Guido Brigadoi

Monica Zanoner: «Il mio mito è Lindsey Vonn»

Concreta e determinata, Monica Zanoner, 20 anni di Campitello, è nella nazionale di sci alpino e da poco è entrata nel Centro Sportivo dell’Esercito. Fa parte del gruppo di atleti che rappresentano la Val di Fassa sulle nevi di tutto il mondo e, dopo essersi diplomata al liceo linguistico frequentando lo Ski College di Pozza, si dedica completamente allo sci. Come molte ragazze della sua età, Monica ha un modello a cui ispirarsi: «Il mito per me è Lindsey Vonn: per il tipo di sciata, lo stile e soprattutto i risultati è un esempio da seguire». E non è un caso che la sua pista preferita in Val di Fassa sia “La Volata” del Passo San Pellegrino dove, nel 2018, si è allenata pure la sciatrice americana considerata unanimemente la più forte di sempre. «Dai cambi di pendenza, alla velocità, mi dà soddisfazione sciare su quel tracciato».

Monica è impegnata a migliorare se stessa, sia dal punto di vista delle prestazioni in discesa libera e SuperG, sia della preparazione psicologica per affrontare gare sempre più impegnative. E anche grazie ai suoi piedi ben piantati per terra, Monica, negli ultimi anni, ha ottenuto risultati più che incoraggianti, come il 2° posto nel 2018 in SuperG, disciplina che le è più congeniale, ai Campionati Italiani juniores e il 1° posto a Pila nel 2019. «Più si cresce come atleti, più si affrontano sfide difficili. Ecco perché tengo alla preparazione. Certo, i risultati danno morale e aiutano a credere in se stessi». Quest’inverno è alle prese con la squadra Nazionale B in Coppa Europa. «Cerco di dare il massimo in ogni occasione, ma, per carattere, preferisco non avere troppe aspettative e concentrarmi su una gara dopo l’altra».

La vita dell’atleta le piace e non le pesa affatto avere sempre la valigia pronta. «Girare il mondo grazie allo sci è entusiasmante. È bello vedere posti diversi tanto quanto tornare a casa dagli amici e dalla famiglia. Anche se mi vedono poco, soprattutto d’inverno a causa degli allenamenti e delle gare, i miei genitori mi sostengono perché sanno che sono impegnata in quello che più mi piace».

La stazione che l’ha più colpita è Ushuaia in Argentina dove si è allenata in estate con la Nazionale: «Una località che, per ambiente e piste, mi ha sorpreso, anche perché diversa dai ghiacciai dove sciamo da queste parti». Ragazza rigorosa nella preparazione sportiva, Monica si lascia un po’ andare solo in cucina: «Seguo una dieta che mi aiuta ad alimentarmi bene e a tenere lontano il “cibo spazzatura” ma mi concedo uno strappo a settimana. Di solito è un dolce che mi piace anche cucinare. Cerco le ricette sui social e le sperimento: non sempre il risultato è perfetto ma l’importante è stare ai fornelli e divertirsi».

Elisa Salvi

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Giovanni Ticcò: «Voglio onorare il nonno olimpionico»

Dopo tanti sacrifici, tra scuola e allenamenti quotidiani, Giovanni Ticcò, 19 anni di Moena, “si gode” la prima stagione da atleta della nazionale di sci di fondo, sfoggiando pure i colori della Val di Fassa: «Quest’estate mi sono diplomato al liceo scientifico di Cavalese – racconta Giovanni – e, per ora, ho scelto di non proseguire gli studi. Proprio perché fino all’anno scorso ho faticato a portare avanti, di pari passo, scuola e attività agonistica, adesso che sono entrato sia nel gruppo delle Fiamme Oro sia nella nazionale under 20, ho scelto di concentrarmi sullo sport per ottenere i migliori risultati possibili».

Cresciuto come fondista nell’Unione Sportiva Monti Pallidi, Giovanni Ticcò la scorsa stagione invernale, pur partendo dal gruppo di interesse nazionale, si è messo in luce in diverse gare tanto da guadagnarsi la convocazione al Mondiale Juniores di Lahti. In quell’occasione ha chiuso con un onorevole 18° posto la 10km skating, conquistando il suo miglior risultato. Non ha uno stile preferito, si sente più forte nel pattinaggio ma è un atleta giovane, in crescita e decisamente motivato. «Quando sono sulla neve devo far bene non solo per me ma anche per mio nonno, il fondista Ottavio Compagnoni che è stato per tre volte alle Olimpiadi a Oslo nel 1952, a Cortina nel 1956 e Squaw Valley nel 1960». Confrontarsi con i risultati del nonno in una sorta di sfida casalinga dà una grande carica a Giovanni Ticcò che si dice soddisfatto degli allenamenti con la Nazionale. «Sono contento di quanto sto facendo. L’ambiente della squadra azzurra è stimolante e l’obiettivo è fare bene fin dalle prime gare che sono sempre un test importante per verificare la condizione». Anche se ha cominciato a girare parecchio, dalla Val Formazza in Piemonte a Livigno dove ha vissuto il primo ritiro con gli atleti della Polizia, la sua pista preferita per gli allenamenti è quella del Centro del Fondo di Alochet, sul San Pellegrino, a pochi chilometri da casa. «Ci sono un panorama spettacolare e tanto silenzio. Spero che questo centro venga potenziato per diventare attrattivo non solo per gli appassionati ma anche per gli atleti. Chissà che in futuro non possa capitare di allenarmi lì con la nazionale».

Tra tanta preparazione, attenzione alla dieta – anche se Giovanni dice di essere fortunato perché il suo piatto preferito è la pasta che quindi non lo obbliga a grandi rinunce alimentari – e orari severi, il moenese trascorre il tempo libero con la sua ragazza e con gli amici anche se ora le occasioni scarseggiano perché si fanno pressanti gli appuntamenti agonistici: «In programma ci sono le competizioni dell’Alpen Cup, la nostra Coppa Europa, e poi spero di gareggiare ai Campionati italiani e soprattutto ai Mondiali Junior di Oberwiesenthal, a fine febbraio».

Elisa Salvi

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L'agricoltura biodinamica in Val di Fassa è oggi una realtà

Prima era solo una realtà agricola in espansione, basata sulla biodinamica, ma nel tempo è nata anche una struttura ricettiva a conduzione famigliare. L’Agritur Soreje di Soraga è il primo agriturismo in Fassa ed uno dei pochi in Trentino che opera con tecniche biodinamiche all’avanguardia.

Ma che cosa vuol dire agricoltura biodinamica? Sebastian Ghetta, promotore in Fassa di questa filosofia agricola in linea con i principi di Rudolf Steiner, padre della filosofia Waldorf, racconta che l’agricoltura biodinamica ha alle spalle oltre 80 anni di storia, di ricerche, di pionieri, di agricoltori, studiosi e appassionati ad ogni livello. Il suo primario obiettivo è quello di poter fornire alimenti adatti a una umanità ed a un ambiente sempre in evoluzione. Si basa sul principio primo che bisognerebbe riuscire ad aver cura della terra per aver cura dell’uomo e viceversa; dove tutto nasce da una visione goethiana del mondo e della natura per svilupparsi nel metodo scientifico-spirituale iniziato proprio da Rudolf Steiner.

“Sono nato a Cavalese nel 1987, da madre inglese e padre fassano”, esordice Sebastian Ghetta. “Mia madre Paula Griffiths era venuta qui a vent’anni, amava sciare e ha pensato che potesse insegnare inglese ai maestri di sci durante le vacanze estive. Così ha incontrato mio padre, Franco Ghetta, maestro di sci, e non è più ripartita. Dal loro amore siamo nati io e mia sorella Stephanie. Abbiamo fatto entrambi la Scuola d’Arte a Pozza fino a che io ho iniziato a lavorare come carpentiere. Non amavo il mondo dei cantieri così, insieme ad alcuni amici, a 20 anni abbiamo deciso di prenderci un anno sabbatico per girare il mondo per trovare “spunti di vita vera”. Durante questi viaggi, siamo stati in Thailandia, in Sud America, a Santo Domingo e lì mi sono innamorato dell’agricoltura. Ho visto come questi uomini non coltivassero solo la terra ma anche un ideale e così ho capito che quella era la mia strada. Mi sono innamorato anche del cibo locale, semplice, saporito, sano e naturale. Quando sono tornato in Italiae ho ricominciato a mangiare “la nostra verdura” insapore e senza vitamine ho avuto la conferma che era ora di cambiare le cose e proporre prodotti più genuini. Così ho iniziato a coltivare la terra di un mio prozio”.
La strada verso l’agricoltura biodinamica però non è stata facile nè immediata: “Ho cercato di informarmi qui in valle su quali fossero i metodi più efficaci per coltivare frutta e verdure in modo biologico ma non era sufficiente. Mi accordi che, anche in orti di dimensioni limtate, venivano usati pesticidi o anticrittogamici o concimi chimici. Così scoprii che in Inghilterra c’era un college, l’Emerson College nel Sussex non lontano da Londra, dove insegnavano agricoltura biodinamica ma anche marketing d’impresa. Ho preso una borsa di studio dal Trentino, sono partito insieme alla mia fidanzata che oggi è mia moglie e ho frequentato un corso di due anni, facilitato dal fatto che ovviamente ero già padrone della lingua inglese. Anche a livello spirituale sono andato avanti accostandomi all’affascinante mondo della biodinamica e della antroposofia – la dottrina teosofica che riconosce all’uomo la capacità di elevarsi alla conoscenza dell’invisibile e di compiere la sua necessaria funzione nell’universo. Quando sono tornato, mi sono armato di coraggio e ho aperto un’azienda agricola in Val di Fassa seguendo gli insegnamenit di Glen Atkinson , un professore che avevo conosciuto in Nuova Zelanda dove sono andato a fare uno stage finale. È un astrologo che conosce l’influenza che i pianeti hanno sulle persone e sulle piante e sugli animali ma anche un astrofisico, omeopata e filosofo di fama internazionale che pure ha sviluppato il suo credo agricolo e medico seguendo le teorie di Rudolf Steiner. Con lui in Nuova Zelanda e lì ho imparato l’omeopatia sulle piante e come coltivare i kiwi, oltre alla cultura della potatura.
Il desiderio di Glen Atkison è dimostrare che si può vivere sulla Terra in modo amichevole e collaborativo, lavorando attraverso una mirata organizzazione energetica. Così è nata la tenuta biodinamica “Soreje”. “Ho iniziato pian piano, coltivando dapprima fragole poi diversi tipi di ortaggi fino a quando ho potuto espandermi tanto da aver bisogno dei primi mezzi agricoli – un trattorino e un po’ di attrezzature. La vendita è sempre stata diretta per mantenere un contatto diretto con il pubblico. La richiesta però andava oltre la produzione e ci siamo ulteriormente ingranditi, completando l’azienda con una sessantina tra capre e pecore dato che, per l’antroposofia steineriana, la parte zootecnica è altrettanto importante ed è complementare a quella vegetale e a quella umana. Produciamo uova fresche con circa 50 galline allevate libere, yogurt e formaggi.

Va da sè che, per essere un agricoltore biodinamico, bisogna sempre essere in trasformazione, studiare, informarsi, crescere come una pianta e soprattutto confrontarsi con persone che svolgono il tuo stesso tipo di percorso: “In questo modo mi tengo aggiornato e mi sento molto stimolato. Rimanere in contatto con altri che hanno fatto la mia scelta mi dà la piacevole sensazione di avere radici. Viviamo in un mondo che pensa solo al fatturato e alla produzione mentre la biodinamica prende in considerazione l’aspetto spirituale delle piante, degli animali e delle persone”.

L’apertura dell’agriturismo ha cambiato il modo di vivere della famiglia: “Prima, con l’azienda agricola durata per 10 anni, io lavoravo la terra d’estate e lavoravo sugli impianti da sci d’inverno. Ora io e la mia famiglia possiamo concentraci su quello che amiamo. Abbiamo atteso sei anni per poter costruire ma oggi abbiamo una casa, cantine, celle frigo, una stalla, un fienile, tettoie per i mezzi agricoli. E, come i nostri prodotti (che vendiamo anche online), così anche la costruzione dell’Agritur ha rispettato i principi biodinamici grazie a materiali atossici, naturali e ecosostenibili. Mia sorella Stephanie è stata fondamentale nel gestire la ricettività e l’accoglienza delle camere così come nella vendita diretta dei nostri prodotti in giro per le piazze di Fassa. Il futuro? Vorrei lavorare un po’ di più in cucina portando anche in questo ambito i principi steineriani dove la cottura e il modo con il quale si preparano i cibi sono essenziali per il corpo, lo spirito e l’anima”.

Federica Giobbe

 

 

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Del futuro e del passato della Coppa del Mondo in Valle di Fassa

“I Mondiali Junior di sci alpino che si sono tenuti lo scorso anno non sono un punto di arrivo per la Valle di Fassa”. Lo riafferma con decisione Davide Moser, presidente del Comitato Organizzatore dell’evento. “La manifestazione sportiva è stata un banco di prova importante per pubblicizzare le potenzialità della valle in termini sia di strutture che di operatori. Ha svelato le capacità del nostro territorio e ha mobilitato grandi energie. Sarebbe un peccato non puntare a una gara di Coppa del Mondo”. Non manca fin d’ora l’evidenza della difficoltà oggettiva del progetto: “Non è semplice inserirsi nel calendario di Coppa del Mondo, visto che l’Italia vanta già quattro competizioni maschili e due femminili. Siamo inoltre in una fase dove l’attenzione è catturata dai Giochi Olimpici invernali del 2026. Una prima possibilità potrebbe essere quella di dare la disponibilità per il recupero di una gara cancellata per qualche motivo contingente. Non credo avvenga nell’attuale stagione invernale dove la neve abbonda su tutto l’arco alpino”. Proprio in questi giorni, la Federazione internazionale ha aggiunto in calendario una gara di parallelo a Zuers, in Austria, preferendola a Livigno che era in lista d’attesa già da molto tempo.

Detto questo, nulla è perduto e l’impegno continua sotto traccia. La valle di Fassa mette in campo un tridente ineguagliabile nel settore dello sci alpino. Ha capacità ricettiva, una struttura organizzativa rodata che può coinvolgere un elevato numero di volontari e due piste dalle caratteristiche idonee: l’Aloch e la VolatA. La prima si trova a Pozza di Fassa ed è stata recentemente ampliata e rimessa a nuovo ottenendo l’omologazione ufficiale per ospitare allenamenti e gare di Coppa del Mondo sia di slalom speciale che gigante. La seconda è al Passo San Pellegrino ed è nata per ospitare le discipline veloci, la discesa libera e il SuperG.

L’area che sta ai piedi della Regina delle Dolomiti, la Marmolada, offre un territorio che non ha nulla da invidiare ad altre blasonate località. Se riavvolgiamo il nastro del tempo scopriamo che la famosa gara 3-Tre, che ha dato il nome alla ormai celeberrima pista del Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio, è passata anche per la Valle di Fassa. La prima edizione della 3-Tre è datata 19 gennaio 1950 con la Paganella, l’altopiano di Folgaria e il Monte Bondone a fare da palcoscenico a tre gare: discesa, slalom e gigante. Il nome dell’evento voleva appunto significare «Tre gare in Trentino». Grande dominatore di quella edizione fu il mitico Zeno Colò. Dopo una seconda edizione nelle medesime sedi, nel 1952 l’evento traslocò a San Martino di Castrozza, all’ombra del Cimon de la Pala fino a che l’anno seguente la 3-Tre mise radici, fino al 1956, tra Canazei e la Marmolada. La prima fu l’edizione dominata da René Rey che si aggiudico tre delle quattro gare in programma.   L’anno successivo la vittoria fu dell’austriaco Christian Pravda che vinse tre prove lasciando il podio dello slalom speciale a Stein Eriksen, un norvegese dal fisico statuario che si era aggiudicato due anni prima l’oro di specialità alle Olimpiadi di Oslo. Nei due anni successivi furono sempre atleti stranieri a primeggiare e tra questi anche il leggendario Toni Sailer, soprannominato dalla stampa “Der schwarze Blitz aus Kitz” (“il lampo nero di Kitzbühel”). Durante le Olimpiadi di Cortina del 1956 fu il primo sciatore a vincere tutte le gare di sci alpino: discesa libera, slalom gigante e slalom speciale. Terminati quegli anni, la 3-Tre lasciò il Trentino orientale per accasarsi definitivamente a Madonna di Campiglio. Non è semplice ricostruire la cronaca della 3-Tre in Valle di Fassa ma la memoria e l’esperienza di Fiorenzo Perathoner, ex presidente del Dolomiti Superski, non fallisce: «Purtroppo ho ricordi parziali di quel periodo. In una edizione sono stato anche direttore di gara e avevo la responsabilità di organizzare le piste. A quel tempo i tracciati erano battuti con i piedi nel senso letterale della parola. Avevo a disposizione un gruppo di militari che con gli sci dovevano livellare la pista e renderla più regolare possibile. Io stesso lavoravo in pista portando a spalla i paletti necessari alle porte. Ricordo che l’allora direttore della FISI Fabio Conci mi riprese bonariamente affermando che un direttore di gara doveva dirigere e non fare l’uomo di fatica”. Le gare si svolsero alternativamente a Canazei e in Marmolada: “Ovviamente le piste erano preparate in maniera artigianale – continua Fiorenzo Perathoner – e risultavano essere molto diverse da quelle battute con i mezzi meccanici di oggi. Fare una libera negli anni Cinquanta non era uno scherzo e gli incidenti erano all’ordine del giorno. Fortunatamente nel nostro caso non furono gravi. Ricordo tra questi anche la caduta del giovane Aga Khan”, l’uomo oggi 83enne, leader spirituale dei musulmani Ismailiti Nizariti, protagonista delle cronache mondane per i cavalli delle sue scuderie, per l’invenzione della Costa Smeralda, per la bellezza delle donne che stanno al suo fianco. “Abbiamo la stessa età”, conclude Perathoner: “Era un giovane appassionato di sci e amava le Dolomiti che frequentò spesso”. Il principe Aga Khan corse l’ultima volta la 3-Tre a Madonna di Campiglio nel 1963 sotto lo sguardo attento di Juan Carlos di Borbone, allora pretendente al trono di Spagna. “Purtroppo negli anni Cinquanta la stagione invernale era limitata al periodo natalizio. Gli albergatori di allora avevano difficoltà ad allungare la stagione per accogliere gli atleti della competizione sportiva in altri momenti”.

 

Gilberto Bonani

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Martina Ambrosi ha preso il volo

È entrata da poco nel gruppo degli atleti testimonial della Val di Fassa, Martina Ambrosi, 18 anni, da un paio di inverni nella nazionale di salto speciale con gli sci (Squadra B). Di Trento ma con un forte legame con la Val di Fassa, in particolare con Moena dove vivono i nonni materni e dove lei ha trascorso lunghi periodi, Martina è cresciuta agonisticamente nella U.S. Dolomitica. Dopo un’infanzia da sciatrice, a 12 anni si è appassionata al salto con gli sci e per un certo periodo è riuscita a conciliare gli spostamenti dal capoluogo alle località di allenamento. Una volta arrivata al liceo, però, i ritmi sono cambiati ed è stata costretta a scegliere optando per il trasferimento allo Schigymnasium di Stams, vicino a Innsbruck. “Ero passata diverse volte accanto all’istituto di Stams per andare ai trampolini della zona. Un giorn, sono andata a visitare la scuola e mi ha fatto un’ottima impressione. È un liceo per atleti conosciuto in tutta Europa: con me ci sono altre due sciatrici trentine e qualche altoatesino”. Il tedesco non è stato un grosso ostacolo perché Martina ha frequentato elementari e medie bilingui: “L’opportunità di concludere questa scuola con un diploma che certifica il mio bilinguismo ha inciso nella scelta di trasferirmi. All’inizio è stato impegnativo ma ora capisco tutto, anche il dialetto”. In futuro Martina vorrebbe proseguire gli studi, in Austria o Germania, frequentando la facoltà di scienze motorie ma ora è concentrata sul salto speciale, praticato da pochissime atlete in Italia. Una disciplina che non ammette distrazioni: disputa allenamenti e gare sia d’inverno, sia d’estate quando le strutture vengono coperte da un particolare materiale sintetico che riproduce la sensazione della neve. Il poco tempo libero lo trascorre studiando per l’esame della patente, leggendo libri in inglese e tedesco e trascorrendo i weekend, quando può, con i genitori. I ritmi serrati non sembrano pesarle e nemmeno il fatto di dover spiegare a chi la incontra all’aeroporto o sul treno cosa fa con quegli sci così larghi: “Volo con gli sci, rispondo. E tutti restano a bocca aperta. Ma praticare uno sport fuori dal comune in Italia, per me è motivo d’orgoglio”. Coraggio e determinazione non le mancano. “Non ho mai avuto paura di saltare – sostiene – solo a gennaio, al rientro da un infortunio, ho avuto qualche esitazione, che però è passata subito. Ora mi lancio dal trampolino da 90 metri, il mio salto più lungo è di 100 metri e non vedo l’ora di saltare dai trampolini ancora più grandi”. Obiettivi di stagione per Martina sono i Mondiali junior di Oberwiesenthal, a fine febbraio, e il possibile esordio in Coppa del Mondo. E chissà che, quest’inverno, con gli sci non spicchi davvero il volo anche in senso lato.

Elisa Salvi

 

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Un aiuto ai boschi di Fiemme

Presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme, si è svolta la conferenza stampa di presentazione del progetto conclusivo “Per fare un albero ci vuole… un formaggio”, promosso dal Caseificio Sociale Val di Fiemme con la collaborazione della Fondazione Edmund Mach e il patrocinio della Magnifica Comunità di Fiemme, iniziato alla fine dell’anno scorso.

Il progetto ha previsto la produzione e la vendita di una formaggella studiata in collaborazione con gli studenti del 4 °anno del Corso di formazione professionale della FEM: La “Fiemme 1111” realizzata e venduta dal Caseificio Sociale Val di Fiemme. Nell’arco del progetto della durata di un anno, il caseificio ha prodotto e venduto 2211 forme di “Fiemme 1111” e secondo l’accordo sottoscritto con la Magnifica Comunità di Fiemme, devolverà € 4.422,00 alla stessa. Denaro questo che sarà utilizzato a partire dal 2020 per la messa a dimora di piante di abete rosso per il rimboschimento delle foreste della Val di Fiemme, devastate dagli eventi meteorologici del 29 e 30 ottobre 2018.

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Benji & Fede ad Obereggen

L’aveva annunciato in un video postato sul suo profilo social. «Lunedì saremo in un bel luogo di montagna». Chi, dove ed a fare cosa?. Lui è Fede ed insieme a Benji formano il gruppo musicale pop, Benji & Fede, che sta spopolando tra giovani e giovanissimi italiani. Dove? I due cantanti modenesi, al secolo Benjamin Mascolo e Federico Rossi, già autori di 4 album nonché vincitori di quattro dischi di platino col singolo «Dove e Quando» divenuto il tormentone dell’estate 2019 visualizzato da oltre 73 milioni di utenti su YouTube, hanno scelto Obereggen nello Ski Center Latemar uno dei cuori altoatesini delle Dolomiti, per registrare il sorprendente video-clip legato al loro successo musicale «Magnifico Difetto» uscito mercoledì 18 dicembre alle ore 14 sul canale YouTube dalla Warner Music Italy e cliccato in poco meno di 24 ore da 267mila utenti e da domani venerdì 20 dicembre si potrà ascoltare in radio. Il brano è contenuto in « Good Vibes», l’ultimo album di Benji & Fede che ha esordito direttamente al n. 1 della classifica ufficiale di vendita (Fimi/Gfk). Un brano d’amore, un ‘atmosfera sognante, un paesaggio mozzafiato uniti ad una regia cinematografica sono gli ingredienti del video di “Magnifico Difetto”. Come se fosse l’estratto di un grande film, le immagini sono state girate tra le montagne delle Dolomiti, sulle piste della località sciistica Obereggen (a 20 minuti da Bolzano), con alcune scene all’interno dell’Oberholz, un gioiello di architettura ritagliato nel cuore della montagna. Si tratta del rifugio a monte dell’omonima storica pista Oberholz, fortemente voluta dalla società impianti Obereggen Latemar Spa presieduta da Georg Weissensteiner e diretta dall’amministratore delegato Siegfried Pichler. La neve ed il paesaggio hanno creato immediatamente una situazione magica e quasi sospesa, surreale e fuori dal mondo all’ombra del massiccio dolomitico del Latemar. «Per noi è stata una gradita soddisfazione essere scelti da due cantanti così popolari tra giovani e giovanissimi» raccontano il presidente Weissensteiner e il direttore Pichler. Arrivati la scorsa settimana in Val d’Ega, baciata dalle copiose nevicate novembrine che hanno permesso sin da subito l’apertura dei collegamenti con le altre due perle dello Ski Center Latemar Pampeago e Predazzo in Val di Fiemme, Benji & Fede hanno lavorato sodo col proprio staff composto da ben 20 persone, incuriosendo parecchi sciatori che, scendendo dalla seggiovia Oberholz, si sono fermati nei pressi del rifugio per capire cosa stesse accadendo. Il direttore marketing della società impianti Obereggen Latemar Spa Thomas Ondertoller, che ha seguito di persona ogni fase del progetto, nonché interlocutore della produzione conferma: «Obereggen, il rifugio Oberholz e le nostre Dolomiti sono inserite in Natura incontaminata, ideale per rendere uniche questo tipo di produzioni musicali. Questo spot, che sta raggiungendo persone in tutto il mondo, fa venire voglia di vacanze sulla neve e mostra la bellezza delle Dolomiti in Alto Adige». Non a caso fin dal 2007 Obereggen, con fatti concreti non slogan di iperbolici progetti futuri a tutela dell’ambiente, ha realizzato un impianto di teleriscaldamento a biomassa per preservare il patrimonio paesaggistico e l’ambiente. «Da 13 anni a questa parte tutti gli alberghi di Obereggen, l’area ristorativa del Platzl, il nuovo Apres Ski LOOX e gli uffici della nostra società sono collegati a questa rete che fornisce acqua calda necessaria a tutte le strutture, grazie alla combustione di scarti di legname forniti direttamente dalle aziende del legno e dalle economie agricolo-forestali locali». Questo ha consentito un risparmio quantificato in 500mila litri di olio combustibile all’anno ed una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica, il cosidetto CO2, nell’ambiente». Non solo. «La stessa baita Oberholz, teatro del video-clip di Benji & Fede, è riscaldata attraverso un impianto geotermico che emana calore, costruito con materiali ecocompatibili». Il 3 maggio 2020 il duo più popolare d’Italia sarà protagonista di un atteso appuntamento live: un concerto-evento nella straordinaria cornice dell’Arena di Verona.

https://youtu.be/DQA-DJ4Fuy4

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Santo Stefano, alba in pista a Passo Feudo con Trentino Ski Sunrise

Santo Stefano in pista? Sì, alle prime luci del Sole. La tradizione di sciare il giorno dopo Natale quest’anno può essere anticipata di qualche ora, ritrovandosi alle 6.15 alla partenza della Cabinovia di Predazzo Latemar 2200.

Trentino Ski Sunrise, giovedì 26 dicembre 2019, invita ad ammirare l’alba da Baita Passo Feudo, gustando una colazione dolce-salata: torte, pane appena sfornato, la migliore scelta di miele e marmellate, formaggi di Fiemme, salumi e affettati a km zero. Il sorgere del sole da una vetta dello Ski Center Latemar regala l’emozione di essere i primi a sciare sulla pista Cinque Nazioni.

Possono partecipare anche i non sciatori. Per loro è previsto il ritorno a valle con gli impianti, terminata la colazione o nel corso della giornata.

L’evento è a numero chiuso con prenotazione obbligatoria, entro le 12.00 del giorno precedente o fino a esaurimento posti, all’ApT Val di Fiemme, tel. 0462 241111, info@visitfiemme.it. 

Per chi possiede lo skipass stagionale, il settimanale o il plurigiornaliero il prezzo è di 18 euro per gli adulti e 10 euro per i ragazzi dagli 8 ai 12 anni. Chi è sprovvisto dello skipass versa una quota di 32 euro per gli adulti e di 24 euro per i ragazzi dagli 8 ai 12 anni.

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Un barbiere alla texana

Ennio Cavada, quest’anno, celebra il suo cinquantesimo anno di attività di barbiere. Un mestiere che sta scomparendo e che salvo rare eccezioni, si è trasformato e ha addirittura cambiato il nome nell’elenco dei mestieri; da barbiere ad acconciatore.

Ennio, orgoglioso del suo lavoro, ci racconta che ha cominciato nel 1966. Prima, come molti ragazzi a quel tempo, andava a far cassette, ma poi una sorta di vocazione lo ha portato a chiedere un apprendistato ad un barbiere. Il percorso è stato più breve del previsto perché la passione per questo mestiere lo ha spinto a fare del suo meglio. Ancora prima della chiamata alla naja, Ennio ha aperto bottega a Molina. La sua assenza però, mise subito in allarme il paese e per questo gli allora sindaco Zancanella e il maresciallo dei Carabinieri Garro, intercedettero con i generali degli Alpini, affinché facessero tornare ogni fine settimana Ennio al suo negozio. La richiesta venne accolta ed Ennio, anziché tornare dalla morosa o dagli amici, tornava nella sua bottega. “Fu una fortuna” dice Ennio.

Finito il servizio militare il barbiere di Molina tornò alla sua attività a tempo pieno, nella sua piccola bottega, che è la stessa da cinquant’anni, (anche grazie ai proprietari dell’immobile che da mezzo secolo la concedono in affitto ad Ennio), il quale nutre per loro un’immensa gratitudine.

Negli anni però, il lavoro è cambiato tantissimo, “purtroppo in peggio” ci racconta con rammarico. “Professionalmente non c’è più apprendistato, è tutto all’opposto di come mi hanno insegnato. Una volta tagliare i capelli era una forma d’arte. Oggi ci sono solo le mode, i rasoi elettrici hanno preso il posto delle forbici, una volta il cliente era soddisfatto quando usciva pettinato ed in ordine”. Ennio non segue le mode, si definisce un barbiere alla texana, i suoi attrezzi sono forbice e lametta, come una volta. Al muro c’è ancora la cinghia per limarla.

“Il barbiere è una figura di riferimento per molti uomini. La gente vuole sentirsi ascoltata e parlare liberamente. Qui non si cercano pettegolezzi, ma consigli e momenti di confidenza. Il barbiere è un po’ uno psicologo, ma mentre ti ascolta ti fa barba e capelli. E di tanto in tanto qualcuno torna a ringraziare per quel consiglio e per dimostrarti la sua fiducia”. È un mestiere dove non si può essere musoni e ci vuole anche molta cultura. Di qui passano persone diverse fra loro, “se viene il cacciatore, parli di caccia, se viene lo sportivo, parli di ciclismo”. E soprattutto “devi capire se quella persona ha voglia di chiacchierare oppure no”.

Ennio si sente ancora un giovincello, si accorge del tempo che passa solo per via dell’anniversario della sua attività, la più longeva del comune di Castello Molina. Spesso, vedendolo così spensierato, la gente gli chiede se non ha problemi, ma lui risponde che i problemi ce li hanno tutti ma non ci si può farsi prendere dalle difficoltà e perdere il sorriso. Mentre ci racconta tutte queste cose, parla con i suoi clienti, scherza con loro e si interessa realmente di come vanno le loro giornate. Si vede davvero una immensa dedizione e spontaneità nel suo modo di lavorare.

Per vent’anni Ennio è stato anche membro del direttivo dell’Associazione Artigiani e delegato comprensoriale. Negli ultimi cinque anni ha avuto anche il mandato presso l’assemblea provinciale, portando la sua esperienza di piccolo artigiano di valle anche tra i grandi. “Sono molto grato per la fiducia che mi è stata accordata, penso di essere stato scelto anche perché non ho peli sulla lingua e dico sempre quello che penso”. La schiettezza paga. Ennio ha anche una grande passione per la scrittura, quella autentica, ancora con carta e penna. Spesso esprime le sue opinioni anche in merito a questioni pubbliche, come nel proporre un nome per il nuovo polo scolastico di Molina, argomentando con passione ed onestà le sue scelte. Con orgoglio ci mostra la sua corrispondenza.

“Ogni artigiano è un artista, apprezzo ogni lavoro manuale, curato e fatto con impegno. Qualche anno fa ho ereditato delle attrezzature da ciabattino ed ho cominciato così ad aggiustare scarpe, vuoi per necessità o vuoi per passione, tutto ciò che richiede un impegno manuale mi affascina”.

Tra una chiacchera e l’altra, in orario di apertura, nella piccola ma accogliente bottega, passano clienti giovani e meno giovani, Ennio con la forbice è un maestro, rapido e preciso, sembra quasi che le sue mani danzino sopra le teste. Il tempo è scandito da una pendola appesa alla parete, come qualche vecchia fotografia. Sul tavolino, il Guerrin Sportivo e la rivista del comune di Castello Molina. E gli attrezzi del mestiere riposti con ordine che ricordano un po’ una bottega dei film western, come un vero barbiere alla texana.

Sara Bonelli

 

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Un trenino chiamato desiderio

“Certo che me ricorde l’ultimo treno. E che fret che l’era chel dì!” Cominciava sempre così il racconto mia nonna Nella “Faghéra” Dezulian quando da bambino, a metà anni ‘80, le chiedevo di raccontarmi del trenino della Valle di Fiemme. Il luogo era, ovviamente, Predazzo, la ferrovia quella della Valle di Fiemme, il giorno il 10 gennaio del ‘63.

Non era tanto vecchia quella ferrovia quando venne fischiato dal capostazione il via all’ultimo viaggio verso Ora, anzi.

Nata per motivi militari tra il 1915 e il 1916, dapprima con treni a vapore e poi, dagli anni ‘30 alimentata ad elettricità, essa collegava inizialmente Ora con Cavalese e venne prolungata nel 1918 fino a Predazzo. Fu, per l’epoca, uno sforzo ingente che costò fatica e anche vite umane; delle 6000  persone utilizzate oltre 2000 erano militari e prigionieri,molti dei quali trovarono la morte per stenti e malattie.

L’opera era lunga poco più di 50 Km e riusciva nell’intento, ancora oggi anelato, di collegare su rotaia Fiemme alla Bassa Atesina e quindi all’asse del Brennero.

Non era un treno tipo TAV, tutt’altro. Impiegava due ore a circa 25 Km orari di velocità di punta a compiere il suo tragitto ma aveva il grande pregio di tessere un filo di collegamento tra tutti i piccoli paesi della valle e legarli, lentamente e dolcemente, all’arteria principale del fondovalle.

In ogni famiglia fiammazza esiste un aneddoto dello zio o del nonno che a causa della fatica del treno in salita riusciva a scendere con un balzo dal vagone, arraffare qualche mela in zona Ora e risalire con la merenda da gustare con calma.

Altri tempi, in tutti i sensi. Provate oggi a scendere e salire da un treno in corsa e, soprattutto, a prendere una mela da un filare…

Finita la grande guerra il nostro trenino divenne, è proprio il caso di scriverlo, traino fondamentale per la crescita, grazie al trasporto di legname e, più tardi, alle prime incursioni di turisti che cominciarono ad apprezzarne la lentezza – era un treno slow, diremmo oggi – e la concessione all’ammirazione del paesaggio da essa garantita.

Tutto bene, lento, costante, non impattante e utile.

Poi, invertendo la tendenza, dopo 45 anni, via i binari. Senza una spiegazione davvero valida se non vaghi appelli alla comodità di gestione e alla flessibilità della “gomma”, un’esaltazione della modernità e del petrolio, un delirio momentaneo, con il senno di poi.

Con il passare del tempo e finito un altro conflitto le ferrovie elettriche in Italia e in Trentino ebbero destini differenti.

Molte vennero presto smantellate come la Dermulo-Fondo-Mendola e la Rovereto–Mori-Arco-Riva del Garda le altre, tra le quali la Ora – Predazzo, vennero inserite nella FEAR (Ferrovie Elettriche Riunite) successivamente trasformata in SAD (Società Autotrasporti Dolomiti)e destinate nel giro di pochi anni a morte certa. Ma perché?

Qui l’ipotesi entra nella leggenda, documenti che certificano l’obsolescenza dei trenini praticamente non ne esistono, ma si sa per certo che in nemmeno trent’anni il loro declino fu pressoché indotto in tutta la penisola. Motivi veri e propri non ve ne furono: funzionavano, piacevano a valligiani e ospiti e le difficoltà gestionali o economiche avrebbero potuto certamente essere superate e certo non costò meno dismettere ferrovie e comprare nuovi autobus e “corriere” da mettere su strada. Alcuni studiosi e appassionati di treni hanno avanzato l’ipotesi di quello che potrebbe essere definito come il “complotto FIAT”; certamente gli Agnelli, presi nel far crescere e prosperare la loro industria automobilistica usarono tutte le armi in loro possesso, comprese le pressioni verso il mondo politico, per indirizzare verso le quattroruote, e a discapito delle rotaie, i sistemi viabilistici nazionali e indubbiamente il loro tentativo ebbe – purtroppo – successo, con conseguenze, ambientali ma non solo, ben visibili ancora oggi.

D’altronde i ‘60 e i ‘70 sono gli anni  non solo della contestazione e dei grandi e positivi cambiamenti sociali ma anche delle contraddizioni e dei grandi colossi industriali trapiantati ovunque, delle fabbriche super-inquinanti ma alle quali si concedeva tutto purché creassero occupazione, dei palazzi storici rasi al suolo per essere sostituiti da terribili blocchi di cemento, definiti “colorati” e “moderni” (sempre rimanendo a Predazzo e in Fiemme, l’Albergo Nave d’Oro grida ancora vendetta…); sono gli anni della corsa, del consumo, del principio di quell’autodistruzione a cui solo, e solo in parte, Chernobyl, la paura dell’ atomico e la prima ondata “verde” porranno un freno.

Anche per questo, dall’11 gennaio 1963, il Capostazione smise di fischiare. Il nostro trenino invece continuò la sua corsa poiché venduto in Liguria, alla Ferrovia Genova Caselle, è attivo (solo in parte e rimaneggiato negli anni) ancora oggi. Come a dire: non era sbagliato il mezzo bensì il fine che si stava perseguendo.

I decenni hanno certamente reso giustizia alla Ferrovia Ora-Predazzo tanto che oggi vi sono associazioni che a suon di petizioni, e con molto seguito, richiedono a gran voce che essa ritorni, ovviamente rivista e adattata ai nuovi bisogni e forte delle nuove tecnologie, sempre più green.

Un sogno, una speranza che sarebbe stupendo venisse concretizzata – quanto sarebbero davvero più sostenibili delle Olimpiadi 2026 a trazione ferroviaria? – ma che presenta, è risaputo, notevoli difficoltà di attuazione economiche e culturali.

Certo è che avevamo, senza forse rendercene conto, un mezzo di trasporto all’avanguardia capace di inserirsi perfettamente nel paesaggio e nel vissuto quotidiano della nostra società, di amalgamarsi al territorio di montagna che lo circondava e di svolgere egregiamente, nel contempo, un utile servizio pubblico. Un mezzo semplice, ben diverso dai tempi in cui viviamo – spesso complessi anche quando non serve – e che ancora rimpiangiamo. Abbiamo sbagliato ma dagli errori si può imparare facendo, poi, scelte migliori.

Fabio Pizzi

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