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Torneo di Snow Rugby allo stadio del salto di Predazzo

Fine settimana di sport e divertimento allo Stadio del salto di Predazzo. Sabato 9 e domenica 10 febbraio la struttura che ha visto tre Mondiali, innumerevoli gare di Coppa del Mondo e che è candidata per le Olimpiadi del 2026 ospiterà un evento inedito per il Trentino Alto Adige: un torneo di snow rugby a 5, la variante invernale del rugby. Sui campi allestiti per l’occasione dall’ASD Rugby Trento nella zona di atterraggio dei trampolini si sfideranno dodici squadre di appassionati rugbisti delle categorie seniores e old provenienti da 6 regioni del Nord Italia. Ogni partita sarà composta da due tempi di cinque minuti. La disciplina è caratterizzata da azioni veloci ed è molto divertente da vedere anche per gli spettatori. Sono previste dimostrazioni (con i giovani rugbisti del Trento) e prove gratuite anche per i più piccoli.

Sabato le gare si terranno dalle 10 alle 16, mentre domenica solo in mattinata, con le finali previste attorno a mezzogiorno.

“Abbiamo accolto con piacere la proposta dell’ASD Rugby Trento perché l’obiettivo della nostra Amministrazione è quello di rendere lo Stadio del Salto un luogo vivo e dinamico. Disponiamo di una struttura di qualità che ben si presta ad ospitare eventi anche diversi da quelli per i quali è stata pensata; è quindi importante sfruttarne le potenzialità aprendoci anche ad aventi innovativi come quello di questo fine settimana”, commentano gli assessori allo Sport Giovanni Aderenti e al Turismo Giuseppe Facchini.

 

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Settimana di allenamento in Val di Fassa

La Val di Fassa più che mai crocevia per i prossimi campionati mondiali di sci alpino. In attesa della rassegna juniores che verrà ospitata sulle pista Aloch e La Volata dal 18 al 27 febbraio prossimi, gli slalomisti e le slalomiste azzurre si alleneranno proprio sulle verticalità del rinnovato Skistadium di Pozza di Fassa per affinare la condizione in vista dei Campionati Mondiali Assoluti, che sono in programma nei prossimi giorni nella località svedese di Åre.

Da mercoledì 6 a sabato 9 febbraio si alleneranno sulla Aloch Chiara Costazza, Irene Curtoni, Lara Della Mea (che è in profumo di convocazione anche per i mondiali junior fassani). Da martedì 5 a giovedì 7 febbraio ci saranno anche le ragazze di coppa Europa Martina Peterlini, Sofia Pizzato, Theresa Runggaldier, Elena Dolmen, Nadia Delago, Anita Gulli, Marta Rossetti, Martina Perrochon, Roberta Midali, Carlotta Saracco, Elena Curtoni, Laura Pirovano, Karoline Pichler, Valentina Cillara Rossi, Jole Galli, Roberta Melesi, Luisa Bertani ed Elena Sandulli, che si alterneranno anche sulla pista La Volata e Cima Uomo a Passo San Pellegrino.

Settimana strategica sulla pista Aloch anche per gli azzurri delle discipline tecniche. Martedì, mercoledì e giovedì si alleneranno Stefano Gross e Giuliano Razzoli, che verranno raggiunti mercoledì da Manfred Moelgg, e giovedì anche dal gigantista Luca De Aliprandini.

La Val di Fassa conferma così il ruolo strategico per la preparazione tecnica degli atleti azzurri, a seguito del protocollo siglato nel 2006 che vede questo territorio e le sue piste centro ufficiale di allenamento FISI.

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Una "CENA AL BUIO" per comprendere la disabilità visiva

Dopo l’ottimo riscontro avuto nell’aprile dello scorso anno, a grande richiesta lo Spazio Giovani L’IDEA propone e organizza nuovamente una trasferta a Trento presso la sede della Cooperativa sociale IRIFOR (in Via della Malvasia) per una “Cena al buio”. L’appuntamento questa volta è per la serata di venerdì 22 febbraio, con partenza dalla Val di Fiemme alle ore 18.00 e rientro a mezzanotte.

Da alcuni anni infatti il Centro Giovani L’IDEA della Cooperativa sociale Progetto92 è impegnato anche sul fronte della sensibilizzazione verso la disabilità visiva. La cena al buio è un’esperienza molto particolare poiché i partecipanti siedono in una sala da pranzo nella totale oscurità e quindi non vedono alcunché, proprio allo scopo di simulare e quindi comprendere le reali condizioni in cui vivono le persone non vedenti. Il menù, a sorpresa, viene servito ai tavoli da camerieri ciechi o ipovedenti collaboratori della stessa Cooperativa sociale IRIFOR del Trentino onlus.

Coloro i quali hanno partecipato alla “Cena al buio” precedente (oppure al “Bar al buio” svoltosi nell’agosto 2017 a Predazzo) sono rimasti molto colpiti dall’esperienza e di conseguenza la consigliano a tutti. L’iniziativa de L’IDEA si rivolge in particolare ai giovani ed adolescenti della Val di Fiemme (età minima 15 anni).

Per ulteriori informazioni e iscrizioni è possibile rivolgersi all’IDEA Spazio Giovani contattando il numero 320.5652121 (Marco), scrivendo una e-mail a idea@progetto92.net o direttamente presso le sedi di Cavalese, Tesero e Predazzo. La quota di partecipazione di Euro 35,00 a persona comprende la cena e il trasporto Val di Fiemme – Trento andata e ritorno.

Termine iscrizioni: entro e non oltre venerdì 15 febbraio, previo versamento della quota prevista. Siccome il numero di posti disponibili è limitato (max 25 persone), si consiglia vivamente di prenotarsi in tempo utile!

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È una fiammazza vera, infatti abita a Castello di Fiemme già da tempo, ma la sua professione la porta a girare il mondo per quasi tutto l’anno. Stiamo parlando di Dorothea Wierer campionessa e atleta di punta del movimento del biathlon italiano che mai come in questi giorni sta vivendo una popolarità pazzesca grazie alle sue recenti prestazioni sulle piste e al poligono.

La bella “Doro” è infatti leader della classifica di Coppa del Mondo da oltre 50 giorni e spera di rimanerci fino a marzo, quando verrà decretata la vincitrice della coppa di cristallo più grande. Nessun italiano ci è mai riuscito nella storia di questo appassionante e coinvolgente sport che sta prendendo sempre più piede in Italia anche e soprattutto grazie a lei.

L’Avisio blog l’ha seguita nell’unica tappa italiana della coppa del mondo di biathlon, quella di Anterselva, paese che ha visto nascere e crescere la grande campionessa.

Come sempre tantissimo pubblico a vedere i propri beniamini cimentarsi sugli sci e al poligono e per la prima volta nella sua carriera Dorothea ha vinto qui ad Anterselva nell’Inseguimento disputatosi ieri, dopo essere arrivata ottava giovedì scorso nella Sprint.

Oggi è in programma l’ultima gara (la mass start) che potrebbe riservare altre piacevoli sorprese.

Vi proponiamo qui di seguito alcune foto dell’emozionante giornata di ieri.

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Perchè dopo la pioggia...

“…torna sempre il sole. È il momento di rifare i conti: se un primo studio dei ricercatori del reparto Assestamento forestale e Selvicoltura presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali – Produzione, Territorio e Agroenergia dell’Università Statale di Milano affermava che i metri cubi di legname abbattuti dalla tempesta Vaia fossero 6-8 milioni, più recentemente il Quirinale ha parlato di 8-10 milioni, in occasione della consegna di due alberi di Natale offerti alla Presidenza della Repubblica dal Pefc (Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di Certificazione Forestale) e da Federforeste.

Vaia è stato sicuramente il più importante disastro “da vento” avvenuto in Italia. Da quel giorno, le valli dell’Avisio sono state monitorate anche per la salvaguardia di animali feriti o deceduti e siamo in attesa della raccolta di riscontri oggettivi da parte della Provincia di Trento sulla fauna selvatica, anche se – come abbiamo già detto nello scorso numero – non paiono esserci riscontri macroscopici. Per capire meglio questo fenomeno, lo zoologo Andrea Mustoni, responsabile del Settore Ricerca Scientifica ed Educazione Ambientale del Parco Naturale Adamello Brenta, ha provato a farci capire come gli animali selvatici affrontino eventi naturali disastrosi come quello che ha colpito i nostri boschi e le tempeste di vento in generale: “Eventi naturali come quelli che abbiamo vissuto – ha raccontato Andrea Mustoni – probabilmente colpiscono di più l’uomo. Gli animali selvatici generalmente in questi casi si riparano in alcuni angoli del bosco, dove attendono il passaggio della tempesta. La fauna selvatica, in particolar modo i vertebrati che vivono nelle nostre foreste, è abituata a spostarsi, percependo meglio di noi le zone che possono essere a rischio e quelle che possono essere considerate un rifugio dove sentirsi protetti. La fauna conosce meglio dell’uomo il bosco e la montagna e quindi, presumo, che non abbia subito, grandi conseguenze, anche se dovranno essere i controlli e i monitoraggi a confermarlo. Naturalmente anche agli animali selvatici può capitare di commettere errori”.

Evidentemente, gli animali selvatici muoiono più per neve e freddo che per tempeste di vento; soprattutto per gli ungulati come cervi, caprioli e camosci, le grandi nevicate costituiscono uno dei maggiori fattori di rischio a causa della mancanza di cibo e delle temperature basse. Il fattore umano – la presenza di strade forestali e piste da sci o il taglio dei boschi – può incidere sulla loro sopravvivenza alle valanghe “anche se le neve in generale non è da considerarsi esclusivamente un fattore negativo”, aggiunge il Prof. Mustoni. “Al contrario, può perfino essere intesa come “amica” degli ungulati. Le grandi nevicate costituiscono infatti per questi animali il fattore di maggiore selezione naturale durante il periodo invernale: di fatto, contribuiscono ad isolare gli esemplari deboli, lasciando in vita quelli più forti. È una legge naturale che può colpire la nostra sensibilità ma è quella che permette la sopravvivenza di queste specie”. Se per gli ungulati il passaggio della Tempesta Vaia può non essere stato un dramma, non si può dire lo stesso dei pesci di lago e di fiume dell’Avisio e dei suoi affluenti che, grazie all’esondazione e allo straripamento degli alvei con cedimenti importanti del terreno e degli argini, sono scomparsi dal loro ambiente. Dopo l’innalzamento repentino del fiume per effetto dell’accumulo di pioggia, il medesimo si è ritirato lasciando migliaia di salmerini, trote e diverse specie di pesci autoctoni senza ossigeno e acqua. E sono proprio e associazioni di pescatori di zona ad aver denunciato il ritrovamento di trote morte lungo il fiume, segnale che dimostra quanto ci sia ancora da fare per gestire la situazione dopo la tempesta perfetta del 29 ottobre. L’habitat fluviale del fiume Avisio infatti è molto vario ed è caratterizzato dal divagare dell’acqua fra le profonde buche che si formano a contatto con i promontori rocciosi, le rapide e le piane più lente, dove la trota marmorata regna sovrana insieme ad altre specie complementari come il barbo comune, il barbo canino, il cavedano e la trota fario”.

Federica Giobbe

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Chi esporta la Val di Fassa a Parigi?

Essere se stessi richiede coraggio e nessuno più di Samuel e Francesca, titolari del ristorante trentino “Ciasa Mia” nella capitale francese, sa quanto possa essere difficile la sfida di proporre al mondo intero la propria identità e le proprie radici.

Ci vuole coraggio per portare un angolo della Val di Fassa nel Quartiere Latino della capitale francese. Non un posto qualunque. Tuttavia, malgrado gli ostacoli iniziali, la forza della tradizione ha avuto la meglio su diffidenza e pregiudizi d’oltralpe.

Un ristorante in centro: un percorso graduale

L’avventura di Francesca e Samuel, oggi rispettivamente responsabile di sala e chef del Ciasa Mia, comincia nel 2006 quando la coppia decide di trasferirsi a Parigi per provare un’esperienza nella ristorazione. Quattro anni di servizio come lavoratori dipendenti fino a quando arriva il momento di imbarcarsi nell’avventura ben più complessa di aprire un ristorante in prima persona, con il proprio menu e le proprie peculiarità. Così, nel maggio del 2009 è nato il Ciasa Mia. Da lì all’idea di proporre solo ed esclusivamente piatti della cucina regionale trentina, però, il passo è lungo. È Francesca a spiegare: “Inizialmente, siamo andati per gradi. Abbiamo sempre coltivato la passione per le nostre origini e non possiamo negare che fin dall’inizio ci sia stato l’obiettivo di proporre anche e soprattutto i piatti tipici della nostra tradizione. Al principio abbiamo scelto di essere cauti e di non proporci con un menu troppo audace: il nostro ristorante, pur trovandosi nel centro della capitale francese, è collocato in una via piuttosto nascosta e non di passaggio, per questo al momento dell’apertura abbiamo deciso di attrarre i nostri clienti con i piatti forti della tradizione mediterranea, come ad esempio i primi classici come la carbonara e l’amatriciana e solo con il tempo abbiamo fatto un grande salto verso una cucina interamente regionale. Insomma, siamo trentini, ci chiamiamo Ciasa Mia, la nostra identità è molto forte, perché non proporci per quello che siamo? E una volta raccolto il coraggio, abbiamo scoperto che le nostri radici sono proprio la carta vincente”. Anche la location, peraltro, contribuisce a catapultare gli avventori in uno scenario dolomitico, grazie alle travi a vista ed allo spazio raccolto che danno l’impressione di trovarsi in un accogliente chalet di legno. Una ragione in più per proporre un menu fortemente identitario e assolutamente originale per i francesi.

Le critiche sono tutte Made in Italy

Chi compone la clientela del ristorante Ciasa Mia? Ma soprattutto, chi apprezza maggiormente questo genere culinario? “Il 70% dei nostri clienti sono francesi, parigini e non, e sono sicuramente coloro che apprezzano di più il nostro menu” specifica subito Francesca. “Vanno pazzi per i piatti a base di selvaggina, come il filetto di capriolo al ginepro. Oppure gli spatzle con speck e finferli. Parliamo di intenditori, esperti conoscitori di vini, ma soprattutto di innamorati dell’Italia, capaci di apprezzare l’identità di ogni singola regione. Spesso sono estimatori della nostra cucina perché l’hanno provata in prima persona proprio sulle Dolomiti dove si sono recati in vacanza e amano l’idea di ritrovare questi sapori anche nel centro della capitale francese”. Chiaramente, parliamo di un ristorante che, data la sua collocazione, accoglie anche moltissimi turisti e, tra quelli che rimangono più soddisfatti dalla cucina trentina, si contano gli avventori nordici, soprattutto svedesi e norvegesi che amano specialmente le affumicature che ricordano alcuni dei sapori presenti in molte ricette scandinave. E gli italiani? “Con gli avventori italiani abbiamo un rapporto di amore e odio. Le opzioni sono due: o rimangono incantati dalla nostra cucina oppure si lasciano andare ad aspre critiche e non esistono vie di mezzo. Tutto ciò è al contempo triste e curioso. Tuttavia, in generale possiamo dire che i turisti italiani si complimentano spesso con noi per via della nostra originalità: possiamo vantare di essere gli unici in tutta Parigi con un menu di specialità regionali trentine e questa proposta meno commerciale viene molto apprezzata dai nostri conterranei. A criticarci sono soprattutto gli italiani che risiedono stabilmente a Parigi che sentono nostalgia dei sapori di casa: quando entrano dalla porta, trovano che il ristorante non sia rappresentativo della cucina italiana”.

Piatti parigini ma nati sulle Dolomiti

Il menu del ristorante Ciasa Mia è decisamente differenziato, anche perché tende a cambiare a seconda delle stagioni. Periodicamente, Samuel e Francesca inseriscono nella loro carta piatti nuovi in funzione dei prodotti più freschi. La maggior parte delle materie prime proviene direttamente dalle Dolomiti. Tra i prodotti tipici si contano il caffé di Anterivo e i formaggi provenienti da un affinatore del Sudtirolo. Talvolta, anche alcune spezie, come ginepro e cumino vengono acquistati nella nostra provincia. Persino il fieno che viene utilizzato d per le affumicature viene spedito direttamente dall’Alto Adige.

Quante volte l’anno riuscite a tornare a casa? “Abbiamo occasione di tornare solo un paio di volte l’anno, abbastanza però per tenere vivoi il ricordo delle ricette e l’attenzione sui sapori delle nostre valli che poi ci è utile riproporre nel menu del nostro ristorante”.

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Omar De Felice, dal Trentino all'Alaska

Omar De Felice è un ragazzino romano con la passione della biciciletta. Rimane folgorato dalle imprese di Marco Pantani a Pampeago viste in tv e comincia a pedalare nelle categorie giovanili, cercando di imitare il suo idolo. Vince, vince molto ma abbandona le corse per studiare, le riprende all’età in cui molti ormai lasciano da parte i sogni di gloria, arriva fino alle soglie del professionismo per poi chiudere definitivamente a causa della sfortuna che si manifesta con una serie di infortuni e problemi di salute che lo tengono lontano dall’asfalto.

La passione, però, non muore mai. E, lavorando e allenandosi nei fine settimana, si dà all’ultraciclismo, quella specialità in cui le gare vanno dai 500 km in su, con o senza auto di supporto, su strada aperte al traffico, giorno e notte senza mai smettere di pedalare. La gara “regina” dell’ultracycling è la RAAM (Race Across America), una prova massacrante di quasi 5000 km che si snoda lungo il percorso “coast to coast”.

7.958 km

Questa è la distanza – metro più, metro meno – che c’è tra Trento e Anchorage, la capitale dello Stato dell’Alaska, il più settentrionale degli Stati Uniti, un enclave in territorio canadese che d’inverno i ghiacci avvicinano alla Siberia. Questi 7958 km, Omar De Felice non li fa in bicicletta, ovviamente, ma in aereo (peraltro l’atleta è ambassador di Air Canada) per arrivare al nastro di partenza della sfida più grande della sua vita – attraversare da nord a sud l’Alaska, 1500 km da percorrere e oltre 24000 metri di dislivello positivo da superare, pedalando alle temperature che ben potete immaginare.

“Ho cominciato questo genere di gare nel 2012 e già l’anno seguente sono andato a correre in Islanda, 1200 km in bicicletta nel pieno inverno artico, suddivise in quattro tappe”, ci racconta Omar De Felice. “L’ultracycling è qualcosa che va oltre la sfida con il proprio avversario. È, prima di tutto, una sfida contro sè stessi, la ricerca e il superamento dei propri limiti fisici e mentali. L’aspetto agonistico non è meno importante: classificarsi all’interno della top ten in una gara di ultracycling è sempre un risultato che dà valore alla propria prestazione”.

Il freddo e le salite sono sempre stati compagni di strada che Omar de Felice ha amato. “Ho partecipato ad avventure a pedali in Lapponia, in Norvegia e in Islanda lunghe anche 1300 km e sempre in pieno inverno, oltre a varie edizioni della Transdolomitica (una robetta da 600 e passa km, la metà dei quali con la ruota davanti che guarda all’insu). Ho vinto anche due delle tre edizioni della Dolomitics24 attorno a Pampeago, la prima 24 ore su strada in circuito. Sono molto legato a questi posti. Il massimo però per me è stato vivere l’esperienza nell’artico canadese – da Whitehorse a Tuktoyaktuk in condizioni invernali. È stata la realizzazione di un sogno, la dimostrazione che con la mente si possono superare gli ostacoli più difficili e apparentemente irraggiungibili. Alla base di un esercizio di forza e determinazione, però, c’è sempre la scrupolosità nella preparazione del miglior materiale tecnico possibile per affrontare sette giorni di pedalate in condizioni estreme. L’avventura in Canada è stata la mia impresa più estrema. Quando poi sono venuto a conoscenza della costruzione della nuovissima Arctic Highway, tra Tuktoyaktuk a Inuvik, ancora più a nord sulle coste del Mare di Beaufort, mi sono detto che sarei stato il primo ciclista a percorrerla. Per essere sicuro di essere davvero il primo, però, avrei dovuto anticipare i tempi e scegliere di partire in inverno, cosa che mi avrebbe garantito l’esclusiva dell’avventura. L’itinerario completo di 1500 km da coprire in nove tappe ha rappresentato uno dei tragitti più affascinanti che abbia mai affrontato: pedalare con temperature costantemente tra -20 e -30 gradi è stato ripagato dalla meraviglia dei paesaggi e, soprattutto, dalle luci dell’aurora boreale che mi hanno accompagnato durante gli ultimi colpi di pedale tra lo Yukon e i Territori del Nord Ovest “.

Dopo essersi allenato e aver corso in Trentino la scorsa estate, a marzo 2019 Omar De Felice partirà per un’altra spedizione artica ancora più difficile: “La mia Alaska Limitless sarà il tentativo di percorrere i 1400 km tra Anchorage e Deadhorse affrontando la temibilissima Dalton Highway, la strada dove in inverno le temperature scendono anche al di sotto dei -40°C”.

Come vincere il freddo?

Forse c’è più di un valligjano che vorrebbe avere consigli su come poter pedalare con bassissime temperature in sicurezza, per poi forse replicare sulle nostre strade, anche se coperte di neve: “Cosa mangio? Le uscite invernali sono solitamente volte alla quantità e all’allenamento delle doti di endurance più che alla qualità e potremmo quindi aumentare l’apporto calorico proveniente da fonti grasse che fa bene per affrontare temperature rigide. A colazione ci vuole un buon caffè caldo o una tazza di the al limone dolcificato con miele o zucchero di canna, cioccolata fondente e pane energetico tostato (a base di noci, fichi e uvetta) su cui vanno spalmati burro o marmellata. Durante le uscite, poi, non può mancare mai una fonte proteica derivante da panini con formaggio spalmabile e prosciutto crudo da alternare a barrette a base di cereali e nocciole. Importante è ricordarsi di bere acqua: il freddo spesso ci toglie il senso della sete ma in condizioni di freddo, in realtà, si incorre facilmente nei rischi derivanti dalla disidratazione. La classica sosta al bar per un the caldo e una fetta di crostata a metà uscita sarà il giusto modo per spezzare le fatiche. L’equipaggiamento? Adottare i freni a disco in inverno con strade bagnate e ghiacciate ci consentirebbe da un lato di essere più sicuri in frenata, soprattutto in discesa, e dall’altro di montare coperture di sezione maggiore (anche 28” se non 30”). Per l’abbigliamento posso dire che anni di avventure artiche e di allenamenti invernali mi hanno insegnato che bisogna proteggersi dal freddo coprendo interamente con un primo strato molto aderente che non lasci passare l’aria, meglio se in lana merinos. Servono sottoguanti (in caso di freddo oltre i -10/-15°C anche sottocalza e gambale aderente in lana) e uno scaldacollo che consenta di filtrare l’aria fredda e scaldare quella che finirà nei polmoni. Non serve a molto indossare la scarpa estiva con doppi o tripli calzini e copri scarpe: serve una scarpa invernale adatta. Consiglio vivamente anche un sottocasco termico mentre sconsiglio il passamontagna che, fino a temperature prossime allo zero, aumenta la sudorazione con conseguente raffreddamento. Lo stesso vale per il resto dell’abbigliamento: vestirsi a strati con capi termici al fine di poter sempre regolare la temperatura corporea coprendosi o scoprendosi tra salita e discesa”.

Beatrice Biasin

Foto Credit 6Stili per ODf

 

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Piacere di conoscervi, sono Giancarlo Cescatti...

“Il consiglio di amministrazione dell’Azienda per il Turismo Val di Fiemme ha deciso la nomina del direttore Giancarlo Cescatti, dopo un’articolata selezione che ha portato una commissione tecnica a identificare tre candidati finali. L’ultima parola è stata quindi espressa dal cda. Lunedì 24 settembre, Cescatti inizierà la sua nuova sfida professionale che lo vedrà impegnato nel compito di valorizzare e promuovere il territorio fiemmese”.

Questa è stata la formalità del comunicato stampa che qualche settimana fa ha annunciato l’avvicendamento alla guida delle istituzioni turistiche della Val di Fiemme.

“Il neo direttore si inserisce nel solco tracciato dal suo predecessore, con l’obiettivo di proseguire e migliorare l’attività svolta fino a oggi. Il presidente dell’APT Val di Fiemme Renato Dellagiacoma si congratula con il neo direttore e ringrazia l’ex dirigente Bruno Felicetti per l’impegno profuso e le strategie messe a punto durante questi 13 anni di fertile collaborazione”.

Da allora Giancarlo Cescatti sta girando per la valle e ha già avuto numerose occasioni per incontrare i rappresentanti degli operatori del turismo nonchè le più alte figure istituzionali della provincia. Ora si presenta anche a L’Avisio e alla popolazione fiemmese. Cominciamo: “Ho 53 anni, sono nato a Trento e sono laureato in Giurisprudenza con un master in Reingegnerizzazione di processi produttivi turistici e di sistemi informativi. E, cosa sempre utile soprattutto da queste parti, sono anche maestro di sci. Ora ho preso casa a Cavalese”. Giancarlo Cescatti, a Campiglio, è stato direttore generale fino a dicembre 2016, quindi direttore commerciale marketing e comunicazione “e poi si sono aperte delle finestre che mi hanno portato fino a qui”.

Come funziona il recruitment in questo lavoro? Ci sono obiettivi che vengono dati a monte dalle istituzioni che assumono i massimi dirigenti? Ci sono progetti di lavoro individuali?

“Le aziende per il turismo sono organi che esistono per volontà della Provincia. L’obiettivo della riforma del 2002 fu creare degli enti che abbracciassero i soggetti che si occupavano di turismo all’interno di un territorio. La base delle aziende perciò è articolata e composta da tutte le categorie coinvolte in questo ambito, oltre ovviamente alle amministrazioni comunali. Questo legittima la valenza sovracomunale dell’organo stesso. Gli obietivi vanno condivisi con il cda dell’azienda, obiettivi che di volta in volta vengono scelti dalla governance. L’obiettivo di un manager è quello di portarli a termine e di dare una serie di suggerimenti e di informazioni strategiche perché la stessa governance possa prendere le proprie decisioni”.

Quali sono gli obiettivi della Val di Fiemme a breve termine?

“Non c’è stato ancora un momento di incontro in cui questi obiettivi siano stati esplicitati e verbalizzati ufficialmente. Diventa difficile esporli in un’intervista. Sono arrivato da poco e la situazione è ancora in fase di assestamento. Bisognerà anche capire cosa vuole fare la stessa governance, anche in virtù dei cambiamenti radicali che ci sono stati in Provincia. Quello che si può dire in linea generale è che l’obiettivo primario sia di migliorare la redditività delle strutture ricettive e di mettere in rete le opportunità dell’ospite di godere del territorio”.

Quali sono le prime differenze che vede tra il mondo di Campiglio e quello che ha potuto conoscere da questa parte dell’Adige?

“Più che evidenziare le differenze, mi piacerebbe sottolineare che, fin dai primi contatti in Fiemme, ho potuto rilevare un forte senso di comunità radicata sul territorio, che si sente unita, che vede il proprio sviluppo attraverso la valorizzazione di un brand della valle come un elemento significativo di coesione sociale ed economica”.

Dal suo ruolo direzionale e avendo già incontrato il nuovo assessorato al turismo provinciale, si ha una visione generale di dove sta andando il Trentino? Esistono programmi a lungo termine in questo senso?

“Il turismo ha fatto percorso importante negli ultimi anni, è cresciuto in maniera significativa in termini di presenze un po’ ovunque, registrando anche una crescita del settore dell’accomodation – non solo alberghi ma anche bed&breakfast e appartamenti privati. C’è stata considerevole messa in rete delle opportunità del territorio, la Fiemme Motion Card ad esempio è stata strategica. Ora la sfida che tutti i nostri terrritori turistici si trovano a dover gestire è quella di mantenere i livelli di crescita con l’assoluta consapevolezza che il nostro primo patrimonio è quello naturalistico ambientale e che bisogna ragionare in una logica di ecososteniblità. Questo credo che sia il vero goal. Se poi si cerca di raggiungere questo obiettivo costruendo più o meno alberghi o prendendo altre strade legate alla mobilità o all’eliminazione di alcune barriere d’accesso, questa è la soluzione di un problema. L’obiettivo è che nella crescita si migliori l’offerta per l’ospite ma, attraverso i servizi, anche la vita dei trentini”.

Enrico Maria Corno

 

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Elicottero, ma quanto mi costi?

Quando il soccorso arriva dal cielo, il conto potrebbe rivelarsi molto salato. In Veneto ancor più che in Trentino o Alto Adige, soprattutto se l’intervento dell’elicottero non è motivato da una reale necessità medica. Accade infatti soprattutto (ma non solo) d’estate che qualche turista (ma non solo) si riduca a chiamare il Soccorso Alpino anche quando non è in condizioni così gravi da giustificare l’arrivo immediato dell’elicottero. Spesso poi si deve solo alla propria spregiudicatezza tale da sopravvalutare le proprie capacità fisiche e tecniche di risalire la motnagna (o di ridiscenderla d’inverno con gli sci o la tavola) la richiesta di soccorso che altrimenti non sarebbe stata necessaria.

Per questo molti sciatori si assicurano prima dell’inizio della stagione invernale o anche comprandone una giornaliera unitamente all’acquisto dello skipass: in caso ci sia bisogno di un recupero sulle piste o in quota, sarà l’assicurazione stessa a farsi carico del costo dell’intervento di soccorso che, come detto, può essere davvero considerevole.

In provincia di Trento, il ticket base per l’intervento dell’elisoccorso è di 36,15 euro. Nel caso di intervento a favore di soggetti in grave pericolo per ambiente ostile ma incolumi (ad esempio, nel caso di un escursionista bloccato in parete) per i quali il medico intervenuto non abbia disposto l’invio immediato ad un pronto soccorso ospedaliero il ticket è di 750 euro. Se la chiamata risulta totalmente inappropriata sotto il profilo sanitario (in questo caso si parla addirittura di procurato allarme), l’autore della richiesta è tenuto a corrispondere l’intero costo dell’intervento, da 98 a 140 euro per minuto di volo, a seconda dell’elicottero utilizzato.

In provincia di Bolzano, in caso di ferito grave, il ticket è di 100 euro ma il conto sale fino a un massimo di 1.000 euro se viene dimostrato che, dal punto di vista medico e sanitario, si poteva fare a meno dell’elicottero.

In Veneto, prima del decollo, si attiva addirittura il cronometro: la tariffa, infatti, è al minuto. Se all’intervento di soccorso segue un ricovero per una grave complicazione che avrebbe messo in pericolo la vita del chiamante, l’intervento ha un costo massimo di 500 euro ma, in caso di problemi di salute lievi, il costo è di 90 euro al minuto (120 per gli stranieri) fino a un massimo di 7.500 euro.

In zone di confine, come può essere la Marmolada, il conto presentato in caso di soccorso in elicottero può variare quindi, e di molto, a seconda di chi risponde alla chiamata, se Trentino, Alto Adige o Veneto.

Le tariffe vi sembrano esagerate? Eppure sono solo le spese vive del volo che comprendono l’utilizzo e l’ammortamento dell’elicottero, i costi totali del volo (dalle tasse al carburante) e del personale specializzato a bordo. Se lo stesso tragitto fosse stato fatto per diletto, da parte di un turista o di un’azienda che avesse avuto bisogno di un trasferimento di persone, sarebbe costato ben di più. D’altro canto, non bisogna dimenticare quante volte il Soccorso Alpino si trovi a fare i conti anche con i “furbetti” o con gli incauti: non sono mancate anche recentemente, infatti, chiamate di soccorso per persone semplicemente troppo stanche per affrontare il ritorno o del tutto impreparate alla montagna, dal punto di vista tecnico, fisico e perfino anche solo da quello dell’attrezzatura da portare con sè. Qualche anno fa, a tal proposito, fece polemica una dichiarazione del noto alpinista Reinhold Messner che senza mezzi termini affermò che “chi non sa che la montagna è rischiosa, è uno stupido”. Proprio per questo si disse favorevole all’introduzione del ticket di soccorso a pagamento che dà anche la misura del rischio che spesso gli stessi soccorritori si trovano a fronteggiare anche durante un semplice volo.

Per affrontare le piste, le cime e la montagna in generale con tranquillità, la raccomandazione – oltre, naturalmente, alla prudenza – è quella di ricorrere a una assicurazione sorpattutto per freerider, sciatori e scialpinisti estremi che praticano con grande frequenza. Con una spesa di poche decine di euro all’anno si possono evitare ticket di migliaia di euro.

Monica Gabrielli

 

 

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Igor Lastei: “A gennaio torno in gara”

Non solo Chiara Costazza. Non solo Stefano Gross. Non solo Federico Liberatore. Lo sci in Val di Fassa porta anche il nome di Igor Lastei, nazionale azzurro di sci freestyle, l’acrobazia sulla neve per eccellenza..

Ai primi di novembre a inizio stagione, Il 23enne di Pozza ha subìto un infortunio alla clavicola destra, durante la prova di Coppa del Mondo di Big Air, disputata sulla speciale struttura allestita alla fiera Skipass di Modena.

Stagione compronessa? Igor, già campione italiano di slopestyle (quella disciplina olimpica per cui si fanno esercizi da funamboli su strutture come rail e box) e secondo in Coppa Europa, è stato operato dopo pochi giorni a Milano dall’ortopedico dei campioni Gabriele Thiebat, ha già rimesso gli sci a metà dicembre e a gennaio tornerà in gara. «Ho ripreso presto gli allenamenti con gli elastici per ritonificare il muscolo e migliorare la mobilità della spalla”, ci ha spiegato Igor, “e il mio corpo sembra rispondere bene”.

Niente ferma il giovane fassano, già da alcuni anni in nazionale di freestyle, capace di spiccare il volo per compiere acrobazie e atterrare sulla neve con estrema leggerezza come nessun altro da queste parti. “Il desiderio di gareggiare è forte, perché dopo le Olimpiadi di Pyeongchang, in primavera, mi sono già operato alla spalla sinistra e sono rimasto fermo alcuni mesi. A Modena, dopo tre settimane di allenamento allo Stelvio, mi sentivo bene ed ero contento di disputare la gara in casa. Purtroppo in quei giorni è piovuto molto, la neve si è bagnata ed è diventata lenta. Anche questo ha influito sull’incidente”. Per fortuna non solo il fisico di Igor ha reagito bene ma anche e soprattutto la sua, senza rigetti dall’essere tornato subito in pista. “Se tutto fila liscio, ai primi di gennaio potrei essere in Francia a Font Romeu per la prova di Coppa del Mondo di slopestyle, altrimenti a fine gennaio gareggerò all’Alpe di Siusi, uno degli snowpark più belli delle Alpi”. Qui Igor e compagni sono di casa, dato che la località, assieme a Livigno, è una delle loro basi d’allenamento: “Purtroppo in Val di Fassa non ci sono strutture, con salti molto alti, adatte ad atleti di alto livello. Abbiamo diversi park per chi si vuole avvicinare alla disciplina. Per trovare buone strutture dobbiamo spostarci almeno a Obereggen”. Igor ammette però che negli ultimi due lustri, ovvero da quando lui ha cominciato a praticarlo allora tredicenne, il mondo del freestyle si sono fatti passi da gigante: “Soprattutto all’estero, dove questo sport ha molto seguito, ci sono strutture che solo cinque o sei anni fa non ci saremmo nemmeno sognati. Anche l’allenamento per le acrobazie si è trasformato ed evoluto velocemente: prima vevamo solo i tappeti elastici da palestra, poi siamo passati ai salti con atterraggio in acqua e, in tempi più recenti, agli enormi materassi ad aria posizionati in pista per un atterraggio morbido che consentono di saltare “indossando l’attrezzatura da sci”, in modo da vivere le reali condizioni sulla neve». E per eseguire le evoluzioni in aria che al massimo durano due secondi e mezzo, ci vuole tanta concentrazione prima della partenza: “Si prepara ogni movimento e lo si ripassa con la mente fino allo start, perché durante un salto non c’è il tempo di pensare a nulla. Al massimo si tenta di correggere la posizione del corpo, se ci si accorge che si è un po’ scomposti”. Uno sport difficile, dove gli infortuni sono sempre in agguato, ma che Igor pratica con talento e professionalità, specie in vista degli Snowboarding and Freeski World Championships di febbraio 2019 negli Stati Uniti, nello Utah. «Questo è più che un obiettivo stagionale per me. Può essere una tappa importante della mia carriera. Anche per questo spero di essere in perfetta forma a fine gennaio, quando partiremo per gli Stati Uniti». Elisa Salvi

 

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