News

Un tuffo nel passato

Il punto vendita è stato aperto di recente e, a piccoli passi, i due soci sperano di riuscire ad avvicinare le attività valligiane e non alla cultura del buon caffè. La sede di vendita si trova a Panchià in via Nazionale, 11 e per chiunque sia di passaggio una sosta è d’obbligo.

È proprio qui, a Panchià che vengo accolta da Tiziano e Lino.

Lino “Tolo” già da bambino era affezionato al marchio Caffè Cavalese – “Con il torrefattore di quel periodo avevo preso l’abitudine di fare qualche giro con il furgone aziendale per scappare dal lavoro di mio papà. Con il passare degli anni la gente che si occupava della distribuzione del Caffè Cavalese ha abbandonato il lavoro. Tempo dopo, parlando con la Coop, ho chiesto in maniera scherzosa se fosse possibile comprare il marchio e poco dopo mi è stato concesso. Per molti anni la situazione è rimasta ferma, fino a quando, parlando con Tiziano, abbiamo cominciato a pensare seriamente di riprendere in mano il lavoro.”.

La scelta delle miscele è sempre fatta seguendo le indicazioni di professionisti del settore, poi Tiziano e Lino iniziano a studiare diverse miscele di caffè e la passione per questo prodotto cresce sempre di più.

Quando abbiamo iniziato a interessarci di caffè, siamo andati a una delle fiere più grandi di caffè, a Milano, con l’intenzione di comprare una torrefattrice. C’erano circa 50 stand che proponevano la vendita del macchinario e noi ci siamo fermati per caso in uno di questi. Parlando con il venditore del marchio Caffè Cavalese, ci dice di averne già sentito parlare e incuriosito chiama la ditta per informarsi. Nel giro di poco tempo abbiamo scoperto che la stessa impresa nel 1951 aveva prodotto un macchinario per il Caffè Cavalese.”.

È in questo modo che i due amici vengono messi in contatto con un’azienda di Torino che produce miscele con varietà di caffè crudo proveniente da tutto il mondo e che il cliente può scegliere il tipo di miscela che preferisce. Una volta al mese si recano a Torino, dove imparano anche a torrefare il caffè.

Tiziano è molto chiaro nell’affermare che si tratta di una procedura laboriosa – “È importante specificare che, a differenza di molte altre torrefazioni, in questo caso viene tutto cotto in maniera tradizionale e la procedura è tutt’altro che industriale. Ci vogliono 22 minuti per torrefare il caffè – da quando la macchina è calda – al contrario delle grandi industrie che ci impiegano solo 4 minuti.”.

In negozio si possono trovare due tipi di caffè: “L’oro verde”, composto per il 10% da robusta e per il 90% da arabica e la “Crema caffè”, composta per il 30% da robusta e per il 70% da arabica.

Il mio desiderio è quello di avvicinare il mio cliente al mondo del caffè, perché sono convinto del fatto che non esistano caffè che non sono buoni, il prodotto finale è solo opera del barista.”.

Mettere particolare cura nella macinatura e nel servizio generale del caffè è uno dei primi passi da fare per proporre un buon prodotto finale al consumatore finale. Il negozio Caffè Cavalese può anche essere un punto di appoggio per le attività locali, infatti Tiziano e Lino sono sempre pronti ad aiutare e risolvere ogni minimo problema. Per loro avere un contatto diretto con la gente è una parte fondamentale del lavoro.

Ad appena un mese dall’apertura, le soddisfazioni stanno già arrivando – “Il lavoro parte dalla sede di Panchià, dalla parte amministrativa a quella della vendita. Attualmente il lavoro di torrefazione viene effettuato a Torino, l’idea futura è quella di torrefare il caffè in zona. Per il momento andiamo avanti per piccoli passi e cerchiamo di coprire una parte del mercato locale, poi penseremo ad uscire dalla Valle.”.

A Panchià si può trovare anche un’ampia scelta di tisane (marchio Caffè Cavalese) dal nome Dolomithe. Quindi, da una parte troviamo elementi moderni, tra cui le pagine Facebook Caffè Cavalese e Instagram Caffecavalese; mentre dall’altra la volontà è quella di mantenere la vecchia tradizione. Il logo, infatti, è rimasto quello originale. La scritta Tel. 29  fa riferimento al numero di telefono della torrefazione dell’epoca e per mantenere questo numero simbolico le confezioni di caffè contengono 29 cialde.

Sono piccoli dettagli che richiedono un continuo impegno – “Non abbiamo mai pensato che sarebbe stato facile, però è un lavoro intrigante.”.

Ci salutiamo così, con l’invito di ritornare per un altro buon Caffè.

Valentina Giacomelli

Continue reading Un tuffo nel passato

Una avventura a portata di mano

Sono piccoli ma essenziali. Si trovano in luoghi remoti non serviti da rifugi e sono costruiti secondo una logica minimalista. Parliamo di bivacchi, minuscole costruzioni incastonate in qualche forcella o presenti alla base di lunghe ascensioni. Essi fanno parte della storia legata alla colonizzazione della montagna ma cronologicamente arrivano dopo la realizzazione dei primi rifugi.

La storia.

Se a metà Ottocento parte la costruzione di grandi edifici in pietra destinati ad accogliere i primi escursionisti, la nascita del prototipo di bivacco si fa risalire al 1925 quando Lorenzo Borelli, accademico del Cai (Club Alpino Italiano), presenta il progetto per realizzare piccole strutture in zone sperdute a servizio degli alpinisti impegnati nella salita del Monte Bianco. La costruzione è una “scatola” precostituita capace di accogliere quattro – cinque persone al massimo. Per rispondere all’esigenza di un facile trasporto e montaggio l’inventore si affida al legno e alla lamiera ondulata. Il tutto suddiviso in 20 colli da 25 chilogrammi ciascuno. Le costruzioni dalla tipica forma “a mezza botte” e, successivamente, a foggia di parallelepipedo hanno grande successo e diventano oggetto di raffinata ricerca. Giulio Apollonio brevetta il rivoluzionario sistema dei letti a cuccetta che di giorno si trasformano in tavoli da pranzo. Oggi i bivacchi sono oggetto di grande attenzione da parte degli architetti che hanno elaborato forme sempre più ardite seguendo la metafora della navicella spaziale alla conquista di territori alieni.

Funzione e utilizzo dei bivacchi

Il bivacco è una struttura incustodita sempre aperta posizionata in luoghi isolati e accessibili solo a prezzo di lunghe camminate. Di norma sono proprietà delle sezioni del Cai (Club Alpino Italiano) ma possono appartenere ad associazioni o enti turistici. Il bivacco è usato dagli alpinisti e dagli escursionisti come base d’ appoggio per itinerari (arrampicata o trekking) lunghi e impegnativi o quale ricovero di fortuna in caso di maltempo. L’arredamento è spartano: al suo interno vi si trovano brandine con coperte, qualche sgabello e tavolaccio. Nei bivacchi più grandi (casere ristrutturate o baite) è talvolta presente la stufa o un camino. L’uso del bivacco è lasciato al buon senso dei visitatori e vige un tacito decalogo a cui i “veri” montanari si affidano. Quindi lasciare in ordine e pulito l’ambiente, portare a casa eventuali rifiuti o generi alimentari già scaduti (scatolette, bustine di cibo preparato ) sostituendoli con altri. Se poi il bivacco dispone di stufa o camino è buona abitudine fare legna per rimpiazzare quella consumata. In questo caso è presente un’accetta e una sega per svolgere adeguatamente il ruolo di boscaiolo. Se siete intenzionati a provare l’esperienza di dormire una notte in bivacco è necessario attingere a piene mani al proprio spirito di adattamento. E’ facile, specie nella bella stagione, condividere lo spazio esiguo con altre persone. Non esiste prenotazione e nessuno è padrone del bivacco, anche se è arrivato prima degli altri. Ovviamente la possibilità di passare delle “notti stipati come delle sardine” non è da escludere.

Come prepararsi ad affrontare una notte in bivacco

La procedura è quella del buon escursionista che programma a tavolino la gita. Prima di tutto consultare un bollettino meteo per aggiornarsi sulle condizioni del tempo. Per la nostra regione consiglio Meteotrentino (www.meteotrentino.it) e Meteo AltoAdige (meteo.provincia.bz.it) che offrono servizi interessanti tra cui un radar capace di informare in tempo reale delle precipitazioni sul territorio e un simulatore previsionale valido nelle 24 ore. Poi consultare la cartografia e la posizione del bivacco prescelto tramite carte e guide alpinistiche. Sul sito della Sat (Società degli alpinisti tridentini) www.sat.tn.it avete la possibilità di trovare la localizzazione dei 14 bivacchi esistenti sulle montagne trentine con relativa scheda. Ora che sapete le condizioni meteo, la vostra destinazione e come raggiungerla è tempo di preparare lo zaino. La prima cosa da fare è dotarsi di una sufficiente riserva di acqua (un paio di litri a testa) perché non è assodato trovare una sorgente nelle vicinanze del bivacco. Nello zaino deve trovare posto un sacco a pelo, un pentolino e fornelletto per bere e mangiare qualcosa di caldo ( tè e minestre liofilizzate). Necessaria anche una torcia o frontalino per illuminare il bivacco quando cala la sera. Da buon escursionista non dimenticare un ricambio di vestiario asciutto chiuso in un sacco ermetico. Non auguro a nessuno di trascorrere una notte indossando indumenti umidi o addirittura bagnati. Anche in piena estate portate con voi berretto, guanti, maglione, giacca a vento e non dimenticate uno spartano primo soccorso. Gli scarponi devono essere di buona fattura e rodati. Salire a un bivacco con un paio di calzature nuove è da “pivelli”. Ora il vostro zaino è pronto ma peserà almeno otto chilogrammi, un fardello che durante le ore di cammino in salita sarà percepito molto gravoso. Aiutatevi nella progressione con un paio di bastoncini da trekking.

Conclusioni

Trascorrere una notte in bivacco è un’impresa che richiede, cervello, cuore, polmoni e muscoli allenati oltre a un investimento in attrezzatura. Dopo una lunga e faticosa salita rischiate di trovare il bivacco già affollato obbligati quindi a condividere per molte ore poco spazio con perfetti sconosciuti. Nella vostra pianificazione prevedete anche la soluzione B: la possibilità di ricorrere a un rifugio nelle vicinanze. Se siete fortunati trascorrerete una notte a tu per tu con la montagna con la possibilità di ammirare un’alba o un tramonto che non dimenticherete presto.

Una notte al bivacco Latemar – Attilio Sieff (Gruppo Latemar Lastei di Valsorda)

Costruzione magnificamente incastonata al centro del gruppo del Latemar al limite orientale del grande altipiano lunare compreso tra il rifugio Torre di Pisa e la forcella dei Campanili. Oltre alla bellezza del luogo l’escursionista, in caso di necessità può contare sul servizio offerto dal vicino rifugio. E’ un bivacco di tipo tradizionale (una piccola baita con stufa) realizzato nel 1976 a quota 2365 metri, dalla sezione Sat di Predazzo sfruttando le rovine di una antica costruzione di pastori. Nel 1979 il bivacco fu intitolato al giovane vigile del fuoco volontario Attilio Sieff di Ziano di Fiemme perito durante una esercitazione. A causa degli eventi catastrofici della tempesta Vaia l’accesso obbligato è da Pampeago (ci si arriva in auto) o tramite gli impianti a fune di Stalimen (Predazzo). Punto di partenza è il passo Feudo (2175 metri). Di qui si sale verso il rifugio Torre di Pisa percorrendo il ripido sentiero numero 516. Merita una sosta l’ampia terrazza del rifugio a quota 2676 metri con la visione della vicina torre di Pisa (pinnacolo calcareo inclinato). Si prosegue sul sentiero lasciando a sinistra la Cima Valsorda poi si imbocca il sentiero numero 516B che porta al bivacco. Il mattino successivo l’escursione può continuare camminando sul sentiero numero 516 fino alla forcella dei Campanili per poi tornare verso il rifugio Torre di Pisa. Non resta che scendere a valle per il sentiero percorso il giorno prima. Evitate di scendere nella sottostante Valsorda per due motivi: il sentiero presenta punti difficoltosi e la valle è stata sconvolta dalla tempesta Vaia.

Giberto Bonani

 

Continue reading Una avventura a portata di mano

RespirArt, 5 opere per i 10 anni di Dolomiti UNESCO

Amano la natura tanto da cercare di eguagliarne la bellezza. Amano la natura tanto da intrecciare con lei dialoghi artistici. Amano la natura così intensamente da lasciare che sia lei a decidere la durata di ciò che stanno creando. Sono gli artisti di fama internazionale e gli studenti delle Accademie d’Arte europee che ogni estate creano opere nel Parco d’arte RespirArt di Pampeago, in Val di Fiemme. Sabato 27 luglio, rivela le 5 installazioni d’arte Maria Concetta Mattei, giornalista e conduttrice del TG2 Storie, durante il RespirArt Day, la festa itinerante dell’11a Manifestazione d’arte ambientale RespirArt curata da Beatrice Calamari e Marco Nones. Il RespirArt Day 2019 è inserito nel calendario degli eventi che festeggiano i 10 anni di Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO. Il ritrovo è alle 9.00 davanti all’ufficio skipass di Pampeago. Dopo la risalita in seggiovia, la passeggiata parte alle 9.30 dal Rifugio Monte Agnello. Quindi, si scende lentamente lungo il sentiero ad anello fra le quote 2.200 m. e 2.000 m., fino al Teatro all’aperto del Latemar. Alle 12.00, nella terrazza dello Chalet Caserina, la Cantina Endrizzi di San Michele all’Adige, una delle più antiche del Trentino, invita a un “Arteritivo”, con un vino che profuma dei boschi delle Dolomiti. Il RespirArt Day è aperto a tutti ed è gratuito se si prenota alla e-mail respirartgallery@gmail.com o con un messaggio al numero 335 1001938 (entro le 18.00 del 26 luglio).La manifestazione è resa possibile grazie al sostegno di Itap Pampeago, Provincia Autonoma di Trento, Hotel Amici di RespirArt, Cantina Endrizzi, Magnifica Comunità di Fiemme, ApT Val di Fiemme, Trentino Marketing, Fondazione Dolomiti UNESCO, Impresa Edile Severino Volcan e figli di Tesero, Eugenio Del Pero, fotografo, e Dolomiti TV. Fondamentale è la collaborazione di Giuseppe Zorzi, sindaco di Panchià.

L’edizione 2019 ospita l’artista svedese Hannah Streefkerk, apprezzata dalla critica per i suoi ricami di licheni adagiati sugli alberi, e l’artista pluripremiato per le sue opere di ceramica dedicate alle api Stanisław Brach, che lavora al fianco dei suoi allievi dell’Accademia d’Arte di Varsavia Artem Dmytrenko e Filip Musiał.

Fra gli esponenti d’arte ambientale è presente il Gruppo Terrae, formato da Giuseppe Dondi, Alberto Larcher, Roberto Rossi e Fabio Seppi. Questo team di artisti trentini propone un’installazione di abeti dedicata alla rinascita delle foreste piegate dalla tempesta Vaia del 29 ottobre 2018.

L’artista di Riva del Garda Giovanni Bailoni dedica un’opera al geologo e mineralista Déodat de Dolomieu (da cui è nato il nome Dolomia), in occasione del festeggiamento dei primi dieci anni di Dolomiti UNESCO, assemblando le vecchie coperture delle baite dolomitiche.

Inoltre, realizza il sogno di creare la sua prima d’opera d’arte ambientale la studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Venezia Martina Pomari. La sua installazione invita l’uomo a guardare con gli occhi dell’albero.

INFO: respirartgallery@gmail.comwww.respirart.comwww.latemar.it – Tel. 0462 813265

 

GLI HOTEL AMICI DI RESPIRART

Ospitano gli artisti di RespirArt il Beauty & Vital Hotel Maria di Carano, il Park Hotel Azalea di Cavalese, l’Hotel Olimpionico di Castello di Fiemme, l’Hotel La Roccia di Cavalese, l’Hotel Scoiattolo di Pampeago e l’Hotel Shandranj di Stava di Tesero.

 

 

Continue reading RespirArt, 5 opere per i 10 anni di Dolomiti UNESCO

Tutto merita una seconda possibilità

Bionenergia Fiemme compie venti anni. Era il febbraio del 1999 quando le maestranze accesero la prima caldaia per il teleriscaldamento di Cavalese utilizzando gli scarti del legno. Una alternativa all’utilizzo dei combustibili fossili per aprire la porta a un mondo dove il rifiuto non è più un problema ma risorsa. L’idea di riutilizzare i cascami del legno per produrre energia ha fatto strada e ora la società ad azionariato diffuso (oltre 500 soci) è diventata un tassello importante dell’economia del futuro, etichettata con l’aggettivo “circolare”. Accanto alla produzione di calore c’è quella di energia elettrica e nel 2013 si è affiancata anche la Bioenergia Trentino per trattare l’80% del rifiuto organico del territorio trentino. Un processo virtuoso che nell’impianto di Cadino, produce biogas (immesso in rete), energia e biometano per autotrazione. Oltre alla componente gassosa c’è quella solida, costituita da fertilizzante organico utilizzato dalle aziende agricole della Val d’Adige. Insomma con il motto «tutto merita una seconda possibilità» la società fiemmese è diventata parte attiva di un processo virtuoso che vede anche la produzione di pellet (segatura compressa per stufe)   di qualità. Per festeggiare degnamente il traguardo ventennale l’azienda ha promosso una due giorni di riflessione e festa per il 19 e il 20 luglio. Il 19, alle 20.45 nella zona adiacente alla centrale Bionergia in concomitanza con il ricordo della tragedia di Stava è in programma un convegno con il patrocinio della Provincia, Comune di Cavalese e Apt di Fiemme. Il tema non poteva che essere ambiente, sostenibilità e territorio. Tra i partecipanti l’arcivescovo Lauro Tisi, Francesco Salamini (è stato presidente dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige ora parte della fondazione Edmund Mach), Annibale Salsa (sociologo ed ex presidente del Club Alpino Italiano), Ariane Benedikter “Alfiere d’Italia per il suo impegno ambientalista, Graziano Lucchi, presidente Associazione 19 Luglio Val di Stava e fondazione Stava 1985 e altri relatori come Marco dalla Rosa, Annapaola Rizzoli e l’amministratore delegato Andrea Ventura. Il giorno successivo, domenica 20 luglio dalle 16.30 presentazione dei nuovi progetti, laboratori, visite guidate, percorsi enogastronomici e di degustazione.

Gilberto Bonani

Continue reading Tutto merita una seconda possibilità

C’era una volta Lajadira

Alla fine degli anni Sessanta la patente era un miraggio. I giovani si spostavano con la mitica Vespa (per chi la possedeva) altrimenti restava la bicicletta. L’unica arma per combattere il freddo era la carta da giornale indossata sotto una giacca di lana cotta. Per ballare le alternative erano poche: feste campestri o un bar fumoso dove era alloggiato da qualche parte un jukebox. Ambienti poco adatti per «far colpo» su una ragazza. Poi arrivò da Rovereto Carmelo Azzolini e tutto cambiò. Figlio di un falegname di Lizzana Carmelo Azzolini aveva «classe» innata e sapeva leggere il cambiamento dei tempi. Così nacque la prima discoteca delle Valli di Fiemme e Fassa: la leggendaria Taverna Lajadira ai piedi dello storico albergo Dolomiti. Il successo fu immediato. Ben presto divenne un locale di riferimento, non solo per il ballo e il divertimento ma per «saper vivere». Frequentare la Taverna Lajadira richiedeva decoro nel vestire, nel comportamento e nello scegliere la qualità (e soprattutto la quantità del bere). Non erano regole imposte ma apprese dal «Signor Carmelo». Sorriso, giacca e cravatta, tono di voce mai sopra le righe Carmelo Azzolini è stato il modello per molti giovani che hanno imparato il comportamento sociale in una Moena ormai diventata Fata delle Dolomiti. Anche la musica aveva il suo stile. Agli inizi c’era l’orchestrina “Amorino e i suo pianeti” per poi passare al vinile con un vero Dj a mixare i pezzi da ballare. La Taverna Lajadira ospitò personaggi famosi degli anni Settanta, come Giorgio Gaber, Orietta Berti, Sandro Giacobbe, Gianni Rivera. Il locale era teatro di concorsi di bellezza ed eventi di richiamo, ma soprattutto era un luogo di ritrovo per i giovani. Quante storie d’amore sono nate in quel locale. La nomea della Taverna Lajadira superò l’orizzonte delle due valli. Per una serata danzante si partiva da Falcade, da Pergine, anche da Bolzano. Nonostante il successo non era un locale da snob. Ci si poteva divertire con pochi soldi in maniera genuina, senza mai esagerare. «Carmelo è stata una grande persona» -. rammenta Maurizio Boninsegna. «Noi ragazzini con pochi soldi in tasca ci sentivamo comunque dei clienti importanti». «Ho dei ricordi bellissimi della Taverna Lajadira» – scrive su Facebook Antonella Cascella – «Trascorrevamo serate bellissime. Si aspettava il sabato per poter ballare e stare in compagnia: un appuntamento fisso per tutti i giovani di Moena e non solo.!!!!Peccato non ci siano più locali così belli a Moena». «Questo era il nostro mondo – aggiunge un amico che ha vissuto quei tempi» – «La Taverna era un luogo di aggregazione, esattamente come i giardinetti, si poteva ballare ma anche parlare, il volume era ottimale, gli alcolici ponderati, le canne ancora sconosciute».

Gilberto Bonani

 

Continue reading C’era una volta Lajadira

Il maiale mette la pelliccia
cof

Ha una folta pelliccia lanosa tanto da essere stato chiamato maiale-pecora: è il maiale di razza Mangalica, ungherese e molto rara, con un’eredità di due secoli alle spalle che era quasi a rischio estinzione ma che, grazie al lavoro di tenaci allevatori, sta tornando alla ribalta.

Ci ha creduto anche Lucio Piazzi che li ha inseriti da qualche anno nella sua azienda agricola a Capriana, in località Le Caneve. «Ho iniziato ad allevarli circa due anni fa – ci racconta Lucio – perché è una razza molto resistente al freddo e può tranquillamente vivere all’aperto fino a venti gradi sotto zero»

La storia della Mangalica risale al XIX secolo quando questo tipo di maiale veniva allevato per le tavole dei nobili austroungarici. Con la caduta dell’impero lentamente ha iniziato a scomparire anche a causa della crescita dell’allevamento intensivo e della preferenza per le razze inglesi: il maiale-pecora, infatti, cresce lentamente e non può essere rinchiuso, il che lo rende assolutamente incompatibile con l’allevamento industriale. Nella sua alimentazione non ci sono antibiotici o ormoni e perciò impiega circa due anni per raggiungere il peso ideale, contro i soli cinque mesi delle razze più comuni.

«Eppure le sue carni sono eccellenti – sottolinea Lucio Piazzi – sono molto grasse e particolarmente adatte ad essere trasformate in salumi, dal prosciutto alla pancetta, dal salame al lardo ». La quantità di grasso davvero notevole (è uno dei maiali più grassi al mondo con una percentuale di carne magra del 30-35% rispetto a oltre il 50% nelle razze moderne) potrebbe far storcere il naso a chi è attento alla dieta ed alle calorie, ma recenti ricerche hanno dimostrato che le sue carni sono ricche di acidi grassi insaturi e contengono una quantità notevolmente superiore di colesterolo HDL (il cosiddetto “colesterolo buono”) il cui consumo è consigliato a chi presenta valori elevati di colesterolemia.

Diventata presidio Slow Food, questa carne così buona e gustosa è stata addirittura definita “il kobe dei suini” (il kobe è una particolare e pregiatissima qualità di carne proveniente da una rarissima razza di manzo ed è forse la carne più costosa al mondo) ed è stata introdotta nei menu dei ristoranti più rinomati di New York.

Lontani dalle tavole delle metropoli, i maiali di Lucio grufolano in mezzo ad un angolo di natura incontaminata. Il lavoro di questo imprenditore agricolo, la sua passione, la sua ricerca dimostrano che l’uomo può tornare a seguire e a rispettare i ritmi della natura tutelandone la ricchezza e la biodiversità.

Valeria De Gregorio

 

Continue reading Il maiale mette la pelliccia

Alfredo è sempre tra di noi

Mezzo secolo fa, nel 1969, se ne andava un uomo al quale il Trentino è stato sempre molto legato: Alfredo Paluselli. La figura del poeta del Cimon della Pala ha sempre comunicato un fortissimo senso di libertà e di ribellione alle consuetudini.

Egli fu un viaggiatore che parlava quattro lingue, un alpinista, un artista, un promotore turistico e un uomo intelligente dotato di creatività vulcanica. Il suo capolavoro, riconosciuto in tutto il mondo come una delle immagini più iconiche della montagna, rimane la splendida Baita Segantini. Sorge nei pressi di Passo Rolle, a 2200mt. In quel suo personale castello di legno, egli scelse di vivere in solitudine per 35 anni, a colloquio con le aquile e con le forze della natura, scrivendo, disegnando e a suo modo comunicando, senza alcuna imposizione. Anche la cronaca del Giro d’Italia 2019, durante la salita al Passo Rolle, non ha potuto non ricordare il solitario alpinista custode del Cimon della Pala.

Il 50° anniversario dalla scomparsa di un personaggio così carismatico e così amato non poteva passare in silenzio. Sono infatti molte le iniziative che durante l’anno saranno messe in atto per ricordare Paluselli. La prima, in ordine cronologico, sarà la ristampa in edizione speciale del libro a lui dedicato, quel «Vento da Nord» scritto dal nipote omonimo che uscì per la prima volta nel 2013 portando nuova luce su questa controversa figura dell’alpinismo. L’uscita della nuova edizione, patrocinata dalla Fondazione Dolomiti Unesco, è prevista per la seconda metà di giugno (già disponibile in ebook). «Il libro, grazie all’ammirazione e alla curiosità che le persone sentono verso la figura di Paluselli, nelle prime edizioni ha avuto un successo inaspettato. Per il cinquantenario ho voluto che l’opera assumesse una veste nuova, ancora più ricca» – racconta il nipote – «mi sono sentito in dovere di farlo per tutte le cose buone che mio nonno ha lasciato.»

Paluselli, oltre ad essere un’icona della montagna, potrebbe essere visto anche come simbolo della collaborazione e dell’amicizia tra le valli di Fiemme (la valle natia), Fassa (dove lavorò) e Primiero (la valle adottiva). Il 10 agosto, presso il monumento in bronzo che ricorda Alfredo Paluselli nelle vicinanze di Baita Segantini, queste sensazioni troveranno il loro apice con una grande festa. Interverranno i cori di montagna Negritella e Sass Maor (Fiemme e Primiero) e le guide alpine (sia le Aquile di San Martino che le guide della Guardia di Finanza a cui Paluselli era molto legato). Il nipote presenterà la nuova edizione del libro ricordando l’entusiasmante vita del nonno e saranno inoltre presenti molte autorità per un interessante dibattito all’ombra del Cimon della Pala. Sarà parte della giornata anche una nuova inaugurazione del busto in bronzo che nelle settimane precedenti verrà restaurato per mano dell’architetto Damiano Gross, figlio di quel Toni Gross che fu direttore della scuola d’arte di Vigo di Fassa e autore originale del bellissimo busto. Durante la giornata ci saranno anche altre importanti iniziative e partecipazioni che però verranno rivelate solo all’ultimo.

A novembre ci sarà poi la ripresa teatrale del monologo «Vento da Nord» (patrocinio Fondazione Dolomiti Unesco) del regista Mario Vanzo, interpretato da Mario Zucca e dedicato ad Alfredo Paluselli.
«Dopo il successo della stagione 2015/’16 si ripartirà martedì 19 novembre da Fiera di Primiero per una serie di appuntamenti nei teatri di tutta la regione, appuntamenti rivolti sia alle scuole che al pubblico serale» racconta il regista. «Rappresentare un personaggio ricco di sfaccettature come Paluselli in una piece teatrale è stato complicato, infatti il testo ha subìto diversi miglioramenti in un lungo processo di maturazione. La vita di Alfredo Paluselli è una storia straordinaria che parla di emigrazione, di espressione, di conquista. Ha quindi delle tematiche estremamente attuali che speriamo di riuscire presto a portare, con il necessario appoggio politico, in una tournée internazionale rivolta ai trentini nel mondo» conclude Vanzo.

L’attore e doppiatore Mario Zucca, conosciutissimo in tutta Italia fin dai tempi del Drive-In, parla così della sua esperienza come protagonista di Vento da Nord a teatro:

«Interpretare Alfredo non è stato solo un piacere, mi ha fatto vivere sensazioni che non avevo mai provato. L’amore per la montagna di Paluselli, la sua passione per le imprese ardite, la sfida alle convenzioni, la lotta per gli ideali, sono temi che dovrebbero diventare insegnamento per le future generazioni. Riprendere le recite in Trentino era, secondo me, dovuto. Uno spettacolo scritto da un trentino, diretto da un trentino che parla di un personaggio importante del trentino… se fosse caduto nell’oblio sarebbe stato un delitto da non perdonare.»

La storia di Paluselli è davvero emozionante e unica: diversi registi ne hanno ipotizzato una trasposizione cinematografica per la quale, sicuramente, non mancherebbero gli scenari.

Per tutte le informazioni e gli aggiornamenti: alfredopaluselli.com oppure facebook.com/prolocopassorolle/

 

 

Continue reading Alfredo è sempre tra di noi

Il piacere della bici, in sicurezza
.

Con l’arrivo della bella stagione, gli appassionati dei pedali – turisti o valligiani che siano – cominciano a battre le nostre strade. Insieme a loro, tornano anche le notizie degli incidenti stradali che coinvolgono i ciclisti.

 E’ una triste consuetudine che ormai ha raggiunto livelli preoccupanti. In Italia ci sono troppi incidenti stradali (56 morti ogni milione di abitanti contro i 49 della media europa e i 25 della Svezia) e soprattutto troppi incidenti che coinvolgono i ciclisti. Una vittima ogni 35 ore, 3000 negli ultimi dieci anni. In Italia va in bici con una certa costanza solo il 6% della popolazione, meno di 3 milioni di persone. E, al di là dei problemi dei ciclisti metropolitani nei centri cittadini, dalle nostre parti li abbiamo sull’asfalto del fondovalle e sui tornanti dei passi ma anche e soprattutto sugli sterrati.

Le statistiche dicono che nel nostro paese si registra una lenta ma costante diminuzione del numero totale di incidenti sulle strade mentre aumentano quelli che coinvolgono i ciclisti. Nel 2010 le vittime erano 265, dieci meno che nel 2016 (con oltre 16.000 feriti) e negli anni non sono mai state meno di 250. Il maggior numero di incidenti avviene in città ma ci sono più vittime sulle strade extraurbane dove succede spesso che i limiti di velocità non vengano rispettati. E noi, soprattutto sulle strade lungo i passi e nella fondovalle di fiemme, ne sappiamo qualcosa. La disattenzione causata dallo smartphone e l’alcool sono tra le colpe più comuni degli automobilisti. Muoiono più spesso le categorie di ciclisti più deboli, cioè i ragazzini sotto i 14 anni e gli uomini più avanti con l’età. Secondo i dati dell’Unione Europea riportati da Asaps (un’associazione che si occupa della sicurezza legata alla Polizia Stradale) gli utenti vulnerabili, cioè pedoni e conducenti sulle due ruote, costituiscono quasi la metà delle vittime e ben l’8% dei decessi totali appartengono alla categoria dei ciclisti, una sproporzione rispetto al volume totale di mezzi in circolazione.

Una questione culturale, sia per chi pedala che per chi guida.

È vero che noi in montagna non abbiamo i problemi che hanno in città dove la maggior causa di incidenti è la portiera sinistra che si apre inaspettatamente e che fa cadere il ciclista ed è vero che noi valligiani, per spostarci da un paese all’altro, usiamo sempre e solo la ciclabile lontana dal traffico però è altrettanto vero che la uno studio della UE dimostra che il 55% dei decessi per incidenti avviene fuori dai centri abitati. Le cifre del Dad (un’agenzia del mondo assicurativo che produce dati sulla mobilità) dicono che in Italia le strade più pericolose per i ciclisti sono quelle dell’Emilia Romagna, del Veneto e – purtroppo – dal Trentino Alto Adige, tre regioni dove la bicicletta è molto vissuta, sia nella vita quotidiana che a livello agonistico, e dove si pedala prevalentemente su strade extra-urbane. Spesso, per salvare una vita di un ciclista che va sull’asfalto con bici da strada, bastano il rispetto del Codice e i corretti strumenti per la sicurezza: l’Art. 182 del Codice dice chiaramente che quando i ciclisti circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su un’unica fila e non dovrebbero mai stare affiancati o in gruppo. Allo stesso modo il buon senso va usato anche da parte degli automobilisti che sulle strade provinciali non devono superare i limiti di velocità e che devono sorpassare sulla sinistra tenendosi ad una adeguata distanza laterale. Anche una attrezzatura adeguata aiuterebbe: se la gente di montagna è abituata nella maggior parte dei casi all’utilizzo del casco , va detto anche che il però obbligherebbe anche tutte le bici a circolare dotate di campanello e di luci anteriori e posteriori e che spesso escono dai negozi assolutamente sprovviste.

È risaputo che la Val di Fassa stia diventando un polo di attrazione internazionale per chi ama pedalare nella natura con la MTB: ci sono diversi tracciati di enduro (e quest’estate a fine giugno ci saranno per la prima volta la MET World Series, un evento di portata mondiale), c’è il tracciato della Hero e del Sellaronda e sono già prossime le grandi rivoluzioni e gli ampliamenti nella zona del Ciampac di cui abbiamo già anticipato i termini in una passata intervista a William Basilico.

E poi ci sono i turisti della domenica, quelli che noleggiano per la prima votla (o quasi) una MTB a pedalata asssistita, che si eccitano quando comprendono che riescono a salire su sentieri altrimenti impossibili e inaccessibili e che poi cadono o vanno a sbattere perchè non sono capaci di scendere. La notizia è che la Federazione Italiana Ciclismo si sta muovendo per organizzare una struttura che gestisca in futuro corsi di guida per i turisti, un’attività oggi demandata alle guide cicloturistiche che però non hanno mai ricevuto istruzioni su cosa dire e cosa fare in questi casi. Domani ai turisti potrà essere insegnato come stare in sella, come gestire una bici che pesa più di 20 chili e che ha i freni a disco la cui gestione è ben diversa da quelli tradizionali. Gli si insegnerà anche come gestire la batteria e come pedalare in modo efficiente e in sicurezza, sia quando le salite diventano troppo pendenti, sia soprattutto in discesa per mantenere la corretta velocità di crociera, per affrontare le curve strette come si deve, per superare rocce sporgenti, radici e terreni umidi. Del resto, sono sempre di più le località alpine italiane – a partire da Riva del Garda, paradiso della MTB per eccellenza – ad avere avuto seri problemi con i turisti che hanno dimostrato di avere capacità tecniche e fisiche inadeguate ai tracciati da loro scelti, con tanto di cause in tribunale che hanno coinvolto le istituzioni turistiche locali e gli impiantisti.

 

Continue reading Il piacere della bici, in sicurezza

Una rotonda su Masi

Sono 33 le rotonde realizzate fino a oggi nelle Valli di Fiemme e Fassa. Secondo i masadini ne manca una, sulla fondovalle. Ma il progetto sembra essere caduto nell’oblio.

Quello di Masi è un incrocio pericoloso: lo dicono i cittadini, lo ribadisce l’amministrazione comunale. Eppure nulla si muove per metterlo in sicurezza.

In località Milon, dove l’attraversamento della strada provinciale 232 è regolato da un semaforo, di incidenti ce ne sono stati tanti (l’ultimo stamattina 30 giugno 2019), anche con feriti gravi: l’Ufficio Strade della Provincia non ha comunicato i dati, ma le cronache parlano da sole.

Il semaforo sembra non bastare: per distrazione o eccessiva velocità, il rosso non sempre è rispettato. La soluzione, per molti, sarebbe una rotatoria, come quelle realizzate a pochi chilometri di distanza, prima delle tre gallerie di Castello di Fiemme e a Lago di Tesero.

Un progetto che sembrava nelle intenzioni della Provincia, ma di cui non si sa più nulla.

Roberto Dellafior è uno dei molti automobilisti che su quell’incrocio se l’è vista davvero brutta. Nel novembre del 2006 stava tornando a casa, a Masi, per pranzo. Ha atteso che il semaforo diventasse verde e ha attraversato l’incrocio: una vettura che procedeva sulla statale in direzione Predazzo non si è fermata al rosso e lo ha centrato in pieno. Per Dellafior un mese di ospedale con un forte trauma cranico: “Fortunatamente avevo un’auto grande che ha tenuto botta”, racconta. “Il problema è che su quel tratto di strada, dritto e con un’ottima visibilità, molti accelerano e superano il limite consentito dei 70 km/h, non riuscendo poi a fermarsi in tempo in caso di semaforo rosso”, sostiene Dellafior.

Elena Sighinolfi, a distanza di tre anni, rivive ancora scossa l’incidente di cui è stata protagonista: “Stavo andando a Masi da Cavalese. In auto con me c’erano i miei due figli. Una vettura proveniente da Predazzo non si è fermata al semaforo e ci ha preso in pieno: il conducente ha detto di non aver proprio visto il semaforo, forse a causa del riflesso del Sole. Botte e lesioni per tutti e tre, ma fortunatamente niente di grave: siamo stati dei miracolati. Quell’incrocio è davvero pericoloso: in tanti passano col rosso perché non vedono il semaforo o perché se ne accorgono troppo tardi, a causa della velocità sostenuta o di un sorpasso azzardato”.

Anche Giuseppina Vanzo, ex capo frazione di Masi e attuale assessora in Comune a Cavalese, è stata coinvolta in un incidente nello stesso incrocio. Era il 2012: “Stavo andando a Cavalese ed ero la prima della fila di auto ferme sul ponte. Allo scattare del verde ho attraversato la strada e, quasi senza che me ne rendessi conto, sono stata centrata da un furgone che proveniva da Predazzo: ho avuto diversi traumi e lesioni, tanto che mi ci sono voluti mesi per riprendermi”. Rimessasi dall’incidente, lei stessa si era mossa per risolvere la questione dell’attraversamento: “L’unica cosa che ho ottenuto, però, è stata la pulizia dei semafori, per una maggior visibilità”.

Le infrazioni su quel tratto di strada sembrano essere anche altre: chi proviene da Predazzo non può girare verso Masi, mentre chi proviene da Trento non può svoltare verso Cavalese. Divieti, però, non sempre rispettati, con conseguenti rischi anche per chi, invece, rispetta il codice della strada.

“Basterebbe una rotatoria, anche piccola, così da rallentare e mettere in sicurezza quell’incrocio”, ribadiscono convinti Dellafior, Sighinolfi e Vanzo.

Negli anni sono state diverse le sollecitazioni da parte dei masadini in questa direzione. Un’idea condivisa anche dall’amministrazione comunale che aveva fatto inserire la rotonda in località Milon (costo previsto circa 600.000 euro) nel Piano stralcio della mobilità della Val di Fiemme, approvato dalla Comunità Territoriale nel 2011. A distanza di oltre cinque anni, però, di quel Piano non se ne sa più nulla.

Lo stesso sindaco Silvano Welponer non conosce le reali intenzioni della Provincia: “Alle nostre richieste abbiamo sempre ricevuto risposte vaghe”, dichiara il primo cittadino di Cavalese. “Siamo solo riusciti a far aumentare la durata del semaforo verde per chi si immette sulla provinciale – spiega -, dopo diverse segnalazioni di cittadini”.

Altre soluzioni per la messa in sicurezza dell’incrocio non sembrano esserci: “I dissuasori di velocità non possono essere messi sulle strade provinciali e statali, anche per una questione di transito dei mezzi di soccorso”, spiega il sindaco.

In quel punto, inoltre, è difficile effettuare controlli, perché non ci sono piazzole in prossimità dell’incrocio. “Abbiamo chiesto – aggiunge Welponer – di mettere delle telecamere che registrino eventuali superamenti dei limiti di velocità o mancato rispetto del rosso, ma finora non si è mosso nulla”.

Se il progetto di rotatoria sembra essere chiuso in un cassetto di qualche ufficio provinciale, non è lo stesso per chi a Masi vive o si reca per lavoro o piacere. Prova ne è che sono circa 1.000 le firme raccolte in questi ultimi mesi da Mario Rizzoli e Tiziano Berlanda, che hanno scritto una petizione da sottoporre all’attenzione del Governo provinciale, richiamando il Piano della mobilità di Fiemme: “Essendo trascorsi alcuni anni, noi cittadini impegniamo la Giunta Provinciale e la Comunità Territoriale, ciascuno nel proprio ruolo, a rispettare l’impegno preso e procedere senza indugio alla progettazione e realizzazione della rotatoria sulla S.P. 232 (strada di fondovalle) presso il ponte dei Masi di Cavalese”, recita il testo.

Una rotatoria, quindi, richiesta a gran voce, e da tempo, da chi conosce quell’incrocio e lo imbocca ogni volta con un po’ di paura. Nel nome di un’unica parola: sicurezza.

Monica Gabrielli

Continue reading Una rotonda su Masi

Che estate è senza l'Avisio? Eccolo, tutto da leggere!

Fresco di pubblicazione, ecco il numero estivo de l’Avisio, come sempre ricco di notizie, curiosità, reportage ed inchieste. Che aspettate a scaricarlo dal link qui a destra? Buona estate a tutti dalla redazione de l’Avisio.

Continue reading Che estate è senza l’Avisio? Eccolo, tutto da leggere!