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Si torna a pattinare

L’associazione Val di Fassa Artistico Ghiaccio riparte, nel rispetto delle disposizioni in materia di Covid-19, con i corsi di avviamento al pattinaggio. Chi volesse provare l’emozione di scivolare sul ghiaccio a filo di lama può prenotare una prova gratuita telefonando, entro il 25 settembre, al numero 348-6814465. Lo stadio del ghiaccio di Alba di Canazei aprirà le porte agli aspiranti pattinatori il 28 e 30 settembre e il 2 ottobre.

Riparte così l’attività di avviamento al pattinaggio del Val di Fassa Artistico Ghiaccio, associazione sportiva dilettantistica che – attraverso corsi, gare ed eventi – promuove questa disciplina caratterizzata da grazia, tecnica ed equilibrio. Animato da un gruppo di appassionati, coinvolge piccoli pattinatori ai loro primi passi sul ghiaccio e atlete ormai nel pieno della loro carriera agonistica, con il motto “Vivere un sogno, pattinando insieme…”.

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SAT e La Sportiva insieme per la montagna ed il territorio trentino.

 E’ stato ufficialmente siglato ieri sera l’accordo tra La Sportiva, brand trentino produttore di calzature ed abbigliamento outdoor e la Società Alpinisti Tridentini (SAT), sezione trentina del CAI che conta oltre 27.000 soci sul territorio ed ha tra i suoi obiettivi la manutenzione di oltre 5.500 chilometri di sentieri e la diffusione attiva della cultura della montagna sul territorio regionale.

I prossimi 4 anni vedranno quindi due tra le realtà italiane più importanti in ambito montano, collaborare attivamente. Il brand trentino di abbigliamento e calzature sportive, che diventa ufficialmente Technical Partner,  destinerà risorse a tutte le attività della SAT in generale e a progetti fortemente legati alla valorizzazione e riqualificazione del territorio. Un esempio di attività della SAT immediatamente riconducibile alla cura del territorio riguarda la manutenzione dei sentieri in quota, una tradizione satina con 150 anni di storia che si inserisce nell’ambito del progetto globale di conservazione dell’ambiente che va sotto il nome di 1% For the Planet.  In generale peraltro tutte le Commissioni consultive e i Gruppi tecnici delle SAT saranno di fatto convolti a vario titolo in una visuale complessiva di riqualificazione ambientale del territorio. L’associazione internazionale 1% For the Planet alla quale La Sportiva aderisce ed alla quale ora anche la SAT partecipa, prevede l’impegno da parte delle aziende coinvolte nel destinare almeno l’1% del fatturato in pratiche di rispetto, conservazione e riqualificazione ambientale.

“Questa collaborazione – ha ricordato la Presidente della SAT Anna Facchini  durante l’incontro di ieri sera– ci permette di guardare al futuro con maggiore serenità e visione: con La Sportiva abbiamo un programma di medio/lungo termine che ci permetterà di sostenere diverse iniziative di valorizzazione del territorio e di diffusione della cultura di  montagna, anche attraverso il coinvolgimento attivo di testimonial, atleti ed influencer,  legati all’azienda e che ci permetteranno di amplificare il messaggio su tutti i canali di un brand internazionale e con radici ben salde nella propria comunità. Il progetto 1% For the Planet ed il progetto di co-marketing SAT / LA Sportiva consentiranno inoltre il finanziamento di progetti e iniziative specifiche delle varie sezioni dell’associazione”.

“Quando si è presentata l’opportunità di supportare la SAT nelle sue numerose iniziative culturali – aggiunge Lorenzo Delladio, CEO e Presidente di La Sportiva – ho pensato che stava avvenendo in un momento particolarmente significativo: in seguito all’epidemia e all’esperienza di lock-down che tutti noi abbiamo vissuto, stiamo infatti vivendo una nuova stagione di rinascita per le attività outdoor, dove temi quali sicurezza e formazione legati all’andare in montagna, oltre che operazioni di manutenzione di rifugi e sentieri, sono quanto mai all’ordine del giorno viste le masse di persone spesso neofite che si stanno approcciando all’attività all’aria aperta in quota. A questo si aggiungono gli ingenti danni provocati ai nostri boschi dalla tempesta VAIA e che ancora richiedono numerosi interventi e risorse per il loro ripristino. A noi aziende ed enti presenti sul territorio spetta quindi il compito di supportare la riqualificazione per quanto nelle nostre forze e sensibilizzare sul giusto approccio alla montagna. Quella che poteva essere inizialmente una semplice collaborazione attraverso la produzione delle divise ufficiali SAT marchiate La Sportiva, si è ben presto trasformata quindi in qualcosa di molto più alto e di valore sia per i soci, che per gli appassionati di montagna che per l’azienda stessa.”

Per il brand della Val di Fiemme la collaborazione si aggiunge e completa, con una ricaduta immediata sul territorio di appartenenza, le attività pro ambiente raccolte nell’ultimo bilancio di responsabilità sociale che prevedono in seguito all’entrata in 1% For the Planet, importanti investimenti destinati annualmente ad iniziative, enti ed associazioni che contribuiscono attivamente alla salvaguardia dell’ambiente. I dettagli della collaborazione sono stati presentati ieri sera durante l’incontro con la presidenza della SAT, i presidenti delle Commissioni, dei Gruppi e l’organico del sodalizio. Inoltre da questa sera la presidenza della SAT ha organizzato un tour di sette incontri sezionali sui territorio con lo scopo di illustrare i capisaldi della collaborazione.

Tra le numerose attività che si andranno ad individuare, l’accordo prevede una collaborazione attiva in ambito comunicazione, con scambi di visibilità e creazione di strumenti comuni, la produzione e fornitura in esclusiva di capi a marchio La Sportiva loggati SAT, collaborazioni su eventi e progetti di riqualificazione sentieri e rifugi, eventi culturali ed progetti editoriali,  scuola e formazione, medicina di montagna, tutela dell’ambiente montano, solidarietà, nelle scuole di formazione in ambito alpinistico e scialpinistico, glaciologia e speleologia,  progetti e attività delle sezioni .

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Predazzo più sicura

Sono attualmente 58 le telecamere (altre 15 sono in corso di attivazione) che registrano e, in caso di necessità, testimoniano ciò che accade a Predazzo. Nell’ultimo biennio si è lavorato per aumentare il numero di “occhi elettronici” posti a sicurezza del paese, installati nei punti d’accesso all’abitato, agli incroci principali e in aree particolarmente frequentate e strategiche come scuole, piazze, impianti sportivi e parchi. Alcune di queste telecamere saranno abilitate alla lettura targhe, che consente di rilevare il passaggio di auto rubate, non in regola con il bollo o con la revisione; un servizio utile non solo ai fini di polizia. Nel rispetto della normativa sulla privacy, le immagini registrate vengono conservate per 7 giorni, poi cancellate.

A permettere una così capillare implementazione della rete di videosorveglianza è stata la posa, nel corso degli ultimi anni, di 7 chilometri di fibra ottica – a servizio degli edifici pubblici ma non solo -, che permette una trasmissione dati più veloce e affidabile. Da un punto di vista economico, il progetto è stato sovvenzionato con risorse comunali, con fondi della Comunità Territoriale della Val di Fiemme e con un finanziamento statale.

Sempre in un’ottica di sicurezza, saranno installate due nuove colonnine arancioni, una a Nord di Bellamonte, l’altra in via Marconi. Questi due nuovi box contenitori ad alto impatto visivo, che vanno ad aggiungersi agli altri già posizionati nei punti critici del territorio comunale, potranno contenere a rotazione un’apparecchiatura in grado di rilevare la velocità dei veicoli sia in avvicinamento che in allontanamento, filmando gli stessi con una definizione tale da poter evidenziare i conducenti al telefono o privi di cinture. Un sistema che, nelle intenzioni del Progetto Sicurezza approvato dal Consiglio Comunale nel 2018, vuole essere, più che repressivo, dissuasivo; un monito agli automobilisti a ridurre la velocità per una maggior sicurezza e vivibilità del paese.

 

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Val di Fiemme, un lungo weekend di cinema, danza e scultura sonora

L’uomo e la natura si prendono per mano in Val di Fiemme, la “Valle dell’Armonia”, attraverso un lungo weekend di spettacolo e natura destinato a scatenare emozioni e riflessioni.

Dal 28 al 31 agosto 2020 nelle sale cinematografiche di Predazzo, Tesero, Castello di Fiemme e Cavalese saranno proiettati film di alpinismo, sport estremi e avventura del Trento Film Festival. Intanto, Oriente Occidente Dance Festival, sabato 29 agosto, proporrà un’anteprima nel Parco Naturale di Paneveggio Pale di San Martino.

Entrambi i festival invitano a riflettere sul rapporto uomo-natura.

 TRENTO FILM FESTIVAL VA IN SCENA IN VAL DI FIEMME

Nell’anno più difficile, il Trento Film Festival rilancia con quasi 100 i film in programma, tra oltre 600 iscritti, di cui 26 in anteprima mondiale e 37 in anteprima italiana.

La 68esima edizione del Trento Film Festival si annuncia speciale non solo per le date, con lo slittamento dall’abituale settimana primaverile al 27 agosto-2 settembre, ma anche perché sarà online per la prima volta.

Dal 28 al 31 agosto, la Val di Fiemme ospiterà gli appuntamenti di “Alp&Ism”, la sezione più corposa del Trento Film Festival che dedica lungometraggi e cortometraggi alle imprese e ai protagonisti del mondo dell’alpinismo, degli sport estremi e dell’avventura. Il biglietto d’ingresso è di 5 euro.

VENERDÌ 28 AGOSTO

Predazzo, Teatro Comunale, ore 21: “The imaginary line”, “My friends were mountaineers” e “Superhombre” (prevendita www.primiallaprima.it).

SABATO 29 AGOSTO

Tesero, Teatro Comunale, ore 21: “On falling”, “Paradice” e “Attraction of heights” (prevendita www.liveticket.it/cinematesero).

DOMENICA 30 AGOSTO

Castello di Fiemme, Sala Polifunzionale, ore 21: “Fissure” e “Alè” (prevendita domenica 30 agosto, dalle 9 alle 12, nell’ufficio ApT di Cavalese e un’ora prima dello spettacolo all’entrata della sala Polifunzionale).

LUNEDÌ 31 AGOSTO

Cavalese, Palafiemme, ore 21: “Spearhead”, “Narcis” e “On the verge” (prevendita al Palafiemme un’ora prima dello spettacolo oppure prenotazione al numero 334 7890531).

 ORIENTE OCCIDENTE DANCE FESTIVAL NEL PARCO DI PANEVEGGIO

Sabato 29 agosto, la Val di Fiemme presenta un’anteprima della 40esima edizione di Oriente Occidente Dance Festival che dal 3 al 12 settembre andrà in scena a Rovereto.

Oriente Occidente Dance Festival, da sempre attento a unire etica ed estetica, da qualche anno punta anche a sensibilizzare il pubblico sulle tematiche legate alla salvaguardia e cura ambientale. Nel Parco Naturale di Paneveggio Pale di San Martino si potrà vivere l’esperienza artistica “Oltrepassare”, un’azione che unisce danza, scultura e suono, prendendo spunto dalla relazione uomo e montagna. Saranno protagonisti i danzatori e coreografi Silvia Dezulian e Filippo Porro che hanno progettato questa performance con Gabriel Garcia. Due corpi, in relazione tra loro, indagheranno la salita con l’aiuto di due sculture sonore ideate da Martina Dal Brollo e indossate come insoliti zaini. I danzatori richiameranno il pubblico e i passanti per invitarli ad accompagnarli lungo il cammino.

Attraverso movimenti, suoni e parole “Oltrepassare” sarà un’esperienza fisica, estetica ed emotiva del paesaggio lunga 40 minuti. Racconterà in modo diverso il territorio, a favore di una cultura della mobilità che comprenda i percorsi dimenticati.

Il ritrovo sarà al parcheggio El Zirmo, nella località Castelir di Bellamonte, sia alle 10.30, sia alle 16.30. L’evento è stato organizzato in collaborazione con il parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino, Oriente Occidente Dance Festival, Danza Urbana XL- azione Network Anticorpi XL.

Iscrizioniwww.orienteoccidente.it/it/dance-festival/programma-2020/oltrepassare_5036_ida/

 

 

 

 

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Il biolago apre ai bagnanti

Primi fine settimana di bagni a Predazzo. Residenti e turisti di ogni età hanno, infatti, potuto immergersi nelle acque limpide e fresche del nuovo biolago, aperto dal 6 agosto. In località Fontanelle si respira così un’atmosfera nuova e festosa: le risate dei bambini più piccoli, che si bagnano approfittando dell’acqua bassa della riva; l’allegria dei ragazzini, impegnati a tuffarsi e a tenersi in equilibrio sulla slackline che attraversa il lago; le chiacchiere dei genitori stesi al sole; lo sciabordio dell’acqua che fa da sottofondo a una piacevole lettura.

Come è noto, l’acqua del biolago (proveniente da un pozzo profondo 40 metri) viene mantenuta pulita grazie alla fitodepurazione e al ricambio idrico, senza bisogno di additivi chimici. Il bacino ha una profondità massima di 1,50 m e una superficie di circa 5.000 m2.

Mancano ancora da completare alcuni dettagli, ma i bagnanti hanno già apprezzato questa proposta quasi unica a livello trentino, fortemente voluta dall’attuale Amministrazione che ha creduto fino in fondo in questo tipo di valorizzazione di un’area da alcuni anni inutilizzata.

Il costo finale del biolago e della nuova palazzina, a servizio anche della ciclabile, ammonta a 2.367.300 euro, comprese spese tecniche e Iva. Un investimento importante anche per alcune scelte progettuali che hanno preferito soluzioni mirate a massimizzare la fruibilità, la sicurezza, la durata e la qualità dell’impianto. L’intervento è stato finanziato, oltre che con fondi propri, con contributi BIM, con l’avanzo di amministrazione e con fondi del Decreto Crescita.

Un investimento che guarda al futuro, ai fini turistici ma anche in un’ottica di diversificazione delle attività a disposizione dei residenti.

Il biolago è servito da due comodi e ampi parcheggi vicini, quello del campo sportivo e quello del parco giochi. L’impianto è comunque facilmente raggiungibile anche con il trenino Latemar Express, che serve il paese nei mesi estivi, a piedi e in bicicletta, magari approfittando del nuovo tratto della pista ciclabile che garantisce l’attraversamento in sicurezza del paese e passa proprio a fianco dell’ingresso, costeggiando l’area con una bella vista sul lago.

Per queste ultime settimane della stagione estiva, fino a fine settembre, l’impianto è stato dato in gestione alla società Plus Service, che fornisce anche il servizio di assistenza bagnanti. Per i prossimi anni verrà predisposto un apposito bando di gara. Le spese correnti di gestione saranno interamente a carico dell’aggiudicatario.

Terminati gli ultimi dettagli, a breve si procederà con una presentazione ufficiale del biolago, in attesa del completamento della palazzina a servizio dell’impianto (bar, docce, servizi igienici), che sarà pronta entro fine anno. Nel frattempo, è stata riqualificata e rinnovata la struttura già a servizio del campo ippico.

Il biolago è aperto tutti i giorni, con orario 10-18.

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L'isola di Medil
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Non è facile nemmeno trovarne l’accesso. Se cercate la stradina che porta a Medil – giusto per visitarne il villaggio, chiacchierare con qualcuno del paese e scattare qualche foto – dovete cercare una stradina in salita nascosta dietro al campo sportivo di Moena, proprio dove comincia il bosco. Basterebbero cinque minuti in macchina fino alla piazzola dove la strada si ferma all’ingresso del paese ma c’è un cartello che vieta il passaggio ai non residenti e lo rispettiamo volentieri. L’unica soluzione è camminare. Sono solo tre chilometri. È una bellissima giornata e in mezz’ora di cammino non incrociamo nessuno.

“1363 metri di altitudine”, ci dice il cartello stradale che ci introduce a Medil, un paesino di pastori che, soprattutto durante la stagione estiva, vivevano pascolando il bestiame e tagliando i prati per la fienagione. Gli abitanti possedevano i campi nella zona di Toac dove avevano costruito dei fienili per lasciar riposare l’erba, che poi andavano a recuperare con le slitte nel periodo autunnale e invernale. La gente di Medil era autosufficiente: il paese era circondato da pascoli, l’acqua non mancava e si riusciva a produrre e cacciare tutto ciò di cui c’era bisogno per vivere. Per la carne e per lo spirito, visto che nel 1742 è stata edificata anche una chiesetta dedicata a Sant’Anna, recentemente restaurata. Ciò che mancava – e manca tutt’ora – è il cimitero, tanto che durante l’inverno gli abitanti erano costretti a scendere verso Forno con le bare in spalla attraverso un sentiero tutt’altro che agevole. Lo stesso sentiero che veniva utilizzato dai ragazzini per andare a scuola.

Detto questo, in passato Medil è stato un paese molto popolato ma la gente, mano a mano che si sposava, finiva inevitabilmente per spostarsi a valle. Oggi conta solo poche case d’epoca ristrutturate che disegnano vicoli in pendenza dove non passano le auto e tutto attorno erba alta, fiori e i colori del bosco vicino. Ci vivono tutto l’anno solo una decina di persone mentre altrettanti moenesi, che qui possiedono una seconda casa, salgono dal fondovalle di tanto in tanto, soprattutto nella bella stagione e nei fine settimana quando Medil torna ad essere una meta ambita per trascorrere un po’ di tempo nella pace della natura nonchè luogo ideale per le grigliate con gli amici.

Quando arriverete fin qui, fatevi raccontare da qualcuno della “bomba”. Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli aerei che transitavano sopra i cieli delle nostre valli scaricarono da queste parti una bomba che i paesani poi trovarono inesplosa: dopo averla recuperata, l’hanno resa inoffensiva e posizionata nei pressi delle ultime case del paese cosicchè tutte le ultime generazioni hanno esorcizzato la paura “suonandola” almeno una volta, percuotendone l’involucro metallico. All’inizio del paese, peraltro, non passerà inosservato un cartello che riporta la scritta “Il paradiso delle donne”. È riferito al fatto che le donne erano solite sposare gente che veniva da fuori e, trasferendosi altrove, lasciavano Medil agli uomini che diventavano (almeno nelle aspettative) un potenziale eden per le signore. Quando poi anche gli uomini presero a trasferirsi nel fondovalle, i terreni rimasti incolti furono riconquistati velocemente dal bosco.

Almeno fino al 29 ottobre 2018.

Le zone di Valsorda, Forno e Medil infatti furono particolarmente colpite dalle raffiche di vento di quella notte. Il giorno dopo il paesaggio circostante era – come lo è adesso per certi versi – irriconoscibile: l’elettricità non fu ripristinata per una settimana e non fu possibile scendere a Moena per quattro giorni a causa degli alberi caduti sull’unica strada percorribile. Quella stessa strada era stata asfaltata solo una decina di anni fa e oggi, dopo il passaggio di mezzi pesanti e la caduta di tronchi e sassi, è tornata ad essere piena di buche e ammaccature.

Naturalmente non è stata una situazione semplice da affrontare ma, grazie alla grande capacità di adattamento, la gente di Medil è riuscita a reagire e a darsi man forte per andare avanti. Al contrario, in tempi di Covid-19, il recente periodo di quarantena obbligatoria è stata una grande fortuna per chi viveva in questo paese che, grazie al suo isolamento naturale, poteva permettere di uscire di casa con una certa sicurezza, circondati dalla natura, e senza dover utilizzare una mascherina perché del resto creare un assembramento sarebbe stato impossibile.

E ora? Cosa riserverà questa estate a Medil? Forse la quarantena sarebbe stata meno faticosa ma certo non è facile per gli abitanti vivere in un piccolo paese dove non ci sono supermercati o bar. Forse vedremo Medil assediata dai turisti alla ricerca di natura e isolamento?

Valentina Giacomelli

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La telecabina invisibile sul Catinaccio

Una cabinovia che scompare alla vista dentro la montagna. Sembra di leggere la trama di una antica leggenda delle Dolomiti ma invece è il progetto impiantistico che la Val d’Ega, e l’area di carezza in particolare, stanno sviluppando per i propri ospiti, nonostabte le difficoltà del momento. In linea con la filosofia della mobilità sostenibile e dell’abbattimento dell’impatto ambientale, questo nuovo impianto di risalita – il primo uscito dalla matita di Werner Tscholl, già premiato come Architetto italiano dell’anno nel 2016 – mira a prolungare la seggiovia Tschein dell’hotel Moseralm, consentendo così di raggiungere a piedi le sponde del Lago di Carezza.

Sostituendo le due seggiovie Laurin II e Laurin III, la cabinovia a 10 posti “König Laurin” collegherà l’albergo Malga Frommeralm con il rifugio Fronza alle Coronelle a 2337 metri di quota per una lunghezza complessiva di 1807 metri (comrpesa una stazione intermedia nei pressi della stazione di arrivo della seggiovia Tschein) e un dislivello di 560 metri, portando i passeggeri a destinazione con una corsa panoramica di soli 6 minuti.

Cosa fa la differenza? Perchè questa telecabina ai piedi delle cime del Catinaccio è già considerata un’esperienza irrinunciabile? soprattutto per la sua stazione a monte molto particolare che potrebbe essere definita “a scomparsa”: “Vista la delicatezza dell’ambiente e la posizione esposta, l’area prevista per la realizzazione della nuova stazione in quota non si presta a inserire nel paesaggio una struttura puramente tecnica concepita secondo criteri formali tradizionali”, racconta direttamente l’architetto Werner Tscholl. “La stazione a monte, infatti, si colloca proprio davanti alle pareti del massiccio del Rosengarten Catinaccio. L’attuale complesso di strutture esistenti, con la stazione della seggiovia, il rifugio Fronza alle Coronelle e la Laurins Lounge, appare poco favorevole al godimento del panorama montano. Di qui, la necessità di priorizzare una soluzione dall’impatto visivo minimo per l’inserimento in questo ambiente”. La stazione a monte sarà quindi completamente interrata con le meccaniche dell’impianto che saranno nascoste nella montagna. Dall’esterno si vedranno solo le “finestre” di accesso dei veicoli e l’uscita del tunnel che permetterà agli sciatori di raggiungere la pista o, in estate, porterà gli escursionisti verso i sentieri. Per andare invece alla Laurins Lounge ci saranno una scala mobile e un ascensore. Davanti al rifugio sarà poi realizzata una terrazza che arriverà a inglobare la pedana dove oggi si trova la stazione di arrivo della funivia che diventerà quindi un punto panoramico. “I passaggi sotterranei richiamano la leggenda di Re Laurino, accogliendo idealmente escursionisti e sciatori nel palazzo sotterraneo che il sovrano degli gnomi possedeva fra le rocce del Catinaccio”, conclude Tscholl.

I lavori di costruzione sono cominciati a maggio. Contemporaneamente, verranno eseguiti i lavori di allungamento della seggiovia Tschein: “Con questo intervento sarà possibile smantellare lo skilift Moseralm Baby riuscendo non solo a ottimizzare il trasporto per l’attività sciistica ma proponendo anche una valida soluzione per la fruizione estiva“, conclude Florian Eisath, tra i più forti gigantisti azzurri degli ultimi anni ritiratosi di recente dall’attività agonistica e oggi amministratore delegato di Carezza Dolomites. “La visione che ci anima è quella di avere ai piedi del Catinaccio un altopiano senz’auto, da godere in tutta la sua bellezza. Partendo da Nova Levante, in futuro si potrà quindi servirsi della cabinovia e, proseguendo a piedi, in bicicletta o con gli altri impianti, raggiungere in modo ecologico il Lago di Carezza e fare ritorno. Anche da quello specchio d’acqua, inoltre, si potrà arrivare con una camminata di una ventina di minuti fino alla stazione a valle della seggiovia Tschein che, con la nuova cabinovia Re Laurino, garantirà il collegamento fino al rifugio Fronza alle Coronelle”.

Enrico Maria Corno

 

 

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Il Miracolo del Campo 60

Nello sperduto arcipelago a nord della Scozia, ancora oggi rimane inalterata la memoria del “Miracolo del Campo 60” e nè gli anni nè le difficili condizioni ambientali hanno cancellato il coraggioso lavoro dei nostri soldati tanto che, negli ultimi anni, il numero di visitatori che arrivano nella minuscola isola di Lamb Holm per visitare la “Chiesetta degli Italiani” cresce.

Facciamo però un passo indietro riavvolgendo il nastro della storia. Il 14 ottobre 1939, a poco più di un mese dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, un sommergibile tedesco riesce a penetrare nella base della Marina di Sua Maestà nelle Isole Orcadi, all’estremo nord della Gran Bretagna, e affonda l’ammiraglia Royal Oak causando la morte di 800 uomini. Winston Churchill prende la decisione di chiudere quel tratto di mare con una serie di barriere in cemento ma difetta di maestranze. Allo scopo viene inviato, in quelle fredde contrade, un contingente di italiani catturati dagli inglesi in Africa tra cui c’è Domenico Chiocchetti di Moena, uomo buono e appassionato di arte sacra. Ha imparato le tecniche pittoriche e di restauro nella bottega dello scultore Viktor Pitscheider di Ortisei prima che la chiamata alle armi lo strappasse alla sua occupazione. Il lavoro per realizzare gli sbarramenti è pesante e la nostalgia della casa lontana è tanto forte che una delegazione di quei prigionieri si presenta al comandante del campo, il maggiore Thomas Pyres Bukland, chiedendo di poter realizzare una cappella dove ritrovarsi e ricreare un legame con la famiglia attraverso la preghiera. In primis è la realizzazione della statua di San Giorgio a cavallo che uccide il drago, un’opera geniale considerando il fatto che viene prodotta con filo spinato e cemento. Le autorità inglesi capiscono che gli italiani fanno sul serio e danno l’assenso perché due capannoni militari di forma semicircolare in lamiera ondulata vengano uniti per costituire la struttura della piccola chiesetta. La facciata e gli arredi stupiscono gli inglesi allora come continuano a stupire i numerosi visitatori oggi. L’interno viene quindi affrescato da Domenico Chiocchetti in un contesto che ricorda la scena del Tenente Raffaele Montini che in Grecia dipinge la chiesetta ortodossa in tempo di guerra nel film Mediterraneo. Tra gli angeli e un cielo stellato, il fassano realizza una stupenda Madonna con Bambino che tende un ramoscello di ulivo. Si tratta di una copia rivista del famoso dipinto della Madonna dell’Ulivo, opera del pittore genovese Nicolò Barabino, tutt’ora conservata nella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena. L’immagine, donata dalla mamma di Domenico Chiocchetti al momento della partenza per la guerra, era stata conservata gelosamente dall’artista durante le difficili battaglie in Cirenaica e lo accompagna ancora nei lunghi mesi di prigionia. Completano l’arredo interno una straordinaria cancellata di ferro battuto, finestre istoriate e suppellettili. Tutto viene realizzato attingendo a materiali poveri e a ciò che rimane delle navi affondate. La facciata della chiesa si rifà allo stile gotico ed è dipinta di bianco contornato in rosso.

Quando nel 1944 il contingente italiano lascia le Orcadi, la chiesetta rimane inevitabilmente esposta all’azione demolitrice della neve e del vento salmastro ma la gente delle Orcadi si muove per salvare «the Italian Chapel”. Nel 1958 viene infatti costituito un comitato per la sua salvaguardia e due anni dopo la BBC rintraccia a Moena Domenico Chiocchetti invitandolo a tornare per restaurare i dipinti realizzati durante la sua prigionia. Lo stesso Chiocchetti tornerà anche nel 1964 con la moglie Maria per donare le 14 stazioni della Via Crucis e ancora nel 1970, con tutta la famiglia. Da allora, i rapporti tra Moena e le Orcadi si sono fatti più frequenti w in più occasioni alcuni rappresentanti della Valle di Fassa sono andati nel Nord della Scozia e, viceversa, gli scozzesi sono stati ospitati a Moena tanto che dal 1996 esiste una formale dichiarazione di amicizia tra le due comunità.

La storia dei prigionieri italiani nelle isole Orcadi è diventata anche un libro scritto dal giornalista locale Philip Paris, rivelando a una platea più vasta la vicenda condivisa per anni solamente dalle due comunità. Oggi decine e decine di migliaia di uomini e donne di tutta Europa visitano la chiesetta, la considerano un simbolo della vittoria dell’amore sull’odio, della tolleranza sul fanatismo, della pace sulla guerra come aveva creduto fin dall’inizio quel giovane artigiano di Moena. Ultimamente sono stati aggiunti alla cappella anche una piccola libreria e una serie di servizi a corollario della visita. Anche la croce in legno donata dal Comune di Moena nel 1960 è stata sostituita da una nuova offerta direttamente dalla famiglia Chiocchetti. Nel febbraio di quest’anno, prima che la pandemia da Covid-19 prendesse il sopravvento, una delegazione scozzese e una moenese, si sono date appuntamento a Latina per festeggiare i 100 anni di Dino Caprara, l’ultimo superstite del “Campo 60”.

Gilberto Bonani

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Una casa sull'albero? Oggi si può...

Per ripicca dopo un litigio con i genitori, Cosimo, ragazzino di dodici anni, si arrampicò su un albero del giardino, ripromettendosi di non tornare più a terra. Vivrà per sempre tra rami e fronde, senza mai scendere, fino a quando ormai anziano si aggrappò a una mongolfiera per sparire all’orizzonte. “Il barone rampante” del romanzo di Italo Calvino anticipava di mezzo secolo il trend di costruirsi una casa sugli alberi, in linea con le più recenti frontiere della bioedilizia e della sostenibilità e con la necessità quasi fisica di un ritorno alla natura dei nostri giorni. In Italia il tree living non è ancora diffuso quanto in alcuni paesi del Nord Europa o in Canada e generalmente è una pratica legata all’offerta di alberghi e agriturismi che possono così proporre una dependance particolare per quegli ospiti che desiderino una vacanza “al naturale”.

Va da sè che quindi si tratti di graziosi chalet open space dotati di ogni comfort la cui realizzazione comporta una serie di norme da rispettare, a partire dall’analisi della volumetria edificabile prevista dal Piano Regolatore fino alle necessarie autorizzazioni e permessi edili. Perché sarà anche sugli alberi ma è pur sempre una casa. Che, pertanto, va iscritta al catasto. Risolte le questioni burocratiche, bisogna affrontare quelle tecniche per le quali entra in gioco la figura del dendròstata, cioè lo specialista in dendrostatica, la scienza che monitora lo stato vegetativo, di salute e di resistenza della pianta. O delle piante, perché spesso una casa si appoggia su più tronchi, se non addirittura su una struttura a traliccio (in legno o in metallo) che scarica al suolo il peso dell’abitazione, facendone una sorta di palafitta su terra. Una soluzione ideale, per una questione di sicurezza e perché facilita l’installazione. In Italia, infatti, non è permesso l’ancoraggio meccanico agli alberi (cioè mediante tasselli, incastri e perforazioni): al contrario, le travi portanti vanno semplicemente appoggiate a snodi, biforcazioni o angoli naturali del fusto e legate al legno con apposite cinghie di ritenzione. La nostra normativa, infatti, salvaguarda il principio di reversibilità: se mai si dovesse smontare la casetta, l’albero deve ritrovarsi nelle condizioni originarie. E questo non sarebbe possibile con i fissaggi meccanici che, negli anni, verrebbero lentamente inglobati nelle fibre del legno fino a diventare un tutt’uno con il tronco.

Oggi finalmente anche il Trentino può proporre un’offerta turistica “sull’albero”, seguendo i casi di successo già noti in Lombardia, in Piemonte, in Umbria e in Alto Adige. Proprio in Val di Fassa, a San Giovanni, l’azienda agricola e agriturismo “Fiores” ha installato la prima casa sugli alberi della dell’intera provincia. «Lo abbiamo fatto per offrire una proposta diversa», spiega la titolare Nadia Pitto. «Del resto, la differenziazione caratterizza la nostra attività che si basa sulla coltivazione di piante officinali, quando invece le altre aziende agricole della zona sono in genere zootecniche. Abbiamo presentato il progetto, recepito le varie istanze in Commissione Tutela del Paesaggio, rispettato tutte le procedure burocratiche e, nell’arco di un anno, la casa sull’albero era pronta».

Un lavoro accurato e “fatto in casa”: non solo perché Nadia Pitto è architetto e ha personalmente disegnato la struttura ma anche perché l’impresa incaricata della costruzione è trentina. «Hanno lavorato secondo i criteri di una volta», ci racconta la titolare. «Pilastro dopo pilastro, per la struttura portante; poi le frecce interne, infine i tamponamenti». E il risultato è davvero funzionale: «Una trentina di metri quadri a disposizione di quelle coppie che desiderino una fuga dalla realtà, che vogliano rilassarsi circondate dal bosco, disturbate solo dal passaggio degli scoiattoli tra i rami».

Un soggiorno idilliaco, che assicura ogni comodità (la dotazione contempla pure una vasca idromassaggio matrimoniale), dietro la quale, però, c’è molta tecnologia. «La casetta ha un sistema di ventilazione meccanica controllata attivo 24 ore su 24. Non un ricircolo ma un vero e proprio ricambio. L’impianto è stato pensato e installato in tempi non sospetti perché migliora la certificazione energetica dell’edificio ma in questo periodo di particolare attenzione sanitaria diventa un valore aggiunto».

La sostenibilità, del resto, è connaturata nell’idea stessa di una casa tra i rami. «Cercando un contatto diretto con la natura, va da sé che il suo impatto dev’essere quanto più basso possibile», conferma Pitto. «Così abbiamo voluto sia la certificazione energetica sia quella che attesta l’utilizzo di materiali naturali, secondo i princìpi della bioedilizia. Siamo la prima struttura in Fassa e Fiemme e la quarta in tutto il Trentino ad avere anche la certificazione “Clima Hotel”. Noi siamo in Classe A e il livello energetico complessivo è “Gold”».

Aspetti molto importanti ma che sfuggono forse gli ospiti: «Quando entrano, più che considerare l’aspetto green, s’incantano davanti all’enorme vetrata che dà sul Sassolungo. È un panorama di grande effetto scenico. E la loro reazione di meraviglia e stupore, ammetto, mi dà grande soddisfazione».

Alberto Zampetti

 

 

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Dell'inquinamento luminoso e dell'effetto su flora e fauna

Qual è la esatta definizione di inquinamento luminoso? Quando può dirsi tale? Quali effetti secondari ha sulla natura, oltre al fatto di impedirci di vedere la volta stellata dopo il tramonto? Cosa andrebbe fatto per migliorare la situazione e a quali condizioni?

La definizione di “inquinamento luminoso” comunemente accettata dalla comunità scientifica è stata redatta dall’ISTIL (Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso) di Thiene, in provincia di Vicenza, che è uno dei centri più rinomati a livello mondiale per la ricerca sulla “light pollution” la quale recita: “L’inquinamento luminoso è un alterazione della quantità naturale di luce presente nell’ambiente notturno provocata dall’immissione di luce artificiale. (…) Si tratta di un vero e proprio inquinamento della luce ma anche da luce, cioè la introduzione nell’ambiente di sostanze o di fattori fisici in grado di provocare disturbi o danni all’ambiente stesso”.

L’amore per la fotografia di Diego Del Monego, uomo di Ziano impegnato per anni nell’edilizia come geometra e astrofilo per passione, lo porta a documentarne un particolare processo che interessa in maniera indiscriminata tutto il mondo ma in particolare le montagne. “Le lampade impiegate per l’illuminazione pubblica e privata degli spazi esterni non si discostano da quello che era l’antico concetto di lanterna: le fiammelle a olio medievali così come i lampioni attuali o le insegne degli alberghi irraggiano luce ovunque nello spazio, anche verso l’alto, dove fondamentalmente non serve, invece di proiettarla esclusivamente verso il suolo”. Nelle nostre valli la questione è emersa nel 2006, grazie a un concorso di idee indetto dal CIPRA (Commissione Internazionale per la protezione delle Alpi): fu premiata l’avvocatura ambientale di Innsbruck e il suo progetto Die Helle Not, che tradotto dal tedesco significa “Il bisogno luminoso”, uno studio scientifico che determina quanto l’inquinamento luminoso procuri danni non solo all’ambiente ma anche alla salute umana. Nel mondo animale causa addirittura l’interruzione della catena alimentare: gli insetti notturni, attratti da fonti luminose non schermate, abbandonano i pascoli e i boschi per volare attorno alle luci fino alla morte per sfinimento. Gli ecosistemi della montagna vedono così diminuire in maniera considerevole un intero anello della catena alimentare creando un grave problema per quello successivo. Le stesse piante e i fiori finiscono per soffrire di una minore impollinazione. Anche l’uomo, del resto, ha bisogno del buio per dormire bene e produrre melatonina, l’ormone che aiuta a mantenere il giusto equilibrio tra sonno e veglia. Per questo motivo è importante capire che è assolutamente necessario orientare l’illuminazione pubblica e privata verso il basso e distanziarla dalle facciate delle case. La legge in parte già lo prevederebbe.

Qual è allora il corpo illuminante ideale? “Prima di tutto il palo dovrebbe essere di colore nero opaco e deve esser munito di un lungo braccio che lo distanzi dalla lampada. Questa dovrebbe esser schermata verso il basso con lamelle regolabili apaci di concentrare il fascio luminoso. La luce dovrebbe essere emessa da una lampada alogena o LED con filtro UV inserita nella calotta, schermata a sua volta per garantire l’effetto full cut off, non deve cioè emettere luce sopra un piano orizzontale”. Cavalese è stato uno dei primi comuni della Val di Fiemme che ha iniziato ad attuare un programma di miglioramento dell’illuminazione pubblica con l’obiettivo che la luce venga proiettata verso il basso. Un impianto all’avanguardia è presente anche in Val di Fassa, a Canazei dove l’illuminazione pubblica è quasi perfetta da questo punto di vista. Certamente non appaiono appropriati molti lampioni posti in corrispondenza di altrettante rotatorie lungo le valli di Fassa, Fiemme e Cembra che non rappresentano una scelta opportuna e vale lo stesso discorso anche per i fari impiegati per illuminare a giorno le zone sportive. I Comuni quindi andrebbero sensibilizzati perchè si organizzino congiuntamente per rinnovare il tipo di illuminazione che a loro compete o per aggiornare quella già presente.

Anche il singolo cittadino ha la possibilità di intervenire a favore dell’ambiente. L’invito che Diego Del Monego dà ai lettori è di evitare l’illuminazione dei balconi, eliminare le lampade applicate alle facciate e spegnere i fari che le illuminano. Per lui è un affronto al buon senso mantenere accese le luminarie natalizie anche a Pasqua e a Ferragosto: “Esaltiamo dunque la bellezza del cielo stellato cominciando ad eliminare l’illuminazione superflua”, continua Del Monego. “Valorizzare il territorio preferendo un turismo consapevole e attento all’ambiente può introdurre un nuovo modo di relazionarci con la nostra terra. Dato che il mercato non offre lampade dedicate all’ambiente alpino le nostre valli potrebbero essere le prime ad organizzare un concorso d’idee internazionale per incentivare la produzione di elementi di questo tipo, dedicati specificatamente alle zone di montagna. In questo modo sarebbe possibile trasformare le valli dell’Avisio in valli delle stelle senza rinunciare alla sicurezza”.

Valentina Giacomelli

 

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