L'addio alla baita Monzoni

Era uno di quei posti che non si dimenticano. Come non si dimentica facilmente Nello, il vulcanico gestore con un passata da girovago e tanti aneddoti da raccontare. La Baita Monzoni, costruita con le travi usate durante la Prima Guerra Mondiale, prima ricovero per pastori e poi rifugio, arredata in modo estroso e unico, ora non c’è più. Un incendio, di cui sono ancora ignote le cause, l’ha distrutta in una notte di fine maggio. Se ne è andato un punto di riferimento per tanti escursionisti, che in questa baita cercavano un ristoro dove mangiare cucina tipica, ma soprattutto un’atmosfera goliardica e genuina. Nello Defrancesco ha trascorso qui, in questo bellissimo angolo della valle di Fassa, gli ultimi 34 anni della sua vita. A segnare il suo destino i genitori esercenti a loro volta, ma soprattutto 9 mesi a Baita Segantini, insieme ad Alfredo Paluselli, uomo simbolo del Passo Rolle ( “Ero solo un ragazzino e non è stato certo facile: sveglie all’alba, lunghi viaggi con gli sci ai piedi per andare a comprare farina e giornali. Eppure di quel periodo ricordo soprattutto le ore trascorse con lui ad ammirare le ombre che il sole disegnava sulle Pale: ombre che assumevano contorni così nitidi da sembrare il contorno del diavolo o della Madonna. Forse è stato proprio lì, tra natura e fantasia, che è nato il mio amore per la montagna”. Nello poi negli anni ha fatto il cameriere in varie località turistiche italiane, viaggiando fuori stagione. Viaggi ben lontani dal classico concetto di turismo: “Acquistavo in Italia una vecchia Peugeot, mi imbarcavo con l’auto da Genova a Tunisi e poi, con un viaggio a dir poco avventuroso, attraverso il deserto, passando in Paesi all’epoca non facili come l’Algeria, arrivavo in Niger, dove vendevo la macchina a un prezzo tre volte superiore a quello d’acquisto, cercavo un passaggio fino in Togo, prendevo un volo direzione Mosca e poi finalmente tornavo a casa”. Da questi e dai numerosi altri viaggi che ha fatto in seguito Nello ha portato numerosi ricordi. Le pareti della Baita Monzoni erano ricoperte di questi insoliti souvenir: un kalashnikov etiope, coltelli tribali, un cobra in bottiglia, e tante tante foto. Esperienze che Nello raccontava ai suoi clienti, che lo ricordano tutti per la sua estrosità. Alla Baita Monzoni non c’era il menù cartaceo: in questi anni Nello ha ripetuto decine di volte al giorno, cliente per cliente, cosa proponeva la cucina: un contatto diretto che magari aumentava l’attesa, rallentava il servizio, ma rendeva unica la relazione. Questo ambiente spartano, senza nessun confort, ricco di storia ma povero di comodità, ha visto la presenza anche di numerosi vip (Alberto Tomba è stato un cliente fedele), ma Nello non faceva distinzione: dava a tutti del tu, riservava a tutti la stessa accoglienza. Non si sa ancora se i proprietari della baita decideranno di ricostruire la baita, che comunque non sarà mai più la stessa senza le travi che hanno visto la Grande Guerra, senza gli oggetti unici di Nello. Forse senza Nello stesso, che a 64 anni non sa per quanto ancora lavorerà. Certo per ora è che in quella notte di fine maggio le fiamme hanno distrutto non solo i ricordi più cari di una vita, ma anche un pezzo di storia.

 

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