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Michela Croce di Cavalese fa rimanere il titolo in Val di Fiemme succedendo alla teserana Delvai

La Soreghina è stata eletta, nella serata di ieri, alla Sala Bavarese di Tesero, dove Michela Croce ha raccolto il testimone di un’altra Michela, Delvai, facendo rimanere il titolo in Val di Fiemme. Non proprio però, la nuova madrina della Marcialonga di Fiemme e Fassa è sì di Cavalese ma avendo il padre di Moena e la madre fiemmese, era a tutti gli effetti la miglior candidata a rappresentare le due belle vallate trentine negli eventi sportivi Marcialonga. Michela Croce è una ragazza di ventidue anni di Cavalese che sta frequentando il secondo anno in Assistenza Sanitaria all’Università degli Studi di Brescia: “Molto felice di essere Soreghina, non vedo l’ora di potermi interfacciare con persone di differenti culture, in un ambiente internazionale per promuovere il territorio”, affermerà con soddisfazione.

Le candidate erano la fassana Sara Pederiva e le fiemmesi Giorgia Giacomoni, Michela Croce appunto e Sara Morandini, brave e preparate come racconta il presidente di Marcialonga Angelo Corradini presente in giuria: “Queste ragazze mi meravigliano in continuazione, sono spigliate, carine, sanno parlare le lingue, hanno una cultura che noi da giovani non potevamo avere, e questo fa bene alla collettività e al futuro delle nostre Valli e del Trentino”. Dati alla mano, Marcialonga sta attraversando un momento più che felice, avendo completato il parterre di 7.500 iscritti in vista della ski-marathon del 26 gennaio 2020, registrato il record di partecipanti alla scorsa Marcialonga ciclistica Craft, ed apprestandosi ad affrontare la Marcialonga Coop del 1° settembre con già un buon numero di runners in saccoccia.

L’iniziativa si è aperta con il saluto della sindaca Elena Ceschini del Comune di Tesero, con Angelo Corradini a ringraziare il Comune stesso e l’associazione “Tesero un paese da vivere”, oltre a tutte le istituzioni per aver supportato Marcialonga anche nei momenti più ‘caldi’ della passata edizione.

La giuria vedeva presenziare anche Leszek Kosiorowski, direttore della polacca Bieg Piastów gemellata con Marcialonga, dove le Soreghine hanno messo alla prova il proprio inglese, e la fondista di Coppa del Mondo Caterina Ganz, “felice” che la prossima Soreghina abbia un legame forte con la sua Moena. Durante la serata teserana anche la consegna di quattro borse di studio da parte del presidente dello Sci Club Marcialonga, Giuseppe Brigadoi, ai ragazzi meritevoli degli istituti superiori di Fiemme e Fassa.

Un saluto d’obbligo da parte della Soreghina uscente Michela Delvai: “Esperienza bellissima, un anno ricco, intenso, pieno di emozioni, di eventi e momenti unici. Questo è un momento abbastanza triste perché lascio un anno stupendo, ma sono contenta che un’altra ragazza abbia la possibilità e occasione di vivere ciò che ho vissuto io”.

Michela Croce rimarrà in carica nelle prossime gare di corsa, nella storica di sci di fondo, prima di chiudere il cerchio alla Marcialonga di ciclismo del 31 maggio 2020, lasciando a propria volta il testimone alla Marcialonga Coop 2020.

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Ottava edizione del Trofeo Passo Pampeago il 15 settembre

La storia del ciclismo passa dalla Val di Fiemme e da Pampeago, terreno di caccia dove si materializzarono alcune tra le sfide del Giro d’Italia più entusiasmanti che gli appassionati ricordino. E per onorare la storia delle due ruote in Trentino il comitato organizzatore di US Litegosa di Panchià e Ski Center Latemar metterà ancora una volta in scena il Trofeo Passo Pampeago, giunto a festeggiare l’ottava edizione. Il 15 settembre una delle ascese più conosciute d’Italia concederà agli appassionati di misurarsi con la tradizionale cronoscalata da Tesero al Passo di Pampeago, 10.5 km totali e 1.019 metri di dislivello, partendo dai circa 1.000 metri sul livello del mare di Tesero ed arrivando ai 2.000 metri del rifugio Zischgalm.

L’organizzazione locale fornirà tutto il necessario ai concorrenti, dai ristori al cambio indumenti, al pasta party e premiazioni sino alla chiusura al traffico della strada da Pampeago al Passo, onde favorire la performance dei partecipanti in tutta sicurezza. La novità 2019 sarà la pedalata non competitiva in e-bike, ampliando così il parterre di pedalatori sulla mitica ascesa. Il Trofeo sarà prestigioso poiché fungerà anche da tappa della altoatesina Südtirol.Berg.Cup. Il tempio degli scalatori è a Pampeago.

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RespirArt Day 2019, 5 opere per i 10 anni di Dolomiti UNESCO

Amano la natura tanto da cercare di eguagliarne la bellezza. Amano la natura così intensamente da lasciare che sia lei a decidere la durata di ciò che creano. Sono gli artisti di fama internazionale e gli studenti delle accademie d’arte europee che ogni estate lasciano il segno del loro passaggio nel Parco d’arte RespirArt di Pampeago, in Val di Fiemme, partecipando alla manifestazione internazionale d’arte ambientale RespirArt curata da Beatrice Calamari e Marco Nones e sostenuta da Itap Pampeago, Provincia Autonoma di Trento, ApT Val di Fiemme, Magnifica Comunità di Fiemme, Trentino Marketing, Fondazione Dolomiti UNESCO, La Sportiva di Ziano, Cantina Endrizzi, fotografo Eugenio Del Pero e gli Hotel amici del Parco RespirArt: Hotel Maria di Carano, Hotel Azalea di Cavalese, Hotel Lo Scoiattolo di Pampeago, Hotel La Roccia di Cavalese, Hotel Shandranj di Stava di Tesero, Hotel La Roccia di Cavalese, Hotel Olimpionico di Castello Molina.Sabato 27 luglio 2019, alle 9.00, la festa itinerante RespirArt Day, inserita nel calendario degli eventi che festeggiano i 10 anni di Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO, rivela 5 nuove installazioni d’arte che si aggiungono alle 22 già presenti. A presentarle è Maria Concetta Mattei, giornalista e conduttrice del TG2 Storie. I visitatori camminano al suo fianco, in compagnia degli artisti, al cospetto del gruppo dolomitico del Latemar, lungo il sentiero artistico ad anello di 3 km fra le quote 2.200 m. e 2.000 m. Narra le bellezze naturalistiche circostanti Giuseppe Zorzi, sindaco di Panchià.Per partecipare occorre prenotarsi inviando un messaggio alla email respirartgallery@gmail.com o al numero 335 1001938. Il RespirArt Day 2019 ospita la celebre artista svedese Hannah Streefkerk, apprezzata dalla critica per i suoi ricami di licheni adagiati su alberi e sassi, e l’artista pluripremiato Stanisław Brach, noto per le sue opere di ceramica dedicate alle api, che lavora al fianco dei suoi allievi dell’Accademia d’Arte di Varsavia Jan Jaworski Brach e Filip Musiał.

Il gruppo Terrae, formato dagli artisti trentini Giuseppe Dondi, Alberto Larcher, Roberto Rossi e Fabio Seppi, propone l’installazione “29 ottobre 2018” per ricordare la tempesta Vaia che ha abbattuto milioni di alberi nel Triveneto. L’opera narra due forze della natura: quella distruttiva e quella creativa. Centinaia di giovani piante, infatti, circondano l’installazione composta da abeti spezzati dalla tempesta e raccolti dalla Magnifica Comunità di Fiemme.

L’artista di Riva del Garda Giovanni Bailoni dedica un’opera al geologo e mineralista Déodat de Dolomieu (da cui è nato il nome Dolomia), in occasione dei primi dieci anni di Dolomiti UNESCO, assemblando le vecchie coperture delle baite dolomitiche.

L’installazione formata da 18 betulle della studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Venezia Martina Pomari invita l’uomo a guardare il mondo con gli occhi dell’albero.

Nel cuore del parco più alto del mondo, di fronte allo Chalet Caserina, è esposto fino al 12 settembre un bronzo dell’artista architetto Carlo Ramous (1926-2003). L’opera “Dilatazione”, creata nel 1961, è stata prestata dal collezionista Walter Patscheider. Ramous è noto per le sue opere monumentali in bronzo: sono 19 solo a Milano.

L’associazione culturale RespirArt festeggia anche la realizzazione di un parco gemello nato il 7 luglio 2019 a Passau, lungo il Danubio, il parco d’arte RespirArt Bavarese.

Il RespirArt Day offre un “Arteritivo” della Cantina Endrizzi, una delle più antiche del Trentino, con il Trentodoc Piancastello Riserva 2014 che profuma dei boschi delle Dolomiti, perché il vigneto che guarda sulla Piana Rotaliana poggia su un terreno di matrice dolomitica, con una forte presenza di calcare che conferisce mineralità, freschezza, profumi eleganti e persistenti. Quindi si degusta il Dalis bianco della Cantina Endrizzi, noto per il suo profumo intenso e fragrante, con note di sambuco, ribes bianco, mela verde, fiori di acacia, buccia di cedro, miele. A presentare i vini Endrizzi sono Paolo Enridici, fondatore della cantina, suo figlio Daniele Enridici e Aurora Enridici, dell’ufficio comunicazione.

Il Parco RespirArt abbraccia anche le famiglie, attraverso curiose installazioni gioco ispirate alle opere d’arte, visite teatralizzate settimanali e una mostra fotografica che permette ai bambini di scoprire gli animali selvatici di Pampeago attraverso missioni-gioco e timbri che si trovano lungo il sentiero.

INFO: respirartgallery@gmail.com, www.respirart.com, www.latemar.it

LE 5 OPERE RESPIRART 2019

“SIMBIOSI” DI HANNAH STREEFKERK

L’artista svedese Hannah Streefkerk, utilizzando un mestiere tradizionale come il ricamo e l’uncinetto, riproduce licheni su alberi e rocce imitandone le sfumature alla perfezione. Esplorando la fragilità della natura Hannah ricuce insieme la corteccia di alberi spinosi, ripara buchi nelle foglie e crea gusci protettivi per le pietre, affidando le sue creazioni all’erosione del tempo e dei processi naturali.

Attraverso le sue opere, Streefkerk osserva i fenomeni nella natura e con un tocco giocoso li traduce nel suo inconfondibile linguaggio artistico. Trova ispirazione nel modo in cui il muschio e il lichene si formano sulla corteccia e sulle rocce, e su come i funghi causano crescite anomale su alberi.

Streefkerk sembra dire che la natura in tutte le sue sfaccettature non finisce mai di stupire, sorprendere e riempire la sua mente di meraviglia, e invita i suoi spettatori a unirsi a lei nella sua esplorazione. Le sue opere possono essere viste come metafore visive per la nostra responsabilità condivisa di proteggere la natura e ridurre il nostro impatto sull’ambiente. Allo stesso tempo ci spingono a contemplare il nostro ambiente naturale. Notare le cose, fermarsi una volta ogni tanto. Il tempo e il fatto che tutto sia temporaneo sono aspetti della vita che accomunano l’ambiente e ogni essere umano. Hannah Streefkerk illustra delicatamente il passare del tempo, la crescita, il decadimento e il continuum della vita. È un lavoro lento il suo, richiede tempo, come la natura stessa.

“Con la tecnica del ricamo e dell’uncinetto – spiega Hannah Streefkerk – ho utilizzato lana e cotone per creare licheni. Il lichene è un mix tra un’alga e un fungo. Io lo definisco semplicemente una creatura, perché è una specie simbiotica. Mi piace l’idea che viva in perfetta simbiosi e che uno non potrebbe sopravvivere senza l’altro. Se penso a questa idea simbiotica in grande, penso che anche noi non possiamo vivere l’uno senza l’altro. Noi viviamo una relazione simbiotica con gli altri e con la natura. In questo momento di grandi cambiamenti climatici e di problemi ambientali, stiamo distruggendo questa relazione simbiotica e questo mi preoccupa molto. Con questo lavoro, mi ripropongo di far riflettere chi lo guarda su cosa stiamo facendo in questo momento nel mondo. Abbiamo bisogno di prenderci cura del mondo e prenderci cura l’uno dell’altro. Li ho intrecciati e ricamati. È un processo molto lungo. Quando lavoro duro, riesco solo a fare un pezzo grande così in una settimana (fa un gesto con le mani e disegna un cerchio con circa 4 cm di diametro). Preferisco non usare una macchina per crearli. È importante che ci voglia molto tempo per farli. La natura stessa ha tempi dilatati. Voglio investire questo tempo per qualcosa che è veramente importante per me. Questa è l’idea alla base di questo lavoro”.

 “POINT” DI STANISLAW BRACH E I SUOI STUDENTI

RespirArt diventa un vivaio d’arte con il progetto dell’artista di Varsavia Stanisław Brach e i suoi allievi dell’Accademia d’arte di Varsavia Jan Jaworski Brach e Filip Musiał. Insieme hanno creato il progetto “Point” per costruire uno spazio autonomo, e vuoto all’interno, di modo che ricordi una casa, una tenda, un focolare, un osservatorio, un rifugio.

L’artista pluripremiato, noto per le sue esplorazioni del mondo delle api attraverso ceramica, con i suoi studenti ha immaginato un punto fermo, stabile, che svetta fra cime da capogiro per ancorarci fra terra e cielo.

La struttura cilindrica è la stessa dei forni dove si cuoce la ceramica. In questo caso è creata con mattoni di abete della Magnifica Comunità di Fiemme. All’interno si può vedere la “scultura” di un capolavoro senza pari. È una pietra. È un’opera naturale levigata dal tempo.

Stalislaw Brach e i suoi studenti, invece di dar vita a una scultura di ceramica, invitano a scoprire un’opera già esistente, un magnifico masso lavorato dal tempo.

“29 OTTOBRE 2018” DEL GRUPPO ARTISTICO TERRAE

Il gruppo artistico trentino crea opere d’arte ambientale usando elementi naturali che il tempo e le intemperie riportano alla terra per ricomporre un ciclo senza fine. Giuseppe Dondi, Alberto Larcher, Roberto Rossi e Fabio Seppi propongono l’installazione “29 ottobre 2018” per ricordare la tempesta che ha abbattuto milioni di alberi nel Triveneto con un vento che in alcune cime ha sfiorato i 200 km/h. L’opera narra due forze della natura: quella distruttiva e quella creativa. Circondano infatti le rovine centinaia di giovani piante che esprimono un potente gesto di rinascita.

Guardateli questi alberi capovolti,

rami, tronchi e radici sono un immenso groviglio.

Guardatele queste piante antiche inginocchiate,

con le radici in cielo.

Il grande popolo degli alberi spazzato via dalla furia del vento.

Rimane solitario, in mezzo a tanta bufera, l’abete rosso.

Ha perso tutti i suoi rami, ma sulla cima

alcune gemme ingrossate aspettano la primavera.

Gruppo Terrae, gennaio 2019

 “DEODAT DE DOLOMIEU” DI GIOVANNI BAILONI

L’artista di Riva del Garda Giovanni Bailoni dedica un’opera al geologo e mineralista Déodat de Dolomieu (1750-1801), da cui è nato il nome Dolomia. È un tributo ai primi dieci anni di Dolomiti UNESCO. Ed è una storia che nasce dalla passione di un nobile scienziato francese che mai avrebbe pensato di dare il nome a nove sistemi montuosi separati da montagne, fiumi e altri gruppi di montagne.

I 142mila ettari che formano il Bene UNESCO, dal 13 maggio 2010, costituiscono una sorta di arcipelago, distribuito su un’area alpina molto più vasta e suddiviso in cinque Province.

Oggi Dolomieu viene rievocato di fronte al massiccio del Latemar con la statua che Bailoni assembla utilizzando le coperture di vecchie baite dolomitiche. L’artista si affida al riciclo, che prolunga la vita dei materiali, fra montagne d’incanto da custodire e conservare nell’eternità.

Le opere di Giovanni Bailoni sono caratterizzate da una macchia di colore rosso ruggine che simboleggia il cuore e l’anima, a voler sottolineare che questi manufatti hanno una vita, nonostante siano creati con oggetti che vengono buttati o abbandonati. Secondo l’artista “questi materiali hanno un loro respiro e un impellente bisogno di rivelare”. Lui restituisce loro la voce affidandoli alla natura.

“MIRROR” DI MARTINA POMARI

Studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Venezia Martina Pomari di Dro, ha scritto una tesi sulla land art anche attraverso il ritratto e la narrazione delle opere di RespirArt. Nell’ultima pagina ha dipinto “Mirror”, un’installazione formata da 18 betulle che aprono sguardi limpidi sulla candida corteccia. In fondo alla tesi ha voluto disegnare l’opera di land che un giorno avrebbe voluto creare. Quel giorno è arrivato. RespirArt l’ha invitata a liberare il suo pensiero nel parco.

“Mirror – l’artista emergente Martina Pomari – nasce da un profondo amore per la montagna, luogo di contemplazione della natura, specchio di ognuno di noi. L’albero, pur protetto dalla corteccia, è molto simile e vicino all’uomo. Anche il bosco guarda. Osserva con occhi indefiniti, come quelli disegnati dai nodi delle betulle, il paesaggio circostante, lo scorrere del tempo e delle stagioni. Ho voluto rendere questi occhi simili a quelli dell’uomo per favorire un processo di identificazione: ognuno potrà immaginare di guardare con gli occhi dell’albero”.

L’ESCURSIONE ARTISTICA

Il Parco RespirArt di Pampeagosi estende fra le quote 2000 e 2200. Si raggiunge salendo a piedi in 30 minuti, seguendo il sentiero che parte dal parcheggio della seggiovia Tresca di Pampeago (Val di Fiemme – Trentino) o, più comodamente, con la Seggiovia Agnello (aperta tutti i giorni da sabato 29 giugno a domenica 8 settembre 2019). Il percorso ad anello di 3 km permette di godersi queste opere, con calma, grandi respiri e a passi lenti. Nel parco sono presenti due rifugi. A 2000 m. slm. c’è lo Chalet Baita Caserina (recentemente rinnovato anche con l’installazione di un idromassaggio sulla terrazza), mentre a quota 2.200 c’è il Rifugio Monte Agnello con una vista spettacolare sulle Dolomiti.

INFO: www.respirart.com – www.latemar.it

 

 

 

 

 

 

 

 

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GioocAperitivo con gli scout di Fiemme e Fassa

Il clan “Serpomba” del gruppo scout Fiemme e Fassa organizza sabato 27 Luglio 2019 un’apericena in compagnia, con giochi e divertimento. L’evento si terrà a Cavalese nel parco dell’oratorio di San Sebastiano a partire dalle ore 18:00. I partecipanti saranno chiamati a scoprire i tipici giochi scout, adatti sia a giovani che meno giovani. La serata si concluderà con un ricco banchetto.

Partecipazione: €15 per gli adulti e €10 per i bambini

Tali offerte saranno interamente destinate al finanziamento della “route”: camminata estiva di più giorni del Clan che quest’anno partirà da Siena e avrà come meta Roma.

Per motivi logistici vi chiediamo di confermare la presenza, tel. 346 622 9787 (

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Vita da chef stellato

Non solo fornelli per Paolo Donei, Stefano Ghetta e Alessandro Gilmozzi, i tre chef di Fiemme e Fassa che vantano la stella Michelin. A Malga Panna a Moena, a ‘l Chimpl a Tamion e a El Molin a Cavalese si lavora a ritmi frenetici per garantire quella qualità che i clienti si aspettano da chi ha ricevuto l’ambito riconoscimento. Eppure, non si lavora solo in cucina: si studiano e provano nuovi piatti e ingredienti, si esce a raccogliere erbe e piante spontanee, ci si relaziona con i clienti, bisogna preparare e formare i collaboratori. E proprio questi ultimi possono fare la differenza. Tanto che, secondo gli chef, il cliente percepisce anche nel piatto il clima che si respira in cucina. Ecco allora che, per fare squadra, contano anche tutti i momenti liberi trascorsi insieme o le ore di lavoro più rilassate. E si scopre che c’è chi con i propri collaboratori va in palestra o in mountain bike, chi ama chiudere serata con una partita a freccette, chi si sente uno zio al quale i giovani dipendenti possono confidare emozioni e preoccupazioni. Diamo, quindi, una sbirciatina nelle cucine stellate di Fiemme e Fassa, per scoprire l’ingrediente segreto dei piatti che vengono serviti.

Che la giornata di uno chef – stellato o meno – sia lunga e frenetica non è un luogo comune. Si inizia a lavorare presto e si finisce tardi. Inevitabile che i colleghi diventino anche gli amici con i quali trascorrere il poco tempo libero a disposizione. Paolo Donei, chef di Malga Panna di Moena, racconta: “Mi sveglio alle 7.30 e, prima ancora di andare in cucina, vado a raccogliere le erbe che mi serviranno durante il giorno. A turno, mi accompagnano i miei collaboratori. Verso le 8.30 facciamo un briefing tutti insieme per organizzare la giornata e gli appuntamenti principali della settimana o del mese. Dopodiché ogni capo partita inizia a preparare il servizio. Andiamo avanti fino alle 16.30, poi si torna in cucina alle 17.30 per la cena e restiamo al lavoro anche fino a mezzanotte (non tutti, i dipendenti lavorano a turni). Spesso, dopo chiusura, usciamo insieme: una partita a freccette la sera, ma anche una seduta in palestra o un giro in mountain bike nel pomeriggio: è inevitabile che con i nostri orari sballati alla fine ci si relazioni con chi fa il nostro stesso mestiere”. E le ricadute ci sono anche sul lavoro: “Il clima in cucina è buono: il nostro è uno dei pochi ambienti in cui esiste ancora una gerarchia, dove i più giovani rispettano i più esperti. Ma questo non vuol dire che si lavori come in caserma. Durante la preparazione del servizio il clima è allegro e rilassato, ascoltiamo la radio e parliamo. Ma quando arrivano i clienti sembra di essere in biblioteca dal silenzio che regna in cucina. È gratificante vedere che i miei collaboratori hanno il mio stesso desiderio e orgoglio di servire un piatto perfetto”.

La giornata di Stefano Ghetta, chef de ‘L Chimpl di Tamion, frazione di Sèn Jan di Fassa, non è tanto diversa: “Alle 7.30 siamo già in cucina. Non abbiamo solo il ristorante stellato a cui pensare, perché c’è anche la mezza pensione dell’hotel. Questa è una grande opportunità per noi, perché ci permette di provare piatti nuovi e allo stesso tempo ci garantisce di non sprecare nulla, di non buttare via niente. In cucina siamo tutti giovani, c’è un clima allegro, quasi festoso. Parliamo tanto tra di noi, di scuola, di sport, di emozioni e sentimenti. Generalmente abbiamo alcune ore libere il pomeriggio e a volte andiamo a raccogliere erbe, a fare un giretto per Tamion o una passeggiata nel bosco. Anche al termine del servizio serale, verso mezzanotte, capita di uscire insieme: io sempre meno, a dire il vero, ma i miei collaboratori più giovani cercano un po’ di svago”.

Anche quando si tratta di creare un piatto, lo si fa insieme: “È un lavoro di squadra. Ognuno è libero di esprimersi, dire ciò che pensa e dare il proprio contributo”. Ghetta lo ribadisce: “Da solo non potrei fare nulla. È fondamentale il rapporto con chiunque lavori con me. Servono una grande umiltà e la consapevolezza che bisogna continuare a migliorarsi e a imparare. Questo atteggiamento, se condiviso, crea relazioni autentiche sul lavoro: ecco perché sono ancora in contatto con chi è passato di qua”.

Pure la giornata di Alessandro Gilmozzi, chef de El Molin di Cavalese, ristorante stellato a cui si sono aggiunti un bistrot e una pizzeria gourmet, inizia presto: “Mai senza un caffè doppio”, sottolinea ridendo. “Per prima cosa iniziamo a fare il pane. Mentre i miei collaboratori impastano, io dedico un’ora alla contabilità. Alle 10 abbiamo il briefing per programmare il lavoro. Un paio di volte alla settimana esco a raccogliere le piante che mi servono in cucina: ho catalogato, con l’aiuto di botanici, circa 270 tipi di erbe, radici e licheni di tutto l’arco alpino”. Gilmozzi racconta: “In cucina io voglio regalare esperienze. Per questo è fondamentale tenermi in contatto con i miei fornitori, che devono condividere la mia filosofia, e coinvolgere nel mio lavoro i miei collaboratori. Con chi lavora con me trascorro del tempo non solo in cucina, ma anche in laboratorio, dove studiamo un prodotto o un piatto, per cercare le combinazioni migliori e conoscere la materia prima anche da un punto di vista chimico, così da creare piatti leggeri e digeribili. Sono molto esigente con chi lavora con me: è fondamentale rispettare dei protocolli rigidi per far star bene il cliente e regalargli emozioni. Per questo ci tengo a coinvolgere i dipendenti: faccio assaggiare i piatti ai camerieri e a volte faccio uscire in sala i cuochi, perché diventino loro stessi parte dell’esperienza che voglio offrire”. C’è poi il lavoro di relazione con il cliente stesso: “Capita spesso di fermarmi a chiacchierare con i miei ospiti, non solo del ristorante, ma anche di pizzeria e bistrot, quest’ultimo unico locale in valle a chiudere la cucina dopo mezzanotte. Nel pomeriggio abbiamo del tempo libero, che dedico a fare un giro in bicicletta, ai rapporti con i fornitori o alla mia famiglia, a mia moglie Emanuela, grande donna che capisce ciò che faccio e perché lo faccio, e ai miei tre figli. Con i dipendenti si creano dei bellissimi momenti di condivisione durante le uscite: in quelle occasioni mi sento un po’ come uno zio con il quale confidarsi, quasi uno psicologo più che uno chef”.

Negli ultimi anni in televisione c’è stato un vero e proprio boom di trasmissioni dedicate alla cucina. Come hanno influito sulla percezione di questo lavoro? Donei risponde: “La televisione ha senza dubbio aperto una finestra sul nostro mondo. Se fino a tempo fa eravamo visti come sguatteri, o quasi, ora la nostra figura ha riacquistato dignità. Allo stesso tempo si sta trasmettendo però una percezione sbagliata della professione: tanti giovani si lanciano in cucina, ma poi si scontrano con la realtà. Servono passione e determinazione. E credo che la vera sfida sia quella di imparare il lavoro per poi spiccare il volo da soli”. Ghetta condivide: “Se manca la passione, non si può resistere. Purtroppo, in molti restano affascinati dall’apparenza: si crede che il cuoco sia un lavoro che offre lauti guadagni e visibilità, ma non si considerano l’impegno e la fatica”. Gilmozzi aggiunge: “La televisione non comunica il vero lavoro dello chef, che si avvicina forse solo a Hell’s Kitchen – dice sorridendo – C’è di buono che grazie alla tv si è diffusa la cultura del made in Italy e ora si conoscono meglio i prodotti e le eccellenze locali”.

C’è da chiedersi, infine, come sia il rapporto tra questi tre chef. E su questo Gilmozzi non ha dubbi: “C’è stima reciproca. Stefano è un amico. Paolo è come un fratello, siamo cresciuti insieme”. Perché le stelle che contano non sono solo quelle Michelin, ma anche quelle delle relazioni.

Monica Gabrielli

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Un tuffo nel passato

Il punto vendita è stato aperto di recente e, a piccoli passi, i due soci sperano di riuscire ad avvicinare le attività valligiane e non alla cultura del buon caffè. La sede di vendita si trova a Panchià in via Nazionale, 11 e per chiunque sia di passaggio una sosta è d’obbligo.

È proprio qui, a Panchià che vengo accolta da Tiziano e Lino.

Lino “Tolo” già da bambino era affezionato al marchio Caffè Cavalese – “Con il torrefattore di quel periodo avevo preso l’abitudine di fare qualche giro con il furgone aziendale per scappare dal lavoro di mio papà. Con il passare degli anni la gente che si occupava della distribuzione del Caffè Cavalese ha abbandonato il lavoro. Tempo dopo, parlando con la Coop, ho chiesto in maniera scherzosa se fosse possibile comprare il marchio e poco dopo mi è stato concesso. Per molti anni la situazione è rimasta ferma, fino a quando, parlando con Tiziano, abbiamo cominciato a pensare seriamente di riprendere in mano il lavoro.”.

La scelta delle miscele è sempre fatta seguendo le indicazioni di professionisti del settore, poi Tiziano e Lino iniziano a studiare diverse miscele di caffè e la passione per questo prodotto cresce sempre di più.

Quando abbiamo iniziato a interessarci di caffè, siamo andati a una delle fiere più grandi di caffè, a Milano, con l’intenzione di comprare una torrefattrice. C’erano circa 50 stand che proponevano la vendita del macchinario e noi ci siamo fermati per caso in uno di questi. Parlando con il venditore del marchio Caffè Cavalese, ci dice di averne già sentito parlare e incuriosito chiama la ditta per informarsi. Nel giro di poco tempo abbiamo scoperto che la stessa impresa nel 1951 aveva prodotto un macchinario per il Caffè Cavalese.”.

È in questo modo che i due amici vengono messi in contatto con un’azienda di Torino che produce miscele con varietà di caffè crudo proveniente da tutto il mondo e che il cliente può scegliere il tipo di miscela che preferisce. Una volta al mese si recano a Torino, dove imparano anche a torrefare il caffè.

Tiziano è molto chiaro nell’affermare che si tratta di una procedura laboriosa – “È importante specificare che, a differenza di molte altre torrefazioni, in questo caso viene tutto cotto in maniera tradizionale e la procedura è tutt’altro che industriale. Ci vogliono 22 minuti per torrefare il caffè – da quando la macchina è calda – al contrario delle grandi industrie che ci impiegano solo 4 minuti.”.

In negozio si possono trovare due tipi di caffè: “L’oro verde”, composto per il 10% da robusta e per il 90% da arabica e la “Crema caffè”, composta per il 30% da robusta e per il 70% da arabica.

Il mio desiderio è quello di avvicinare il mio cliente al mondo del caffè, perché sono convinto del fatto che non esistano caffè che non sono buoni, il prodotto finale è solo opera del barista.”.

Mettere particolare cura nella macinatura e nel servizio generale del caffè è uno dei primi passi da fare per proporre un buon prodotto finale al consumatore finale. Il negozio Caffè Cavalese può anche essere un punto di appoggio per le attività locali, infatti Tiziano e Lino sono sempre pronti ad aiutare e risolvere ogni minimo problema. Per loro avere un contatto diretto con la gente è una parte fondamentale del lavoro.

Ad appena un mese dall’apertura, le soddisfazioni stanno già arrivando – “Il lavoro parte dalla sede di Panchià, dalla parte amministrativa a quella della vendita. Attualmente il lavoro di torrefazione viene effettuato a Torino, l’idea futura è quella di torrefare il caffè in zona. Per il momento andiamo avanti per piccoli passi e cerchiamo di coprire una parte del mercato locale, poi penseremo ad uscire dalla Valle.”.

A Panchià si può trovare anche un’ampia scelta di tisane (marchio Caffè Cavalese) dal nome Dolomithe. Quindi, da una parte troviamo elementi moderni, tra cui le pagine Facebook Caffè Cavalese e Instagram Caffecavalese; mentre dall’altra la volontà è quella di mantenere la vecchia tradizione. Il logo, infatti, è rimasto quello originale. La scritta Tel. 29  fa riferimento al numero di telefono della torrefazione dell’epoca e per mantenere questo numero simbolico le confezioni di caffè contengono 29 cialde.

Sono piccoli dettagli che richiedono un continuo impegno – “Non abbiamo mai pensato che sarebbe stato facile, però è un lavoro intrigante.”.

Ci salutiamo così, con l’invito di ritornare per un altro buon Caffè.

Valentina Giacomelli

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Una avventura a portata di mano

Sono piccoli ma essenziali. Si trovano in luoghi remoti non serviti da rifugi e sono costruiti secondo una logica minimalista. Parliamo di bivacchi, minuscole costruzioni incastonate in qualche forcella o presenti alla base di lunghe ascensioni. Essi fanno parte della storia legata alla colonizzazione della montagna ma cronologicamente arrivano dopo la realizzazione dei primi rifugi.

La storia.

Se a metà Ottocento parte la costruzione di grandi edifici in pietra destinati ad accogliere i primi escursionisti, la nascita del prototipo di bivacco si fa risalire al 1925 quando Lorenzo Borelli, accademico del Cai (Club Alpino Italiano), presenta il progetto per realizzare piccole strutture in zone sperdute a servizio degli alpinisti impegnati nella salita del Monte Bianco. La costruzione è una “scatola” precostituita capace di accogliere quattro – cinque persone al massimo. Per rispondere all’esigenza di un facile trasporto e montaggio l’inventore si affida al legno e alla lamiera ondulata. Il tutto suddiviso in 20 colli da 25 chilogrammi ciascuno. Le costruzioni dalla tipica forma “a mezza botte” e, successivamente, a foggia di parallelepipedo hanno grande successo e diventano oggetto di raffinata ricerca. Giulio Apollonio brevetta il rivoluzionario sistema dei letti a cuccetta che di giorno si trasformano in tavoli da pranzo. Oggi i bivacchi sono oggetto di grande attenzione da parte degli architetti che hanno elaborato forme sempre più ardite seguendo la metafora della navicella spaziale alla conquista di territori alieni.

Funzione e utilizzo dei bivacchi

Il bivacco è una struttura incustodita sempre aperta posizionata in luoghi isolati e accessibili solo a prezzo di lunghe camminate. Di norma sono proprietà delle sezioni del Cai (Club Alpino Italiano) ma possono appartenere ad associazioni o enti turistici. Il bivacco è usato dagli alpinisti e dagli escursionisti come base d’ appoggio per itinerari (arrampicata o trekking) lunghi e impegnativi o quale ricovero di fortuna in caso di maltempo. L’arredamento è spartano: al suo interno vi si trovano brandine con coperte, qualche sgabello e tavolaccio. Nei bivacchi più grandi (casere ristrutturate o baite) è talvolta presente la stufa o un camino. L’uso del bivacco è lasciato al buon senso dei visitatori e vige un tacito decalogo a cui i “veri” montanari si affidano. Quindi lasciare in ordine e pulito l’ambiente, portare a casa eventuali rifiuti o generi alimentari già scaduti (scatolette, bustine di cibo preparato ) sostituendoli con altri. Se poi il bivacco dispone di stufa o camino è buona abitudine fare legna per rimpiazzare quella consumata. In questo caso è presente un’accetta e una sega per svolgere adeguatamente il ruolo di boscaiolo. Se siete intenzionati a provare l’esperienza di dormire una notte in bivacco è necessario attingere a piene mani al proprio spirito di adattamento. E’ facile, specie nella bella stagione, condividere lo spazio esiguo con altre persone. Non esiste prenotazione e nessuno è padrone del bivacco, anche se è arrivato prima degli altri. Ovviamente la possibilità di passare delle “notti stipati come delle sardine” non è da escludere.

Come prepararsi ad affrontare una notte in bivacco

La procedura è quella del buon escursionista che programma a tavolino la gita. Prima di tutto consultare un bollettino meteo per aggiornarsi sulle condizioni del tempo. Per la nostra regione consiglio Meteotrentino (www.meteotrentino.it) e Meteo AltoAdige (meteo.provincia.bz.it) che offrono servizi interessanti tra cui un radar capace di informare in tempo reale delle precipitazioni sul territorio e un simulatore previsionale valido nelle 24 ore. Poi consultare la cartografia e la posizione del bivacco prescelto tramite carte e guide alpinistiche. Sul sito della Sat (Società degli alpinisti tridentini) www.sat.tn.it avete la possibilità di trovare la localizzazione dei 14 bivacchi esistenti sulle montagne trentine con relativa scheda. Ora che sapete le condizioni meteo, la vostra destinazione e come raggiungerla è tempo di preparare lo zaino. La prima cosa da fare è dotarsi di una sufficiente riserva di acqua (un paio di litri a testa) perché non è assodato trovare una sorgente nelle vicinanze del bivacco. Nello zaino deve trovare posto un sacco a pelo, un pentolino e fornelletto per bere e mangiare qualcosa di caldo ( tè e minestre liofilizzate). Necessaria anche una torcia o frontalino per illuminare il bivacco quando cala la sera. Da buon escursionista non dimenticare un ricambio di vestiario asciutto chiuso in un sacco ermetico. Non auguro a nessuno di trascorrere una notte indossando indumenti umidi o addirittura bagnati. Anche in piena estate portate con voi berretto, guanti, maglione, giacca a vento e non dimenticate uno spartano primo soccorso. Gli scarponi devono essere di buona fattura e rodati. Salire a un bivacco con un paio di calzature nuove è da “pivelli”. Ora il vostro zaino è pronto ma peserà almeno otto chilogrammi, un fardello che durante le ore di cammino in salita sarà percepito molto gravoso. Aiutatevi nella progressione con un paio di bastoncini da trekking.

Conclusioni

Trascorrere una notte in bivacco è un’impresa che richiede, cervello, cuore, polmoni e muscoli allenati oltre a un investimento in attrezzatura. Dopo una lunga e faticosa salita rischiate di trovare il bivacco già affollato obbligati quindi a condividere per molte ore poco spazio con perfetti sconosciuti. Nella vostra pianificazione prevedete anche la soluzione B: la possibilità di ricorrere a un rifugio nelle vicinanze. Se siete fortunati trascorrerete una notte a tu per tu con la montagna con la possibilità di ammirare un’alba o un tramonto che non dimenticherete presto.

Una notte al bivacco Latemar – Attilio Sieff (Gruppo Latemar Lastei di Valsorda)

Costruzione magnificamente incastonata al centro del gruppo del Latemar al limite orientale del grande altipiano lunare compreso tra il rifugio Torre di Pisa e la forcella dei Campanili. Oltre alla bellezza del luogo l’escursionista, in caso di necessità può contare sul servizio offerto dal vicino rifugio. E’ un bivacco di tipo tradizionale (una piccola baita con stufa) realizzato nel 1976 a quota 2365 metri, dalla sezione Sat di Predazzo sfruttando le rovine di una antica costruzione di pastori. Nel 1979 il bivacco fu intitolato al giovane vigile del fuoco volontario Attilio Sieff di Ziano di Fiemme perito durante una esercitazione. A causa degli eventi catastrofici della tempesta Vaia l’accesso obbligato è da Pampeago (ci si arriva in auto) o tramite gli impianti a fune di Stalimen (Predazzo). Punto di partenza è il passo Feudo (2175 metri). Di qui si sale verso il rifugio Torre di Pisa percorrendo il ripido sentiero numero 516. Merita una sosta l’ampia terrazza del rifugio a quota 2676 metri con la visione della vicina torre di Pisa (pinnacolo calcareo inclinato). Si prosegue sul sentiero lasciando a sinistra la Cima Valsorda poi si imbocca il sentiero numero 516B che porta al bivacco. Il mattino successivo l’escursione può continuare camminando sul sentiero numero 516 fino alla forcella dei Campanili per poi tornare verso il rifugio Torre di Pisa. Non resta che scendere a valle per il sentiero percorso il giorno prima. Evitate di scendere nella sottostante Valsorda per due motivi: il sentiero presenta punti difficoltosi e la valle è stata sconvolta dalla tempesta Vaia.

Giberto Bonani

 

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RespirArt, 5 opere per i 10 anni di Dolomiti UNESCO

Amano la natura tanto da cercare di eguagliarne la bellezza. Amano la natura tanto da intrecciare con lei dialoghi artistici. Amano la natura così intensamente da lasciare che sia lei a decidere la durata di ciò che stanno creando. Sono gli artisti di fama internazionale e gli studenti delle Accademie d’Arte europee che ogni estate creano opere nel Parco d’arte RespirArt di Pampeago, in Val di Fiemme. Sabato 27 luglio, rivela le 5 installazioni d’arte Maria Concetta Mattei, giornalista e conduttrice del TG2 Storie, durante il RespirArt Day, la festa itinerante dell’11a Manifestazione d’arte ambientale RespirArt curata da Beatrice Calamari e Marco Nones. Il RespirArt Day 2019 è inserito nel calendario degli eventi che festeggiano i 10 anni di Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO. Il ritrovo è alle 9.00 davanti all’ufficio skipass di Pampeago. Dopo la risalita in seggiovia, la passeggiata parte alle 9.30 dal Rifugio Monte Agnello. Quindi, si scende lentamente lungo il sentiero ad anello fra le quote 2.200 m. e 2.000 m., fino al Teatro all’aperto del Latemar. Alle 12.00, nella terrazza dello Chalet Caserina, la Cantina Endrizzi di San Michele all’Adige, una delle più antiche del Trentino, invita a un “Arteritivo”, con un vino che profuma dei boschi delle Dolomiti. Il RespirArt Day è aperto a tutti ed è gratuito se si prenota alla e-mail respirartgallery@gmail.com o con un messaggio al numero 335 1001938 (entro le 18.00 del 26 luglio).La manifestazione è resa possibile grazie al sostegno di Itap Pampeago, Provincia Autonoma di Trento, Hotel Amici di RespirArt, Cantina Endrizzi, Magnifica Comunità di Fiemme, ApT Val di Fiemme, Trentino Marketing, Fondazione Dolomiti UNESCO, Impresa Edile Severino Volcan e figli di Tesero, Eugenio Del Pero, fotografo, e Dolomiti TV. Fondamentale è la collaborazione di Giuseppe Zorzi, sindaco di Panchià.

L’edizione 2019 ospita l’artista svedese Hannah Streefkerk, apprezzata dalla critica per i suoi ricami di licheni adagiati sugli alberi, e l’artista pluripremiato per le sue opere di ceramica dedicate alle api Stanisław Brach, che lavora al fianco dei suoi allievi dell’Accademia d’Arte di Varsavia Artem Dmytrenko e Filip Musiał.

Fra gli esponenti d’arte ambientale è presente il Gruppo Terrae, formato da Giuseppe Dondi, Alberto Larcher, Roberto Rossi e Fabio Seppi. Questo team di artisti trentini propone un’installazione di abeti dedicata alla rinascita delle foreste piegate dalla tempesta Vaia del 29 ottobre 2018.

L’artista di Riva del Garda Giovanni Bailoni dedica un’opera al geologo e mineralista Déodat de Dolomieu (da cui è nato il nome Dolomia), in occasione del festeggiamento dei primi dieci anni di Dolomiti UNESCO, assemblando le vecchie coperture delle baite dolomitiche.

Inoltre, realizza il sogno di creare la sua prima d’opera d’arte ambientale la studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Venezia Martina Pomari. La sua installazione invita l’uomo a guardare con gli occhi dell’albero.

INFO: respirartgallery@gmail.comwww.respirart.comwww.latemar.it – Tel. 0462 813265

 

GLI HOTEL AMICI DI RESPIRART

Ospitano gli artisti di RespirArt il Beauty & Vital Hotel Maria di Carano, il Park Hotel Azalea di Cavalese, l’Hotel Olimpionico di Castello di Fiemme, l’Hotel La Roccia di Cavalese, l’Hotel Scoiattolo di Pampeago e l’Hotel Shandranj di Stava di Tesero.

 

 

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Tutto merita una seconda possibilità

Bionenergia Fiemme compie venti anni. Era il febbraio del 1999 quando le maestranze accesero la prima caldaia per il teleriscaldamento di Cavalese utilizzando gli scarti del legno. Una alternativa all’utilizzo dei combustibili fossili per aprire la porta a un mondo dove il rifiuto non è più un problema ma risorsa. L’idea di riutilizzare i cascami del legno per produrre energia ha fatto strada e ora la società ad azionariato diffuso (oltre 500 soci) è diventata un tassello importante dell’economia del futuro, etichettata con l’aggettivo “circolare”. Accanto alla produzione di calore c’è quella di energia elettrica e nel 2013 si è affiancata anche la Bioenergia Trentino per trattare l’80% del rifiuto organico del territorio trentino. Un processo virtuoso che nell’impianto di Cadino, produce biogas (immesso in rete), energia e biometano per autotrazione. Oltre alla componente gassosa c’è quella solida, costituita da fertilizzante organico utilizzato dalle aziende agricole della Val d’Adige. Insomma con il motto «tutto merita una seconda possibilità» la società fiemmese è diventata parte attiva di un processo virtuoso che vede anche la produzione di pellet (segatura compressa per stufe)   di qualità. Per festeggiare degnamente il traguardo ventennale l’azienda ha promosso una due giorni di riflessione e festa per il 19 e il 20 luglio. Il 19, alle 20.45 nella zona adiacente alla centrale Bionergia in concomitanza con il ricordo della tragedia di Stava è in programma un convegno con il patrocinio della Provincia, Comune di Cavalese e Apt di Fiemme. Il tema non poteva che essere ambiente, sostenibilità e territorio. Tra i partecipanti l’arcivescovo Lauro Tisi, Francesco Salamini (è stato presidente dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige ora parte della fondazione Edmund Mach), Annibale Salsa (sociologo ed ex presidente del Club Alpino Italiano), Ariane Benedikter “Alfiere d’Italia per il suo impegno ambientalista, Graziano Lucchi, presidente Associazione 19 Luglio Val di Stava e fondazione Stava 1985 e altri relatori come Marco dalla Rosa, Annapaola Rizzoli e l’amministratore delegato Andrea Ventura. Il giorno successivo, domenica 20 luglio dalle 16.30 presentazione dei nuovi progetti, laboratori, visite guidate, percorsi enogastronomici e di degustazione.

Gilberto Bonani

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C’era una volta Lajadira

Alla fine degli anni Sessanta la patente era un miraggio. I giovani si spostavano con la mitica Vespa (per chi la possedeva) altrimenti restava la bicicletta. L’unica arma per combattere il freddo era la carta da giornale indossata sotto una giacca di lana cotta. Per ballare le alternative erano poche: feste campestri o un bar fumoso dove era alloggiato da qualche parte un jukebox. Ambienti poco adatti per «far colpo» su una ragazza. Poi arrivò da Rovereto Carmelo Azzolini e tutto cambiò. Figlio di un falegname di Lizzana Carmelo Azzolini aveva «classe» innata e sapeva leggere il cambiamento dei tempi. Così nacque la prima discoteca delle Valli di Fiemme e Fassa: la leggendaria Taverna Lajadira ai piedi dello storico albergo Dolomiti. Il successo fu immediato. Ben presto divenne un locale di riferimento, non solo per il ballo e il divertimento ma per «saper vivere». Frequentare la Taverna Lajadira richiedeva decoro nel vestire, nel comportamento e nello scegliere la qualità (e soprattutto la quantità del bere). Non erano regole imposte ma apprese dal «Signor Carmelo». Sorriso, giacca e cravatta, tono di voce mai sopra le righe Carmelo Azzolini è stato il modello per molti giovani che hanno imparato il comportamento sociale in una Moena ormai diventata Fata delle Dolomiti. Anche la musica aveva il suo stile. Agli inizi c’era l’orchestrina “Amorino e i suo pianeti” per poi passare al vinile con un vero Dj a mixare i pezzi da ballare. La Taverna Lajadira ospitò personaggi famosi degli anni Settanta, come Giorgio Gaber, Orietta Berti, Sandro Giacobbe, Gianni Rivera. Il locale era teatro di concorsi di bellezza ed eventi di richiamo, ma soprattutto era un luogo di ritrovo per i giovani. Quante storie d’amore sono nate in quel locale. La nomea della Taverna Lajadira superò l’orizzonte delle due valli. Per una serata danzante si partiva da Falcade, da Pergine, anche da Bolzano. Nonostante il successo non era un locale da snob. Ci si poteva divertire con pochi soldi in maniera genuina, senza mai esagerare. «Carmelo è stata una grande persona» -. rammenta Maurizio Boninsegna. «Noi ragazzini con pochi soldi in tasca ci sentivamo comunque dei clienti importanti». «Ho dei ricordi bellissimi della Taverna Lajadira» – scrive su Facebook Antonella Cascella – «Trascorrevamo serate bellissime. Si aspettava il sabato per poter ballare e stare in compagnia: un appuntamento fisso per tutti i giovani di Moena e non solo.!!!!Peccato non ci siano più locali così belli a Moena». «Questo era il nostro mondo – aggiunge un amico che ha vissuto quei tempi» – «La Taverna era un luogo di aggregazione, esattamente come i giardinetti, si poteva ballare ma anche parlare, il volume era ottimale, gli alcolici ponderati, le canne ancora sconosciute».

Gilberto Bonani

 

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