Guido Brigadoi

Del futuro e del passato della Coppa del Mondo in Valle di Fassa

“I Mondiali Junior di sci alpino che si sono tenuti lo scorso anno non sono un punto di arrivo per la Valle di Fassa”. Lo riafferma con decisione Davide Moser, presidente del Comitato Organizzatore dell’evento. “La manifestazione sportiva è stata un banco di prova importante per pubblicizzare le potenzialità della valle in termini sia di strutture che di operatori. Ha svelato le capacità del nostro territorio e ha mobilitato grandi energie. Sarebbe un peccato non puntare a una gara di Coppa del Mondo”. Non manca fin d’ora l’evidenza della difficoltà oggettiva del progetto: “Non è semplice inserirsi nel calendario di Coppa del Mondo, visto che l’Italia vanta già quattro competizioni maschili e due femminili. Siamo inoltre in una fase dove l’attenzione è catturata dai Giochi Olimpici invernali del 2026. Una prima possibilità potrebbe essere quella di dare la disponibilità per il recupero di una gara cancellata per qualche motivo contingente. Non credo avvenga nell’attuale stagione invernale dove la neve abbonda su tutto l’arco alpino”. Proprio in questi giorni, la Federazione internazionale ha aggiunto in calendario una gara di parallelo a Zuers, in Austria, preferendola a Livigno che era in lista d’attesa già da molto tempo.

Detto questo, nulla è perduto e l’impegno continua sotto traccia. La valle di Fassa mette in campo un tridente ineguagliabile nel settore dello sci alpino. Ha capacità ricettiva, una struttura organizzativa rodata che può coinvolgere un elevato numero di volontari e due piste dalle caratteristiche idonee: l’Aloch e la VolatA. La prima si trova a Pozza di Fassa ed è stata recentemente ampliata e rimessa a nuovo ottenendo l’omologazione ufficiale per ospitare allenamenti e gare di Coppa del Mondo sia di slalom speciale che gigante. La seconda è al Passo San Pellegrino ed è nata per ospitare le discipline veloci, la discesa libera e il SuperG.

L’area che sta ai piedi della Regina delle Dolomiti, la Marmolada, offre un territorio che non ha nulla da invidiare ad altre blasonate località. Se riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che la famosa gara 3-Tre, che ha dato il nome alla ormai celeberrima pista del Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio, è passata anche per la Valle di Fassa. La prima edizione della 3-Tre è datata 19 gennaio 1950 con la Paganella, l’altopiano di Folgaria e il Monte Bondone a fare da palcoscenico a tre gare: discesa, slalom e gigante. Il nome dell’evento voleva appunto significare «Tre gare in Trentino». Grande dominatore di quella edizione fu il mitico Zeno Colò. Dopo una seconda edizione nelle medesime sedi, nel 1952 l’evento traslocò a San Martino di Castrozza, all’ombra del Cimon de la Pala fino a che l’anno seguente la 3-Tre mise radici, fino al 1956, tra Canazei e la Marmolada. La prima fu l’edizione dominata da René Rey che si aggiudico tre delle quattro gare in programma.   L’anno successivo la vittoria fu dell’austriaco Christian Pravda che vinse tre prove lasciando il podio dello slalom speciale a Stein Eriksen, un norvegese dal fisico statuario che si era aggiudicato due anni prima l’oro di specialità alle Olimpiadi di Oslo. Nei due anni successivi furono sempre atleti stranieri a primeggiare e tra questi anche il leggendario Toni Sailer, soprannominato dalla stampa “Der schwarze Blitz aus Kitz” (“il lampo nero di Kitzbühel”). Durante le Olimpiadi di Cortina del 1956 fu il primo sciatore a vincere tutte le gare di sci alpino: discesa libera, slalom gigante e slalom speciale. Terminati quegli anni, la 3-Tre lasciò il Trentino orientale per accasarsi definitivamente a Madonna di Campiglio. Non è semplice ricostruire la cronaca della 3-Tre in Valle di Fassa ma la memoria e l’esperienza di Fiorenzo Perathoner, ex presidente del Dolomiti Superski, non fallisce: «Purtroppo ho ricordi parziali di quel periodo. In una edizione sono stato anche direttore di gara e avevo la responsabilità di organizzare le piste. A quel tempo i tracciati erano battuti con i piedi nel senso letterale della parola. Avevo a disposizione un gruppo di militari che con gli sci dovevano livellare la pista e renderla più regolare possibile. Io stesso lavoravo in pista portando a spalla i paletti necessari alle porte. Ricordo che l’allora direttore della FISI Fabio Conci mi riprese bonariamente affermando che un direttore di gara doveva dirigere e non fare l’uomo di fatica”. Le gare si svolsero alternativamente a Canazei e in Marmolada: “Ovviamente le piste erano preparate in maniera artigianale – continua Fiorenzo Perathoner – e risultavano essere molto diverse da quelle battute con i mezzi meccanici di oggi. Fare una libera negli anni Cinquanta non era uno scherzo e gli incidenti erano all’ordine del giorno. Fortunatamente nel nostro caso non furono gravi. Ricordo tra questi anche la caduta del giovane Aga Khan”, l’uomo oggi 83enne, leader spirituale dei musulmani Ismailiti Nizariti, protagonista delle cronache mondane per i cavalli delle sue scuderie, per l’invenzione della Costa Smeralda, per la bellezza delle donne che stanno al suo fianco. “Abbiamo la stessa età”, conclude Perathoner: “Era un giovane appassionato di sci e amava le Dolomiti che frequentò spesso”. Il principe Aga Khan corse l’ultima volta la 3-Tre a Madonna di Campiglio nel 1963 sotto lo sguardo attento di Juan Carlos di Borbone, allora pretendente al trono di Spagna. “Purtroppo negli anni Cinquanta la stagione invernale era limitata al periodo natalizio. Gli albergatori di allora avevano difficoltà ad allungare la stagione per accogliere gli atleti della competizione sportiva in altri momenti”.

 

Gilberto Bonani

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Martina Ambrosi ha preso il volo

È entrata da poco nel gruppo degli atleti testimonial della Val di Fassa, Martina Ambrosi, 18 anni, da un paio di inverni nella nazionale di salto speciale con gli sci (Squadra B). Di Trento ma con un forte legame con la Val di Fassa, in particolare con Moena dove vivono i nonni materni e dove lei ha trascorso lunghi periodi, Martina è cresciuta agonisticamente nella U.S. Dolomitica. Dopo un’infanzia da sciatrice, a 12 anni si è appassionata al salto con gli sci e per un certo periodo è riuscita a conciliare gli spostamenti dal capoluogo alle località di allenamento. Una volta arrivata al liceo, però, i ritmi sono cambiati ed è stata costretta a scegliere optando per il trasferimento allo Schigymnasium di Stams, vicino a Innsbruck. “Ero passata diverse volte accanto all’istituto di Stams per andare ai trampolini della zona. Un giorn, sono andata a visitare la scuola e mi ha fatto un’ottima impressione. È un liceo per atleti conosciuto in tutta Europa: con me ci sono altre due sciatrici trentine e qualche altoatesino”. Il tedesco non è stato un grosso ostacolo perché Martina ha frequentato elementari e medie bilingui: “L’opportunità di concludere questa scuola con un diploma che certifica il mio bilinguismo ha inciso nella scelta di trasferirmi. All’inizio è stato impegnativo ma ora capisco tutto, anche il dialetto”. In futuro Martina vorrebbe proseguire gli studi, in Austria o Germania, frequentando la facoltà di scienze motorie ma ora è concentrata sul salto speciale, praticato da pochissime atlete in Italia. Una disciplina che non ammette distrazioni: disputa allenamenti e gare sia d’inverno, sia d’estate quando le strutture vengono coperte da un particolare materiale sintetico che riproduce la sensazione della neve. Il poco tempo libero lo trascorre studiando per l’esame della patente, leggendo libri in inglese e tedesco e trascorrendo i weekend, quando può, con i genitori. I ritmi serrati non sembrano pesarle e nemmeno il fatto di dover spiegare a chi la incontra all’aeroporto o sul treno cosa fa con quegli sci così larghi: “Volo con gli sci, rispondo. E tutti restano a bocca aperta. Ma praticare uno sport fuori dal comune in Italia, per me è motivo d’orgoglio”. Coraggio e determinazione non le mancano. “Non ho mai avuto paura di saltare – sostiene – solo a gennaio, al rientro da un infortunio, ho avuto qualche esitazione, che però è passata subito. Ora mi lancio dal trampolino da 90 metri, il mio salto più lungo è di 100 metri e non vedo l’ora di saltare dai trampolini ancora più grandi”. Obiettivi di stagione per Martina sono i Mondiali junior di Oberwiesenthal, a fine febbraio, e il possibile esordio in Coppa del Mondo. E chissà che, quest’inverno, con gli sci non spicchi davvero il volo anche in senso lato.

Elisa Salvi

 

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Un aiuto ai boschi di Fiemme

Presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme, si è svolta la conferenza stampa di presentazione del progetto conclusivo “Per fare un albero ci vuole… un formaggio”, promosso dal Caseificio Sociale Val di Fiemme con la collaborazione della Fondazione Edmund Mach e il patrocinio della Magnifica Comunità di Fiemme, iniziato alla fine dell’anno scorso.

Il progetto ha previsto la produzione e la vendita di una formaggella studiata in collaborazione con gli studenti del 4 °anno del Corso di formazione professionale della FEM: La “Fiemme 1111” realizzata e venduta dal Caseificio Sociale Val di Fiemme. Nell’arco del progetto della durata di un anno, il caseificio ha prodotto e venduto 2211 forme di “Fiemme 1111” e secondo l’accordo sottoscritto con la Magnifica Comunità di Fiemme, devolverà € 4.422,00 alla stessa. Denaro questo che sarà utilizzato a partire dal 2020 per la messa a dimora di piante di abete rosso per il rimboschimento delle foreste della Val di Fiemme, devastate dagli eventi meteorologici del 29 e 30 ottobre 2018.

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Benji & Fede ad Obereggen

L’aveva annunciato in un video postato sul suo profilo social. «Lunedì saremo in un bel luogo di montagna». Chi, dove ed a fare cosa?. Lui è Fede ed insieme a Benji formano il gruppo musicale pop, Benji & Fede, che sta spopolando tra giovani e giovanissimi italiani. Dove? I due cantanti modenesi, al secolo Benjamin Mascolo e Federico Rossi, già autori di 4 album nonché vincitori di quattro dischi di platino col singolo «Dove e Quando» divenuto il tormentone dell’estate 2019 visualizzato da oltre 73 milioni di utenti su YouTube, hanno scelto Obereggen nello Ski Center Latemar uno dei cuori altoatesini delle Dolomiti, per registrare il sorprendente video-clip legato al loro successo musicale «Magnifico Difetto» uscito mercoledì 18 dicembre alle ore 14 sul canale YouTube dalla Warner Music Italy e cliccato in poco meno di 24 ore da 267mila utenti e da domani venerdì 20 dicembre si potrà ascoltare in radio. Il brano è contenuto in « Good Vibes», l’ultimo album di Benji & Fede che ha esordito direttamente al n. 1 della classifica ufficiale di vendita (Fimi/Gfk). Un brano d’amore, un ‘atmosfera sognante, un paesaggio mozzafiato uniti ad una regia cinematografica sono gli ingredienti del video di “Magnifico Difetto”. Come se fosse l’estratto di un grande film, le immagini sono state girate tra le montagne delle Dolomiti, sulle piste della località sciistica Obereggen (a 20 minuti da Bolzano), con alcune scene all’interno dell’Oberholz, un gioiello di architettura ritagliato nel cuore della montagna. Si tratta del rifugio a monte dell’omonima storica pista Oberholz, fortemente voluta dalla società impianti Obereggen Latemar Spa presieduta da Georg Weissensteiner e diretta dall’amministratore delegato Siegfried Pichler. La neve ed il paesaggio hanno creato immediatamente una situazione magica e quasi sospesa, surreale e fuori dal mondo all’ombra del massiccio dolomitico del Latemar. «Per noi è stata una gradita soddisfazione essere scelti da due cantanti così popolari tra giovani e giovanissimi» raccontano il presidente Weissensteiner e il direttore Pichler. Arrivati la scorsa settimana in Val d’Ega, baciata dalle copiose nevicate novembrine che hanno permesso sin da subito l’apertura dei collegamenti con le altre due perle dello Ski Center Latemar Pampeago e Predazzo in Val di Fiemme, Benji & Fede hanno lavorato sodo col proprio staff composto da ben 20 persone, incuriosendo parecchi sciatori che, scendendo dalla seggiovia Oberholz, si sono fermati nei pressi del rifugio per capire cosa stesse accadendo. Il direttore marketing della società impianti Obereggen Latemar Spa Thomas Ondertoller, che ha seguito di persona ogni fase del progetto, nonché interlocutore della produzione conferma: «Obereggen, il rifugio Oberholz e le nostre Dolomiti sono inserite in Natura incontaminata, ideale per rendere uniche questo tipo di produzioni musicali. Questo spot, che sta raggiungendo persone in tutto il mondo, fa venire voglia di vacanze sulla neve e mostra la bellezza delle Dolomiti in Alto Adige». Non a caso fin dal 2007 Obereggen, con fatti concreti non slogan di iperbolici progetti futuri a tutela dell’ambiente, ha realizzato un impianto di teleriscaldamento a biomassa per preservare il patrimonio paesaggistico e l’ambiente. «Da 13 anni a questa parte tutti gli alberghi di Obereggen, l’area ristorativa del Platzl, il nuovo Apres Ski LOOX e gli uffici della nostra società sono collegati a questa rete che fornisce acqua calda necessaria a tutte le strutture, grazie alla combustione di scarti di legname forniti direttamente dalle aziende del legno e dalle economie agricolo-forestali locali». Questo ha consentito un risparmio quantificato in 500mila litri di olio combustibile all’anno ed una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica, il cosidetto CO2, nell’ambiente». Non solo. «La stessa baita Oberholz, teatro del video-clip di Benji & Fede, è riscaldata attraverso un impianto geotermico che emana calore, costruito con materiali ecocompatibili». Il 3 maggio 2020 il duo più popolare d’Italia sarà protagonista di un atteso appuntamento live: un concerto-evento nella straordinaria cornice dell’Arena di Verona.

https://youtu.be/DQA-DJ4Fuy4

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Santo Stefano, alba in pista a Passo Feudo con Trentino Ski Sunrise

Santo Stefano in pista? Sì, alle prime luci del Sole. La tradizione di sciare il giorno dopo Natale quest’anno può essere anticipata di qualche ora, ritrovandosi alle 6.15 alla partenza della Cabinovia di Predazzo Latemar 2200.

Trentino Ski Sunrise, giovedì 26 dicembre 2019, invita ad ammirare l’alba da Baita Passo Feudo, gustando una colazione dolce-salata: torte, pane appena sfornato, la migliore scelta di miele e marmellate, formaggi di Fiemme, salumi e affettati a km zero. Il sorgere del sole da una vetta dello Ski Center Latemar regala l’emozione di essere i primi a sciare sulla pista Cinque Nazioni.

Possono partecipare anche i non sciatori. Per loro è previsto il ritorno a valle con gli impianti, terminata la colazione o nel corso della giornata.

L’evento è a numero chiuso con prenotazione obbligatoria, entro le 12.00 del giorno precedente o fino a esaurimento posti, all’ApT Val di Fiemme, tel. 0462 241111, info@visitfiemme.it. 

Per chi possiede lo skipass stagionale, il settimanale o il plurigiornaliero il prezzo è di 18 euro per gli adulti e 10 euro per i ragazzi dagli 8 ai 12 anni. Chi è sprovvisto dello skipass versa una quota di 32 euro per gli adulti e di 24 euro per i ragazzi dagli 8 ai 12 anni.

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Un barbiere alla texana

Ennio Cavada, quest’anno, celebra il suo cinquantesimo anno di attività di barbiere. Un mestiere che sta scomparendo e che salvo rare eccezioni, si è trasformato e ha addirittura cambiato il nome nell’elenco dei mestieri; da barbiere ad acconciatore.

Ennio, orgoglioso del suo lavoro, ci racconta che ha cominciato nel 1966. Prima, come molti ragazzi a quel tempo, andava a far cassette, ma poi una sorta di vocazione lo ha portato a chiedere un apprendistato ad un barbiere. Il percorso è stato più breve del previsto perché la passione per questo mestiere lo ha spinto a fare del suo meglio. Ancora prima della chiamata alla naja, Ennio ha aperto bottega a Molina. La sua assenza però, mise subito in allarme il paese e per questo gli allora sindaco Zancanella e il maresciallo dei Carabinieri Garro, intercedettero con i generali degli Alpini, affinché facessero tornare ogni fine settimana Ennio al suo negozio. La richiesta venne accolta ed Ennio, anziché tornare dalla morosa o dagli amici, tornava nella sua bottega. “Fu una fortuna” dice Ennio.

Finito il servizio militare il barbiere di Molina tornò alla sua attività a tempo pieno, nella sua piccola bottega, che è la stessa da cinquant’anni, (anche grazie ai proprietari dell’immobile che da mezzo secolo la concedono in affitto ad Ennio), il quale nutre per loro un’immensa gratitudine.

Negli anni però, il lavoro è cambiato tantissimo, “purtroppo in peggio” ci racconta con rammarico. “Professionalmente non c’è più apprendistato, è tutto all’opposto di come mi hanno insegnato. Una volta tagliare i capelli era una forma d’arte. Oggi ci sono solo le mode, i rasoi elettrici hanno preso il posto delle forbici, una volta il cliente era soddisfatto quando usciva pettinato ed in ordine”. Ennio non segue le mode, si definisce un barbiere alla texana, i suoi attrezzi sono forbice e lametta, come una volta. Al muro c’è ancora la cinghia per limarla.

“Il barbiere è una figura di riferimento per molti uomini. La gente vuole sentirsi ascoltata e parlare liberamente. Qui non si cercano pettegolezzi, ma consigli e momenti di confidenza. Il barbiere è un po’ uno psicologo, ma mentre ti ascolta ti fa barba e capelli. E di tanto in tanto qualcuno torna a ringraziare per quel consiglio e per dimostrarti la sua fiducia”. È un mestiere dove non si può essere musoni e ci vuole anche molta cultura. Di qui passano persone diverse fra loro, “se viene il cacciatore, parli di caccia, se viene lo sportivo, parli di ciclismo”. E soprattutto “devi capire se quella persona ha voglia di chiacchierare oppure no”.

Ennio si sente ancora un giovincello, si accorge del tempo che passa solo per via dell’anniversario della sua attività, la più longeva del comune di Castello Molina. Spesso, vedendolo così spensierato, la gente gli chiede se non ha problemi, ma lui risponde che i problemi ce li hanno tutti ma non ci si può farsi prendere dalle difficoltà e perdere il sorriso. Mentre ci racconta tutte queste cose, parla con i suoi clienti, scherza con loro e si interessa realmente di come vanno le loro giornate. Si vede davvero una immensa dedizione e spontaneità nel suo modo di lavorare.

Per vent’anni Ennio è stato anche membro del direttivo dell’Associazione Artigiani e delegato comprensoriale. Negli ultimi cinque anni ha avuto anche il mandato presso l’assemblea provinciale, portando la sua esperienza di piccolo artigiano di valle anche tra i grandi. “Sono molto grato per la fiducia che mi è stata accordata, penso di essere stato scelto anche perché non ho peli sulla lingua e dico sempre quello che penso”. La schiettezza paga. Ennio ha anche una grande passione per la scrittura, quella autentica, ancora con carta e penna. Spesso esprime le sue opinioni anche in merito a questioni pubbliche, come nel proporre un nome per il nuovo polo scolastico di Molina, argomentando con passione ed onestà le sue scelte. Con orgoglio ci mostra la sua corrispondenza.

“Ogni artigiano è un artista, apprezzo ogni lavoro manuale, curato e fatto con impegno. Qualche anno fa ho ereditato delle attrezzature da ciabattino ed ho cominciato così ad aggiustare scarpe, vuoi per necessità o vuoi per passione, tutto ciò che richiede un impegno manuale mi affascina”.

Tra una chiacchera e l’altra, in orario di apertura, nella piccola ma accogliente bottega, passano clienti giovani e meno giovani, Ennio con la forbice è un maestro, rapido e preciso, sembra quasi che le sue mani danzino sopra le teste. Il tempo è scandito da una pendola appesa alla parete, come qualche vecchia fotografia. Sul tavolino, il Guerrin Sportivo e la rivista del comune di Castello Molina. E gli attrezzi del mestiere riposti con ordine che ricordano un po’ una bottega dei film western, come un vero barbiere alla texana.

Sara Bonelli

 

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Un trenino chiamato desiderio

“Certo che me ricorde l’ultimo treno. E che fret che l’era chel dì!” Cominciava sempre così il racconto mia nonna Nella “Faghéra” Dezulian quando da bambino, a metà anni ‘80, le chiedevo di raccontarmi del trenino della Valle di Fiemme. Il luogo era, ovviamente, Predazzo, la ferrovia quella della Valle di Fiemme, il giorno il 10 gennaio del ‘63.

Non era tanto vecchia quella ferrovia quando venne fischiato dal capostazione il via all’ultimo viaggio verso Ora, anzi.

Nata per motivi militari tra il 1915 e il 1916, dapprima con treni a vapore e poi, dagli anni ‘30 alimentata ad elettricità, essa collegava inizialmente Ora con Cavalese e venne prolungata nel 1918 fino a Predazzo. Fu, per l’epoca, uno sforzo ingente che costò fatica e anche vite umane; delle 6000  persone utilizzate oltre 2000 erano militari e prigionieri,molti dei quali trovarono la morte per stenti e malattie.

L’opera era lunga poco più di 50 Km e riusciva nell’intento, ancora oggi anelato, di collegare su rotaia Fiemme alla Bassa Atesina e quindi all’asse del Brennero.

Non era un treno tipo TAV, tutt’altro. Impiegava due ore a circa 25 Km orari di velocità di punta a compiere il suo tragitto ma aveva il grande pregio di tessere un filo di collegamento tra tutti i piccoli paesi della valle e legarli, lentamente e dolcemente, all’arteria principale del fondovalle.

In ogni famiglia fiammazza esiste un aneddoto dello zio o del nonno che a causa della fatica del treno in salita riusciva a scendere con un balzo dal vagone, arraffare qualche mela in zona Ora e risalire con la merenda da gustare con calma.

Altri tempi, in tutti i sensi. Provate oggi a scendere e salire da un treno in corsa e, soprattutto, a prendere una mela da un filare…

Finita la grande guerra il nostro trenino divenne, è proprio il caso di scriverlo, traino fondamentale per la crescita, grazie al trasporto di legname e, più tardi, alle prime incursioni di turisti che cominciarono ad apprezzarne la lentezza – era un treno slow, diremmo oggi – e la concessione all’ammirazione del paesaggio da essa garantita.

Tutto bene, lento, costante, non impattante e utile.

Poi, invertendo la tendenza, dopo 45 anni, via i binari. Senza una spiegazione davvero valida se non vaghi appelli alla comodità di gestione e alla flessibilità della “gomma”, un’esaltazione della modernità e del petrolio, un delirio momentaneo, con il senno di poi.

Con il passare del tempo e finito un altro conflitto le ferrovie elettriche in Italia e in Trentino ebbero destini differenti.

Molte vennero presto smantellate come la Dermulo-Fondo-Mendola e la Rovereto–Mori-Arco-Riva del Garda le altre, tra le quali la Ora – Predazzo, vennero inserite nella FEAR (Ferrovie Elettriche Riunite) successivamente trasformata in SAD (Società Autotrasporti Dolomiti)e destinate nel giro di pochi anni a morte certa. Ma perché?

Qui l’ipotesi entra nella leggenda, documenti che certificano l’obsolescenza dei trenini praticamente non ne esistono, ma si sa per certo che in nemmeno trent’anni il loro declino fu pressoché indotto in tutta la penisola. Motivi veri e propri non ve ne furono: funzionavano, piacevano a valligiani e ospiti e le difficoltà gestionali o economiche avrebbero potuto certamente essere superate e certo non costò meno dismettere ferrovie e comprare nuovi autobus e “corriere” da mettere su strada. Alcuni studiosi e appassionati di treni hanno avanzato l’ipotesi di quello che potrebbe essere definito come il “complotto FIAT”; certamente gli Agnelli, presi nel far crescere e prosperare la loro industria automobilistica usarono tutte le armi in loro possesso, comprese le pressioni verso il mondo politico, per indirizzare verso le quattroruote, e a discapito delle rotaie, i sistemi viabilistici nazionali e indubbiamente il loro tentativo ebbe – purtroppo – successo, con conseguenze, ambientali ma non solo, ben visibili ancora oggi.

D’altronde i ‘60 e i ‘70 sono gli anni  non solo della contestazione e dei grandi e positivi cambiamenti sociali ma anche delle contraddizioni e dei grandi colossi industriali trapiantati ovunque, delle fabbriche super-inquinanti ma alle quali si concedeva tutto purché creassero occupazione, dei palazzi storici rasi al suolo per essere sostituiti da terribili blocchi di cemento, definiti “colorati” e “moderni” (sempre rimanendo a Predazzo e in Fiemme, l’Albergo Nave d’Oro grida ancora vendetta…); sono gli anni della corsa, del consumo, del principio di quell’autodistruzione a cui solo, e solo in parte, Chernobyl, la paura dell’ atomico e la prima ondata “verde” porranno un freno.

Anche per questo, dall’11 gennaio 1963, il Capostazione smise di fischiare. Il nostro trenino invece continuò la sua corsa poiché venduto in Liguria, alla Ferrovia Genova Caselle, è attivo (solo in parte e rimaneggiato negli anni) ancora oggi. Come a dire: non era sbagliato il mezzo bensì il fine che si stava perseguendo.

I decenni hanno certamente reso giustizia alla Ferrovia Ora-Predazzo tanto che oggi vi sono associazioni che a suon di petizioni, e con molto seguito, richiedono a gran voce che essa ritorni, ovviamente rivista e adattata ai nuovi bisogni e forte delle nuove tecnologie, sempre più green.

Un sogno, una speranza che sarebbe stupendo venisse concretizzata – quanto sarebbero davvero più sostenibili delle Olimpiadi 2026 a trazione ferroviaria? – ma che presenta, è risaputo, notevoli difficoltà di attuazione economiche e culturali.

Certo è che avevamo, senza forse rendercene conto, un mezzo di trasporto all’avanguardia capace di inserirsi perfettamente nel paesaggio e nel vissuto quotidiano della nostra società, di amalgamarsi al territorio di montagna che lo circondava e di svolgere egregiamente, nel contempo, un utile servizio pubblico. Un mezzo semplice, ben diverso dai tempi in cui viviamo – spesso complessi anche quando non serve – e che ancora rimpiangiamo. Abbiamo sbagliato ma dagli errori si può imparare facendo, poi, scelte migliori.

Fabio Pizzi

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La Sportiva: di padre in figlia

Il 29 novembre 2019, al Centro Svizzero di Milano, la cerimonia del Premio “Di padre in figlio”, giunto alla nona edizione, ha visto l’alternarsi sul palcoscenico degli imprenditori delle aziende “Family Owned” italiane che hanno realizzato passaggi generazionali di successo. Fra i quarantasette i finalisti, ha selezionato i vincitori la giuria presieduta da Paolo Veronesi. Il vincitore assoluto, Antonio Carraro S.p.A., ha ricevuto il testimone da Donnafugata, vincitore della precedente edizione.

 La Sportiva, azienda leader mondiale nella produzione di calzature e abbigliamento outdoor, ha ricevuto il premio per l’internazionalizzazione dedicato al passaggio generazionale in aziende, con una forte presenza sui mercati esteri, capaci di distinguersi sullo scenario globale.

Tra i fattori di successo che ha valutato la giuria:

l’introduzione di importanti innovazioni e profondi cambiamenti da parte della nuova generazione al comando;

  • la struttura organizzativa aperta a membri esterni alla famiglia;
  • la valorizzazione dei valori familiari e della storia imprenditoriale dell’azienda.

Fondamentale anche l’aspetto delle quote rosa che caratterizza anche La Sportiva, grazie all’entrata nel consiglio direttivo di Giulia Delladio, responsabile marketing strategico e figlia del Ceo Lorenzo Delladio.
Nelle piccole e medie imprese italiane il passaggio generazionale in rosa è raddoppiato negli ultimi tre anni, rivelando una maggiore attenzione all’ambiente e al contesto sociale. La Sportiva, ad esempio, ha pubblicato la nuova edizione del suo bilancio di sostenibilità.

“È un riconoscimento davvero importante per la nostra famiglia, intesa come azienda formata da 360 collaboratori – ha dichiarato Giulia Delladio -. In questo momento convivono in armonia la generazione di Lorenzo, che ha aperto le strade all’internazionalizzazione con intuizioni di prodotto fondamentali per chi va in montagna, e la generazione che sta lavorando per trasformare la cultura calzaturiera costruita in 90 anni di storia, in quella di un brand capace di accogliere le nuove sfide globali. Si tratta della ricerca costante di un equilibrio dinamico fra tradizione, innovazione e attenzione al futuro dall’altro”.

Durante la cerimonia, Silvia Rimoldi, responsabile del Centro di Eccellenza delle imprese familiari di Kpmg, ha sottolineato: “Nonostante esperti, analisti e osservatori dei mercati sembrino spesso dimenticarsene, le imprese familiari costituiscono una parte fondamentale dell’economia europea. In alcuni paesi europei infatti, esse rappresentano la maggioranza delle aziende, dalle piccole imprese costituite da due persone alle realtà imprenditoriali attive a livello globale”.

 

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La Vivana ci racconta una antica leggenda ladina

Nella prossima primavera, al museo ladino di Fassa, entrerà in funzione una sezione multimediale molto particolare. Nell’ultima sala l’attenzione del visitatore sarà attratta da una serie di pannelli che in sua presenza si trasformeranno in un grande schermo. Le luci diventeranno soffuse e apparirà una vivana tridimensionale (splendida fanciulla abitante dei boschi) che introdurrà la proiezione di una leggenda. «Non si tratta semplicemente di un effetto multimediale per catturare l’attenzione – spiega Fabio Chiocchetti, direttore dell’Istituto culturale ladino – ma un modo per chiudere logicamente il percorso museale che dall’antichità porta ai tempi moderni». La vicenda proposta dal filmato, infatti, presenta una trama molto particolare che suscita una serie di interrogativi. Il racconto sinteticamente affronta la vicenda di un pastorello avvicinato da una donna affamata, scambiata erroneamente per una bregostana (donna cattiva e selvaggia) . Il ragazzo esita e invece di spartire il cibo aizza il suo cane per scacciarla. Dopo quell’incontro il giovane deperisce e nonostante i frequenti pasti. Il suo corpo vigoroso diventa pelle e ossa. Disperato si rivolge a una vecchia saggia per avere consiglio. Da lei viene a sapere che la donna che ha scacciato non è una bregostana ma Mamo, la dea del bosco e delle montagne, grande protettrice degli uomini. Di qui il consiglio di praticare un sortilegio bruciando essenze particolari e tracciando per terra tre triangoli uguali. Riappare così la dea che perdona il pastore e lo invita a non rifiutare nessuno un pasto. «Superficialmente – spiega Fabio Chiocchetti – il racconto proposto potrebbe essere annoverato tra le tante saghe delle Dolomiti , ma non è così. L’origine del testo è davvero singolare». E qui entra in scena Amadio Calligari da Larcioné (agglomerato di case nei pressi di Vigo di Fassa), presunto autore del misterioso “ciclo epistolare” provvidenzialmente ricopiato da Hugo de Rossi ed erroneamente attribuito a don Giuseppe Brunel. Nato a Larcioné il 10 gennaio 1857 Francesco Amadio Calligari all’età di 27 anni si qualifica come pittore, in seguito appare nei registri parrocchiali come “segretario comunale e contadino” che delinea il profilo di una persona istruita ma anche ben radicata nella tradizione. E’ provato che il segretario – contadino fosse in contatto epistolare con Tita Cassan, originario di Fassa ma docente prima a Fierozzo e poi a Bolzano. Entrambi condividevano l’interesse per la tradizione ladina e, da quanto emerge dallo scambio epistolare, Amadio Calligari fungeva da “antenna” sul territorio per conto di Cassan. Purtroppo il sodalizio culturale viene interrotto bruscamente nel 1905 quando Tita Cassan muore prematuramente a 42 anni . L’epistolario del Calligari passa di mano e viene consegnato a Willi Moroder – Lusemberg (animatore del mondo ladino a Innsbruck). Il contenuto è conosciuto anche da Karl Felix Wolf (l’artefice della collana delle saghe dei Monti Pallidi) . Le lettere, andate perse ad eccezione di una sola missiva autografa, sono ricopiate da Hugo de Rossi, attento studioso della tradizione ladina. «Il racconto del pastore che scaccia la dea del bosco e delle montagne arrivata a noi attraverso tortuosi passaggi – spiega Fabio Chiocchetti – è una preziosa miniera di dati lessicali e uno squarcio vertiginoso nelle profondità più remote della tradizione popolare fassana. Nel racconto si riconoscono echi di credenze precristiane costellate da divinità dai nomi davvero inconsueti come Tinna, Rez, Numa, Zer, Jup… testimonianza di un sincretismo pagano – cristiano di cui rimane ancora traccia in varie aree alpine». Il filmato, realizzato da 490 Studio Trento, regia di Filip Milenkovic, ha visto la partecipazione di Loreta Florian, Aurora Volcan, Rebecca Sommariva (vivane), Davide Dorich (pastore), Dora de Martin (vecchia saggia). Il video sarà presentato in occasione dell’assemblea pubblica dell’Istituto culturale ladino previsto per il mese di dicembre. L’allestimento museale invece sarà funzionante a partire dalla Pasqua 2020.

Giberto Bonani

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Green o non green?

A parole siamo tutti ambientalisti. Chi non è pronto a dirsi a favore di scelte che tutelino la natura? Ma nei fatti, siamo davvero disposti a cambiare quelle abitudini che sappiamo essere poco sostenibili? Il passaggio dalla teoria alla pratica può non essere facile. E il rischio di dare la colpa ai comportamenti degli altri è alto. Così come è grande la tentazione di trovare scorciatoie, che ci non ci obbligano a cambiare davvero. È il caso, per esempio, dell’utilizzo delle stoviglie biodegradabili al posto di quelle in plastica: riduciamo davvero i rifiuti, o semplicemente ne produciamo uno di tipo diverso?

Se appare evidente che la soluzione alla questione ambientale passi soprattutto da un cambiamento del modello socio-economico, è innegabile che ciascuno di noi è chiamato perlomeno ad interrogarsi sulle proprie azioni quotidiane. Abbiamo coinvolto in questa riflessione alcuni esponenti della società civile delle nostre valli. A ciascuno abbiamo chiesto anche una sorta di esame di coscienza, per individuare quei comportamenti che, aldilà di ogni buon proposito, sono difficili da cambiare.

Monica Gabrielli

Andrea Ventura

46 anni, direttore generale Fiemme Servizi

Nei negozi si stanno mettendo al bando i prodotti in plastica monouso, sostituendoli con prodotti equivalenti biodegradabili. Ciò a cui stiamo assistendo è paradossale e va contrastato: il mercato sta convincendo i consumatori che si può fare il bene dell’ambiente sostituendo la plastica usa e getta con la bioplastica, sempre usa e getta. E lo sta facendo dicendo a tutti noi che si può fare senza alcuno sforzo, senza cambiare alcun comportamento quotidiano orientato a ridurre i consumi e al riutilizzo. Si sta generando un enorme business fondato su un nuovo packaging che metterà in crisi le filiere del recupero dell’organico, che possono gestire solo in modo marginale questa massa di imballaggi usa e getta figli di uno stile di vita insostenibile. Basta usa e getta! Questo dovrebbe essere l’obiettivo primario su cui lavorare. A me pare, al contrario, che si punti a una mera sostituzione, tutta commerciale, di un prodotto con un altro. Dobbiamo diffondere il concetto che biodegradabile non è sinonimo di compostabile.

Certo, è difficile uscire da abitudini sbagliate visto che la nostra cultura è permeata dall’usa e getta (che in alcuni ambiti, come quello medico, rimane imprescindibile). Non è facile, ma il nostro riconoscersi nella difesa dell’ambiente deve ripercuotersi nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo interrogarci sulle nostre azioni ogniqualvolta preferiamo il caffè in cialda al posto di quello della moca; quando compriamo vestiti a poco prezzo che durano soltanto alcuni mesi; quando sostituiamo le scarpe prima del necessario; quando cambiamo il telefono solo perché è uscito il modello più moderno; quando mettiamo nel carrello cibi senza interrogarci sulla filiera. Dobbiamo porci più domande e sforzarci di cambiare, superando l’errata convinzione che l’ambientalismo voglia dire per forza decrescita.

Francesco Morandini

67 anni, bibliotecario

Proprio oggi parlavo con un piccolo allevatore di capre che cerca, invano, di proporne l’uso per pulire rampe e terreni incolti, anche in alternativa ai decespugliatori, il quale commentava: “È inutile che facciamo i sostenitori di Greta e poi, quando si tratta di fare delle piccole scelte concrete per l’ambiente, restiamo sordi. Così è su molte cose. Non vedo a livello locale una vera attenzione all’ambiente, tutt’al più si cerca di toglierci la puzza da sotto il naso. La montagna è diventata un luna park e anche le zone incontaminate sono a rischio. C’è traffico e si fanno più strade che portano altro traffico.

La questione ambientale dovrebbe invece mettere in gioco le nostre abitudini in maniera determinante. Certo che, visto l’esempio dei decisori politici e degli amministratori, ci sentiamo spesso autorizzati a comportamenti poco virtuosi. Ma non dev’essere un alibi. Ciascuno deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni quotidiane, superare pigrizie e cambiare registro, ma è altrettanto importante che ognuno metta in gioco se stesso con l’azione e il controllo politico.

A livello personale ci sono tanti comportamenti che mi mettono a dura prova. Tra questi, sicuramente gli acquisti al supermercato. Acquisto prodotti con i GAS (i gruppi d’acquisto solidali), cerco il biologico e i prodotti a km 0, ma quando entro in un supermercato, spesso anche per la fretta, non controllo ciò che compro, sono tentato sempre dalle cose confezionate, più semplici da buttare nel carrello senza dover prendere borse e pesare il prodotto o attendere al bancone. E quando andrò in America non ci andrò in barca a vela!

Gabriele Bernard

18 anni, studente, presidente della Consulta Provinciale degli Studenti e delle Studentesse in lingua italiana della provincia di Bolzano

Purtroppo, sono ancora molte le persone che fanno fatica a cambiare le proprie abitudini in funzione del loro impatto ambientale. Certamente il movimento lanciato da Greta ha scosso le coscienze e ha aiutato molto, ma c’è ancora molta strada da fare. Sarebbe però scorretto nei confronti di tutte quelle persone che hanno dato una svolta ambientalista alla loro vita affermare che non c’è stato un cambiamento. Soprattutto nei comitati organizzativi che hanno dato vita alle manifestazioni, io ho potuto osservare una grande forza di volontà, che ha portato diverse persone a rivedere le loro abitudini.

La questione ambientale mette in gioco di continuo i nostri comportamenti, dalla scelta del mezzo da prendere la mattina per andare al lavoro a quella del prodotto da acquistare al supermercato. Penso che la tematica stia molto cuore alle nuove generazioni, e spero che con il tempo questo cambio culturale che sta prendendo piede nella società prosegua e porti a farci rivedere le nostre scelte quotidiane in funzione del nostro impatto ambientale. Purtroppo, questi sono cambiamenti che necessitano di molto tempo per avvenire, ma secondo me siamo sulla strada giusta.

Non avendo un’automobile e non andando a fare la spesa io parto avvantaggiato rispetto a molte persone, ma purtroppo anche io faccio fatica a rinunciare a molto comodità. Nel mio piccolo cerco di fare più che posso, ad esempio riducendo il mio consumo di plastica, ma purtroppo questi piccoli cambiamenti non bastano. Su questo il messaggio di Greta è chiaro: oltre che a una presa di coscienza da parte della società, c’è bisogno di una risposta coraggiosa da parte della classe politica che vada ad intervenire sulle grandi aziende.

Nicola Bortolotti

25 anni, studente magistrale in Fisica alla Sapienza di Roma, attivista FridaysForFuture

Vorrei chiarire innanzitutto cosa significa secondo me “essere ambientalisti” oggi. La più grande minaccia per l’ambiente e, dunque, per la nostra stessa sopravvivenza è il riscaldamento globale. Sappiamo che sono i gas a effetto serra a causarlo e sappiamo ormai da molti anni quali sono le attività umane che producono questi gas. Perché dunque siamo arrivati ad una situazione così allarmante? Il punto è che il nostro sviluppo economico è basato per l’80% su fonti energetiche fossili, proprio quelle che emettono i gas climalteranti. E nessun governo chiaramente vuole sfavorire le proprie industrie. Inclusi quelli italiani, che spendono ogni anno circa 19 miliardi di euro in sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili, che potrebbero invece investire per attuare la transizione ecologica di cui abbiamo bisogno.

Ci sono studi scientifici che dimostrano come la tempesta Vaia, che ha devastato il nostro territorio lo scorso ottobre, sia stata amplificata dal riscaldamento globale. E gli eventi catastrofici come questo sono sempre più frequenti ed estremi in tutto il mondo. Dunque, essere ambientalisti e proteggere i nostri territori significa lottare affinché chi detiene il potere ponga in primo piano la vita delle persone rispetto ai profitti di pochi. E in Italia lo scorso 27 settembre eravamo più di 1 milione nelle strade a chiedere questo. Un’intera generazione sta chiedendo disperatamente di smettere di considerare la natura solo come merce a buon mercato.

Non voglio sminuire l’importanza che hanno i comportamenti delle singole persone. Adottare uno stile di vita sostenibile è ormai necessario e dà anche più significato ai piccoli gesti quotidiani. Ma se 100 aziende producono più del 70% di CO2, il fatto di accusare le nostre azioni quotidiane come le cause della catastrofe climatica invece dei veri colpevoli ci fa perdere di vista la strada giusta per risolvere il problema. Anche perché ci sono comportamenti che non dipendono dalle nostre scelte. Non si può pretendere che una persona che lavora nel centro di una metropoli e vive in periferia raggiunga il luogo di lavoro in bicicletta o coi mezzi pubblici e non tutti possono permettersi di comprare un’auto elettrica. L’attenzione dovrebbe essere posta sul modo in cui sono progettate le città e sul rendere davvero efficiente e accessibile a tutti il trasporto pubblico.

Detto ciò mi sembra di vedere che le giovani generazioni inizino a porre sempre più attenzione alle proprie abitudini, anche se è necessario un cambiamento culturale che non può avvenire da un giorno all’altro. Personalmente mi ci è voluto molto tempo per abbandonare alcuni comportamenti poco ecologici e tuttora devo migliorare a partire dai prodotti alimentari che compro.

Carla Vargiu

25 anni, studentessa magistrale in Economia e Management del Settore pubblico, presidente di New Generation (associazione giovani soci della Cassa Rurale Val di Fiemme

Sarò diretta. Abbiamo tristemente constatato un ambientalismo che si è limitato alle parole e che è stato palesemente disatteso nei fatti. Già nel 1992 la Conferenza ONU riconosceva ufficialmente la minaccia dei cambiamenti climatici. Io, allora, non ero ancora nata. E nel 2015, con l’Accordo di Parigi, 196 Paesi si sono impegnati nel ridurre drasticamente le emissioni di CO2 per mantenere la temperatura media globale ben al di sotto dei 2C. I fatti, però, raccontano altro: il 2018 ha registrato il massimo storico nelle emissioni di CO2. I governi, quindi, ci mostrano quanto sia complesso essere ambientalisti nei fatti, soprattutto operando nei limiti posti dal nostro sistema attuale. Molti giovani si stanno attivando nel trovare soluzioni più sostenibili, ma non è un percorso immediato. A comportamenti virtuosi si viene educati ed è impensabile un cambiamento di abitudini nel singolo senza decisioni politiche forti che ne traccino i contorni. L’esempio della raccolta differenziata è calzante: chi mai si sarebbe messo a dividere carta, plastica, vetro, umido e secco se non fosse stato implementato a livello comunale un sistema organizzato di raccolta porta per porta e di smaltimento e riciclo rifiuti? È lapalissiana la necessità di azioni politiche veloci e concrete e gli scioperi dei giovani servono proprio a questo: a sensibilizzare e creare consapevolezza in merito all’emergenza climatica e, allo stesso tempo, fare pressione ai governi affinché mantengano gli impegni presi. Per quanto mi riguarda, cerco di riutilizzare il più possibile prodotti, contenitori e vestiti e di mangiare locale, anche grazie agli eccellenti produttori valligiani. Tuttavia, la sfida per una mobilità più green rimane ancora aperta, per quanto cerchi di utilizzare trasporti pubblici o car sharing. La questione ambientale, però, mette in discussione non solo le nostre abitudini quotidiane, ma un intero modello economico e sociale che si è dimostrato insostenibile e che va profondamente rivisto. Per questo motivo, ad una sostenibilità ambientale i giovani – ma non solo – stanno affiancando riflessioni in merito a sostenibilità economica, sociale e istituzionale. Del resto, citando l’economista Enrico Giovannini (già ministro del Lavoro e presidente Istat), oggi “La battaglia che bisogna fare è cambiare quello che pensiamo non si possa cambiare”.

“Ambientale è sociale”

Le riflessioni di Vittorio Ducoli, del direttore del Parco di Paneveggio Pale di San Martino

Indubbiamente, Greta Thunberg, comunque la si pensi su di lei, ha il merito di aver riportato al centro del dibattito sociale – se non politico – la questione ambientale. Oggi in molti si dicono ambientalisti, ma si tratta di un ambientalismo che si limita alle parole o è confermato dai fatti?

Personalmente ritengo che la questione ambientale sia la grande questione che coinvolge il futuro stesso dell’umanità, ma che, come insegna anche Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato si’”, non possa essere risolta se non si risolve la questione sociale. In altri termini, la crisi ambientale è in larga parte un portato del nostro modello socio-economico, basato sulla ricerca della crescita infinita (che non è possibile) e sulle diseguaglianze, “necessarie” per poter saccheggiare le risorse naturali a fini di profitto. Se non si mette in discussione in profondità questo assetto non si potrà seriamente affrontare la questione ambientale. Ritengo quindi che ci sia un tentativo di riversare sui singoli, sui loro comportamenti, problemi che invece andrebbero affrontati alla radice. Faccio un esempio banale: se da un lato può essere giusto insistere perché ciascuno di noi risparmi acqua mentre si lava i denti, perché pochissimi parlano del fatto che la quasi totalità dell’acqua dolce viene usata per fini industriali o agricoli e non si lavora seriamente per ridurre questi consumi? Quindi, l’ambientalismo delle parole è prima di tutto quello di chi usa questi temi in modo strumentale per nascondere le proprie responsabilità, per fare un po’ di greenwashing e immaginare nuove fonti di profitto che ben poco hanno a che fare con il rispetto dell’ambiente: è quello dei potenti della terra che vanno a Davos ad ascoltare ed applaudire Greta usando il loro jet privato; è quello dei mass media del nostro paese che esaltano Greta, ma appoggiano sempre ed incondizionatamente qualsiasi progetto che devasta l’ambiente e aumenta il consumo di suolo. Poi, certo, ci sono anche le contraddizioni di ciascuno di noi, di chi nei sondaggi si dice sempre a favore dell’ambiente ma non fa nulla per cambiare il proprio stile di vita, ma questo, a mio avviso, è solo il portato di un problema molto più grave e profondo che, ne sono convinto, si potrebbe risolvere solo cambiando drasticamente i fondamenti stessi su cui si basa la nostra società.

Quanto la questione mette in gioco, o almeno dovrebbe, le nostre abitudini?

Come ho detto, ritengo che l’insistenza sulle abitudini individuali sia in buona parte funzionale a nascondere le vere cause del problema, anche se è chiaro che una maggiore consapevolezza dovrebbe portare per coerenza a modificare le nostre abitudini, per quanto possibile. Non dimentichiamoci però che le “nostre” abitudini sono quelle dei popoli ricchi del nord del mondo, e che non possiamo pensare che esse continuino ad essere basate sulla compressione dei bisogni e della stessa vita dell’altra metà del mondo. Anche qui è utile un esempio: se acquistiamo un’auto elettrica ci sentiamo “ecologici”, ma sappiamo quali sono stati i costi sociali ed ambientali per l’estrazione dei metalli di cui sono fatte le batterie delle nostre auto? Non è che nel Congo le guerre e le devastazioni in corso siano in qualche modo legate al controllo di quelle risorse? Credo, quindi, che la consapevolezza del problema ambientale dovrebbe portare, più e oltre che alla modifica di abitudini individuali, alla messa in discussione seria dei meccanismi economici che reggono il mondo. La Storia insegna che i grandi cambiamenti avvengono quando la coscienza individuale diviene collettiva e si manifesta con azioni concrete che abbiano obiettivi politici. Circoscrivere il problema alle abitudini individuali è a mio avviso un modo per non affrontare i nodi di fondo.

A livello personale, ci sono comportamenti che la mettono a dura prova? Azioni che sa essere non proprio ecosostenibili ma che fa fatica a cambiare?

Personalmente mi sento in colpa e frustrato ogni volta che faccio un acquisto e non riesco a sapere a che condizioni ciò che acquisto è realizzato, e questo capita per tantissime categorie di prodotti, da quelli elettronici a quelli di vestiario. Poi c’è il fatto che uso tanto l’auto, e anche se oggi ho un’auto elettrica non sono certo, come detto sopra, di contribuire davvero a consumi più puliti.

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