I libri, la mia vita

Francesco Morandini dopo quarant’anni di lavoro come bibliotecario a Predazzo se ne va in pensione. In questi ultimi quattro decenni da bibliotecario, ha vissuto le profonde mutazioni della sua professione ma anche, attraverso il costante contatto con i lettori. I cambiamenti profondi della nostra valle.

Da “prestatore” di libri a operatore culturale. Possiamo sintetizzare e semplificare così il cambiamento del bibliotecario negli ultimi 40 anni?

Non proprio. Alla fine degli anni ’70 c’era un approccio molto più “politico”. Le biblioteche erano contaminate dai fermenti culturali del post ’68 e ’77. E c’era voglia di partecipazione tanto che anche i consigli di biblioteca erano molto vivaci e partecipati. Poi si è tornati alla centralità del libro, lasciando ad altri (associazioni e assessorati) occuparsi delle attività culturali. Si è tornati indietro negli ultimi anni quando le biblioteche sono tornate spesso ad essere luogo di programmazione culturale. Il modello del futuro è completamente diverso. Una piazza del sapere, di tutti i saperi, anche del “fare”. Una piazza per i cittadini. Parafrasando un noto bibliotecario prestato per un po’ alla politica, Vincenzo Passerini, direi che si passerà dai libri alle persone. La nuova biblioteca di Predazzo sarà a questo riguardo un bel banco di prova.

Si sente continuamente dire che non si legge più. Ma è veramente così?

I dati Istat sono inequivocabili. Nel 2017 solo il 41% degli italiani dai 6 anni in su ha letto almeno un libro. 10 anni prima era il 45%. Nelle biblioteche trentine i prestiti sono in calo da alcuni anni. A Predazzo abbiamo avuto una crescita esponenziale dei prestiti librari fino a 4-5 anni fa, ora si va verso una nuova stagione. Non si legge solo sui libri, dobbiamo prenderne atto. Le biblioteche lo stanno facendo.

Cosa cambia nella propria vita nel vivere costantemente a contatto con i libri?

Ci sono bibliotecari che i libri li divorano e si concentrano su di essi. Personalmente ho sempre avuto una visione più “sociale” della biblioteca, come luogo e servizio culturale comunale a tutto campo. Al di là delle mie letture l’approccio al libro è quindi funzionale al servizio. Lavori sui dati bibliografici, i destinatari, la collocazione, la promozione, etc. Rifletti su ciascun libro, ma pensi sempre al suo posto e al suo ruolo considerandolo parte di un insieme. E’ come un mattone per il muratore che costruisce una casa.

Allontana dalla realtà oppure rende più comprensibile il mondo che ti circonda?

Stare in mezzo ai libri, ai giornali, alle riviste, dover continuamente rispondere alle domande e alle richieste degli utenti (ti assicuro le più diverse) non può che aiutare a capire il mondo. Ma il mondo è fuori e non lo capisci davvero se ti limiti a leggere i giornali o a passare il dito su uno smartphone.

Quanto ha cambiato la digitalizzazione nell’attività di bibliotecario?

Con internet è cambiato il mondo. 40 anni fa, per le biblioteche, il mondo (tolti radio e TV) finiva sulla porta d’ingresso. Se ti chiedevano un libro che non avevi potevi verificare se acquistarlo e finiva lì; se ti chiedevano un’informazione, c’erano le enciclopedie che possedevi, e basta. Ora, non solo puoi far arrivare un libro dalla biblioteca di New York, o un articolo dall’Università di Sidney, ma devi dare risposte a tutto. Il “reference”, come lo chiamiamo noi, è passato dal libro/enciclopedia alla rete. E qui viene il bello perché è indispensabile orientarsi in un mare di bufale, fake news, disinformazione e misinformazione (la cattiva informazione che viene da fonti attendibili). Sia i bibliotecari, sia i giornalisti, vivono le stesse problematiche. Non per niente mi son trovato a fare corsi sulle fake news sia con l’OdG sia con l’AIB. Il “reference digitale” sarà il futuro dei bibliotecari. Gli strumenti ci sono, ma purtroppo viviamo in tempi di disintermediazione. Ognuno pensa di conoscere il mondo navigando nella sua bolla.

E x il lettore è stato veramente un cambio epocale, oppure la carta ha ancora la priorità nella scelta del supporto sul quale leggere.

Ti dirò che il primo dispositivo per leggere libri digitali (ebook reader) l’ho prestato ad una signora ultraottantenne. Tutto bene, mi ha detto, ma continuo con la carta. E ti assicuro che dai ragazzi di 14 anni agli anziani, la quasi totalità preferisce la carta. Non solo, se cercano un libro e lo hai solo digitale, preferiscono aspettare il prestito da altre biblioteche. Il fascino della carta è saldo, anche se abbiamo una ventina di reader e cerchiamo di utilizzarli. Nel 2018 li abbiamo prestati parecchie centinaia di volte.

Si nota una sempre maggiore attenzione nei confronti dei bambini / giovani. Questa maggiore partecipazione anche sotto forma di narrazione o gioco, produce un effetto di affezione da parte dei più piccoli anche quando diventano adulti?

E’ un tasto dolente. Fino ai 14 anni registriamo indici di impatto (il rapporto fra iscritti al prestito e popolazione) che arriva all’80%, ma poi scende progressivamente dai 25 per risalire leggermente dopo i 60. Il miglioramento c’è, ma non è molto percettibile. Stiamo lavorando però con i bambini e con la fascia più difficile, quella adolescenziale, e i risultati a poco a poco si vedono. Aggiungerei che le letture, il gioco, i laboratori e, soprattutto iniziative come “le notti in biblioteca” creano un’affezione dei bambini alla biblioteca che viene pertanto percepita sempre più come casa loro. E’ il primo passo per fidelizzarli.

Come sono cambiate le relazioni tra le varie biblioteche delle valli in questi decenni? Avete progetti in comune o ognuno x proprio conto?

Abbiamo sempre avuto dei buoni rapporti. 20 anni fa abbiamo progettato un sistema bibliotecario di Fiemme e Fassa, stoppato dalla politica, o meglio da quegli amministratori a cui non andava bene che Predazzo avesse un ruolo centrale. L’avevo studiato e redatto personalmente ed è ancora lì a ricordarci a tutti quanto difficile sia davvero difficile fare rete quando si toccano i campanili. Anche dopo la nascita delle Comunità di valle sembrava che le biblioteche fossero le prime a dare corpo alla sovracomunalità, ma non è cambiato nulla. Fra di noi collaboriamo spesso all’organizzazione di iniziative e comunque cerchiamo sempre di coordinarci. Forse in questi ultimi tempi siamo un po’ più concentrati su noi stessi. Credo sia anche la stanchezza. Tre di noi (guarda caso i maschi) abbiamo 40 anni sulle spalle e fra 2 anni saremo tutti in pensione ed altre due responsabili hanno chiesto da qualche tempo il part-time.

Rapporti con l’ente pubblico, gioie e dolori? Come si concilia una progettualità di lungo periodo con amministratori pubblici che cambiano con una certa frequenza?

Per una ragione o per l’altra dopo 10 anni intensissimi fra il 1995 e il 2004 ho visto stoppati due progetti già decennali: Il Campiello secondo noi e la rassegna teatrale “Altri scenari”. I due lustri sembrano essere la speranza di vita dei progetti che ho attivato perché anche il mercatino del libro usato si è fermato al decimo anno per una scelta dell’amministrazione comunale. Con una battuta direi che in 40 anni ho trovato amministrazioni che mi supportavano, amministrazioni che mi sopportavano e altre che non mi sopportavano proprio. Battute a parte, se si esclude una parentesi fra il 2004 e il 2010, quando è stato tolta alla biblioteca una bibliotecaria part-time appena assunta, ho convissuto ragionevolmente bene con le amministrazioni comunali.

La necessità di organizzazione, la burocrazia, le normative spesso castranti. Come ti sei trovato in queste “gabbie” che probabilmente limitano la creatività della quale ha bisogno una attività come quella che hai svolto x una vita.

L’unica ombra nel mio lavoro, quella che mi rende meno difficile lasciarlo, è la consapevolezza che dalla farraginosità della burocrazia non ci libereremo: persisteremo all’incremento della produzione cartacea nel mentre si afferma che bisogna ridurre la carta, dovremmo occuparci sempre più di pratiche amministrative con personale tecnico non formato e spreco di risorse, continueremo a constatare l’insensatezza, l’inutilità e la sproporzione di certe procedure. Credo che le biblioteche dovrebbero avere, come accade per altre istituzioni, un’autonomia gestionale che consenta un’agilità di movimento, indispensabile soprattutto nell’organizzazione di attività culturali. Si tratta di un tema su cui fra addetti ai lavori si discute da parecchi anni. Le forme potrebbero essere diverse: istituzione, agenzie o consorzi. La burocrazia inoltre non ha il senso delle dimensioni e non possiamo fare pagamenti online nemmeno per pochi Euro. Tempo fa è andata in tilt la batteria del cordless acquistato 10 anni fa che costa 8 €. Avrei dovuto cercare un fornitore chissà dove chiedergli un preventivo, fare l’ordine sulla piattaforma comunale, attendere la firma, inviarlo, attendere la consegna e farmi fare la fattura elettronica con tanto di CIG, DURC, conto dedicato, etc, etc. Per 8 €. Qualcuno mi aveva consigliato di cambiare telefono, facevo prima. Sono andato su Amazon col mio account. In un minuto ho fatto l’ordine e 2 gg. dopo ho sostituito la batteria. Per non dire del MEPA e del MEPAT

Hai qualche aneddoto o curiosità da raccontare?

Ce ne sarebbero tanti se ce li fossimo annotati. Spesso coi colleghi ci diciamo che avremmo dovuto raccoglierli e pubblicarli in uno “stupidario bibliotecario”, ma non l’abbiamo mai fatto. Ricordo i primi anni quando i turisti in estate mi chiedevano cosa facevo in inverno, i ragazzi cosa facevo l’estate, tutti cosa facevo al mattino e molti che lavoro facevo. Quella del bibliotecario non era proprio percepita come professione.

Quale consiglio dai a coloro che proseguiranno l’attività?

Se c’è la passione non servono molti consigli. A tutti direi di ascoltare: gli utenti, quelli che non vengono in biblioteca, i loro bisogni. A ottobre parleremo di biblioteche anche nel corso della settimana dell’accoglienza. Ecco, essere accoglienti.

Facendo un salto all’indietro, sceglieresti ancora di fare il bibliotecario x 40 anni?

Se potessi scegliere avrei fatto il giornalista professionista, o l’attore, le mie passioni più o meno nascoste. Ma il lavoro in biblioteca è stata una delle mie passioni. Un lavoro che ho scelto, che mi ha gratificato, cui credo di aver dato tanto e che mi ha dato tanto. Non posso che essere contento di aver fatto un lavoro che mi piace. L’unico rammarico: non aver potuto seguire fino in fondo la realizzazione della nuova biblioteca.

 

 

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