La nostra storia raccontata a Bellamonte

Rinaldo Varesco ha raccolto, con passione, tempo e denaro, un’eredità culturale fiemmese costituita da più di duemila oggetti testimoni di un’epoca che non c’è più. Un grande valore etnografico che rischiava di andare perso, ma che Rinaldo si è impegnato fortunatamente a conservare. Il collezionista, che da tempo interroga le autorità locali, lancia un appello: “La Val di Fiemme trovi una sede adeguata ai tre secoli di storia di questa collezione”. In questi anni il “Museo di nonno Gustavo” (dal nome del padre di Rinaldo) ha trovato dimora nell’antica baita di legno vicina all’hotel di famiglia, nel magnifico contesto di Bellamonte. Una sede affascinante, ma per quanto ancora? Visitare il museo significa innanzitutto conoscere Rinaldo, con i suoi brevi racconti, con le sue descrizioni, con i suoi indovinelli, con i suoi aneddoti. E così, mentre si osserva come si creavano i denti del rastrello, o come si faceva il gelato, o come si lavoravano le pannocchie o si misurava il latte, si scopre di quante piccole astuzie i nostri antenati erano capaci. Si scopre che la collezione di Rinaldo parla di un tempo in cui l’intelligenza dei lavoratori si riversava nei rispettivi attrezzi. Poi vennero anni in cui ognuno cercò di liberarsi di quelle cose. La Val di Fiemme, come tutto il mondo, stava bruscamente cambiando. Si svuotavano baite, laboratori e stalle. Tutti quegli oggetti, ora preziosi, in quel periodo furono considerati solo roba vecchia, inutile e da buttare. Si stava cancellando il passato. Ma Rinaldo se ne accorse e andò controcorrente, iniziando a conservare e a collezionare. Dopo un lavoro di raccolta durato vent’anni, nel suo museo troviamo riprodotta fedelmente una cucina valligiana di tre secoli fa, in un’altra stanza siamo invece quasi travolti da strumenti musicali e da attrezzi da caccia, mentre nell’impressionante sala grande siamo letteralmente circondati dagli infiniti attrezzi di fabbri, carrettieri, boscaioli, falegnami, contadini, casari, calzolai e bottai. Rinaldo, classe 1928, ancora accompagna i visitatori alla scoperta di quel mondo che non c’è più, ma si domanda cosa sarà in futuro della sua preziosa collezione. Il rischio è che quella storia vada dimenticata un’altra volta, forse definitivamente. La Val di Fiemme ora può dimostrare di essere legata alle sue radici, trovando un’adeguata sede a questa collezione. Non è solo Rinaldo a chiederlo, ma anche l’anima di tutti quei nostri antenati che con quegli attrezzi hanno lavorato vite intere. “Spero che i comuni o la comunità si sveglino presto – auspica Rinaldo -; la collezione dovrebbe essere custodita in una sede adeguata. Penso a tutte le fatiche che sono state fatte con gli attrezzi che ho raccolto. Ora non si riesce nemmeno a far la fatica di trovar un giusto luogo per esporli. Credo che trecento anni di storia meritino uno spazio adeguato, rigorosamente, in Val di Fiemme. È un secolo che la classe politica non dirige come dovrebbe, adesso è ora che riprendano le redini della nostra valle e della nostra storia”. Rinaldo richiude ancora una volta la vecchia porta della sua baita e si incammina verso il suo albergo. Dietro quelle pareti in legno rimane la storia di tutti noi. Grazie, Rinaldo, per averla conservata, grazie per volercela riconsegnare.

Alfredo Paluselli

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