Einstein in Fiemme e Fassa

Sono passati più di cent’anni da quando Albert Einstein ha pubblicato le sue tesi sulla relatività. Tesi rivoluzionarie, che mettevano in crisi il sistema di valori con cui per secoli credevamo di sapere come andasse il mondo. Tutti ricordiamo le storie ascoltate dai banchi di scuola, di Galileo Galilei che dalla torre di Pisa lascia cadere una mela per misurarne la velocità. Con Isaac Newton, Galileo è un padre della fisica meccanica, con cui ancora oggi un ingegnere calcola con precisione tutto il necessario per costruire un ponte o un apriscatole.

I problemi sono iniziati a fine Ottocento, con l’arrivo della luce elettrica, prima nelle strade (Parigi è stata la prima nel 1878), e quindi nelle case. L’elettricità, senza la quale la nostra civiltà oggi non sopravviverebbe, è stata il nostro primo incontro quotidiano con la fisica delle particelle: una realtà materiale che non vediamo, ma di cui siamo fatti, di cui è fatto ogni animale, ogni oggetto, il nostro pianeta e, probabilmente (mica ci siamo stati) tutto l’universo.

L’elettricità corre alla velocità della luce che, per chi ama le statistiche, viaggia a 300mila chilometri al secondo. Ora, il contributo di Einstein, è stato nel farci capire che se ci occupiamo della nostra realtà di tutti i giorni, dove le mele cadono sempre allo stesso modo, la fisica tradizionale funziona come un orologio svizzero. Ma non quando ci occupiamo di realtà fisiche in cui la velocità della luce è di casa. Parliamo quindi del microuniverso sub-molecolare, degli scontri e incontri tra gli atomi, e del macrouniverso oltre il sistema solare, in cui, per viaggiare entro i nostril limiti biologici, bisogna accellerare al massimo e viaggiare, appunto, oltre la velocità della luce. In pratica, Einstein ci ha fatto capire che in quelle condizioni, i nostri concetti di tempo e spazio non funzionano a dovere.

Da ragazzo, ho passato ore a cercare di capire la teoria della relatività. E due cose mi sono rimaste. In primo luogo la convinzione di non essere tagliato per le scienze. Leggevo e rileggevo senza capire veramente. E poi l’immagine paradossale, o meglio, l’esempio trovato in un libro in cui si diceva che se, di due gemelli, uno parte e va a visitare un pianeta viaggiando oltre la velocità della luce, quando torna si trova a essere biologicamente più giovane di suo fratello. E lì ho rinunciato alla mia carriera di scienziato.

Ma, si dirà, che cavolo c’entrano Fiemme e Fassa con la teoria della relatività? Confesso che si tratta di un’esperienza personale, ma che forse molti hanno condiviso. L’elettricità è familiare a ognuno, anche se non la capiamo e non la vediamo se non quando parte un fulmine o ci si prende una scossa toccando una presa difettosa. Ma da un paio d’anni in qua la teoria della relatività è entrata in valle.

Con le bici. Sì. Le mountain bike elettriche.

L’anno scorso ne ho noleggiate un paio e alla prima uscita ho capito tutto quello che Einstein ci voleva dire. Girare in montagna con la e-bike costringe a rivedere i propri concetti di tempo e spazio. Un esempio: da ragazzino per arrivare al laghetto di Moregna, c’era un chilometro di dislivello, rispetto al fondovalle. Per cui si partiva di mattino presto, un paio d’ore per arrivare in Valmaggiore, un’altra ora e mezza e si era su, pronti a far polenta alla baita di Moregna. Il più delle volte si rimaneva su, a pescare qualche salmerino striminzito e si tornava a valle la domenica, a fine settimana concluso. Oggi, quel chilometro di dislivello è ancora lì; ma stavolta il gestore del bici-noleggio mi dà qualche consiglio e dice che, volendo, posso andare a Valmaggiore, tirar su fino al Rifugio Paolo e Nicola, livellare verso Moregna e da lì scendere giù. Se parto alle nove per mezzogiorno sono di ritorno. Lo fisso con lo sguardo perso, lo stesso, esatto sguardo che dovevo avere leggendo i libri su Einstein. Ma, come? Un giro così nella mia testa ci si mette un giorno, a farlo.

Insomma, ho preso la bici e me ne sono andato da un’altra parte. Mi sembrava una dissacrazione rifare quei giri familiari alla velocità della luce. Ho preso due bici, e con mio figlio più grande, Matteo, in mezzora eravamo in cima alla Val di Stava. Lui, baldo dei suoi ventanni, pedalava felice divertendosi a regolare l’altezza del sellino in base alla pendenza (pure quello, si poteva fare). Io lo seguivo, stupidamente vergognoso ogni volta che superavamo qualcuno con la mountain bike normale. Mi sembrava di essere una truffa su due ruote. Eravamo lì a far finta di pedalare, quando bastava un click sulla centralina del motore elettrico e via, si facevano salite che m’avrebbero distrutto i polmoni in cento metri.

Mi sono pure divertito, figuriamoci. Il giorno dopo ho noleggiato un carrellino e ho spedalato i due più piccoli su per la Val di Fassa. Ma ritornati al noleggio non ho potuto fare a meno di guardarmi attorno, come se mi aspettassi di veder spuntare il mio fratello gemello (che non ho). L’ho immaginato un po’ più vecchio di me, ingobbito, che mi rivolgeva uno sguardo un poco risentito. In quel momento mi sono ricordato di una famosa foto di Einstein, con quella sua faccia da scienziato pazzo, che fa la linguaccia. Sono stato tentato di fare lo stesso ma subito ho capito che mi sarei meritato la disapprovazione di Matteo. “Not cool”, fare la lingua ai fantasmi.

Okay, not cool. Ma scommetto che lui mica ha capito di aver viaggiato grazie alla velocità della luce.

Guido Bonsaver

 

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