In grafia… veritas

Verba volant… ma scripta manent. Lo sapevano gli antichi romani, lo sa benissimo anche Miriam Deflorian, 34 anni di Tesero, di professione grafologa peritale. Si occupa, cioè, di verificare l’autenticità di testi manoscritti e firme, in casi di sospetta simulazione o dissimulazione, o di risalire all’autore di lettere anonime. Un lavoro insolito, nato da una serie di circostanze quasi casuali.

“La prima volta che ho sentito parlare di grafologia avevo 15 anni e alloggiavo in un collegio a Bolzano, città in cui studiavo – racconta -. Una suora, vedendo la mia scrittura, ne diede un’interpretazione del mio carattere e del mio futuro assolutamente negativa e dispregiativa. Di fronte a tale giudizio, la bibliotecaria della scuola intervenne dicendo che la grafologia non usa questo approccio e che non è assolutamente così facile interpretare una scrittura”. Accantonato quell’episodio, Miriam si ritrova a 30 anni, impiegata in un’assicurazione e con la voglia di provare qualcosa di nuovo. Alla ricerca di nuovi stimoli, attirata da una scuola di grafologia a Bologna si iscrive, senza ancora immaginare che da lì sarebbe partito un nuovo cammino professionale. “Ero incuriosita prima di tutto dalla mia grafia, che negli anni era sempre cambiata molto. Inizialmente a conquistarmi è stato proprio il fatto che la grafologia parla dell’uomo e lo fa con estrema delicatezza. Non si limita a fare un’analisi sterile di una caratteristica, ma tiene conto che dietro ogni scrittura c’è una persona, una storia, uno stato d’animo, magari una sofferenza. Non c’è nessuna volontà di giudizio, quanto di comprendere per offrire gli strumenti per stare meglio”.

Dopo due anni di studi, la scelta di specializzarsi in grafologia peritale: “Era l’ambito che offriva più garanzie professionali. E, infatti, terminata la scuola, ho iniziato a prestare consulenze ad avvocati, privati e anche al tribunale di Trento. Lavoro soprattutto sull’autenticità degli scritti. Vengo contattata quando non si è certi della provenienza di un testo o della veridicità di una firma. Analizzo in particolare testamenti, contratti, assegni, lettere anonime, tutto ciò che è manoscritto”. Come lo fa? “Si valutano le caratteristiche formali di una grafia, quelle più appariscenti e visibili, e quelle più profonde nascoste nel tratto grafico. Sono proprio queste peculiarità impercettibili, se non a un occhio esperto, quelle che generalmente permettono di riconoscere la veridicità di un testo, un tentativo di simulazione di una scrittura. Ognuno di noi ha degli automatismi nel proprio gesto scrittorio che è difficile notare e ancora di più nascondere”, spiega Deflorian.

Per analizzare un testo serve una specifica attrezzatura tecnica: “Dopo una prima analisi a occhio nudo usiamo eventualmente microscopi per ingrandire, luce ultravioletta per scoprire abrasioni della carta o utilizzo di solventi, luce infrarossa per verificare, per esempio, se sotto un tratto ad inchiostro è presente un tratto a matita (indizio di un tentativo di dissimulazione), il diafanoscopio (il pannello retroilluminato che usano anche i medici per le lastre), oltre a macchina fotografica e scanner, necessari per documentare le nostre consulenze private o la nostra relazione in tribunale”.

Oltre ad essere diventato un lavoro che la appassiona, la grafologia ha permesso a Miriam di capire meglio sé stessa, tanto che la sua scrittura è nuovamente cambiata: “Lo è anche la mia firma: una volta mi è stato addirittura rifiutato un documento perché le firme non corrispondevano”, racconta sorridendo.

“La scrittura è un comportamento, una forma di espressione e pertanto non può prescindere dal temperamento e dal carattere, ma anche dalla fisicità e dall’impulso nervoso. Pensiamo alla pasta: basta cambiare trafila e tipo di impasto per avere tanti risultati diversi. La scrittura è proprio così: unica per ognuno di noi ed irripetibile, come ciascuno di noi. Per questo la grafologia è utile anche a fini psicologici e rieducativi”.

Tuttavia, questa disciplina non sempre è presa sul serio da chi non la conosce: “È una scienza giovane, che sta facendo grandi passi avanti per dimostrare le sue fondamenta”. C’è però chi si improvvisa grafologo e chi vuole trasmettere il messaggio che tutti possano interpretare la propria scrittura: “Non si tratta di interpretare come è scritta la singola lettera, quanto di capire come ogni segno interagisce con l’altro. Faccio un esempio: uno spazio tra una lettera e l’altra può essere interpretato sia come apertura verso l’altro, sia come il voler mantenere una distanza dall’altro. Ecco che per capire quella caratteristica del testo serve un’analisi globale, che solo un professionista può fare. È un po’ come nella medicina: il mal di testa può essere un sintomo comune a più malattie, sta al medico – solo a lui – capire, dall’insieme di altri sintomi, cosa rappresenti. Le autodiagnosi, in salute come in grafologia, sono assolutamente sconsigliate”.

Monica Gabrielli

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