L’epidemia all’estero

Per quasi due mesi, le conferenze stampa provinciali e nazionali hanno scandito i nostri pomeriggi, aggiornandoci, giorno dopo giorno, sul numero dei contagi, dei decessi e dei guariti. Per settimane abbiamo guardato al nostro Paese, tra i più colpiti dall’epidemia, con apprensione e con la consapevolezza di trovarci nell’occhio del ciclone. Ma c’è anche chi la situazione l’ha osservata dall’estero, con una doppia preoccupazione, quella per i propri cari in Italia e quella per sé stesso e il Paese di adozione. Abbiamo raccolto alcune delle storie di valligiani che la pandemia si sono trovati a viverla in giro per il mondo.

USA

1.259.777 casi, 75.852 decessi

Luca Girardi, San Francisco

Il coronavirus ha cambiato nella mia quotidianità almeno due aspetti: il modo in cui vivo a casa e il modo in cui vivo fuori di casa. Il primo è ovvio: vivo con la mia compagna, Misty, in un appartamento che di certo non è grande. Si sta insieme 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana. I ritmi di uno diventano quelli dell’altro. Non c’è un attimo di tregua: uscire non è vietato come in Italia, ma i parchi e le spiagge sono chiuse. Per cui non c’è scampo: bisogna sopportarsi. Si vedono le atre persone come appestati. Durante le nostre passeggiate, evitiamo di stare sul marciapiede se qualcun altro cammina in senso contrario. Tutti potenzialmente potrebbero attaccarti la malattia. Ce la prendiamo con quelli che non si spostano, o stanno fermi agli angoli delle strade. Sono tutti “nemici”. Trump lo evito. Lo evitavo già prima, ma le cose che dice sul coronavirus sono ridicole, imbarazzanti. Mi fanno rabbrividire o mi nauseano, o entrambi. La risposta al coronavirus è in mano ai governatori; per fortuna noi ne abbiamo uno buono, certi altri stati, specialmente al sud, non sono così fortunati. La situazione in ceri stati (New York, New Jersey) è peggiore che in Italia. Qui sulla West Coast stiamo un po’ meglio: in California la maggior parte dei casi (26.243) sono a Los Angeles. Noi qui ce la caviamo relativamente bene: ci sono 1.760 casi in totale nella contea di San Francisco. Ma in generale ci si sente un po’ abbandonati a sé stessi: non c’è aiuto economico ($1200, una tantum, e nemmeno per tutti), e non c’è aiuto sanitario: ci sono storie su internet di gente che paga migliaia di dollari per un tampone. Chi perde il lavoro perde l’assistenza sanitaria; ci sono 26 milioni di persone che hanno richiesto la disoccupazione. L’economia è in contrazione. I lavoratori di Amazon lavorano in condizioni precarie (come anche quelli nella sanità) e vengono licenziati se protestano. Mi vengono in mente le parole di Simon & Garfunkel: “They’ve all come to look for America” (Sono tutti venuti a cercare l’America). Ma dov’è l’America?

MOZAMBICO

82 casi, 0 decessi

Gianluca Guadagnini, Tofu

Qui in Mozambico siamo nella cosiddetta fase tre, cioè quella che precede il lock-down totale: ci sono delle restrizioni importanti alla libertà di movimento, soprattutto per quelle situazioni che implicano assembramento, come le cerimonie religiose, ma non siamo obbligati a restare in casa. Le scuole sono chiuse, gli accessi ai negozi limitati, così come il numero dei passeggeri sugli autobus. Va comunque tenuto presente che il concetto di responsabilità sociale è diverso rispetto a quello che intendiamo noi: non è solo una questione culturale; per molta gente è di fatto impossibile rispettare determinate regole. La maggior parte dei mozambicani vive di lavori occasionali, non esiste un vero sistema di previdenza sociale, le famiglie sono abituate a vivere all’aperto, per cui le case nono sono predisposte per una quarantena a domicilio. Il Paese cerca perciò di adattarsi alla propria maniera alle nuove disposizioni, con pesanti conseguenze economiche. L’autista che prima faceva salire sul suo bus 27 persone, ora deve limitarsi a 9; chi si affidava a lavori giornalieri non trova più di che vivere; chi un lavoro ce l’aveva sa di aver garantito lo stipendio minimo per tre mesi (pagato dal datore di lavoro, non dal Governo) e poi non avrà più diritto a niente. La crisi ha colpito in particolare la nuova middle class che andava formandosi nel Paese, coloro che grazie a stipendi dignitosi erano riusciti a uscire dalla povertà e a porsi nuovi obiettivi. Ora siamo tornati a una vita di sussistenza come al termine della lunga guerra civile mozambicana.

Io e la mia compagna gestiamo una guest house a Tofu, zona turistica del Paese. Dal 15 marzo non abbiamo più clienti: in due settimane abbiamo visto annullate le prenotazioni per l’intero anno. Abbiamo calcolato che per mantenere la struttura e garantire al personale uno stipendio seppur minimo (che è ben poca cosa rispetto al loro guadagno precedente), da qui a dicembre dovremo prevedere circa 35.000 euro di costi, con zero entrate.

Credo che questa situazione ci stia mettendo di fronte al fatto che il capitalismo sfrenato ha portato il mondo a un livello di interconnessione tale per cui non possiamo più permetterci di credere di poter vivere indifferenti a ciò che capita dall’altra parte della Terra. Spero che tutto questo ci permetta di fare qualche passo indietro e tornare a uno stile di vita più sostenibile per tutti.

REPUBBLICA DOMINICANA

9.376 casi, 380 decessi

Michela Bez, Santo Domingo

Sto vivendo molto male questa situazione sanitaria perché sono estremamente delusa per come il Paese sta gestendo l’epidemia. Il governo si è limitato a consigliare una quarantena dalle 5 alle 17, istituendo il coprifuoco dalle 5 alle 17. Il 30% della popolazione rispetta queste indicazioni, uscendo solo per fare la spesa (nei supermercati si trovano però file ed assembramenti), mentre il restante 70% trascorre le giornate all’aperto, incurante del virus. Con il buio la situazione non migliora: è come se la popolazione sfidasse la polizia, che ha già arrestato decine di migliaia di persone. Purtroppo, la gente non sta prendendo coscienza del virus: si affidano alla religione, credendo di essere protetti da Dio e di non aver bisogno di altre misure precauzionali.

Da un punto di vista economico e sociale la situazione è drammatica: la maggior parte dei domenicani vive con il lavoro del giorno, così molte attività (come, per esempio, i barbieri e i parrucchieri) funzionano abusivamente, anche grazie a una corruzione diffusa. Oltre ai morti per coronavirus (il numero reale è probabilmente diverso da quello ufficiale), c’è stato un aumento dei casi di decessi dovuti all’alcol, dei suicidi, degli omicidi e delle violenze, anche domestiche.

Onestamente sono molto preoccupata per questo Paese: questa situazione ha messo in evidenza i rischi non solo di un sistema sanitario precario, ma anche di un tasso di istruzione molto basso.

GERMANIA

169.430 casi, 7.392 decessi

Stefano Savin, Baviera

Anche in Germania l’epidemia di Covid-19 ci ha cambiato la vita. Molte attività sono state chiuse e tante lo sono ancora, ma dal 27 aprile qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la libertà personale, seppur le passeggiate non siano di fatto mai state vietate. Personalmente mi ritengo abbastanza fortunato perché io ho continuato a lavorare, ma la limitazione dei contatti umani è stata pesante da sopportare.

Qui il virus ha colpito un paio di settimane dopo rispetto all’Italia e credo che questo ritardo abbia permesso alla Germania di organizzarsi di conseguenza. Forse hanno pesato anche il diverso sistema sanitario e la mentalità della gente, che penso abbia fatto la differenza nei numeri. Faccio un esempio: qui le multe bisogna pagarle davvero; in Italia si inizia con le denunce e, poi, a causa dei tempi infiniti del sistema giudiziario, è quasi come dire “fate quello che volete”.

In questi mesi non ho mai avuto paura per me o mia moglie, ma ne ho avuta per i miei genitori a Predazzo. Mi manca tanto la mia famiglia, soprattutto ora che so di non poter andare a trovarla quando voglio. Purtroppo, sembra che dovrò aspettare almeno fino a metà giugno prima di poter rientrare in Italia. Spero davvero si riesca a tornare presto a una sorta di normalità, anche se sicuramente non sarà mai come prima: le nostre vite sono ormai cambiate; se in meglio o in peggio lo sapremo solo più avanti.

Monica Gabrielli

*dati JHU CSSE COVID-19, 8 maggio 2020

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