Omar De Felice, dal Trentino all'Alaska

Omar De Felice è un ragazzino romano con la passione della biciciletta. Rimane folgorato dalle imprese di Marco Pantani a Pampeago viste in tv e comincia a pedalare nelle categorie giovanili, cercando di imitare il suo idolo. Vince, vince molto ma abbandona le corse per studiare, le riprende all’età in cui molti ormai lasciano da parte i sogni di gloria, arriva fino alle soglie del professionismo per poi chiudere definitivamente a causa della sfortuna che si manifesta con una serie di infortuni e problemi di salute che lo tengono lontano dall’asfalto.

La passione, però, non muore mai. E, lavorando e allenandosi nei fine settimana, si dà all’ultraciclismo, quella specialità in cui le gare vanno dai 500 km in su, con o senza auto di supporto, su strada aperte al traffico, giorno e notte senza mai smettere di pedalare. La gara “regina” dell’ultracycling è la RAAM (Race Across America), una prova massacrante di quasi 5000 km che si snoda lungo il percorso “coast to coast”.

7.958 km

Questa è la distanza – metro più, metro meno – che c’è tra Trento e Anchorage, la capitale dello Stato dell’Alaska, il più settentrionale degli Stati Uniti, un enclave in territorio canadese che d’inverno i ghiacci avvicinano alla Siberia. Questi 7958 km, Omar De Felice non li fa in bicicletta, ovviamente, ma in aereo (peraltro l’atleta è ambassador di Air Canada) per arrivare al nastro di partenza della sfida più grande della sua vita – attraversare da nord a sud l’Alaska, 1500 km da percorrere e oltre 24000 metri di dislivello positivo da superare, pedalando alle temperature che ben potete immaginare.

“Ho cominciato questo genere di gare nel 2012 e già l’anno seguente sono andato a correre in Islanda, 1200 km in bicicletta nel pieno inverno artico, suddivise in quattro tappe”, ci racconta Omar De Felice. “L’ultracycling è qualcosa che va oltre la sfida con il proprio avversario. È, prima di tutto, una sfida contro sè stessi, la ricerca e il superamento dei propri limiti fisici e mentali. L’aspetto agonistico non è meno importante: classificarsi all’interno della top ten in una gara di ultracycling è sempre un risultato che dà valore alla propria prestazione”.

Il freddo e le salite sono sempre stati compagni di strada che Omar de Felice ha amato. “Ho partecipato ad avventure a pedali in Lapponia, in Norvegia e in Islanda lunghe anche 1300 km e sempre in pieno inverno, oltre a varie edizioni della Transdolomitica (una robetta da 600 e passa km, la metà dei quali con la ruota davanti che guarda all’insu). Ho vinto anche due delle tre edizioni della Dolomitics24 attorno a Pampeago, la prima 24 ore su strada in circuito. Sono molto legato a questi posti. Il massimo però per me è stato vivere l’esperienza nell’artico canadese – da Whitehorse a Tuktoyaktuk in condizioni invernali. È stata la realizzazione di un sogno, la dimostrazione che con la mente si possono superare gli ostacoli più difficili e apparentemente irraggiungibili. Alla base di un esercizio di forza e determinazione, però, c’è sempre la scrupolosità nella preparazione del miglior materiale tecnico possibile per affrontare sette giorni di pedalate in condizioni estreme. L’avventura in Canada è stata la mia impresa più estrema. Quando poi sono venuto a conoscenza della costruzione della nuovissima Arctic Highway, tra Tuktoyaktuk a Inuvik, ancora più a nord sulle coste del Mare di Beaufort, mi sono detto che sarei stato il primo ciclista a percorrerla. Per essere sicuro di essere davvero il primo, però, avrei dovuto anticipare i tempi e scegliere di partire in inverno, cosa che mi avrebbe garantito l’esclusiva dell’avventura. L’itinerario completo di 1500 km da coprire in nove tappe ha rappresentato uno dei tragitti più affascinanti che abbia mai affrontato: pedalare con temperature costantemente tra -20 e -30 gradi è stato ripagato dalla meraviglia dei paesaggi e, soprattutto, dalle luci dell’aurora boreale che mi hanno accompagnato durante gli ultimi colpi di pedale tra lo Yukon e i Territori del Nord Ovest “.

Dopo essersi allenato e aver corso in Trentino la scorsa estate, a marzo 2019 Omar De Felice partirà per un’altra spedizione artica ancora più difficile: “La mia Alaska Limitless sarà il tentativo di percorrere i 1400 km tra Anchorage e Deadhorse affrontando la temibilissima Dalton Highway, la strada dove in inverno le temperature scendono anche al di sotto dei -40°C”.

Come vincere il freddo?

Forse c’è più di un valligjano che vorrebbe avere consigli su come poter pedalare con bassissime temperature in sicurezza, per poi forse replicare sulle nostre strade, anche se coperte di neve: “Cosa mangio? Le uscite invernali sono solitamente volte alla quantità e all’allenamento delle doti di endurance più che alla qualità e potremmo quindi aumentare l’apporto calorico proveniente da fonti grasse che fa bene per affrontare temperature rigide. A colazione ci vuole un buon caffè caldo o una tazza di the al limone dolcificato con miele o zucchero di canna, cioccolata fondente e pane energetico tostato (a base di noci, fichi e uvetta) su cui vanno spalmati burro o marmellata. Durante le uscite, poi, non può mancare mai una fonte proteica derivante da panini con formaggio spalmabile e prosciutto crudo da alternare a barrette a base di cereali e nocciole. Importante è ricordarsi di bere acqua: il freddo spesso ci toglie il senso della sete ma in condizioni di freddo, in realtà, si incorre facilmente nei rischi derivanti dalla disidratazione. La classica sosta al bar per un the caldo e una fetta di crostata a metà uscita sarà il giusto modo per spezzare le fatiche. L’equipaggiamento? Adottare i freni a disco in inverno con strade bagnate e ghiacciate ci consentirebbe da un lato di essere più sicuri in frenata, soprattutto in discesa, e dall’altro di montare coperture di sezione maggiore (anche 28” se non 30”). Per l’abbigliamento posso dire che anni di avventure artiche e di allenamenti invernali mi hanno insegnato che bisogna proteggersi dal freddo coprendo interamente con un primo strato molto aderente che non lasci passare l’aria, meglio se in lana merinos. Servono sottoguanti (in caso di freddo oltre i -10/-15°C anche sottocalza e gambale aderente in lana) e uno scaldacollo che consenta di filtrare l’aria fredda e scaldare quella che finirà nei polmoni. Non serve a molto indossare la scarpa estiva con doppi o tripli calzini e copri scarpe: serve una scarpa invernale adatta. Consiglio vivamente anche un sottocasco termico mentre sconsiglio il passamontagna che, fino a temperature prossime allo zero, aumenta la sudorazione con conseguente raffreddamento. Lo stesso vale per il resto dell’abbigliamento: vestirsi a strati con capi termici al fine di poter sempre regolare la temperatura corporea coprendosi o scoprendosi tra salita e discesa”.

Beatrice Biasin

Foto Credit 6Stili per ODf

 

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