trovato amministrazioni che mi supportavano, amministrazioni che mi sopportavano e altre che non mi sopportavano proprio. Battute a parte, se si esclude una parentesi fra il 2004 e il 2010, quando è stato tolta alla biblioteca una bibliotecaria part-time appena assunta, ho convissuto ragionevolmente bene con le amministrazioni comunali.

La necessità di organizzazione, la burocrazia, le normative spesso castranti. Come ti sei trovato in queste “gabbie” che probabilmente limitano la creatività della quale ha bisogno una attività come quella che hai svolto x una vita.

L’unica ombra nel mio lavoro, quella che mi rende meno difficile lasciarlo, è la consapevolezza che dalla farraginosità della burocrazia non ci libereremo: persisteremo all’incremento della produzione cartacea nel mentre si afferma che bisogna ridurre la carta, dovremmo occuparci sempre più di pratiche amministrative con personale tecnico non formato e spreco di risorse, continueremo a constatare l’insensatezza, l’inutilità e la sproporzione di certe procedure. Credo che le biblioteche dovrebbero avere, come accade per altre istituzioni, un’autonomia gestionale che consenta un’agilità di movimento, indispensabile soprattutto nell’organizzazione di attività culturali. Si tratta di un tema su cui fra addetti ai lavori si discute da parecchi anni. Le forme potrebbero essere diverse: istituzione, agenzie o consorzi. La burocrazia inoltre non ha il senso delle dimensioni e non possiamo fare pagamenti online nemmeno per pochi Euro. Tempo fa è andata in tilt la batteria del cordless acquistato 10 anni fa che costa 8 €. Avrei dovuto cercare un fornitore chissà dove chiedergli un preventivo, fare l’ordine sulla piattaforma comunale, attendere la firma, inviarlo, attendere la consegna e farmi fare la fattura elettronica con tanto di CIG, DURC, conto dedicato, etc, etc. Per 8 €. Qualcuno mi aveva consigliato di cambiare telefono, facevo prima. Sono andato su Amazon col mio account. In un minuto ho fatto l’ordine e 2 gg. dopo ho sostituito la batteria. Per non dire del MEPA e del MEPAT

Hai qualche aneddoto o curiosità da raccontare?

Ce ne sarebbero tanti se ce li fossimo annotati. Spesso coi colleghi ci diciamo che avremmo dovuto raccoglierli e pubblicarli in uno “stupidario bibliotecario”, ma non l’abbiamo mai fatto. Ricordo i primi anni quando i turisti in estate mi chiedevano cosa facevo in inverno, i ragazzi cosa facevo l’estate, tutti cosa facevo al mattino e molti che lavoro facevo. Quella del bibliotecario non era proprio percepita come professione.

Quale consiglio dai a coloro che proseguiranno l’attività?

Se c’è la passione non servono molti consigli. A tutti direi di ascoltare: gli utenti, quelli che non vengono in biblioteca, i loro bisogni. A ottobre parleremo di biblioteche anche nel corso della settimana dell’accoglienza. Ecco, essere accoglienti.

Facendo un salto all’indietro, sceglieresti ancora di fare il bibliotecario x 40 anni?

Se potessi scegliere avrei fatto il giornalista professionista, o l’attore, le mie passioni più o meno nascoste. Ma il lavoro in biblioteca è stata una delle mie passioni. Un lavoro che ho scelto, che mi ha gratificato, cui credo di aver dato tanto e che mi ha dato tanto. Non posso che essere contento di aver fatto un lavoro che mi piace. L’unico rammarico: non aver potuto seguire fino in fondo la realizzazione della nuova biblioteca.

 

 

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Il bosco, la mia casa

Giacomo Defrancesco, conosciuto da tutti come Giacomone, ha compiuto 90 anni. Il fatto non farebbe notizia in una terra dove la vita si allunga. Lo è se l’uomo – mani grandi, occhi azzurri, mente lucida – non sia il decano dei boscaioli di Fiemme e Fassa. Originario di Medil, un grumo di case abbarbicato alla montagna sopra Moena, ha iniziato a frequentare pascoli e boschi dal lontano 1938 prima come pastorello, poi brandendo la “manea”, l’accetta dei boscaioli. «A quel tempo il bosco occupava solo le aree più impervie della montagna» – spiega guardando lontano. «Mucche e capre brucavano l’erba in quota mentre il contadino si spingeva fin sotto le rocce per falciare. Valsorda, Pianac, Roncac , Pianesel erano aree libere dal bosco». Giacomone (l’appellativo è dovuto alla sua forza straordinaria) conosce per nome ogni avvallamento, radura, sommità, forra, ruscello del territorio: è una registro di toponimi vivente. La tempesta Vaia dell’ottobre 2018 ha sorpreso anche il vecchio boscaiolo che aveva vissuto in prima persona l’alluvione del 1966. «Non ricordo un evento così distruttivo – commenta – ma sulle ceppaie cresceranno nuove piante. Sarà un processo lento. Mentre il piccolo albero prenderà vigore il legno sottostante marcirà dando nutrimento alla nuova vita». Insomma niente catastrofismo, solo fiducia nel perenne ciclo della vita. Anche il bostrico (becherle), il temibile coleottero che attacca l’abete rosso, non potrà arrestare il lento e continuo processo di crescita dei boschi. Giacomo Defrancesco è stato spettatore privilegiato dell’evoluzione tecnica che ha accompagnato il lavoro del boscaiolo. Un tempo non esistevano macchine. Gli alberi si tagliavano con l’accetta e si avvallavano con lo zappino (zapin) mentre il trasporto si faceva con cavalli o muli. Solo dopo la guerra entrarono in azione le grandi seghe americane (segogn americhegn) che richiedevano forza di braccia e resistenza. «Le prime motoseghe le utilizzammo a Paneveggio nel 1958. Pesavano almeno 15 chili e costavano 200mila lire, circa metà del guadagno di una stagione nel bosco» spiega Giacomone. Un posto centrale nei ricordi del vecchio boscaiolo però è occupato dalla “cava de le bore” presente in Valsorda, alle spalle del piccolo abitato di Forno. Si tratta di un condotto in pietra lungo 4,5 chilometri realizzato nel 1916 dai prigionieri russi catturati sul fronte polacco. In questa pista da bob, costruita con rara perizia, i tronchi scortecciati, smussati, lunghi poco più di quattro metri filavano come missili, complice un sottile strato di ghiaccio. «L’avvallamento – racconta Giacomo – si faceva a partire dal mese di dicembre per evitare le insidie dello scirocco. Il canale doveva essere perfettamente pulito, anche con l’ausilio della scopa, togliendo la neve di troppo oppure portandola con la gerla nei punti carenti. Il velo di ghiaccio si formava prendendo l’acqua dal rio Valsorda e spargendola con attenzione usando una tazza. Quando tutto era pronto gli uomini, circa undici, si sistemavano nei punti strategici chiamate “poste” e iniziava la discesa dei tronchi». Si partiva dalla “Piana de le buse del Cërilo” e giù per il “Tof de Campigol” passando per la “Posta erta del fornel” per sbucare sul “Pont da la ciata”dove la valle si apre. Ogni cinquecento metri c’era una piazzola di controllo, a portata di voce con la successiva, per tenere sott’occhio il traffico del legname. Si partiva con “Caregaaaa” ma se c’era un intoppo si urlava “Abaaaaauuf” per evitare ingorghi o peggio ancora vedere con terrore qualche tronco impazzito uscire dal tracciato. Il lavoro non era finito. Il legname andava sistemato in cataste il così detto “tazon” usando con perizia zappino e forza delle braccia. Il trasporto era effettuato con carri trainati da cavalli, e, successivamente con camion. Il caricamento sempre a mano creando un piano inclinato con il legname. Due uomini tiravano e due spingevano i tronchi. Per questo lavoro duro il cibo frugale, polenta e formaggio, il vestiario minimale. «Indossavamo braghe di tela russa e una camicia – ricorda Giacomone – i guanti non servivano perché non facevano presa sui manici degli attrezzi. Avevamo massima cura per gli arti inferiori: calze di lana scarponi, ramponi (carpele) e ghette di cuoio e lana (ciuzogn) per ripararci dalla neve». Giacomo Defrancesco ha chiuso l’attività della squadra boschiva che dirigeva nel 1989. «Pagavo troppe tasse. Un fisco ingiusto permetteva agli imprenditori turistici di evadere mentre la mia azienda, che lavorava per enti pubblici, Comuni e Magnifica Comunità, doveva rendicontare fino all’ultima lira». La passione però non è sopita. Guarda con soddisfazione la pila di legna sotto casa pronta ad alimentare le bocche fameliche delle stufe di casa.

Gilberto Bonani

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Tributi e tasse in Trentino

Trentino in quanto Provincia Autonoma, similmente alla vicina Provincia Autonoma di Bolzano con la quale forma la Regione Trentino Alto Adige Südtirol, vede i principi generali del proprio ordinamento finanziario incardinati nel titolo VI dello Statuto di Autonomia. Molte disposizioni hanno subito una prima riforma con la legge 30 novembre 1989, n. 386  – oggi …

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Il tesoro di Laura

 Sfruttare il potere delle piante per stare meglio, catturare in una boccetta l’essenza della natura: è questo il segreto della Gemmoterapia, che utilizza i tessuti raccolti freschi di diversi alberi e arbusti. Ed è un segreto che ha conquistato anche Laura Diemmi, parmense di nascita, ma fiemmese per adozione e per amore che a Ziano ha creato la sua azienda “Il giardino dei Cirmoli” nella quale produce con passione questi distillati del bosco.

«Ho studiato chimica a Parma – racconta Laura – e dopo una serie di lavori poco soddisfacenti mi sono “rifugiata” in Trentino nel 2006. Il Trentino è sempre stato nel nel mio cuore perché fin da quando avevo l’età di due o tre anni sono venuta in vacanza in Val di Fassa coi miei genitori e anche quando sono diventata grande le montagne sono state la mia valvola di sfogo per fare camminate oppure per arrampicare»

E una volta arrivata in montagna è sorta spontanea una domanda: ma perché tornare a Parma? Perché non stabilirsi nel luogo del cuore, in quello in cui ci si sente “a casa”? E così, dopo un anno di lavoro in erboristeria e dopo l’incontro con l’uomo che sarebbe diventato suo marito, Laura ha pensato che quella natura che la affascinava e la circondava poteva essere il suo lavoro.

«Proprio nel mese di vacanza che trascorrevo in montagna con la mia famiglia – spiega – si girava tantissimo, si andava per rifugi, si facevano passeggiate nel bosco e quindi il contatto con la natura è cresciuto con me. E questo mi faceva stare talmente bene che anche a Parma, appena possibile andavo a rifugiarmi sull’Appennino. La passione per l’arrampicata ha poi aumentato questo desiderio di contatto con la montagna e con il bosco»

La natura è diventato poi l’oggetto di studio quando nel 2011 Laura si è iscritta all’Accademia di naturopatia Galileo Galilei di Trento che ha frequentato per quattro anni e che le ha fatto conoscere tanti rimedi naturali e dove ha fatto il suo incontro con la Gemmoterapia. «Confesso che all’inizio pensavo che fosse una cura con le pietre – ride Laura – una sorta di cristalloterapia. E invece ho scoperto un mondo, una quantità di piante e di rimedi per curare praticamente tutti i disturbi. Quando il nostro il nostro docente ha parlato di queste gemme che si svegliavano dal letargo invernale e che avevano miriadi di proprietà per me è stata una vera e propria folgorazione! Ovviamente ho voluto cominciare a sperimentare la gemmoterapia su di me. Mi interessava il gemmoderivato di lampone ed ovviamente ne ho comprato uno già fatto. I risultati non mi hanno convinto completamente ma la curiosità rimaneva e allora mi sono detta: sono una chimica, potrò mettere in pratica i miei studi scientifici! E così ho preparato il mio primo gemmoderivato di lampone e questa volta ha avuto effetti sorprendenti, mi ha aiutato a risolvere disturbi che mi portavo dietro da anni»

Così l’ambiente che la circondava, il bosco, le piante, da compagne di passeggiate ristoratrici si sono trasformate in tesori che racchiudevano “gemme” con il loro potere curativo. Studiava, raccoglieva, preparava i macerati e sperimentava su di sé e sugli amici ottenendo sempre risultati eccellenti.

Ma cosa sono di preciso i gemmoderivati? Si potrebbe pensare che vengano realizzati a partire solo dalle gemme delle piante, in realtà si utilizzano tutti i tessuti meristematici, quindi tessuti embrionali in fase di accrescimento come ad esempio i giovani getti del lampone o della vite canadese. Dopo essere stati puliti, vengono fatti macerare in una soluzione di alcool e glicerina per un mese e infine filtrati e opportunamente diluiti.

«Il momento della raccolta è per me essenziale ed è forse la più complessa – continua Laura – perché innanzitutto la pianta deve trovarsi un posto lontano da fonti di inquinamento, il tessuto da raccogliere deve essere al giusto punto di crescita e soprattutto la pianta va rispettata e non saccheggiata. Ogni volta che raccolgo “ringrazio” la pianta, perché mi sta dando una parte di sé e sento che il prodotto finito è migliore perché amo quello che sto facendo e ho rispetto e gratitudine per la natura che mi circonda. Se posso dare un consiglio a chi leggerà è di scegliere un prodotto che arriva da una filiera corta, perché conoscere il produttore, sapere come lavora, sapere che le piante che utilizza non vengono maltrattate, fa la differenza»

I gemmoderivati non hanno assolutamente controindicazioni, sono facili da assumere e possono essere presi anche dai bambini. E poi servono per una quantità davvero notevole di disturbi: si va dal raffreddore al mal di schiena, dal mal di testa ai disturbi della menopausa, rinforzano il sistema immunitario, aiutano a combattere le infezioni…

«Ghandi diceva che nel raggio di quindici chilometri la natura ci offre tutto quello di cui abbiamo bisogno – conclude Laura – e penso sia proprio vero. Vorrei che la gente capisse il valore di quello che ci circonda, la ricchezza di questa incredibile Valle che con generosità ci dona i suoi frutti e ci aiuta a stare meglio, nel corpo e nell’anima»

 

Valeria Degregorio

 

 

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La bellezza in uno scatto

Non tutti gli amori iniziano con un colpo di fulmine. E così è stato per Andrea Caglio, venticinquenne lombardo, da poco laureato in ingegneria meccanica: la sua prima macchina fotografica l’ha comprata cinque anni fa per immortalare le auto di Formula 1 al circuito di Monza e c ’è voluto del tempo per fargli scoprire quella che è oggi la sua grande passione, la fotografia di montagna.

Andrea frequenta la Valle di Fiemme da quando è bambino, trascorrendovi le vacanze con la famiglia. La montagna lui ama viverla. Qui gode del silenzio, della fatica, della bellezza delle cime. Ed è proprio per immortalare questa bellezza – che assapora a pieni polmoni ogni volta che lascia la Lombardia per salire in Trentino – che Andrea scopre l’amore per la fotografia: “Di fronte a quelle che considero le montagne più belle del mondo, mi sono chiesto perché non provare ad immortalare gli scorci, le luci, i colori che tanto mi affascinano”, racconta. Il suo è un percorso da autodidatta: studiando su internet, leggendo libri e con tanto esercizio ha intrapreso un percorso di miglioramento della tecnica di cui è molto orgoglioso.

La sua non è una visione “purista” della fotografia: Andrea lavora le fotografie al computer. “Alcuni paesaggi, soprattutto in condizioni di luce particolari (come possono essere alba e tramonto) richiedono più scatti per ottenere il risultato voluto. La “fusione” di questi scatti regala la fotografia finale, che in questo modo contiene non solo la bellezza della montagna, ma anche un tocco personale del fotografo”.

Tra le fotografie più care ad Andrea c’è uno scatto del Cimon della Pala che si riflette in una pozzanghera di neve sciolta: “Era l’ora del tramonto – uno dei più belli che abbia mai visto – e per ottenere l’effetto desiderato ho dovuto praticamente stendermi a livello dell’acqua. È stato difficile, da un punto di vista della messa a fuoco, delle esposizioni, della luce e della posizione, però il risultato è una delle foto a cui sono più affezionato”. Ed è sempre del Cimon della Pala, ripreso dai laghetti di Cavallazza con una lente grandangolare, un’altra immagine a cui Andrea tiene particolarmente perché il risultato finale è quello di un’immersione totale nel panorama.

Da fotografo autodidatta Andrea dà un consiglio a chi volesse cimentarsi con la fotografia: “È necessario avere un atteggiamento molto critico verso il proprio lavoro. Servono tanta pratica e la capacità di guardare ciò che non va, ciò che bisogna migliorare. Piano piano, dopo tante immagini scartate, si arriva a vedere un miglioramento del proprio percorso”.

C’è un filo conduttore nelle sue fotografie: “Dove non c’è bellezza, non scatto”, dice Andrea. Ed è proprio la bellezza a riempire gli occhi di chi guarda le sue foto, di cui pubblichiamo una selezione in queste pagine. La bellezza delle montagne, ma anche quella dei sogni, delle passioni. Perché non basta un clic per fare una bella foto. Servono tecnica, occhio… e cuore.

 

Monica Gabrielli

 

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Da Tiziana trovi tutto il necessario

Secondo una legge provinciale del 2017, modificata e ampliata nel maggio del 2018, (a favore del mantenimento delle attività economiche e del popolamento delle zone montane situate sopra gli 800 metri e con meno di 100 abitanti residenti), viene data la possibilità agli esercizi commerciali, di diventare multiservizio, qualora siano distanti almeno 3 km da esercizi simili nel centro abitato più vicino.

Tiziana Weber ha saputo leggere in questa legge la possibilità di offrire un servizio molto apprezzato sia da chi a Stava ci abita, ma anche da chi vi si trova per trascorrere una vacanza, oltre ad ampliare il raggio di azione del bar che gestisce.

Presso il minimarket di Tiziana è possibile acquistare un po’ di tutto: prodotti caseari trentini e salumi, preferiti dai turisti, ma anche beni di prima necessità come pane fresco, latte, riso, pasta, sale, preferiti invece dai residenti, che approfittano anche degli ampi orari di apertura per salvare la cena all’ultimo minuto.

La legge permette ai multiservizi numerose possibilità, tra le quali anche fare da intermediario per il reperimento di farmaci in busta chiusa per chi ne fa richiesta e che ora potrà comodamente ritirare a Stava anziché recarsi in macchina o in autobus fino a Tesero. Soprattutto per le persone anziane o senza macchina questo è un servizio importante che contribuisce a diminuire la sensazione di isolamento e a migliorare la qualità della vita.

Tiziana non si ferma però a questo: a breve sarà possibile anche usufruire di un computer connesso a internet per prenotare visite mediche, visionare e stampare responsi medici e ricette. In arrivo anche la possibilità di comprare prodotti bio locali, prodotti per celiaci e sigarette.

La gestrice dell’esercizio ha intenzione però di esplorare e trarre il meglio anche dalle altre possibilità che la legge sui multiservizi offre, e perché no, anche essere un esempio di come ci si possa rimboccare le maniche e intravedere potenzialità anche nei minuscoli centri che costellano luoghi spessi meravigliosi, ma altrettanto isolati del nostro territorio.

I generi più venduti? Pane e latte freschi, burro, formaggio, pasta, sale, zucchero, riso e biscotti. Coloro che soggiornano in albergo hanno avuto invece la possibilità di rimediare alle valigie preparate di fretta, potendo comprare prodotti per l’igiene e la pulizia.

Il servizio è stato molto apprezzato sia dai residenti come da colore che, da anni, possiedono una seconda casa a Stava.

 

Silvia Vinante

 

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Ma è possibile veramente fare trekking ad occhi chiusi?

Impresa impossibile?  Niente affatto, ed a dimostrarlo sono stati dieci atleti dell’Associazione Disabilincorsa Onlus che, l’estate scorsa, hanno partecipato ad una “Settimana verde sulle Dolomiti” che si è svolta a Moena.

L’iniziativa è nata da un paio di volontari del centro Fassano che, conosciuti i non vedenti in ambito sportivo, li hanno radunati da diverse zone d’Italia. E’ stato un successo: il gruppo è stato supportato da guide volontarie che hanno messo a disposizione anche i loro mezzi di trasporto.

Il programma redatto ha garantito spunti per tutti i gusti: un trekking di riscaldamento attorno a Moena lungo il pomeriggio del primo giorno, una suggestiva escursione da Moena verso Tamion passando da Palua. Poi un classico che ha compreso la visita alla frazione di Malga Peniola. Una camminata sul San Pellegrino, con festa e polentata al Ciamp de Ors. Ed ancora Malga Bocche, ciclabile da Pozza di Fassa a Canazei, Arodolo sopra Molina di Fiemme e poi tanti sentieri partendo direttamente a piedi anche da Moena camminando tutti i giorni non meno di 15 chilometri.

Ed a conclusione, grande festa con degustazione di specialità della tradizione culinaria locale.

Organizzatore del tutto un atleta di Moena che, nel suo curriculum di podista delle lunghe distanze, ha numerose maratone corse con non vedenti, i quali si avvalgono anche della sua disponibilità durante la preparazione.

Trascorrere una settimana assieme a loro – ci ha raccontato – è stato come aprire una vecchia enciclopedia a uso e consumo dei vedenti, che ci ha insegnato a convivere, dialogare, rapportarci senza ansie e paure. Ci siamo confrontati con serietà e intelligenza, anche se non sono mancati i momenti goliardici che hanno fatto arrossire qualche donzella imbarazzata.

Credo sia inutile girarci attorno: il migliore approccio alla diversità – qualunque ne sia la natura – è quello di riconoscerla in quanto tale, considerandola una risorsa anziché un limite.

Noi ci affidiamo troppo alla vista, il più potente canale di contatto con ciò che ci circonda. Ma la parte esterna e l’apparenza da sole ingannano e ciascuno di noi lo ha sperimentato almeno una volta. Se vogliamo costruire relazioni che non siano frivole e inconsistenti ci vuole anche altro. Noi potremo documentarci fin che vogliamo sulla cecità, potremo vivere qualche esperienza di simulazione, ma difficilmente riusciremo a comprendere cosa significa non vedere. Provare a tenere gli occhi chiusi per qualche minuto, oppure per qualche ora, non basta. Essere ciechi è cosa diversa da non vedere. E tutto quanto questi ragazzi hanno sviluppato durante la loro vita e che riesce ancora a sorprenderci nonostante ci si sia abituati, sottolinea quanto ho detto sopra: risorsa, non limite!

Le emozioni che ci hanno regalato sono nostre e le conserviamo nel nostro personale scrigno dei sentimenti. Noi ci siamo dati anche tanto da fare e loro lo sanno benissimo. In cambio loro ci hanno donato un qualcosa di indescrivibile.

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Spelacchio batte tutti

L’Avisio ha avuto l’opportunità di assistere alla prima assoluta di ”Ball Fiction”, (che si è tenuta alla festa annuale del Fatto Quotidiano alla Versiliana a Marina di Pietrasanta). Durante lo svolgersi dello spettacolo, mano a mano che Travaglio raccontavate le incongruità della “libera” stampa, venivamo stati colti da una “vertigine” fatta di incredulità e stupore. Notizie di poco conto ingigantite e divenute “virali” nell’immaginario collettivo, a fianco di informazioni di rilievo, (fondamentali per ben informare la pubblica opinione), ridotte a trafiletti oppure semplicemente ignorate dai principali media nazionali. Basti pensare allo stupore degli spettatori ed al nostro, nello scoprire che l’argomento più trattato è discusso nell’ultimo anno in Italia è stata la vicenda di Spelacchio che ha battuto nettamente e per distacco qualunque altra informazione riguardante il nostro paese nel 2018. Una strabordante follia comunicativa che il direttore del Fatto ha presentato utilizzando dei faldoni contenenti gli articolo pubblicati durante l’anno,escamotage che ha permesso di dare, anche visivamente, il senso della sproporzione e della strumentalizzazione in cui è caduta la stampa nazionale vitaminizzando, oltre modo, Virginia Raggi, Sindaco di Roma e con lei anche la nostra valle di Fiemme. Ci ha fatto particolarmente impressione sentire nominare per buoni cinque minuti decine e decine di articoli, servizi televisivi, commenti, dove Fiemme appariva se non “Killer natalizia” nei confronti dell’incolpevole albero. perlomeno incompetente perché poco avvezza a occuparsi di flora alpina.

Quando, anni fa, ascoltavamo Giorgio Gaber e sua canzone, (che a proposito di informazione), dice, “ tutto è falso, il falso è tutto”, ci sembrava che l’affermazione dovesse essere considerarta una esagerazione  oppure una provocazione. Ora che abbiamo la prova che la vicenda di Spelacchio è stata la più importante per la stampa “mainstream” italiana nel 2018, ci tocca riconsiderare il nostro giudizio e derubricare la frase di Gaber ad una semplice istantanea della realtà.

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Scuola di ecologia familiare e Insieme per non fumare più 2 corsi su stili di vita, relazioni e fragilità

Informare e sensibilizzare su stili di vita, di relazione e sulle fragilità presenti nelle nostre comunità, è l’obiettivo della Scuola di ecologia familiare organizzata dall’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Fiemme e Fassa in collaborazione con il Comune di Tesero e l’ACAT Fiemme. Si tratta di un ciclo di incontri, aperti a tutta la popolazione, che si terranno in Sala bavarese a Tesero dal 9 al 25 ottobre dalle 20 alle 22.30 in cui si alterneranno il sapere teorico di un conduttore con le esperienze di persone e famiglie che, all’interno dei Club di Ecologia Familiare, dei Club Alcologici Territoriali e dei Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, hanno avviato percorsi di cambiamento dei propri stili di vita. Si parlerà di salute, benessere, disagi psichici ed esistenziali, problemi con alcol e droghe, gioco d’azzardo, convivenza con disabilità, elaborazione del lutto, solitudine, diversità di orientamento sessuale ed altro ancora. La partecipazione è gratuita e sarà rilasciato un attestato.

Dal 7 al 10 ottobre tutte le sere dalle 20 alle 21.30 si terrà anche, presso l’istituto d’istruzione “La rosa Bianca” di Predazzo in collaborazione con le Acat di Fiemme e di Fassa, un percorso per smettere di fumare che si basa sul modello dell’auto mutuo aiuto, teso a favorire il cambiamento del proprio stile di vita mediante il confronto con gli altri membri del gruppo. Scegliere una vita senza tabacco conviene ed è salutare, ricordano i promotori del corso che punta sul rinforzo della motivazione personale, l’apprendimento di tecniche e tecniche utili e sulla solidarietà fra i membri del gruppo. Durante gli incontri viene suggerita la presenza di un familiare o di una persona amica. Il corso sarà tenuto dalla psicologa Martina Volcan ed è pure gratuito. Per iscrizioni e informazioni ci si può rivolgere per entrambi i corsi al servizio dipendenze e alcologia, Centro alcologia, antifumo e altre fragilità ai numeri 331 6187309 o 0462 508800, email: donatella.vanzetta@apss.tn.it.

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