Il bosco, la mia casa

Giacomo Defrancesco, conosciuto da tutti come Giacomone, ha compiuto 90 anni. Il fatto non farebbe notizia in una terra dove la vita si allunga. Lo è se l’uomo – mani grandi, occhi azzurri, mente lucida – non sia il decano dei boscaioli di Fiemme e Fassa. Originario di Medil, un grumo di case abbarbicato alla montagna sopra Moena, ha iniziato a frequentare pascoli e boschi dal lontano 1938 prima come pastorello, poi brandendo la “manea”, l’accetta dei boscaioli. «A quel tempo il bosco occupava solo le aree più impervie della montagna» – spiega guardando lontano. «Mucche e capre brucavano l’erba in quota mentre il contadino si spingeva fin sotto le rocce per falciare. Valsorda, Pianac, Roncac , Pianesel erano aree libere dal bosco». Giacomone (l’appellativo è dovuto alla sua forza straordinaria) conosce per nome ogni avvallamento, radura, sommità, forra, ruscello del territorio: è una registro di toponimi vivente. La tempesta Vaia dell’ottobre 2018 ha sorpreso anche il vecchio boscaiolo che aveva vissuto in prima persona l’alluvione del 1966. «Non ricordo un evento così distruttivo – commenta – ma sulle ceppaie cresceranno nuove piante. Sarà un processo lento. Mentre il piccolo albero prenderà vigore il legno sottostante marcirà dando nutrimento alla nuova vita». Insomma niente catastrofismo, solo fiducia nel perenne ciclo della vita. Anche il bostrico (becherle), il temibile coleottero che attacca l’abete rosso, non potrà arrestare il lento e continuo processo di crescita dei boschi. Giacomo Defrancesco è stato spettatore privilegiato dell’evoluzione tecnica che ha accompagnato il lavoro del boscaiolo. Un tempo non esistevano macchine. Gli alberi si tagliavano con l’accetta e si avvallavano con lo zappino (zapin) mentre il trasporto si faceva con cavalli o muli. Solo dopo la guerra entrarono in azione le grandi seghe americane (segogn americhegn) che richiedevano forza di braccia e resistenza. «Le prime motoseghe le utilizzammo a Paneveggio nel 1958. Pesavano almeno 15 chili e costavano 200mila lire, circa metà del guadagno di una stagione nel bosco» spiega Giacomone. Un posto centrale nei ricordi del vecchio boscaiolo però è occupato dalla “cava de le bore” presente in Valsorda, alle spalle del piccolo abitato di Forno. Si tratta di un condotto in pietra lungo 4,5 chilometri realizzato nel 1916 dai prigionieri russi catturati sul fronte polacco. In questa pista da bob, costruita con rara perizia, i tronchi scortecciati, smussati, lunghi poco più di quattro metri filavano come missili, complice un sottile strato di ghiaccio. «L’avvallamento – racconta Giacomo – si faceva a partire dal mese di dicembre per evitare le insidie dello scirocco. Il canale doveva essere perfettamente pulito, anche con l’ausilio della scopa, togliendo la neve di troppo oppure portandola con la gerla nei punti carenti. Il velo di ghiaccio si formava prendendo l’acqua dal rio Valsorda e spargendola con attenzione usando una tazza. Quando tutto era pronto gli uomini, circa undici, si sistemavano nei punti strategici chiamate “poste” e iniziava la discesa dei tronchi». Si partiva dalla “Piana de le buse del Cërilo” e giù per il “Tof de Campigol” passando per la “Posta erta del fornel” per sbucare sul “Pont da la ciata”dove la valle si apre. Ogni cinquecento metri c’era una piazzola di controllo, a portata di voce con la successiva, per tenere sott’occhio il traffico del legname. Si partiva con “Caregaaaa” ma se c’era un intoppo si urlava “Abaaaaauuf” per evitare ingorghi o peggio ancora vedere con terrore qualche tronco impazzito uscire dal tracciato. Il lavoro non era finito. Il legname andava sistemato in cataste il così detto “tazon” usando con perizia zappino e forza delle braccia. Il trasporto era effettuato con carri trainati da cavalli, e, successivamente con camion. Il caricamento sempre a mano creando un piano inclinato con il legname. Due uomini tiravano e due spingevano i tronchi. Per questo lavoro duro il cibo frugale, polenta e formaggio, il vestiario minimale. «Indossavamo braghe di tela russa e una camicia – ricorda Giacomone – i guanti non servivano perché non facevano presa sui manici degli attrezzi. Avevamo massima cura per gli arti inferiori: calze di lana scarponi, ramponi (carpele) e ghette di cuoio e lana (ciuzogn) per ripararci dalla neve». Giacomo Defrancesco ha chiuso l’attività della squadra boschiva che dirigeva nel 1989. «Pagavo troppe tasse. Un fisco ingiusto permetteva agli imprenditori turistici di evadere mentre la mia azienda, che lavorava per enti pubblici, Comuni e Magnifica Comunità, doveva rendicontare fino all’ultima lira». La passione però non è sopita. Guarda con soddisfazione la pila di legna sotto casa pronta ad alimentare le bocche fameliche delle stufe di casa.

Gilberto Bonani

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