La Brexit vista dall’Italia

Ormai ci siamo. A fine ottobre la Brexit sarà davvero una realtà, ancora di più ora che alla rassicurante premier May si è sostituito il simil-Trump Johnson, molto più incline ad un taglio netto con il passato e a un illusorio ritorno ad una Gran Bretagna thatcheriana, isola isolata e regina presunta sullo scacchiere economico europeo e mondiale.

Fantapolitica a parte, quali saranno le conseguenze della Brexit per un italiano o un europeo?

Di certo le regole cambieranno, anche se il Regno Unito si è affrettato negli scorsi mesi a spiegare che gli impatti diretti sulla vita dei cittadini cominceranno solo il giorno dopo l’uscita del sistema Europa e saranno il meno traumatici possibile; questa spiegazione si era resa necessaria già nel 2017, quando era stata invocata a gran voce dai pro-Brexit la scelta di chiudere immediatamente le frontiere e non concedere più alcun tipo di visto, limitando anche la libera circolazione delle persone. Capendo che questa radicalità avrebbe però portato a gravissimi problemi economici e di tenuta la Gran Bretagna è corsa ai ripari concertando con l’Unione Europea un accordo che permetterà ai 3 milioni circa di europei – tra i quali 600.000 italiani – che sino ad ora hanno vissuto nel Regno Unito, ma anche a chi pensa di unirsi a loro, di non essere completamente tagliati fuori.

Il ministero degli interni inglese ha lavorato moltissimo per incoraggiare i cittadini europei che vivono nel Regno a fare domanda di residenza permanente, sia sulla comunicazione on che off line, in particolare tappezzando di manifesti tutte le strade principali, le stazioni ferroviarie della metro e i luoghi di ritrovo affinché chi si è costruito una vita in UK, e tanto ha contribuito e contribuisce al benessere della società inglese, continui a sentirsi benvenuto.

Per questo il giorno dopo il 30 marzo 2019 – data inizialmente prevista per l’uscita dal sistema Europa poi slittata a fine ottobre – e in seguito ad alcuni mesi di prova e preparazione, con migliaia di funzionari pubblici appositamente formati per seguire, presto e bene, le domande, è stato dato il via al cosiddetto EU settlement scheme, secondo il quale chi vive e lavora in Gran Bretagna da almeno cinque anni e ha un passaporto valido può chiedere e ottenere il “settled status”, o diritto di residenza permanente, senza restrizioni o limiti.

Per richiedere la residenza permanente bisogna dimostrare la propria identità, dichiarare eventuali precedenti penali e inviare una foto. Il ministero controlla i dati, il periodo di residenza in Gran Bretagna e le banche dati su terroristi e criminali e poi se tutto è in regola concede appunto il “settled status”.La scadenza per fare domanda sarà il 30 giugno 2021, se l’accordo di recesso verrà approvato, e il 31 dicembre 2020 in caso di “no deal”.

Chi invece risiede da meno di cinque anni potrà richiedere il “pre-settled status”, una forma di residenza transitoria, la quale, allo scadere dei cinque anni di permanenza nel paese, potrà essere modificata in residenza permanente. Le procedure, come ha assicurato l’Home Office di sua maestà, sono state semplificate al massimo, tanto che per attivarle è possibile scaricare anche un’app dedicata (con la quale i possessori di Iphone hanno avuto inizialmente alcuni problemi. Ah, la guerra dei sistemi operativi!) e sono state rese disponibili informazioni dettagliate in tutte le lingue Ue.

Ma non tutto sembra così semplice, come dimostra, ad esempio, la condizione degli studenti, italiani ed europei, che negli scorsi mesi hanno scelto di iscriversi o continuato a fare domanda di dottorato nelle università britanniche. Infatti, finché il Regno Unito sarà parte dell’EU pagheranno la tariffa europea di 2 o 3mila sterline annue e potranno beneficiare di agevolazioni alla pari dei cittadini britannici, ma in caso di hard Brexit, di uscita senza accordi precisi, potrebbero vedere tale cifra lievitare fino a oltre 30mila sterline.

Un bel grattacapo, al quale presto potrebbero unirsi problematiche simili per l’accesso ai servizi di welfare quali sanità e disoccupazione, o per l’accesso ai posti di lavoro, senza scordare le questioni, sollevate negli scorsi anni e mesi, del riconoscimento della patente di guida e della portabilità dei contributi pensionistici senza tassazione, particolarmente sentito da italiani e francesi data una legge recente della Gran Bretagna (2017) che non riconosce gli enti pensionistici di entrambi questi paesi e quindi chiederebbe (condizionale d’obbligo dato il work in progress sugli accordi bilaterali) una tassazione in uscita di oltre il 40% del versato.

E così, mentre la Gran Bretagna grida al mondo di stare tranquillo che tutto andrà bene, il suo biondo primo ministro corre in tv a dire che a fine ottobre i ponti con l’Europa verranno tagliati senza “se” e senza “ma”, un milione di cittadini firma per richiedere un nuovo referendum pro-Europa e la Regina si vede obbligata a firmare lo stop ai lavori del parlamento, senza che nessuno sappia se, quando e come questa Brexit avverrà.

Una tragedia, o commedia, degna di Shakespeare.

Non ci resta che qualche raccomandazione per gli italiani residenti in GB: iscrivetevi all’AIRE – Anagrafe Italiana Residenti Estero, tenete vicino il numero dell’Ambasciata per qualsiasi intoppo, fate del vostro meglio per costruirvi un futuro e realizzare i vostri sogni ma, soprattutto, scordatevi di citare, al lavoro o in università, Mazzini e De Gasperi.

Quel sogno europeo, comunque andrà, pare purtroppo non esistere davvero più…

Fabio Pizzi

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