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DOROTHEA WIERER. IL MIO MOMENTO DORO!

Pubblichiamo con gioia e orgoglio l’intervista esclusiva di Maurizio Tomè con Dorothea, intervista pubblicata nel recentissimo numero dell’Avisio

Incontriamo Dorothea Wierer, atleta di punta della Nazionale italiana di biathlon, in un momento delicatissimo della sua stagione agonistica. Siamo infatti nella fase in cui bisogna stringere i denti e fare lo sforzo in più per raccogliere i frutti di un’annata sportiva massacrante, sia dal punto di vista fisico che mentale.

Gentilmente “Doro”, così la chiamano fans e amici, ci ha concesso quest’intervista in esclusiva durante i pochissimi giorni di pausa che ha trascorso tra le mura domestiche a Castello di Fiemme  prima di ripartire. Appena sbarcata dagli USA, dove aveva disputato le ultime gare di Coppa del mondo, è infatti ripartita subito dopo direzione Anterselva, per svolgere la preparazione ai Mondiali che prenderanno il via il 7 marzo a Östersund, in Svezia. A seguire mancherà solamente la tappa norvegese di Holmenkollen per chiudere definitivamente la Coppa del mondo 2018/19 che mai come quest’anno è alla portata di Dorothea.

Una stagione veramente lunga che è iniziata il 2 dicembre 2018 e che alla fine conterà oltre 30 gare di Coppa del mondo sparse per il globo. Pochi sport hanno calendari così impegnativi come il biathlon, disciplina ancora poco conosciuta al grande pubblico ma fortissimamente in espansione nel nostro paese, anche grazie a Dorothea.

Ciao Dorothea, innanzitutto come stai?

Ciao, sto bene anche se mi sto ancora riprendendo dalla trasferta nord americana tra fuso, orario voli, ecc…

Dovessi dare un voto da 1 a 10 al tuo stato psico-fisico in questo momento?

Sto abbastanza bene e anche lo stato d’animo è quello giusto per affrontare questo momento delicato della stagione.

Hai appena ceduto il pettorale giallo di leader della classifica generale alla tua compagna Lisa Vittozzi (anche se per solo 7 punti), dopo averlo tenuto per 71 giorni, praticamente tutta la stagione. Come la vivi questa situazione?

Ero preparata a questa possibilità, visto che in classifica generale siamo sempre state molto vicine. Avere il pettorale giallo ti da carica ma anche pressione, perchè ogni volta devi riconfermarti.

Da qui alla fine la situazione potrà cambiare spesso.

Gareggiare “in giallo” è stata una nuova esperienza per te. È più facile o più complesso?

Come ho detto prima se va tutto bene ti da carica, ma se sbagli qualcosa senti la pressione. Ci sono i pro e i contro, poi quello che conta veramente sarà chi indosserà il pettorale dopo l’ultima gara.

Il rapporto con Lisa com’é? Parlate mai della classifica generale? Non dev’essere semplice affrontare un tema così delicato tra colleghe che sono però anche rivali. Ci vuole tatto…

Il rapporto tra di noi è molto buono. Siamo rivali in gara, come è giusto che sia, ma siamo anche amiche fuori. Per questo motivo cerchiamo di “staccare” sull’argomento fuori dalle gare.

Forse ora che sei a casa puoi renderti conto meglio della strepitosa stagione che tu, Lisa e gli altri atleti azzurri avete fatto finora. Ad oggi sono 15 podi e 6 vittorie in 24 gare. “Tanta roba” per un movimento del biathlon così piccolo come quello italiano.

Sicuramente la mia stagione è super positiva e il movimento italiano comprensivo di atleti, skiman, allenatori ecc.., ha dimostrato di valere quanto quello delle altre super potenze del biathlon, le quali ci sovrastano come mezzi e numeri.

Quest’anno a differenza degli anni scorsi, ti abbiamo visto con due o tre marce in più sugli sci. Cosa è cambiato rispetto al passato? Qual’è il segreto, se poi ce n’è uno?

La mia condizione sugli sci è stata da subito molto buona e per fortuna al momento non ho avuto nessun intoppo di salute come invece è successo nelle passate stagioni. Quest’aspetto è stato determinante per la performance in gara.

E’ vero che soffri caratterialmente i grandi appuntamenti? Cosa fai per prepararti mentalmente alle gare?

Non faccio nulla di particolare. Si, forse sento un po’ la pressione, anche perché sono sempre stata al centro di un grande interesse mediatico e questo può essere piacevole, ma anche stressante.

A proposito di grandi appuntamenti, sono imminenti i Mondiali in Norvegia. Sei gare che ti potranno regalare medaglie e gloria ma anche punti importantissimi per la Generale.

Cosa scegli tra Mondiali o Coppa del Mondo? A cosa terresti maggiormente?

I due aspetti sono strettamente collegati. A questo punto della stagione, fare bene i Mondiali significherebbe far bene anche in Coppa del Mondo, quindi spero di essere competitiva in tutte le gare.

Molti tifosi di biathlon spesso si domanderanno cosa passa per la testa di un atleta quando lascia il poligono dopo aver fatto due o tre errori. Come si deve reagire in quel caso?

Non è facile reagire perché sai che con tanti errori stare nelle zone alte della cassifica diventa proibitivo, anche perché il livello nella parte fondo negli ultimi anni è aumentato tantissimo e basta anche un solo errore per farti retrocedere di molto.

Ho notato che sei tra le poche se non addirittura l’unica che quando arriva al traguardo, anche se sfinita, non ti lasci cadere a terra stravolta e non esterni minimamente la tua stanchezza. Sei bionica? O fa parte del tuo carattere?

è una cosa che non ho mai fatto. Mi viene naturale non buttami a terra anche se le forze ti abbandonano e arrivi all’arrivo sfinita. Credo che in tante occasioni sia un po’ un’azione di sfogo per gli atleti.

Nel mondo del biathlon ci sono premi in denaro quando si conquistano podi?

Si, certo.

Quanto guadagna un atleta di biatlon in proporzione, rispetto ad un atleta di altre tipologie sportive?

Purtroppo non molto rispetto ad altri sport più blasonati (ride).

Stai riscrivendo la storia del Biathlon in Italia e sarai per sempre un punto di riferimento per tantissime ragazze e ragazzi che si stanno approcciando a questo bellissimo sport. Ci pensi mai?

Sono felice di questo e spero che il biathlon prenda sempre più piede tra i giovani.

Sei personalmente attiva sui social? Cosa preferisci tra Facebook e Instagram?

Si sono attiva, mi piace curare  personalmente i miei canali social e forse preferisco Instagram.

Che rapporto hai con i tuoi tantissimi fans? Rispondi mai alle loro domande o esternazioni sui social?

Purtroppo non riesco a rispondere a tutti i messaggi, sono veramente tanti! Durante la stagione di gare ho veramente il tempo contato, Anzi ne approfitto per scusarmi se non riesco a ringraziare tutti.

Al momento sei sicuramente l’atleta più famosa residente in Val di Fiemme. Recentemente sei apparsa in numerose copertine di magazine e riviste. Ti vediamo nelle pubblicità sui giornali e in TV. La gente ti acclama e ti stima. Vieni mai fermata per strada per autografi e selfie?

Il biathlon un po’ alla volta ha preso piede anche per quelli che non sapevano neppure che esistesse. Sulle piste mi capita di fermarmi con i ragazzi che mi chiedono foto o autografi e mi fa piacere.

Realmente, senza mentire a te stessa e a noi, qual’è il tuo vero rapporto con questo sport che richiede tantissimo sacrificio e impegno per larga parte dell’anno: amore o odio? Oppure entrambi?

Eh, in alcuni momenti anche odio, perchè dopo tutti i sacrifici che facciamo noi atleti non sempre i risultati arrivano ed è un po’ frustrante. Ma passa tutto dopo una bella gara. Questo è lo sport!

Possiamo solo immaginare quanto sia dura una annata da “sportiva di Coppa del mondo”. Qual’è la rinuncia che ti pesa di più?

Non poter rimanere più tempo in famiglia essendo sempre lontana a causa delle gare. Insomma, non poter stare a casa come le persone “normali”, passando bei momenti con mio marito, per esempio. Ma la vita dell atleta è anche questa e fa parte del gioco.

Cosa fai per staccare da tutto e da tutti?

Sto a casa tranquilla sul divano senza vedere nessuno e questo mi aiuta a staccare e recuperare le forze.

Ti sei ambientata bene qui in Val di Fiemme, visto il poco tempo che vi trascorri? Riesci a sentirti “a casa”?

Si, mi trovo molto bene anche se per la maggior parte dell’anno sono veramente in giro per il mondo. Ma quando torno a Castello mi sento  a casa.

Com’è il rapporto con le tue sorelle Carolina e Magdalena?
Molto buono.

Parlate di Biathlon oppure no?

Con mia sorella Magdalena si, perché anche lei pratica questa disciplina.

Proprio di lei volevo parlare: sembra voglia ricalcare seriamente le tue orme. Ha l’”X factor” secondo te?

Sicuramente ha delle doti. Vedremo se riuscirà a dimostrare quello che vale.

Pensi mai alla vita da ex atleta? Ti stai costruendo un futuro lavorativo, oppure vedrai solo al momento che opportunità arriveranno?

Non faccio molti progetti, anche se ci penso spesso. Deciderò quando sarà il momento .

Ti piacerebbe lavorare in ambito televisivo?

Mah, non penso di essere molto adatta.

Dovessi scegliere un ambito tv, sarebbe più nel mondo dello spettacolo o in quello sportivo?

In quello sportivo sicuramente.

Se ti proponessero di andare all’Isola dei famosi?

Direi di no. anche se sarebbe divertente (ride).

Al “Grande fratello VIP”?

Stessa cosa!

Torniamo con i piedi per terra.

Quali sono le tre tue avversarie che più stimi?

Le mie compagne di squadra. E poi Denise Herrmann (GER) e Clare Egan (USA).

E i tre atleti anche di altri sport che prendi come esempio?

Lindsey Vonn.

Dove tieni la carabina quando sei a casa? Ci pensi mai a lei mentre non sei in periodo agonistico? Quasi come volessi non interrompere mai quel filo sottile che vi lega?

Sinceramente quando non ne sono obbligata, non ci penso. Devo staccare per forza, altrimenti non recuperi le forze mentali.

Come mai quest’anno hai deciso di colorare col tricolore la carabina?

Sono molto patriottica e amo il tricolore.

In fin dei conti il tuo sport è fatto si, di sforzo atletico, ma anche e soprattutto di sforzo mentale, concentrazione, controllo dell’ansia. Come risolvi queste problematiche?

Non adotto nessuna pratica particolare, forse l’esperienza maturata in tanti anni di gare mi permette di gestire le tensioni e il resto.

Mai praticato yoga?

Si, quest’estate al lago di Garda, e mi è piaciuto molto.

Nella delicata fase della preparazione mentale alle gare, che ruolo ha tuo marito Stefano Corradini?

Lui è un uomo di sport e quindi sa quando ho bisogno di un consiglio o di una parola di conforto o, viceversa quando è meglio non parlare di sport Il suo supporto è molto importante.

Da dove arriva la tua contagiosa risata che spesso ti vediamo fare durante le interviste?
Hahaha! è una cosa naturale ho sempre riso così.

Sei soddisfatta di ciò che hai fatto fino ad ora nella tua vita sportiva o pretendi di più?

Sono soddisfatta ma pretendo molto da me e cerco sempre di fare il massimo. Se non ci riesco, rimango delusa.

Certo, vincere la Coppa generale quest’anno sarebbe il miglior modo possibile per chiudere la tua carriera. Onestamente, pensi che la Coppa arriverà in Italia (per la prima volta, tra l’altro) oppure Roeiseland e Kuzmina fanno davvero paura?

Non voglio fare pronostici, arriverà all’atleta che avrà fatto meglio durante tutta la stagione.

Se sproni l’atleta a dare il meglio, gli metti pressione. Se non lo sproni, forse non lo carichi a sufficienza. Come vorresti si comportassero addetti ai lavori e tifosi nei tuoi confronti?

Naturalmente, amo le persone sincere.

Domanda provocatoria: Dorothea Wierer è più bellezza e charme o più bravura in quello che fa?

Molte volte i quotidiani e le riviste in genere, per la questione estetica danno più spazio alle foto che mi ritraggono che non ai risultati che ottengo. A volte può dare fastidio, ma ci sono abituata. Fa comunque piacere che diano risalto a tutti i lati della mia personalità e non a solo quello sportivo.

Grazie Dorothea. E’ stato un piacere dialogare con te e ti ringraziamo per averci concesso del tempo in questo momento. Ora pensa a ricaricare le batterie. La carabina e gli sci ti aspettano.

Maurizio Tomè

 

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Ziano, qui è “green” anche la neve

È sempre più attenta all’ambiente e alla qualità della vita Ziano di Fiemme. Il paese, apprezzato per le sue centraline idroelettriche a impatto zero, i mezzi di trasporto elettrici e i tetti fotovoltaici, ha utilizzato una turbina idroelettrica anche sull’impianto di innevamento dello snowpark in zona Belvedere. Inoltre, davanti al parco di neve lo scorso dicembre è stata inaugurata una casa-relax per le famiglie, con tanto di tetto fotovoltaico.

A questo parco di neve ecologico si accede gratuitamente. Le famiglie della Val di Fiemme e quelle dei turisti frequentano volentieri questo pendio innevato, servito da due tapis roulant. Qui i bimbi ogni inverno sfrecciano con una moltitudine di slittini di gomma di ogni forma e colore.

Si può assistere alle slittate dei figli dalla vetrata di una nuova struttura aperta a tutti. Questo edificio dal design contemporaneo è destinato, in futuro, a ospitare un bar. Intanto è un luogo accogliente e caldo, dotato di servizi igienici, dove riposare su comode poltrone, gustare un caffè o concedersi uno spuntino grazie ai distributori automatici.

“Ziano ha nel cuore il futuro – spiega il sindaco Fabio Vanzetta -, è quindi naturale per questa amministrazione pensare al benessere dei bambini attraverso servizi eco-sostenibili”.

I generatori di neve dell’eco-snowpark, infatti, sono collegati alla stessa tubazione che alimenta una turbina idroelettrica, collocata nel magazzino della nuova struttura, grazie all’energia dell’acqua in caduta dall’acquedotto in località Castellir (a quota 1.450 m.) fino al paese (a quota 1.000 m.). “La forza dell’acqua che scorre nei tubi – precisa Vanzetta – raggiunge 42 atmosfere di pressione. Sarebbe un peccato non approfittarne”.

Sei centraline idroelettriche per uno solo paese sono un numero consistente. Per questo Ziano di Fiemme è considerato un fiore all’occhiello dell’eco-sostenibilità trentina. Gli impianti, installati dal 2009 al 2014, sono particolarmente pregevoli, perché permettono di generare energia elettrica dalle tubazioni senza modificare l’ambiente naturale.

Il 14% dell’elettricità prodotta (oltre 2.800.000 kilowatt all’anno) è utilizzata per l’illuminazione stradale e degli edifici comunali. L’energia restante è venduta alla rete elettrica, portando nelle casse del comune 450-500 mila euro all’anno. Una cifra significativa che consente una cura più attenta territorio comunale.

A fare di Ziano un’eccellenza trentina dell’eco-sostenibilità anche i sei mezzi di trasporto comunali elettrici dalla moto del vigile, alle navette, apprezzate dai turisti ogni estate, fino al fuoristrada per accedere ai boschi. Non è tutto: sul tetto delle scuole è installato un impianto fotovoltaico da 50 kilowatt.

“La nostra volontà di dismettere il maggior numero possibile di caldaie a gasolio – spiega il sindaco – ci ha permesso, in pochi anni, di ridurre del 50% il consumo di combustibili fossili nel nostro paese”. Un risultato esemplare. Uno sguardo limpido e consapevole sul futuro.

Nicolò Brigadoi Calamari

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Il picchio tridattilo lo trovi solo qui

Chi di noi da piccino non ha sognato di incontrare Picchiarello, il simpatico picchio delle ghiande dei cartoni animati, nato dalla penna di Walter Lantz e Ben Hardaway per la Warner Bros. La Val di Fiemme ospita numerose specie di picchi: il picchio rosso maggiore, il picchio muratore, il picchio cenerino e il picchio nero, ma fra tutti oggi vi vorrei presentare il Picchio tridattilo, raro e particolare esemplare della famiglia picidae, che risulta estremamente localizzato e confinato ad una porzione ristrettissima delle nostre Alpi orientali, tra Il Trentino Alto Adige e la Carnia. Nei nostri territori trentini si hanno avuto segnalazioni in Val di Sole, in alta Val di Non, nel Primiero, in Val di Fassa ma soprattutto in Val di Fiemme, habitat ideale per questo affascinante uccello, protetto dalla legge provinciale per la sua rarità. In modo piuttosto localizzato, esemplari di picchio tridattilo si possono ammirare nelle foreste montane con caratteristiche boreali – che presentano somiglianze con i boschi di taiga- e rimane stanziale per diverse stagioni. Ma facciamo un piccolo paso indietro scoprendo il perché predilige le nostre montagne e temperature. Nel suo territorio, la Val di Fiemme include due aree protette di grande interesse: il parco naturale del Monte Corno che, condiviso con la vicina provincia di Bolzano, risale dalle pendici della valle dell’Adige, ed il parco naturale di Paneveggio, un’area tutelata di 19 mila ettari, caratterizzata da un’ampia zona boschiva, alla quale fanno da cornice le Pale di S.Martino, con caratteristiche geologiche, floristiche e faunistiche veramente uniche. In realtà però l’intera valle può essere definita un vero e proprio parco, grazie alla vastissima estensione di boschi che, coltivati in modo rispettoso da secoli, hanno rappresentato, specie nel passato, una fonte di sussistenza per la popolazione locale. Queste foreste, che ormai da qualche decennio si ampliano al ritmo di circa cento ettari all’anno a scapito dei prati e dei pascoli, influenzano inoltre in modo positivo la qualità dell’aria e del clima, favorito anche dall’orientamento della valle, che si allunga prevalentemente da Ovest verso Est. In questo paradiso verde spicca il piccolo il Picchio Tridattilo (Picoides tridactylus ); una specie di picchio alpino caratterizzato da una particolare conformazione delle zampe – da cui ne deriva il buffo nome – e da un piumaggio abbastanza atipico rispetto ad altre specie di Picidi nidificanti in queste aree. È qui, ad altitudini generalmente superiori ai 1.100 m, che il Picchio tridattilo costruisce il nido, scegliendo foreste poste in versanti particolarmente esposti e scoscesi, che favoriscono la formazione di valanghe e quindi, indirettamente, la presenza di alberi spezzati o morenti. Alle nostre latitudini preferisce quote superiori, in genere comprese tra i 600 e i 2mila mt., e le foreste di conifere costituiscono l’habitat d’elezione per questo uccello, che nidifica in modo particolare, con il nido scavato, (similmente a quanto avviene in altre specie di Picidi), preferibilmente in piante malate o che presentano ampie porzioni di legno morto. Ma come è possibile riconoscere questo piccolo e simpatico amico? Dal piumaggio, in quanto è scuro e punteggiato di bianco, dove si trova il classico elemento di contrasto nella macchia posta sul capo, che però, a differenza di altre specie di picidi, si presenta completamente gialla. Con i suoi 22 centimetri di lunghezza, è un picchio di piccole dimensioni, ed il maschio si distingue dalla femmina per la colorazione gialla del vertice; dove la parte superiore è nera con il dorso bianco, mentre la parte inferiore è grigia. Ha tre dita per ogni zampa, due rivolte in avanti e uno all’indietro. Si ciba in genere di insetti che ricerca anche sul suolo e spesso si può scorgere la sua presenza senza che si veda o si senta, poiché mostra una particolare caratteristica: quella di creare un anello di buchi intorno al tronco delle piante per succhiarne la linfa, e mentre lo fa difficilmente si sposterà dal suo tronco. Quindi se volete ammirare questo uccello davvero straordinario, dovete spostare il vostro sguardo in alto, verso le cime degli alberi, che ispeziona con meticolosità, partendo da terra ed arrampicandosi a spirale fino sulla sommità, con il tipico tambureggiare del becco che risuona come un “kikiki- kikiki”, accompagnando armonicamente la foresta della musica di Fiemme come un vero e proprio musicista sinfonico.

 

Federica Giobbe

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“Piacere, sono un felicitatore”

Andrea Ciresa si definisce un entusiasta di tutto ciò che è legato allo sviluppo personale, alla comunicazione e all’innovazione. Ha 35 anni ed è nato a Carano, dove torna quasi ogni weekend, dalla famiglia e dalla sua amata cagnolina Blue. La settimana la passa a Bressanone solitamente, ma a volte anche in Svezia, in Finlandia e in molte altre parti del mondo. Sì, perché Andrea lavora per un’azienda leader a livello mondiale nell’ottimizzazione dell’industria del legno, dove si occupa della gestione dei progetti nell’ambito di ricerca e sviluppo, oltre che dell’ottimizzazione delle operazioni, delle prestazioni e dei processi di lavoro. E questo, fortuna vuole, lo porta a dover viaggiare spesso, spostandosi magari più volte in un giorno. Per molti sarebbe una fatica immensa, ma Andrea prende tutto con grande entusiasmo.

Ed è proprio questo suo carattere che lo porta ad essere un’anima in continua evoluzione, la conoscenza e le esperienze, “quelle belle” come dice lui, non gli bastano mai. Dopo le lauree in Economia ed in Informatica ha continuato a studiare, per migliorarsi e per aiutare gli altri a migliorare se stessi. Andrea infatti è un formatore, un life coach, un felicitatore. “Come? Il facilitatore intendi!” gli chiedono tutti stupiti. “No, no. Il felicitatore”! “Ma è un lavoro?” Sembra quasi uno scambio di battute, ma Andrea fa davvero il felicitatore. Ed è proprio il ruolo che gli si addice. Perché è una di quelle rare persone che solo con la loro presenza o vicinanza ti contagia con il suo buon umore e la sua positività. Non smette mai di formarsi, ha girato un po’ tutta Italia per imparare tecniche nuove. Da qui nasce la sua voglia di saperne sempre di più e ha scelto di intraprendere vari percorsi di preparazione che gli permettono di essere un life coach a tutto tondo. Infatti, al suo lavoro di project manager, affianca la formazione di professionisti e di tutti gli appassionati che vogliono migliorare la propria vita. Si occupa di programmazione neurolinguistica, una tecnica nata in California negli anni Settanta, che ha come obiettivo un nuovo approccio alla comunicazione e allo sviluppo personale, un modo per cambiare la percezione di sé stessi, i propri comportamenti ed avviarsi ad una vita di successi. Nei suoi percorsi di public speaking ad esempio, insegna come esprimersi al meglio, come comunicare in maniera efficace e stimolante. Molto utile per chi lavora a contatto con la gente, ma anche per chi vuole essere incisivo nel proprio modo di interagire con gli altri. E poi il coaching e l’autostima. Tutte parole di grande effetto, ma in cosa consistono realmente? Il self coaching è una tecnica che ci permette di essere gli allenatori di noi stessi, per diventare i migliori alleati che possiamo avere, per allenare la nostra mente a concentrarsi sui pensieri positivi e sulle cose belle che la vita ci offre. Andrea dice sempre che il cosiddetto #maiunagioia, tanto usato sui social, dai giovani e meno giovani, dovrebbe essere sostituito da #solocosebelle.

Ultimamente nelle nostre Valli Andrea ha portato serate e corsi proprio su queste tematiche, spronando a guardare più quello che si ha piuttosto che quello che manca, a cambiare la nostra percezione di noi stessi, come porci degli obiettivi realizzabili. Come il suo, per esempio. Andrea, il prossimo novembre, correrà la maratona di New York. “Non sono mai stato uno sportivo, neanche da bambino. E quando ho detto di voler tentare questa impresa tutti mi hanno preso per matto. Ma non mi importa, perché con i giusti tempi, un buon personal trainer e tanta determinazione, i 500 m che riuscivo a correre a malapena, sono diventati chilometri. E quando subentrano delle difficoltà, fisiche in particolare, le accetto ma senza mai arrendermi. Perché troppo spesso partiamo dal presupposto che una cosa può andare male. E se invece va bene? E se mi diverto un mondo? E se faccio la più bella esperienza che potessi immaginare?”. Il suo modo di fare è davvero contagioso, per chi lo ascolta, per chi partecipa alle sue serate la voglia di porsi degli obiettivi per raggiungere la felicità viene spontanea. Perché un felicitatore così lo dovete proprio incontrare nella vostra vita, per darle quella svolta che aspettavate, per diventare i migliori voi stessi.

Altro pregio di Andrea è che vuole condividere qualche consiglio utile.

Andrea, spiegaci tu, chi è un felicitatore? E soprattutto come lo si diventa?

Un felicitatore è una persona che sceglie tutti i giorni di svelare la bellezza dentro e fuori di sé (la definizione di felicità di Andrea ndr) e aiuta gli altri a fare lo stesso. Per diventare felicitatore, dopo tanti anni di studio e lettura, ho voluto seguire un percorso ideato da Letizia Espanoli, assistente sociale friulana e formatrice, che mi ha permesso di avvicinarmi al progetto “#giornifelici” e “Sente-Mente” (che sta rivoluzionando il mondo socio-assistenziale italiano e sta cambiando l’approccio e la vita di tutte le persone che convivono con le demenze). Il lavoro più impegnativo, di tutti i giorni, sta nel capire come essere felici. Le neuroscienze ci insegnano che la felicità si può allenare e quindi si tratta solo di trovare il modo giusto per farlo. È un po’ come iscriversi in palestra, lo facciamo per tenerci in forma ed essere allenati. Quando decidiamo che è giunto il momento di cambiare e che finalmente è ora di volerci più bene ci affidiamo a qualcuno di più esperto che magari ci consigli, ci informiamo, leggiamo: la stessa cosa vale per la felicità.

È per questo che si parla di coaching?

Esatto, il felicitatore è una sorta di allenatore, che accompagna le persone in un percorso di crescita in direzione della “versione migliore di se stessi”. Da diversi anni mi occupo di allenamento alla felicità e ho scoperto che ci sono molte persone che quasi si vergognano di essere felici o ritengono non sia opportuno mostrarlo. Come per esempio le mamme doppio-ruolo (lavoratrici e mamme), spesso si perdono nelle mille incombenze e doveri e dimenticano di avere anche loro il diritto di essere felici.

E come si fa ad essere felici? Quali strumenti possiamo utilizzare?

Fra gli strumenti importanti che utilizzo ci sono Il coaching, la psicologia positiva, l’intelligenza emotiva, le mappe mentali e la programmazione neuro-linguistica. E’ bene però sempre partire in maniera semplice ma efficace da un cambiamento nel nostro vocabolario. Da bambini ci insegnano che dire “voglio” è da maleducati ma quando diventiamo adulti e realmente desideriamo qualcosa dobbiamo riappropriarci nuovamente del “voglio”. Come è bene cambiare nelle nostre frasi il “devo” fare qualcosa con “scelgo” e il cominciare a farci le cosiddette “domande potenti”. Non è nemmeno facile imparare a vedere il bello che ci circonda, perché siamo condizionati dai “#maiunagioia” che è diventato ormai un mantra negativo che spesso utilizziamo per lamentarci di qualsiasi cosa. Per molte persone non è facile mettersi davanti a questi interrogativi, spesso infatti siamo proprio noi ad impedirci di essere felici. È importante celebrare i successi, farsi un regalo ogni tanto, darsi metaforicamente una pacca sulla spalla quando raggiungiamo un obiettivo. E non guardare a ciò che fanno gli altri, tutti siamo diversi. Di tanto in tanto è bene chiedersi di cosa siamo soddisfatti, quali obiettivi abbiamo portato a termine, di cosa siamo orgogliosi e soprattutto mostrare gratitudine, verso noi stessi e gli altri.

 Se scelgo di essere felice, cosa è bene fare, quali sono i passi da seguire?

Gli autori di riferimento consigliano innanzitutto di porsi obiettivi stimolanti e formulati in maniera positiva, anche dal punto di vista linguistico. Un obiettivo deve essere specifico e misurabile, ambizioso sì ma non irrealizzabile, che ci faccia uscire dalla nostra zona comfort ma che non ci metta di fronte ad ostacoli insormontabili. E deve avere una scadenza. Dobbiamo darci dei tempi di realizzazione, ciò lo rende realistico e ci ricorda il nostro impegno. Va espresso in poche parole, chiare e semplici.

Non sarà così facile però. Come si affrontano i momenti di difficoltà?

Dobbiamo ricordarci che se il perché è forte, il come lo trovo. È fondamentale porsi gli obiettivi in maniera tale che possiamo renderci conto delle difficoltà, quanti ostacoli siamo disposti ad accettare lungo la nostra strada!? Va verificato a che punto siamo con la realizzazione dell’obiettivo. Chiediamoci se ci stiamo avvicinando o allontanando, se siamo in grado di proseguire e raggiungere la meta. L’unica persona che può impedirci di raggiungere i nostri obiettivi siamo noi stessi. Dobbiamo smettere di “raccontarcela”!

Cosa ci può aiutare ad essere felici, oltre a noi stessi si intende?

È importante circondarsi di persone belle e positive. Se frequentiamo solo persone che passano il loro tempo a lamentarsi, diventeremo come loro. Come sostiene Jim Rohn (autore e speaker americano) ognuno di noi, infatti, è la media delle cinque persone che frequenta maggiormente. Dobbiamo imparare ad accettare le nostre emozioni, riconoscere i momenti difficili ed imparare ad affrontarli, trovando del buono anche in essi. Ammirare e godere della bellezza che ci circonda, magari come consiglio sempre fotografando ogni giorno almeno tre cose belle che vediamo (da un fiore ad un bel tramonto). Riguardarle la sera o nei momenti no può essere di grande conforto.

Ultimo consiglio spassionato, dopo queste istruzioni?

Tutti questi strumenti non hanno nessun tipo di controindicazione quindi perché non provare!? Meritiamo di essere felici, sta a noi decidere di esserlo davvero. E di impegnarci per perseguire i nostri traguardi. Se continuiamo a lasciare i nostri sogni nel cassetto questi saranno destinati a fare la muffa, ma se invece scegliamo e vogliamo tirarli fuori, li possiamo trasformare in obiettivi e traguardi che ci renderanno persone migliori, felici e potremmo contagiare gli altri con questa felicità e realizzazione.

Questi sono solo alcuni consigli che Andrea ci ha regalato, ma per saperne di più potete contattarlo direttamente tramite il suo sito, sui canali social (su cui è molto attivo) e sempre potete tenere d’occhio le date dei corsi che periodicamente tiene in Trentino e nelle nostre Valli (il prossimo in Fiemme e Fassa sarà a fine maggio ndr). I corsi di public speaking e comunicazione efficace, il corso di autostima e self coaching “la vita che vorrei” e i corsi #giornifelici –che hanno visto la partecipazione di molti dei nostri convalligiani negli ultimi anni- sono aperti a tutti e possono essere svolti anche per gruppi, aziende ed associazioni. I corsi ed il calendario sono disponibili sul sito di Andrea all’indirizzo: www.andreaciresa.it

Sara Bonelli

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Fassa sogna le nove buche
OUTDOOR VAL DI FASSA

Cervinia, Courmayeur, Sestriere, Innsbruck, Sappada: cos’hanno in comune queste cinque località alpine, oltre ad essere naturalmente alcune fra le più famose mète del turismo invernale ed estivo? Ve lo diciamo noi: hanno tutte uno (o più) campi da golf. L’elenco sarebbe potuto essere anche molto più lungo, ci siamo limitati per ragioni di spazio.

Il golf dunque come “must” per completare un’offerta turistica già strepitosa. Ma anche di più: il golf per marcare la differenza in un mercato turistico già zeppo di offerte fantasiose e diverse. Come dite, non ci credete? Sentita questa. Qualche anno fa una nota rivista italiana di viaggi aveva chiesto ai lettori di indicare quale fosse la località turistica preferita in assoluto. Ha vinto Bormio. Possibile? Eppure – diremo noi, da buoni sciovinisti – Bormio non sembra tanto meglio di molte località nostrane, Fiemme e Fassa in primis. Bene, sapete perché si è imposta su tutte le altre? Ma certo, perché rispetto ad altre località turistiche Bormio può offrire splendidi campi da golf.

E da noi? Le nostre valli il golf non ce l’hanno. Con un’unica, orgogliosa eccezione: il Golf Club di Campitello di Fassa. Un dignitosissimo campo pratica, messo in piedi ancora nel 1995 da un manipolo di appassionati, coordinati da Diego Amplatz, titolare dell’omonimo negozio di attrezzature e abbigliamento sportivo a Canazei.

Va da sé che se vogliamo ragionare di golf in Fiemme e Fassa, due chiacchiere con Amplatz vanno fatte. Lo abbiamo perciò raggiunto a Canazei, nel suo negozio, per chiedergli di raccontarci la loro avventura e per scucirgli qualche riflessione sul futuro dell’attività golfistica in valle. Non potevamo chiedergli di meglio: gli occhi gli si accendono quando parla della sua passionaccia, il golf per l’appunto. “Ma lo sapete che nel 2022 a Roma si disputerà la Ryder Cup, che è la terza manifestazione sportiva più seguita al mondo dopo le Olimpiadi e i mondiali di calcio?” No, non lo sapevamo. “Ecco. Questo è il livello della questione oggi in Italia. Manca la mentalità, la cultura del golf”.

Riavvolgiamo per un attimo il nastro del racconto. Siamo nel ’95 e a Campitello sorge dunque il campo pratica: otto piazzole per il tiro, un “green” per la pratica. C’è anche un maestro per l’avviamento e i primi rudimenti. Gioco forza, data la localizzazione ai piedi delle Dolomiti, si apre solo nella stagione estiva. Ma il campo va, è frequentato, riscuote apprezzamenti da parte dei turisti. Nel 2000 viene aggregato alla FIG, la federazione nazionale del golf, ed è un passo importante.

Ma perché solo un campo pratica, e non un campo a nove buche, ad esempio? Spazio ce ne sarebbe, e anche molto bello, con vista su Dolomiti e Pordoi. Amplatz allarga le braccia: “Eh, volevamo fare proprio questo. Avevamo affidato all’ingegner Bani, che di professione fa proprio il progettista di campi da golf, un progetto ad hoc per le nove buche, che si sarebbe dovuto realizzare sulla sinistra orografica dell’Avisio, interamente nel territorio comunale di Campitello. La zona è quella dove sorgono anche campi da tennis e da calcio, dove atterrano i parapendii, dove c’è un maneggio di cavalli. Il nostro progetto integrava tutto perfettamente. Sarebbe potuto diventare un Centro sportivo abbastanza unico nel suo genere nelle Alpi”.

Sarebbe, al condizionale: perché il progetto è ancora nel cassetto. Chi lo ha stoppato? Non la Provincia, la quale a fronte di un progetto ben fatto e condiviso dalle comunità locali non avrebbe nessuna difficoltà a firmare il nulla osta.

“Da notare che tutti gli appezzamenti di terreno compresi nel progetto” ci spiega Amplatz “ricadono già nella destinazione urbanistica a campi da golf. E abbiamo due sindaci che si sono sempre dimostrati molto favorevoli al progetto: quello di Canazei, Silvano Parmesani, è un giovane golfista che da anni viene a fare pratica nel nostro campo. Il sindaco di Campitello, Ivo Bernard, era con noi nel ’95 quando aprimmo il campo pratica”.

E dunque? Quale è il problema? Amplatz non lo dice, ma probabilmente la ragione della stasi è da ricercarsi nei pregiudizi che il golf ancora si porta dietro e che potrebbero dividere la comunità. Una eventualità che le amministrazioni in carica, a un anno dalle elezioni comunali, forse non se la sentono di affrontare.

“Il golf non solo aiuterebbe a preservare e a valorizzare al meglio quella parte di territorio” spiega Amplatz. “Ma contribuirebbe anche a destagionalizzare il turismo, che oggi nel periodo estivo è concentrato tutto in venti, trenta giorni. E poi, diciamolo chiaramente che non può essere più considerato uno sport da ricchi”. In effetti, una buona attrezzatura completa ormai la si trova a qualche centinaio di euro al massimo, e dura una vita. E la tessera a un circolo – esclusi ovviamente i più esclusivi – nei venti campi da golf trentini mediamente si aggira fra i 300 e i 500 euro. Nulla di paragonabile alla pratica sciistica.

Tornando al campo pratica di Campitello, ci sarebbero tutti gli “ingredienti” per un’offerta di qualità, appetibile a un target molto eterogeneo, composto sia da appassionati locali che da moltissimi turisti. Amplatz guarda anche un po’ più in là e arriva a ipotizzare convenzioni con campi da golf già esistenti al di qua e al di là delle Dolomiti. Assicurerebbe di minimizzare i costi (impianti e personale potrebbero essere fatti ruotare fra più Club) e di offrire ai golfisti “pacchetti” di giocate su più campi.

Un bel sogno, che per ora si scontra con le logiche politiche. Staremo a vedere.

D.F.

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“Perdoname”, il nuovo singolo di Kenny Ray

Prosegue l’ascesa artistica di Kenny Ray, il cantante di origini brasiliane, ma cresciuto in val di Fiemme. Da Salvador de Bahia a Casalese: una “contaminazione” geografica che si riflette anche nella musica di questo giovane talentuoso, che ora ha incrociato sul suo cammino niente meno che Ludovica Pagani, una delle più famose influencer d’Italia. Ludovica da un anno ha intrapreso la carriera di Dj, riscuotendo un buon successo anche con la pubblicazione l’estate scorsa del suo primo singolo “Tiki Taka”.

Proprio durante una delle sue serate ha conosciuto Kenny Ray e Renny McLean, ovvero Davide Caliari, altro giovane italiano (23 anni) che sta imponendosi nel mondo dell’R&B nazionale. In quell’occasione Kenny e Renny hanno fatto ascoltare a Ludovica Pagani alcune delle loro produzioni, tra cui una prima versione di “Perdoname”, brano scelto dalla Pagani per iniziare la loro collaborazione.
Di li a poco, i tre si sono ritrovati in studio per lavorare e registrare assieme il singolo.

“Perdoname” rievocando sonorità tipicamente latine, è un crescendo scandito dal ritmo incalzante delle percussioni che, nella loro semplicità ridondante, scaldano l’ascoltatore e fanno muovere il bacino con arte quasi da manuale.
A rafforzare tutto questo, in chiave volutamente pop, l’abbondante ripetizione del ritornello “Girl Perdoname”.

Il testo racconta un grande classico di una storia d’amore e vede il protagonista supplicare la sua ragazza di perdonarlo per le sue malefatte.

Kenny Ray per diversi anni ha collaborato con artisti nazionali ed internazionali della scena Dance con cui ha pubblicato singoli in varie etichette discografiche. Tra queste Time Records, Sony, Saifam e Dance ‘N Love, scritturato da Gabry Ponte per 3 anni, durante i quali ha realizzato uno dei suoi singoli di maggior successo, “Sexy Swag” con Shaggy e lo stesso Ponte.

Nel 2016 Kenny Ray decide di dedicarsi alla sua carriera da solista, anche partecipando alla decima edizione di X-Factor Italia, arrivando alla fase dei Bootcamp.
Kenny Ray è un talentuoso artista che trova nella versatilità la sua cifra stilistica, sia come produttore che come songwriter. Nell’estate del 2018 ha pubblicato due singoli che, dopo varie sperimentazioni, finalmente esprimono la sua identità musicale, “Woman” e “No Fight” prodotta con il Dj pugliese Luca Tarantino. Nell’estate 2018 ha partecipato al Festival internazionale “White Nights” a San Pietroburgo dove ha cantato proprio “Woman”.

Renny McLean è un produttore, cantante e autore Italiano di Bolzano che ha iniziato a collaborare con Kenny Ray per la produzione del suo album da solista che sarà pronto nel 2019. Nel frattempo Kenny Ray ha voluto coinvolgerlo nella realizzazione di alcuni suoi brani.

Ludovica Pagani è una delle più note influencer Italiane con 1.5 milioni di followers solo su Instagram. Nel 2017 è diventata popolare per la sua partecipazione al programma TV Sport Italia. Da un anno ha intrapreso la carriera di Dj e ha pubblicato nell’estate del 2018 il suo primo singolo Tiki Taka in collaborazione con Ricky Jo.

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Da Molina il fuoco si rinnova

Il fuoco si rinnova, diventando più ecologico, più economico e addirittura più caldo. Anche un metodo tradizionale e radicato come quello del riscaldamento domestico con stufa guarda al futuro e cambia forma. Con uno sguardo attento all’ambiente, al portafoglio e al rendimento.

Perché non basta bruciare legna o pellets per avere la coscienza ecologica a posto. Basterebbe analizzare l’aria dei nostri paesi di montagna nella stagione dei camini accesi: il valore delle polveri sottili potrebbe stupire, raggiungendo addirittura quello delle città.

Blucomb, società di ricerca e sviluppo nata come spin-off dell’università di Udine, è stata fondata nel 2012 proprio con lo scopo di progettare soluzioni innovative per mitigare il cambiamento climatico e, soprattutto, promuovere un uso sostenibile delle biomasse per la produzione di energia attraverso lo sviluppo di bruciatori basati sulla micro-gassificazione del Pellet.

Blucomb ha messo a punto un bruciatore per uso domestico che produce emissioni bassissime rispetto alle camere di combustione tradizionali. Fiemme Antica, azienda di Molina di Fiemme che progetta e realizza stufe in ceramica, ha montato, prima in Trentino, uno di questi bruciatori su una stufa a olle tradizionale convertita a pellets.

Si tratta di bruciatori a micro-gassificazione che garantiscono una combustione innovativa a bassissima emissione di monossido di carbonio e particolato. In parole semplici possiamo dire che è stato fatto ordine nel processo di combustione, aumentandone la resa termica e diminuendone l’impatto ambientale. Come è stato spiegato durante la presentazione del progetto nei locali di Fiemme Antica, dopo l’accensione dall’alto, la geometria del bruciatore innesca flussi d’aria ottimali che danno avvio a un processo in due fasi che brucia la biomassa per gradi, partendo dalla scomposizione del pellet in wood-gas e carbone vegetale (fiamma gialla), che solo successivamente viene trasformato in gas e cenere attraverso la gassificazione (fiamma blu). Si ottiene così una combustione pulita di tutti i gas generati dalla biomassa.

Il padrone di casa, Nicola Zancanella, si è detto molto soddisfatto di essere diventato partner di Blucomb: “Ho potuto testare l’efficienza del loro bruciatore a microgassificazione, un particolare processo di decomposizione termochimica della biomassa che ben si adatta anche alle nostre sfufe tradizionali convertite a pellet”.

I vantaggi, come detto, sono prima di tutto ambientali. Alti livelli di monossido di carbonio indicano una combustione parziale. Il metodo brevettato ottimizza la combustione, abbattendo significativamente le emissioni inquinanti, garantendo i livelli più bassi del settore. “Si pensi che una stufa a legna di qualità può produrre dai 600 ai 2000 mg/Nm³ di CO (monossido di carbonio), mentre questo bruciatore si ferma a 30 mg/Nm³”.

Alla presentazione ha partecipato anche Andrea Ventura, amministratore delegato di Bioenergia Fiemme, che ha puntato l’attenzione sull’utilizzo di pellet a filiera locale e, soprattutto, sulla ancora scarsa consapevolezza sul tema della combustione a legna: “Purtroppo c’è ancora chi utilizza la stufa come un piccolo inceneritore. Inoltre, si presta poca attenzione al tipo di legna utilizzato, al suo grado di umidità, alla qualità dell’impianto. Dobbiamo aumentare la formazione su questo argomento, perché ne va della qualità della nostra aria”.

Brevettato e commercializzato il nuovo bruciatore, Blucomb non si ferma. La società è ora al lavoro per aggiornare le normative esistenti sul riscaldamento domestico, che devono tener conto anche dei cambiamenti climatici a livello globale. Inoltre, si punta alla creazione di una filiera che valorizzi il biochar, così da dare valore al prodotto della combustione.

Ricerca e innovazione reinventano, quindi, anche il fuoco. Ciò che non cambia è il piacere di scaldarsi davanti alla stufa. Perché il fuoco non produce solo calore, ma anche atmosfera.

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I boschi feriti: sicurezza e indennizzi

C’è chi prova ad avventurarsi in quel pezzo di bosco dove va da una vita e non si raccapezza più. Parlando con molti, in valle, il commento ricorrente è lo stesso: “Si rischia letteralmente di perdersi, di non ritrovare più i consueti punti di riferimento”. Le foreste di Fiemme e Fassa, per molti aspetti, non sono più le stesse dopo la terribile devastazione subita lo scorso 29 ottobre. In pochi minuti, quella sera, tutto è cambiato. Tanto che, appunto, anche i frequentatori più abituali di questi boschi faticano a trovare la strada giusta. Sentieri cancellati, cataste di alberi spezzati, improvvisa radure dove prima c’era una macchia fitta di vegetazione.

Non c’è solo lo spaesamento, inevitabile in chi ha osservato coi proprio occhi quello che è successo. Non c’è solo il dolore per una ferita inferta all’ambiente e di riflesso anche alla quotidianità di queste valli, una quotidianità che nel bosco e dal bosco trae molta parte del proprio sostentamento. C’è anche, e soprattutto, la voglia di mettere mano a tutto questo e ripartire alla grande.

I numeri del disastro sono impressionanti. A distanza di poco più di tre mesi il bilancio parla chiaro. Tra il 27 e il 30 ottobre le precipitazioni, ed in particolare la forte velocità del vento del 29 ottobre (con raffiche fino ad oltre i 120 chilometri all’ora e che localmente hanno raggiunto i 190 chilometri all’ora), hanno causato enormi danni alle foreste trentine. I quantitativi di pioggia complessivamente caduti in 72 ore sul Trentino sono stati decisamente eccezionali. Le cifre sono contenute, nero su bianco, nel Piano di azione predisposto dalla Provincia Autonoma di Trento per pianificare le azioni di intervento e di supporto. Se consideriamo che in Trentino cadono mediamente 1.100 mm di pioggia all’anno, la pioggia cumulata durante questo evento ha raggiunto un valore medio per tutto il territorio pari a circa 275 mm, con punte massime superiori ai 600 mm in due stazioni (Passo Cereda e Pian delle Fugazze). In ben trenta località sono caduti da 300 a 500 mm di pioggia e in altre cinquanta da 200 a 300 mm. Solo una decina di stazioni hanno misurato meno di 200 mm, con valori minimi che comunque si sono attestati sui 170 mm

I danni complessivi, in tutto il Trentino, sono stimati in circa 19.000 ettari di superficie con oltre 3.300.000 metri cubi di legname a terra. Sono numeri da capogiro.

Le questioni più immediate da affrontare – prima ancora della sistemazione dei boschi in vista della stagione turistica estiva – sono essenzialmente legate la prima alla sicurezza del territorio, per chi nei boschi ci deve andare da subito per sistemare, tagliare la legna, rimettere a posto i sentieri, liberare caseggiati e fabbricati, baite o masi.

La seconda questione riguarda la parte economica. Che tipo di rimborsi sono previsti dall’ente pubblico? A chi spettano? Sulla base di quali criteri? Intanto, su questo fronte, c’è da registrare lo stanziamento che “incasserà” la Provincia di Trento dallo Stato italiano nei prossimi 3 anni: 219 milioni di euro, destinati alla ricostruzione, a fronte di un danno complessivo stimato in 184 milioni di euro, importo che non include il costo per la rimozione degli schianti boschivi e per il rimboschimento, oltre agli interventi da realizzare in una seconda fase. Questo è quanto assicurato a Roma il 28 febbraio scorso dal primo ministro Conte al governatore Fugatti.

La sicurezza

Nel Piano di Azione provinciale sono descritte alcune prescrizioni da adottare per tutelare la sicurezza di quanti devono intervenire nei boschi danneggiati. Si può prendere visione del Piano al sito web: https://forestefauna.provincia.tn.it/

Importante notare come siano stati previsti appositi momenti di reazione per chi deve lavorare nei boschi in questi mesi. In particolare, si legge nel Piano, “il settore della formazione dell’Agenzia provinciale delle foreste demaniali, anche grazie ad un aggiornamento avvenuto il 22 novembre, a cura di colleghi istruttori svizzeri che ha consentito di valutare ed approfondire specificamente alcune modalità operative tipicamente da applicarsi in caso di schianti, è in grado di organizzare attività specifiche di informazione/formazione”.

Con lo slogan: “Non basta la motosega, serve particolare competenza”, il Servizio Foreste e Fauna della Provincia di Trento ha predisposto una campagna informativa sul taglio della legna nelle aree interessate dagli schianti. Occorre fare molta attenzione, è scritto in un opuscolo stampato dalla Provincia, perché può capitare di essere colpiti dal tronco che si fende durante il taglio o da rami che si spezzano improvvisamente. C’è poi il rischio di perdere il controllo della motosega per colpa dei colpi di frusta o di causare la caduta incontrollata di alberi, anche in direzioni non previste. Occhio alle ceppaie sradicate: possono travolgerci durante il taglio del tronco. Le ceppaie possono muoversi improvvisamente che da sole, rovesciarsi, rotolare o mettere in movimento sassi, tronchi o altro materiale. L’invito, quindi, è quello di utilizzare la massima cautela e di non essere mai soli nelle operazioni di taglio.

I rimborsi

All’inizio dello scorso mese di febbraio la giunta provinciale ha adottato una variazione al Bilancio di previsione 2019-2021 proprio per far fronte, con nuove risorse, ai danni prodotti dall’eccezionale ondata di maltempo.

Gli articoli dall’1 al 5 della variazione al Bilancio riguardano in particolare l’ampliamento della tipologia dei danni indennizzabili. In pratica, con queste norme, saranno coperti da rimborso anche gli immobili collocati in specifiche aree destinate all’insediamento, individuate dai piani regolatori e allargate di 30 metri, e in altre individuate con ordinanza del presidente della Provincia tenendo conto dei particolari elementi di pregio paesaggistico-naturalistico.

Detto in altre parole, saranno rimborsati i danni arrecati dal maltempo a quei fabbricati (case o altro) che sono nelle aree edificabili previste dai piani regolatori, e anche quelli fuori da quelle aree, fino a una fascia di 30 metri attorno. Può essere concesso il contributo anche per beni immobili collocati in area a bosco o in area a pascolo, sulla base di criteri e modalità però che saranno definite con ordinanza del Presidente della Provincia.

Le domande di indennizzo per i danni arrecati a immobili o attività produttive scadevano lo scorso 1 marzo. C’è tempo invece fino al primo di aprile per il rimborso di danni ad attività agricole, acquacoltura e consorzi.

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Cucinando fra le stelle: chef per vocazione

Matteo Delvai, 19 anni appena compiuti, di Carano.

Tenetevi bene a mente questo nome, perché nel giro di pochi anni sarà destinato a entrare nel gotha mondiale dell’alta cucina. Anzi, di fatto Matteo un piede in quel ristretto “club” di chef stellati e di celebrità lo ha già messo, e non da ieri. Un percorso che lo ha portato a metà febbraio di quest’anno, come vedremo più avanti, a essere nominato niente meno che “Miglior allievo degli Istituti alberghieri” di tutta Italia. Il migliore, il “number one” degli allievi italiani.

La sua storia insomma sembra uscita pari pari dal copione di una serie tv di successo, fra le tante basate su cuochi e fornelli come va di moda in questi anni. Con la differenza che è tutto vero – per non dire stupefacente, trattandosi di un ragazzo così giovane.

Lo incontriamo in una sala riunioni dell’istituto professionale CFP di Tione, dove il giovane frequenta il quinto anno del suo percorso formativo in gastronomia. L’anno dell’esame di maturità, che per Matteo rappresenta il trampolino di lancio verso chissà quali traguardi.

Lui, a gareggiare e tagliare traguardi prestigiosi, è già abituato. Ne parla con l’aria di chi ne ha viste di ogni, malgrado l’età. Ed è così: fin da ragazzino ha lavorato in cucine prestigiose, è stato conteso da chef stellati, ha girato mezza Europa in show-cooking che manco un cuoco professionista di lungo corso si sognerebbe mai.

Poi ti trovi davanti un ragazzo con i brufoli, gli occhiali e l’aria da simpatico “nerd” e ti chiedi se sia tutto vero. Lui sorride, perché sa che al primo impatto pochi lo prendono sul serio, e tira fuori il suo curriculum. Ora, alzi la mano chi – a neanche vent’anni – aveva già un suo curriculum vitae. Ma badate bene, non una cosa da niente, magari una lista di lavori riempita con le stagioni a tirar giù pomi e poco altro. No, una sfilza di collaborazioni, di nomi altisonanti che si rincorrono, di tour e di paesi che par quasi di leggere davvero il palinsesto di un format tv.

Allora vuoi capire se Matteo è normale, se è un ragazzo come tutti, e gli chiedi se ha una morosa, se ha degli hobby, se va in discoteca. Lui diventa tutto rosso, scrolla la testa. “Non avrei tempo. E poi il mio amore è la cucina” risponde. E lì capisci di avere a che fare con un giovane molto, ma molto speciale.

La “passionaccia” nel Dna

L’ultimo prestigioso traguardo tagliato da Matteo Delvai, come si diceva, lo ha visto aggiudicarsi alla fiera di Rimini il primo posto assoluto al campionato nazionale “Miglior Allievo degli Istituti alberghieri – Premio METRO Italia Cash and Carry 2019”. Da notare che alle finali di Rimini sono stati ammessi solo un allievo per ogni regione d’Italia. Ventuno in tutto. Matteo la finale se l’è conquistata il 6 febbraio a Riva sbaragliando un lotto di agguerriti concorrenti regionali, fra cui un’allieva del corso di Alta formazione di Tione, il prestigioso e super selettivo biennio universitario a cui lo stesso Matteo potrebbe accedere dopo la maturità. Insomma, Matteo ha proprio sorpreso tutti, lasciandosi ampiamente alle spalle anche “colleghi” più grandi e teoricamente più preparati.

Non si arriva a questi livelli improvvisando. Men che meno a un’età in cui non ti soccorre la malizia dell’esperienza accumulata negli anni. O le cose le sai fare – e la sai fare da dio – o vieni surclassato dagli altri. Ma sono anni che Matteo si prepara, studia, lavora.

A soli 14 anni – dopo il primo anno di scuola alberghiera a Tesero – già trascorre due mesi estivi al ristorante dell’Hotel Cervo, nella cucina di Guglielmo Romani, lo chef che tre anni fa si è piazzato secondo nella gara tv “Hell’s Kitchen” condotta da Carlo Cracco.

A quindici anni Matteo passa la stagione estiva all’hotel Olimpionico di Castello, e già è un aiuto cuoco che gli chef si contendono. “Stagione molto dura, quella” ricorda Matteo, con un piglio serio da “adulto”, scegliendo con cura le parole. “Però molto formativa: mi ha insegnato a lavorare in gruppo, a essere autonomo”.

L’anno della svolta – sono sempre parole sue – è il 2016, dopo il terzo anno di scuola alberghiera. Tramite il suo chef sardo di base a Tesero Silvio Piu, Matteo riceve una proposta che, per un sedicenne con la passione della cucina, è quanto di più straordinario possa capitare: essere chiamati a lavorare da Alessandro Gilmozzi, lo chef “stellato” del Molin di Cavalese, uno dei più noti “masterchef” italiani. Gilmozzi in persona lo vuole testare nella sua brigata, ed è subito amore a prima vista. “Ho trascorso un’estate bellissima con lui” racconta Matteo. “Ho potuto conoscere da vicino la cucina gourmet di altissimo livello, e questo ha cambiato l’idea stessa che avevo di cucina”.

Gilmozzi lavora da sempre con ingredienti e prodotti a chilometro zero, delle sue montagne, selezionando con estrema cura anche le erbe più umili. Matteo ha modo così di recuperare un antico amore, che fin da bambino gli era stato trasmesso dalla nonna, che a sua volta l’aveva ereditato da sua madre: la botanica.

Qui vale la pena aprire una parentesi, per rispondere a una domanda: ma da chi ha preso Matteo tutto questo? La sua risposta è rapida quanto carica di emozione: “Dai bisnonni. Avevo un bisnonno, Romano Delvai, che faceva il casaro e la bisnonna Ada appassionata di botanica. E la mamma di mia mamma, la nonna Anna Deflorian, è stata una grande cuoca, molto legata alla tradizione e alla materia prima locale. Quando sono uscito dalle scuole medie, ero indeciso se seguire le orme del bisnonno e fare il casaro o se raccogliere l’eredità della nonna e iscrivermi alla scuola alberghiera”. Come è andata, lo sappiamo. In ogni caso, una passionaccia iscritta già nel Dna di questo ragazzo.

Chiusa parentesi.

Sotto la guida di Gilmozzi

Il grande chef Gilmozzi dunque prende Matteo sotto la sua ala protettiva, e non lo molla più. L’anno dopo infatti, nel 2017 – ricordiamo che Matteo aveva solo 17 anni – Gilmozzi lo vuole con sé in tour europeo di “show-cooking”. Il termine inglese sta a indicare una specie di spettacolo appunto, in cui uno chef e i suoi aiutanti illustrano e cucinano ricette di alto livello, davanti a decine o centinaia di persone. A volte direttamente nelle piazze, nei centri storici delle città, nelle fiere o nei festival.

Al seguito di Alessandro Gilmozzi, Matteo si ritrova a Bratislava, a Monaco di Baviera, a Genova, e a Milano per “Identità golose”, il primo hub internazionale dedicato alla gastronomia, che richiama chef, appassionati e pubblico da tutto il mondo. Matteo è lì, al fianco del suo “patron” Gilmozzi, a godersi una ribalta mondiale a cui solo pochi eletti possono ambire.

Ancor oggi lo chef del Molin si occupa stabilmente della formazione del giovane. “Praticamente passo tutti i miei fine settimana nella sua cucina a imparare” conferma Matteo. Tutti i fine settimana in cui non è impegnato a vincere qualche concorso culinario, ben inteso…

Gilmozzi stravede per lui (“mi ha buttato lì, fra il serio e lo scherzoso, che quando andrà in pensione vorrebbe affidare a me la sua cucina” spiega Matteo, e dalla sua espressione si capisce che per lui sarebbe come sbarcare sulla Luna), ma non è l’unico. Anche i titolari della rinomata Antica Osteria da Cera, due stelle Michelin, a Lughetto di Campagna Lupìa sulla laguna veneziana, sono rimasti colpiti dalla bravura e dalla sorprendente professionalità di Matteo. “Mi hanno accolto fin da subito come un professionista adulto” ci conferma il giovane. “Appena visto, mi hanno detto solo: dai entra, lo chef ti aspetta. E da lì in poi sono stati tre mesi di stage intenso, a lavorare sedici ore al giorno, a confrontarmi con esigenze di qualità altissima”.

L’Antica Osteria da Cera è considerata al top in Europa per la cucina di pesce. I titolari, i tre fratelli Cera, hanno perfino una speciale App sul cellulare che consente loro di monitorare in tempo reale le navigazioni dei pescherecci veneziani da cui si riforniscono. Se vedono che un peschereccio supera le acque territoriali italiane, lo depennano dalla lista dei fornitori. Solo pesce italianissimo può essere ammesso nella cucina dell’Antica Osteria.

L’ultimo stage di Matteo è a Bolzano, l’estate scorsa, presso Stephan Zippl, un allievo del grande Norbert Niederkofler. Qui Matteo impara altre cose nuove: ad esempio, l’esistenza del “crosny”, una tuberina che cresce in Alto Adige, prodotta da Harald Gasser al maso Aspinger a Barbiano. Una sorta di “tempio” della botanica di altissima qualità. Seicento piante diverse, a quota 1600 metri. Qui vengono a rifornirsi chef famosi da tutto il mondo. Sempre da Zippl, Matteo conosce anche Thomas Kohl, produttore del succo che porta il suo nome ad Auna di Sotto. Un incontro, anche questo, fondamentale: è proprio il succo Kohl – un prodotto assolutamente particolare, al cento per cento naturale e tipicamente altoatesino – che Matteo ha usato nella ricetta con cui a Rimini è stato giudicato miglior allievo d’Italia.

Ma questo ragazzo non sta mai fermo e mette il naso anche in altre esperienze: a novembre e a febbraio scorsi, ad esempio, ha fatto anche esperienze come panificatore al panificio Tarter, macellaio nella bottega di Dagostin e pizzaiolo all’Excelsior, dove si sforna la famosa “pizza gourmet”. Insomma, uno che non si fa mancare niente.

Matteo Delvai è cresciuto con maestri così, facendosi la mano sui banconi di cucine prestigiose. Mettendo piede solo là dove pochissimi sono ammessi. E facendosi valere non solo per il suo talento, ma anche per l’umiltà e la grande voglia di imparare.

Quando ci lasciamo, c’è giusto il tempo per chiedere a Matteo cosa vuole “fare da grande”. Poteva un ragazzo così non avere le idee chiarissime? E infatti le ha. “Non penso di voler mettere in piedi un mio ristorante. Mi piacerebbe gestire la cucina di un locale già avviato e rinomato, magari su nella mia valle”. Il pensiero, manco dirlo, va al Molin di Gilmozzi, ma è un sogno che Matteo si permette di sussurrare appena.

Nell’uscire dall’istituto professionale di Tione, prima di salutarci, gli chiediamo dove mangiano gli allievi del suo corso. Lui sgrana gli occhi e sorride: “In mensa, come tutti”. Sorridiamo anche noi, al pensiero che ragazzi che smanettano in cucina tutto il giorno a studiare piatti elaboratissimi – e buonissimi – si accontentino poi di mangiare un comune cibo da mensa scolastica. “Sì, è così. Ma io lo trovo buono”. Saranno felici, quelli della Risto3, a incassare l’apprezzamento di un futuro chef da stelle Michelin…

Danilo Fenner

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