47.a Marcialonga di Fiemme e Fassa,vince Berdal su Gjerdalen ed Eliassen

“Alt for Norge!” È il motto reale norvegese, usanza di lunga tradizione ma tutti gli ultimi tre regnanti hanno adottato il medesimo, il quale ha assunto maggior importanza contro l’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. Ed oggi, alla Marcialonga di Fiemme e Fassa di 70 km da Moena a Cavalese, è stato proprio un “tutti per la Norvegia” con nove sudditi di Harald V nelle prime dieci posizioni di classifica. Il ‘norge’ con i Ray-Ban Tord Asle Gjerdalen puntava a raggiungere Joergen Aukland alla testa degli atleti stranieri più vincenti di sempre alla Marcialonga, toccando le quattro affermazioni personali, ma quando tutto sembrava segnato per il “lieto fine” gli sci del connazionale Tor…e Bjoerseth Berdal si sono messi a volare sulla salita di Cascata – ogni anno decisiva nel determinare il campione – e l’atleta del Team Koteng gli ha rovinato la festa. Berdal pare fondista ‘formato grandi classiche’ delle lunghe distanze dello sci di fondo visto che si è imposto anche alla scorsa Vasaloppet, e dopo il 2° posto dietro a Chernousov alla Marcialonga 2018 corona il sogno di una vita: “La Marcialonga è la gara più bella di tutta la stagione”. Ottima anche la strategia di Petter Eliassen, vincitore della passata edizione, ma l’impegno non è bastato e così gli atleti del Team Ragde (Gjerdalen, Eliassen e Nygaard) si sono dovuti ‘accodare’ allo strapotere di Berdal. Tra le donne altro successo ‘norge’ con una nuova sorpresa, e Kari Vikhagen Gjeitnes ad imporsi sulla connazionale Astrid Oeyre Slind, che pare avere la strada spianata per il successo in Visma Ski Classics, e sulla svedese Lina Korsgren. “Deluse” le due grandi favorite, Britta Johansson Norgren, vincitrice delle ultime due edizioni, chiude in sesta posizione dimostrando di essere ‘umana’, e Katerina Smutna settima. 13.a l’azzurra Sara Pellegrini delle Fiamme Oro, che risolleva il morale della truppa italiana, 48° Gilberto Panisi del Team Robinson Trentino. Gli atleti di Coppa del Mondo Sjur Roethe (9°) e Dario Cologna (25°) erano reduci dalla prova di Coppa del Mondo ad Oberstdorf: “Questa è una gara molto interessante – afferma lo svizzero – perché si passa per i vari paesi e c’erano tanti tifosi che urlavano il mio nome, è stato molto bello. Mi piace questa valle, ci vengo sempre molto volentieri, qui ho anche vinto i Campionati Mondiali nel 2013”, si sono dimostrati competitivi ma non abbastanza per lottare con i pro long distance. 99° Petter Northug che sul proprio Instagram ha mostrato tutte le difficoltà nel competere in double poling, con evidenti sbucciature sulle mani. Deluso Gjerdalen per il quale – per sua stessa ammissione – sarebbe stato meglio giungere 11° o 12° piuttosto che secondo alla Marcialonga, gara che prepara da una stagione intera. La contesa è stata incerta fino all’ultimo, l’azione di Runar Skaug Mathisen ha funto da ‘fuoco di paglia’ per lunghi tratti, una gara tattica con Nygaard a fare la parte del leone apripista per il Team Ragde, compito che va al vincitore dell’ultima tappa Visma Ski Classics, Chris Andre Jespersen per il Team Koteng. Addirittura Nikita Kriukov nel lotto di testa a metà gara e Dario Cologna nella pancia del gruppo. Sjur Roethe sembra il più combattivo tra i fondisti di Coppa del Mondo ma “Mr. Marcialonga” è sempre Tord Asle Gjerdalen, e gli altri si muovono in funzione dei suoi scatti. Il ‘norge’ parte forse però troppo presto sulla salita di Cascata, nonostante anche Eliassen avesse ‘lavorato’ per lui, e finisce le energie a scapito di Berdal. La prima italiana, Sara Pellegrini, è soddisfatta: “Essendo la mia prima Marcialonga sono contenta che sia andata così, è stata dura perché non sono abituata a fare queste gare a spinta. All’inizio sono rimasta nel gruppo fino quasi a Canazei, poi ho perso contatto. Sono stata seguita molto bene tutta la settimana dal GS Fiamme Oro, mi hanno dato tanti consigli. Chissà che l’esperienza non si possa ripetere”. A Predazzo sono arrivati i concorrenti della Marcialonga Light di 45 km, con vittorie della ceca Tereza Hujerova e del russo Egor Mitroshin. 2536° l’ambassador del Trentino e testimonial di Marcialonga Marco Melandri, dopo 70 km e 5:49:46.55 di gara, “stoico” sulla salita di Cascata: “Durissima, davvero. Mi consola il fatto che tutti abbiano detto che era la neve più dura degli ultimi dieci anni. Non è facile, ma mi sono divertito tantissimo. Ho imparato un sacco di cose: ad esempio che dovrei allenarmi di più. Il punto peggiore non è stato a Cascata, lì alla fine si può camminare e cavarsela, è il giro di boa a Canazei che è difficile”. Per quanto riguarda i concorrenti di Marcialonga Young, infine, applausi per i vincitori Sabrina Nicolodi – SC Fiavè ASD (Allievi femminile), Giovanni Fanton – Monti Pallidi (Allievi maschile), Gabriella Zanettel – US Primiero ASD (Aspiranti femminile), Tor Ronnestrand – Svezia (Aspiranti maschile), Maria Eugenia Boccardi – Marzola GSD (Junior femminile), Matteo Leso – GS Fiamme Oro (Junior maschile). Ed ora Marcialonga continua, aspettando il tradizionale arrivo dell’ultimo concorrente, accolto come fosse il primo.

Marcialonga 70 km – Men

1 Berdal Tore Bjoerseth NOR 3:05:52.01; 2 Gjerdalen Tord Asle NOR 3:05:53.57; 3 Eliassen Petter NOR 3:05:54.80; 4 Nygaard Andreas NOR 3:06:02.03; 5 Pedersen Morten Eide NOR 3:06:09.70; 6 Holmberg Andreas SWE 3:06:14.15; 7 Thyli Vetle NOR 3:06:16.55; 8 Hoelgaard Stian NOR 3:06:17.19; 9 Roethe Sjur NOR 3:06:25.08; 10 Jespersen Chris Andre NOR 3:06:25.41

Marcialonga 70 km – Women

1 Gjeitnes Kari Vikhagen NOR 3:21:59.20; 2 Slind Astrid Oeyre NOR 3:22:06.29; 3 Korsgren Lina SWE 3:22:56.66; 4 Dahl Ida SWE 3:25:03.38; 5 Fleten Emilie NOR 3:25:23.86; 6 Norgren Britta SWE 3:26:29.54; 7 Smutna Katerina AUT 3:29:17.86; 8 Elebro Sofie SWE 3:29:29.30; 9 Larsson Jenny SWE 3:31:50.15; 10 Tsareva Olga RUS 3:32:39.12

Marcialonga Light – Men

1 Mitroshin Egor RUS 2:04:42.24; 2 Spirin Sergey RUS 2:08:12.14; 3 Cerutti Lorenzo ITA 2:08:15.62; 4 Maenpaa Robin FIN 2:13:35.64; 5 TORESEN Jens Petter NOR 2:14:53.37; 6 Sandoz Daniel SUI 2:16:41.14; 7 Curti Luca ITA 2:17:00.06; 8 Kravchenko Pavel RUS 2:18:56.74; 9 Szczotka Mateusz POL 2:19:19.45; 10 Costantin Davide ITA 2:23:03.90

Marcialonga Light – Women

1 Hujerova Tereza CZE 2:22:43.27; 2 Norheim Johanne NOR 2:30:19.41; 3 Piller Caterina ITA 2:33:31.65; 4 Bolzan Lisa ITA 2:38:06.43; 5 Astashkina Iulia RUS 2:41:11.96; 6 Gentile Marta ITA 2:42:23.73; 7 Beri Paola ITA 2:42:32.97; 8 Rosa Deborah ITA 2:44:19.72; 9 Invernizzi Aurora ITA 3:12:03.79; 10 Beumler Tanja SUI 3:13:10.04

Marcialonga Young:

Allievi F: 1 Nicolodi Sabrina Sc Fiave’ Asd 0:35:13.55; 2 Bernsten Filippa Sweden 0:37:18.75; 3 Bertolini Silvia Fondo Val Sole 0:37:53.20; 4 Broch Arianna Us Primiero Asd 0:38:03.14; 5 Cozzitorto Elisa Marzola Gsd 0:38:30.01

Allievi M: 1 Fanton Giovanni Monti Pallidi 0:31:57.58; 2 Romagna Nicola Us Primiero Asd 0:32:00.03; 3 Boccardi Lorenzo Marzola Gsd 0:32:34.83; 4 Leso Christian Us Dolomitica 0:32:36.07; 5 Mazzel Stefano Us Dolomitica 0:32:49.62

Apiranti F: 1 Zanetel Gabriella Us Primiero Asd 0:34:15.36; 2 Bonetti Angelica Sc Rabbi 0:35:03.91; 3 Cicolini Michela Sc Rabbi 0:36:41.50; 4 Moser Martina Castello Fiemme 0:36:47.91; 5 Selva Angelica Nordik Ski 0:36:55.53

Aspiranti M: 1 Ronnestrand Tor Sweden 0:45:09.13; 2 Varesco Giacomo Castello Fiemme 0:45:45.65; 3 Vanzo Martino Asd Cauriol 0:46:26.13; 4 Doliana Denis Asd Cauriol 0:48:12.95; 5 Iellici Matteo Asd Cauriol 0:49:03.76

Junior F: 1 Boccardi Maria Eugenia Marzola Gsd 0:33:27.35; 2 Loss Valentina Us Primiero Asd 0:34:52.03; 3 Farina Anna Sc Fiave’ Asd 0:35:38.46; 4 Pradel Anna Us Primiero Asd 0:36:22.51; 5 Tomasini Greta Brentonico 0:36:47.55

Junior M: 1 Leso Matteo Gs Fiamme Oro 0:44:36.70; 2 Chiocchetti Alessandro Gs Fiamme Gialle 0:44:59.73; 3 Bernardi Riccardo Us Dolomitica 0:45:23.79; 4 Andrighi Mattia Fondo Val Sole 0:46:09.66; 5 Longo Fabio Cornacci Tesero 0:48:22.24

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Una carriera… sostenibile

Era il 2001 e i Campionati del Mondo di Sci Nordico Fiemme 2003 ottenevano la prima certificazione ambientale al mondo applicata ad un evento sportivo. Dietro quell’importante risultato c’era anche Susanna Sieff, che da allora sulla sostenibilità ha costruito un’intera carriera. Tra i grandi eventi per i quali ha lavorato ci sono le Olimpiadi Invernali Torino 2006, i Giochi Asiatici di Doha dello stesso anno, i Mondiali di Sci Nordico Fiemme 2013, le nostre Universiadi del 2013, Expo Milano 2015, fino al grande impegno attuale per i Mondiali di Sci Alpino Cortina 2021 per i quali sta seguendo la strategia di sostenibilità. È sua anche la firma sotto al primo bilancio di sostenibilità di un impianto di risalita in Italia, quello della SkyWay Monte Bianco che documenta e certifica i primi tre anni di attività dell’avveniristica funivia di Courmayeur e ne pianifica le strategie di sviluppo sostenibile da qui al 2022.

Susanna, cosa determina la sostenibilità di un grande evento sportivo?

Non possiamo negare che un grande evento sportivo comporti un inevitabile impatto ambientale ma anche un carico antropico maggiore sul territorio. C’è però modo di controbilanciare il trend facendo, già in fase di pianificazione, scelte oculate che amplifichino anche ricadute sociali per far sì che il bilancio di un evento alla fine sia positivo. A Cortina, per esempio, stiamo lavorando con i giovani del luogo provando a far restare in loco le nuove generazioni con le loro professionalità, offrendo loro prospettive presenti e future. Si possono altresì stimolare gli investimenti alberghieri nella direzione della sostenibilità energetica. Oppure pensare a progetti di rimboschimento che vadano di pari passo ai lavori di ampliamento di una pista da sci. Ogni zona può – in base alle proprie esigenze, peculiarità e possibilità – trovare i modi per compensare gli impatti negativi. Fondamentale è partire dal presupposto che se dal territorio si prende, al territorio bisogna dare.

Ad ottobre è stato presentato il primo bilancio di sostenibilità in Italia applicato a un impianto di risalita. Cosa significa per un impianto essere sostenibile?

Partiamo dalla premessa che Sky Way è un impianto anomalo perché non è una semplice funivia di risalita che porta gli sciatori in coma ad una pista ma è un mezzo, che definirei perfino democratico, per far arrivare tutti indistintamente al cospetto del Monte Bianco, a 3.500 metri d’altitudine. È una vera e propria esperienza che abbiamo voluto rendere anche educativa, spiegando al visitatore che si sta recando in un ambiente delicato, da tutelare. Cosa abbiamo fatto per rendere tutto più sostenibile? L’impianto utilizza il 100% di energia verde da fonti rinnovabili. Presso la stazione di partenza, abbiamo montato centraline di ricarica per i mezzi elettrici (biciclette e auto). I ristoranti servono acqua microfiltrata in bottiglie di vetro. La raccolta differenziata è stata rivista e sistematizzata, con un notevole aumento della qualità. Abbiamo cambiato i prodotti di pulizia scegliendo quelli biodegradabili e, dove possibile, locali. E abbiamo voluto spiegare tutto questo aglui utenti Sky Way. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che, anche quando si parla di impianti di risalita che inevitabilmente vanno a pesare sul territorio, esiste sempre una scelta meno impattante di un’altra.

Un percorso di questo tipo è possibile su ogni tipo di impianto e struttura? In altre parole, c’è sempre tempo per migliorare le cose?

Sì, anche se ovviamente è più facile intervenire su impianti o strutture nuove, che più si prestano all’inserimento delle ultime tecnologie del settore. Anche sugli impianti più datati, però, ci sono margini di miglioramento, soprattutto dal punto di vista energetico e delle scelte di acquisti sostenibili.

Se potesse lavorare in Val di Fiemme, cosa le piacerebbe fare?

Il mio pensiero va inevitabilmente alle Olimpiadi 2026. Ho partecipato alla stesura del progetto di candidatura per la parte sostenibilità e legacy, occupandomi soprattutto dei cluster di montagna, in particolare Cortina. Non nego che mi piacerebbe continuare questo percorso, anche perché i Giochi Olimpici italiani uniscono luoghi per me importanti: la Val di Fiemme, che è casa; Milano, dove ho svolto la fondamentale esperienza di Expo; infine Cortina, dove sto lavorando ora.

A proposito di Olimpiadi, una delle grandi sfide dei Giochi sarà quella della mobilità…

Il progetto olimpico 2026 si basa su una dislocazione territoriale oculata, decisa in funzione del riutilizzo di strutture esistenti e su competenze tecniche locali già presenti. La gestione dei collegamenti sarà davvero una sfida. Bisognerà riuscire a definire una mobilità il meno impattante e il più efficiente possibile. E questa potrebbe essere una delle legacy (eredità, ndr) che i Giochi lasceranno ai territori coinvolti: invece che impianti che rischiano di essere cattedrali nel deserto, le località coinvolte potrebbero ritrovarsi con infrastrutture viarie che poi serviranno a mantenere territori di montagna che vivono di turismo facilitando l’accesso a chi deve arrivarci. È stato così per la Val di Fiemme dopo i Mondiali del 1991 che hanno lasciato in eredità la strada di fondovalle.

Mobilità sostenibile significa solo ferrovia, come alcuni sostengono?

Credo che la ferrovia sia solo una delle alternative possibili, non l’unica. Per esempio, si può decidere di investire sulla mobilità elettrica, non solo per quanto riguarda i mezzi di trasporto ma anche per le infrastrutture di ricarica, che però devono ovviamente utilizzare energia verde certificata. Bisogna riuscire a lavorare sull’intero processo, non solo su una parte dello stesso.

Un po’ come sta avvenendo con la plastica…

Esattamente. Per abolire la plastica si stanno utilizzando materiali monouso compostabili che però non sono gestibili dagli impianti di compostaggio. La soluzione si è rivelata un nuovo problema perché si è guardato al particolare e non all’insieme.

Quanto è radicata la sensibilità ambientale in Val di Fiemme?

È parte del nostro core business tutelare l’ambiente naturale che “vendiamo” al turista perché siamo consapevoli che sia la componente fondamentale della nostra offerta. Non a caso i Mondiali del 2001 sono stati il primo evento sportivo certificato al mondo.

Quale potrebbe essere la prossima certificazione ambientale in Val di Fiemme?

Difficile rispondere perché non si tratta di capire chi è più avanti degli altri in questo percorso. Un impianto nuovo può essere potenzialmente più sostenibile, ma se chi lo gestisce non è interessato a questo aspetto, è più promettente un impianto vecchio che abbia alle spalle persone lungimiranti. Bisogna credere in ciò che si fa: prima ancora della tecnologia, sono le persone che fanno la differenza nel percorso verso la sostenibilità.

Monica Gabrielli

 

 

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Tamara Lunger indossa La Sportiva

Ziano di Fiemme / Himalaya – E’ appena terminato quello che poteva passare alla storia come uno dei concatenamenti più difficili ed affascinanti della storia dell’alpinismo moderno: l’ormai consolidata coppia di alpinisti formata dall’altoatesina Tamara Lunger e dal bergamasco Simone Moro era impegnata in questi mesi nel primo concatenamento invernale delle cime del Gasherbrum I (8.068 m) e Gasherbrum II (8.035 m) riuscito in precedenza, nel lontano 1984, solo alle leggende dell’alpinismo Reinhold Messner e Hans Kammerlander.

Si trattava di un’impresa alla quale Tamara e Simone si erano approcciati con molta cautela optando per un acclimatamento artificiale all’interno di terraXcube, il centro per la simulazione di climi estremi di Eurac Research parte del polo dell’innovazione dell’Alto Adige (NOI Techpark), per velocizzare l’acclimatamento in loco e favorire l’osservazione degli impatti dell’alta quota sul cuore, sulle funzioni cognitive, respiratorie e metaboliche, finalizzata a ricerche in campo medico e curativo. La spedizione è stata sospesa il 19 gennaio a causa di una inaspettata caduta dei due alpinisti in un crepaccio. Tamara e Simone non hanno riportato conseguenze gravi ma il buon senso e le condizioni meteo costantemente avverse hanno consigliato ai due alpinisti il rientro in patria.

La spedizione tra le vette del Karakorum è stata la prima nella quale Tamara ha inossato per la prima volta capi La Sportiva, azienda trentina leader mondiale nella produzione di calzature ed abbigliamento per l’outdoor, che da qualche mese è il partner tecnico ufficiale di Tamara Lunger sia in ambito footwear che apparel. L’altoatesina ha scelto di vestire almeno per i prossimi 3 anni il total look La Sportiva, trovando nei capi tecnici e termici realizzati dal brand della Valle di Fiemme, i perfetti compagni di viaggio per le proprie imprese, così come lo sono da sempre gli scarponi da escursionismo con l’inconfondibile montagna gialla in campo nero.
Tamara indossa i capi più performanti della linea La Sportiva Winter Mountainware ed i gusci impermeabili e traspiranti in membrana GORE-TEX® della linea premium La Sportiva Alpine Tech, nata specificatamente per l’ultra-tecnico mercato svizzero e da febbraio in distribuzione esclusiva presso alcuni outdoor shops altamente selezionati nell’arco alpino.

Non è finita qui: ai piedi di Tamara e Simone debutta l’innovativo scarpone da alpinismo G5 Evo realizzato con doppia chiusura rapida BOA® Fit System e suola Vibram Matterhorn per il massimo della performance in ambienti estremi come quelli Himalayani. G5 Evo introduce inoltre per la prima volta nella storia degli scarponi da escursionismo estremo l’innovativa membrana isolante GORE-TEX® Infinium™ Thermium™ che avvolge in punta lo scafo e l’intersuola per il massimo effetto isolante e termico per le dita dei piedi dell’alpinista.

“Collaboro con La Sportiva da diversi anni ormai e mi sono sempre sentita parte della loro famiglia.” Dichiara Tamara. “E’ un azienda del mio territorio che mi permette di esprimermi al meglio, mi segue e supporta in tutte quelle che sono le mie passioni: dall’alpinismo allo skialp ed anche in tutte quelle avventure di ricerca e scoperta personale che ho programmato per il prossimo futuro. In La Sportiva c’è davvero molta attenzione verso quello che rappresenta per me oggi essere un’atleta che ama la montagna in tutte le sue forme. Indossare questo marchio significa indossare anche i suoi valori di azienda artigiana che ha sempre puntato al massimo delle performance per noi atleti, con grande etica e rispetto per le discipline outdoor e per l’ambiente che ci circonda.”

“Tamara incarna tutti i valori della nostra azienda – dichiara Lorenzo Delladio, CEO e Presidente La Sportiva – ha abbastanza esperienza per conoscere la storia dell’alpinismo ed allo stesso tempo una freschezza unica che deriva dalla sua giovane età e dal suo innato entusiasmo, due elementi fondamentali per portare questo sport al prossimo livello. Il fatto che sia un’atleta donna che ama confrontarsi sullo stesso territorio dei più grandi alpinisti della storia poi, rende il tutto ancora più entusiasmante: sviluppare con lei prodotti tecnici non solo in ambito scarponi ma anche nell’abbigliamento, è per noi una grossa opportunità ed al contempo una conferma di quanto stiamo facendo nel segmento apparel, puntanto al top delle performances.”

Importanti anche le parole di Andreas Marmsoler, responsabile Global Sponsorship per il brand GORE-TEX, co-sponsor della Lunger: „Tamara è tra gli alpinisti che più ci hanno ispirato nel ventunesimo secolo ed è ora nostro compito assieme a La Sportiva, equipaggiarla al meglio con i prodotti più tecnici ed innovativi al fine di permetterle di realizzare i propri sogni.“

L’appuntamento con la cima è per ora rimandato alla prossima spedizione ma la partnership è appena iniziata e grandi cose attendono Tamara ed il nuovo compagno di cordata: La Sportiva. #ForYourMountain

 

 

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Michela e Luciana, due milanesi a Ziano

“Sapessi come è strano, trovar due milanesi a Ziano” canterebbe Memo Remigi se incontrasse Michela Meroni, donna in carriera con tanta simpatia e determinazione, ed a Luciana Annoni, super mamma e nonna in pensione,. Anche chi vi scrive arriva dalla metropoli, capoluogo della Lombardia, e non si fatica a credere che trasferirsi qui in montagna sia una scelta importante sempre dettata dal cuore.

E’ ciò che racconta Michela Meroni, designer, madre e compagna piena di vitalità e talento. Ha iniziato il suo percorso a Milano, capitale dell’arte e della moda, per poi proseguire la sua formazione all’estero (Londra, Stati Uniti, Francia, Tunisia e Turchia) per poi riapprodare in Italia. Un bel salto dall’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si è laureata in arti visive, e la soddisfazione di essere Art Director per diverse agenzie nazionali ed internazionali, fino a diventare libera professionista (“poco libera e molto professionista“, dice lei). “Durante l’ultimo anno di studi accademici mi sono avvicinata al mondo della comunicazione, partecipando alla progettazione creativa del Festival del Cinema Pubblicitario a Cannes per tre anni consecutivi, fondamentali per il mio inserimento nell’advertising. Mi definirei un’irrequieta della creatività”. Ecclettica e innovativa, è una donna determinata e piena di simpatia contagiosa che ha fatto della propria vita un palcoscenico di colori e sfumature. “Ho abbandonato l’arte contemporanea nel passato per dedicarmi anima e corpo alla comunicazione. Con il tempo, il mio interesse era sempre più proteso verso la comunicazione visiva e le sue forme, tanto da integrare le mie aspirazioni di Art Director e di Graphic Designer in un’unica volontà progettuale. La scelta di trasferirmi qui è stata dettata dal cuore in tutti i sensi: il mio compagno frequenta la Val di Fiemme da più di trent’anni e così ci siamo trovati con lo stesso progetto di vita. Inoltre siamo diventati genitori di una stupenda bambina in tarda età e ci sembrava più sano farla crescere in Val di Fiemme”.

Ma come era la tua vita “precedente” e che cosa ti manca di Milano? Per troppi anni ho vissuto freneticamente la città con tutti i suoi pro e contro. Ho gestito come Art Director diverse aziende per poi fondarne una mia nel 2002, la “m&m Design”, che contava più di 20 collaboratori. Ora vado a Milano in vacanza, per colmare quella voglia di cultura artistica, architettonica e di innovazione, o per ricevere clienti nel mio studio milanese ma la mia casa è in Val di Fiemme. Apprezzo ogni giorno ciò che mi circonda. Nei suoi colori trovo l’energia del creare e del fare con molta più facilità di quanto potrei fare in una grande città dove gli spostamenti e lo stress rubano ore preziose alle giornate”. Tra lavoro e famiglia i ritmi in Trentino sono differenti, più umani. Che cosa vorresti portare qui, dalle tue tante esperienze di vita e lavoro passate e che cosa vorresti cambiare? “C’è chi mi chiama grafica, chi mi definisce architetto, chi designer… io lascio fare. Quest’anno, a dicembre, celebrerò i tre anni da residente in Val di Fiemme. Inizialmente ho cercato di inserirmi in sordina nella comunità ma senza mai propormi sul serio, a causa dei numerosi impegni con i clienti che fanno capo al mio studio in città. Mi fa sorridere quando agenzie mi chiamano da Milano per gare creative i cui committenti sono aziende del Trentino Alto Adige o addirittura della mia stessa valle. Tante imprese qui avrebbero bisogno di comunicare in modo efficace, e se lo fanno, dovrebbero pensare in maniera più contemporanea. Qui dalle nostre parti ci sono tante realtà di “nicchia” di altissima qualità che non esprimono appieno il loro potenziale e ciò mi dispiace. Personalmente, con il trasferimento pensavo che avrei lavorato di meno e avrei avuto più tempo per la mia vita ma in realtà lavoro il doppio, anche se in un contesto bellissimo! Oltre a questo, ora collaboro come Art Director Senior Freelance e Marketing Communication Coordinator per alcune importanti aziende internazionali e vorrei portare qui alcuni concetti dell’innovazione”.

Come vede Michela il futuro? “Credo che il futuro sia eco friendly. Sono sempre più attenta all’aspetto ecosostenibile delle confezioni e dei prodotti perché credo che oggi non si possa ragionare altrimenti. Il legno è nel mio dna, forse perché mio nonno era falegname e sui suoi terreni a Cantù oggi sorge il museo del legno. La tempesta Vaia mi ha scossa profondamente”.

 

Vita differente per Luciana Annoni, funzionario Inps in pensione che ha trovato nella sua Ziano un’altra dimensione. “Mi sono trasferita con mio marito anni fa, entrando in punta di piedi in una valle che amiamo da oltre quarant’anni. Siamo arrivati qui come turisti, dapprima restando per qualche settimana in alberghi, poi affittando appartamenti fino a che abbiamo acquistato casa, dapprima a Daiano e poi a Ziano, per la precisione nella frazione Roda dove viviamo tuttora. Mio marito ha lavorato per una vita all’aeroporto di Linate con la S.E.A (Società Servizi Aeroportuale) come agente di rampa mentre io ho trascorso gli ultimi sei mesi di lavoro all’INPS di Cavalese. Nostro figlio Roberto, laureato in Fisica, ha sempre manifestato il suo amore per questi luoghi e così ha preso l’occasione al volo cominciando ad insegnare la sua materia in diverse strutture di Fassa e Fiemme e finendo poi per dedicarsi ad altro. Qui ha incontrato la sua attuale compagna e qui sono nati i nostri nipotini. La nostra vita quindi ha seguito il corso dei nostri desideri: vivere in questa valle piena di bellezza e tranquillità. Ora non abbiamo più una base a Milano dove rimane qualche cugino che vediamo raramente. La nostra vita, possiamo dirlo, è ormai tra queste vallate. Vivere qui è un privilegio”.

Che passioni coltivate qui in Fiemme? “Io e mio marito siamo appassionati di trekking e passeggiate in montagna, amiamo lo sci di fondo e soprattutto andare a funghi. Diciamo che l’idea di trasferirci qui è nata proprio durante un’escursione nei boschi quando abbiamo incontrato un porcino enorme! Mio marito è un pescatore e spesso veniva in questi luoghi dove ha conosciuto altri lombardi trasferiti che negli anni sono divenuti cari amici e punti di riferimento. Nonostante tu possa vivere molti anni in valle, rimani sempre un “foresto” ma basta saper rispettare tradizioni e usanze e qui si può vivere benissimo. E poi c’è il burraco e la passione per i giochi di carte. Sono anche la presidente dell’associazione Burracos Group di Ziano. Siamo una grande famiglia. Lo scopo di questa associazione, che ho fondato a novembre del 2017, è quello di diffondere il gioco, affinare le qualità tecniche dei membri del gruppo anche attraverso corsi di aggiornamento e organizzare periodicamente dei tornei aperti a tutti i 60 soci. Un’occasione per divertirsi e condividere dei momenti in allegria”.

Federica Giobbe

 

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Einstein in Fiemme e Fassa

Sono passati più di cent’anni da quando Albert Einstein ha pubblicato le sue tesi sulla relatività. Tesi rivoluzionarie, che mettevano in crisi il sistema di valori con cui per secoli credevamo di sapere come andasse il mondo. Tutti ricordiamo le storie ascoltate dai banchi di scuola, di Galileo Galilei che dalla torre di Pisa lascia cadere una mela per misurarne la velocità. Con Isaac Newton, Galileo è un padre della fisica meccanica, con cui ancora oggi un ingegnere calcola con precisione tutto il necessario per costruire un ponte o un apriscatole.

I problemi sono iniziati a fine Ottocento, con l’arrivo della luce elettrica, prima nelle strade (Parigi è stata la prima nel 1878), e quindi nelle case. L’elettricità, senza la quale la nostra civiltà oggi non sopravviverebbe, è stata il nostro primo incontro quotidiano con la fisica delle particelle: una realtà materiale che non vediamo, ma di cui siamo fatti, di cui è fatto ogni animale, ogni oggetto, il nostro pianeta e, probabilmente (mica ci siamo stati) tutto l’universo.

L’elettricità corre alla velocità della luce che, per chi ama le statistiche, viaggia a 300mila chilometri al secondo. Ora, il contributo di Einstein, è stato nel farci capire che se ci occupiamo della nostra realtà di tutti i giorni, dove le mele cadono sempre allo stesso modo, la fisica tradizionale funziona come un orologio svizzero. Ma non quando ci occupiamo di realtà fisiche in cui la velocità della luce è di casa. Parliamo quindi del microuniverso sub-molecolare, degli scontri e incontri tra gli atomi, e del macrouniverso oltre il sistema solare, in cui, per viaggiare entro i nostril limiti biologici, bisogna accellerare al massimo e viaggiare, appunto, oltre la velocità della luce. In pratica, Einstein ci ha fatto capire che in quelle condizioni, i nostri concetti di tempo e spazio non funzionano a dovere.

Da ragazzo, ho passato ore a cercare di capire la teoria della relatività. E due cose mi sono rimaste. In primo luogo la convinzione di non essere tagliato per le scienze. Leggevo e rileggevo senza capire veramente. E poi l’immagine paradossale, o meglio, l’esempio trovato in un libro in cui si diceva che se, di due gemelli, uno parte e va a visitare un pianeta viaggiando oltre la velocità della luce, quando torna si trova a essere biologicamente più giovane di suo fratello. E lì ho rinunciato alla mia carriera di scienziato.

Ma, si dirà, che cavolo c’entrano Fiemme e Fassa con la teoria della relatività? Confesso che si tratta di un’esperienza personale, ma che forse molti hanno condiviso. L’elettricità è familiare a ognuno, anche se non la capiamo e non la vediamo se non quando parte un fulmine o ci si prende una scossa toccando una presa difettosa. Ma da un paio d’anni in qua la teoria della relatività è entrata in valle.

Con le bici. Sì. Le mountain bike elettriche.

L’anno scorso ne ho noleggiate un paio e alla prima uscita ho capito tutto quello che Einstein ci voleva dire. Girare in montagna con la e-bike costringe a rivedere i propri concetti di tempo e spazio. Un esempio: da ragazzino per arrivare al laghetto di Moregna, c’era un chilometro di dislivello, rispetto al fondovalle. Per cui si partiva di mattino presto, un paio d’ore per arrivare in Valmaggiore, un’altra ora e mezza e si era su, pronti a far polenta alla baita di Moregna. Il più delle volte si rimaneva su, a pescare qualche salmerino striminzito e si tornava a valle la domenica, a fine settimana concluso. Oggi, quel chilometro di dislivello è ancora lì; ma stavolta il gestore del bici-noleggio mi dà qualche consiglio e dice che, volendo, posso andare a Valmaggiore, tirar su fino al Rifugio Paolo e Nicola, livellare verso Moregna e da lì scendere giù. Se parto alle nove per mezzogiorno sono di ritorno. Lo fisso con lo sguardo perso, lo stesso, esatto sguardo che dovevo avere leggendo i libri su Einstein. Ma, come? Un giro così nella mia testa ci si mette un giorno, a farlo.

Insomma, ho preso la bici e me ne sono andato da un’altra parte. Mi sembrava una dissacrazione rifare quei giri familiari alla velocità della luce. Ho preso due bici, e con mio figlio più grande, Matteo, in mezzora eravamo in cima alla Val di Stava. Lui, baldo dei suoi ventanni, pedalava felice divertendosi a regolare l’altezza del sellino in base alla pendenza (pure quello, si poteva fare). Io lo seguivo, stupidamente vergognoso ogni volta che superavamo qualcuno con la mountain bike normale. Mi sembrava di essere una truffa su due ruote. Eravamo lì a far finta di pedalare, quando bastava un click sulla centralina del motore elettrico e via, si facevano salite che m’avrebbero distrutto i polmoni in cento metri.

Mi sono pure divertito, figuriamoci. Il giorno dopo ho noleggiato un carrellino e ho spedalato i due più piccoli su per la Val di Fassa. Ma ritornati al noleggio non ho potuto fare a meno di guardarmi attorno, come se mi aspettassi di veder spuntare il mio fratello gemello (che non ho). L’ho immaginato un po’ più vecchio di me, ingobbito, che mi rivolgeva uno sguardo un poco risentito. In quel momento mi sono ricordato di una famosa foto di Einstein, con quella sua faccia da scienziato pazzo, che fa la linguaccia. Sono stato tentato di fare lo stesso ma subito ho capito che mi sarei meritato la disapprovazione di Matteo. “Not cool”, fare la lingua ai fantasmi.

Okay, not cool. Ma scommetto che lui mica ha capito di aver viaggiato grazie alla velocità della luce.

Guido Bonsaver

 

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Il parco della memoria

La Val di Fassa avrà il suo Parco della memoria storica della Grande Guerra. Tre i pilastri sui quali si basa il progetto: la trasformazione della mostra “La Gran Vera” di Moena in museo permanente, il restauro e la riapertura dell’ospizio al Passo San Pellegrino e la valorizzazione dei siti del primo conflitto mondiale. Un sogno che diventa realtà per Michele Federspiel, curatore onorario della mostra assieme a Mauro Caimi, che da tempo punta a collegare con un filo tematico i luoghi della Grande Guerra, creando occasioni di conoscenza, approfondimento e riflessione.

Il primo punto del progetto è la trasformazione della mostra “La Gran Vera” in museo permanente. L’esposizione – inaugurata, in occasione del centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, nel luglio del 2014, grazie a una sinergia tra il Comune di Moena, l’Istituto Culturale Ladino e l’associazione “Sul fronte dei ricordi – ha già visto oltre 80.000 visitatori, attratti da un allestimento coinvolgente e in continua evoluzione. La mostra, da un punto di vista puramente economico, ha i bilanci in attivo e garantisce ai volontari un cospicuo contributo annuale che viene reinvestito in progetti sul territorio.

“La Gran Vera” diventerà dunque la sezione Grande Guerra del Museo Ladino di Fassa. Attualmente si stanno definendo – tra Comune di Moena, Provincia di Trento e Comun General de Fascia – i dettagli burocratici ed economici che richiederanno un paio d’anni di tempo per arrivare a soluzone. Nel frattempo, la mostra continuerà ad essere aperta.

Il progetto che riguarda la riabilitazione dell’ospizio del San Pellegrino coinvolge, invece, il Comune di Moena e il noto marchio di abbigliamento per la montagna Salewa che intende ripristinare la struttura, creando posti letto e un punto ristoro. L’ospizio – che era stato bombardato e distrutto durante la guerra e poi ricostruito e tornato in funzione fino al 1992 – diventerà il punto di riferimento del Parco della Memoria, il luogo dove trovare figure professionali appositamente preparate, audioguide, informazioni per escursioni e approfondimenti sulla storia della valle.

Il terzo fondamento del Parco della Memoria sarà poi la valorizzazione dell’opera di recupero dei siti della Grande Guerra portata avanti da oltre vent’anni dall’associazione “Sul fronte dei ricordi”. Sono i volontari del gruppo a mantenere in buono stato e in sicurezza i suggestivi percorsi tra trincee e fortificazioni che permettono di camminare – non senza emozione – nei luoghi dove cent’anni fa si è combattuto.

“Vorrei che questo progetto, rilevante anche dal punto di vista della destagionalizzazione turistica, che diventasse un modello anche per la Val di Fiemme che ha importanti luoghi da valorizzare, come Sadole”, sottolinea Federspiel, che ha sviluppato la passione per la Grande Guerra già da bambino. La sua stessa storia familiare racconta quella ferita sociale, oltre che umana, che è stata il primo conflitto mondiale. Il nonno materno, l’alpinista Bruno Federspiel, era tirolese; quella paterno italiano, pilota di aerei da caccia durante la guerra. In montagna, nei luoghi teatro dei combattimenti, Federspiel ha iniziato a collezionare i primi cimeli che negli anni sono andati a formare una summa capace di raccontare come la Prima Guerra Mondiale sia stata vissuta in Val di Fassa, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico. Quei pezzi sono oggi esposti all’interno della mostra “La Gran Vera”, che permette ai visitatori di entrare nella storia anche attraverso percorsi in trincee ricostruite: “Ho accettato di mettere a disposizione la mia collezione a patto che l’esposizione raccontasse la verità storica che deve rispettare vincitori e vinti. La mostra non è una semplice raccolta di reperti ma una finestra che vuole raccontare quella grande tragedia che la “Gran Vera” è stata per la Val di Fassa. I visitatori si immedesimano, si emozionano, si commuovono. E il messaggio vuole proprio essere questo: parliamo di guerra per costruire la pace”

Monica Gabrielli.

 

 

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Parigi “mangia” ladino

Il pittoresco Quartiere Latino, anche conosciuto come 5° arrondissement, non è un posto qualunque a Parigi. Ospita la famosa Università della Sorbona e il Panthéon dove riposano uomini famosi come Marie Curie e Voltaire. Da questo luogo identitario per tutti i francesi ci incamminiamo per Rue Vallette, in direzione del museo della Prefettura. Al primo incrocio giriamo a destra per Rue Laplace, una stradina larga appena quattro metri. Qui incontriamo l’insegna del locale «Ciasa Mia» considerato uno dei migliori ristoranti italiani di Parigi. Nessun errore di scrittura:si tratta di un locale ladino. Ai comandi lo chef Samuel Mocci, affiancato dalla compagna Francesca Bortolotti. «L’avventura – spiega Francesca è nata nel 2006 quando abbiamo deciso di trasferirci a Parigi per provare un’esperienza nella ristorazione. Una meta intermedia perché il nostro desiderio era quello di raggiungere il Canada. Ma non è andata così. Dopo quattro anni di servizio come lavoratori dipendenti abbiamo fatto il grande passo: abbiamo aperto un ristorante tutto nostro». Così è nata «Ciasa Mia» con un’offerta di piatti di chiara provenienza mediterranea. «I prodotti nostrani – spiega Francesca – hanno un grande richiamo e i ristoranti italiani hanno sempre un forte fascino. La concorrenza però è forte ed ecco scattare l’idea di distinguerci con una proposta audace ma più coerente con la nostra origine. Anche il locale, travi a vista, muri in pietra e caminetto, assomiglia più a uno chalet di montagna che a una trattoria». L’offerta varia nei mesi dell’anno, si va dagli spatzle alla trota, dai ravioli di magro al salmerino. Ci sono formaggi del Trentino – Alto Adige su cui domina il “Puzzone” oltre ai dolci tipici come lo strudel e la linzer torte ovviamente rivisitati per il gusto francese. Ad affiancare piatti prelibati un esercito di bottiglie di vino prevalentemente italiano (180 etichette). Lo Champagne è abbinato in maniera spregiudicata con il Trentino Doc, il Prosecco o il Franciacorta. Tra i bianchi è presente il Nosiola, il Gewurztraminer mentre tra i rossi non manca il Teroldego, il Lagrein e il Pinot Nero. «Abbiamo vini rappresentativi di tutta Italia – spiega Francesca Bortolotti-   perché la nostra clientela apprezza molto il prodotto italiano». Le proposte culinarie del «Ciasa Mia» sono davvero interessanti. Ogni anno da Bressanone arriva mezza balla di fieno di prateria di montagna che servirà a dare l’inconfondibile marchio al cibo. «Sia il pesce che la carne – spiega Francesca – vengono aromatizzati dopo la cottura bruciando il fieno sotto una campana di vetro direttamente sul tavolo dei commensali». E così Samuel Mocci, di Canazei e Francesca Bortolotti di Vigo hanno messo su famiglia (due maschietti di quattro e sei anni) e si sono fatti un nome nella grande Parigi. Generosi i giudizi degli esperti delle guide Michelin e Gault Millau. «In una viuzza tranquilla -scrive la Guida Michelin – nei pressi del Panthéon, questo grazioso locale è una vera scoperta. E’ Francesca, la sorridente e frizzante giovane padrona ad accogliervi, già entusiasta all’idea di farvi scoprire la cucina del compagno Samuel. Tutto qui è fatto in casa, dal pane al dessert. Una vera casa delle delizie». Dal giornale Figaro leggiamo: «scopro un’incantevole sala dalle pareti di pietra sotto un soffitto rigato di travi. E’ un ristorante italiano dove Samuel Mocci, assistito da Francesca, la sua compagna (in sala), pratica una cucina mescolando Italia, Francia, Austria .Tutto è delicato quanto succulento: prodotti freschi e di qualità, cucina perfetta, sapori squisiti. Una tavola gastronomica e originale da scoprire assolutamente». Del ristorante «Ciasa Mia» si è interessata anche Little Big Italy, la trasmissione in onda sul canale Nove presentato dal ristoratore romano Francesco Panella. La formula è quella della gara tra tre ristoranti italiani all’estero. Anche qui Francesca e Samuel hanno raccolto allori, ulteriore prova del loro successo.

Gilberto Bonani

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La Sportiva ad ISPO tra sostenibilità ed innovazione
Italy / Passo Pordoi / La Sportiva 2019© Claudia Ziegler

Il 2020 si apre per La Sportiva, azienda trentina leader mondiale nel settore delle calzature ed abbigliamento outdoor, all’insegna dell’eco-sostenibilità con soluzioni, materiali e certificazioni pensati per contenere al minimo l’impatto ambientale dei propri prodotti.

Alla fiera ISPO di Monaco La Sportiva, ribadisce il rispetto per le tematiche ambientali con la divulgazione del nuovo bilancio di sostenibilità, che pone l’accento sulle best practices virtuose nei confronti del proprio territorio (Il Trentino), della propria comunità ed anche il rinnovato impegno nell’organizzazione no-profit internazionale 1% For the Planet, EOCA (European Outdoor Conservation Alliance) e nel lancio di prodotti eco compatibili. “Io e la mia famiglia siamo orgogliosi della crescita che stiamo vivendo, tanto da aver realizzato un importante ampliamento dell’area produttiva nella nostra Valle – dichiara il CEO e Presidente Lorenzo Delladio – che rappresenta per noi una comunità più che un semplice territorio. Ridurre le emissioni di CO2 nell’impianto produttivo, garantire la certificazione di filiera grazie al sistema Bluesign e mettere in campo comportamenti virtuosi come quello dell’eliminazione della plastica dai nostri uffici e dagli eventi che gestiamo direttamente, sono progetti di valore che puntano a rendere l’azienda agente di un cambiamento positivi nei confronti dell’ambiente naturale e sociale.”

Esempio importante dell’approccio sostenibile è La nuova linea d’abbigliamento invernale che vede un significativo ampliamento di capi realizzati totalmente o parzialmente con tessuti ed imbottiture ottenute dal riutilizzo del poliestere riciclato, derivante dal re-impiego di bottiglie di plastica a fine vita.
Ogni giacca realizzata con questa soluzione, impiega circa 35 bottiglie riciclate, contribuendo alla salvaguardia del pianeta ed alla riduzione dell’utilizzo di acqua ed energia nel ciclo produttivo, rispettivamente -86% e -75% rispetto ai consumi standard generati nella realizzazione di una giacca tradizionale. Novità assoluta per il 2020 è l’introduzione del tessuto Tech Stretch Pro Eco impiegato nella linea soft shell, realizzato anch’esso in poliestere riciclato all’88%.
L’impiego di cotone organico e fibre di Kapok oltre che all’utilizzo delle imbottiture Primaloft® Silver Eco e della nuova esclusiva membrana Idro Breath certificata Bluesign® a zero contenuto PFC, rappresentano un ulteriore deciso passo verso una collezione sostenibile.

Reign Jacket in Tech Stretch Pro e tessuto recycled, Marak Jacket con trattamento anti-batterico organico Polygiene ed il completo giacca/pantalone Crizzle in membrana impermeabile e traspirante Idro Breath, rappresentano gli highlights sostenibili della collezione Apparel, strutturata sulle 3 macro linee di prodotto Climbing, Winter Mountain Running e Sci Alpinismo.

La collezione di scarponi tecnici per la risalita (skialp) si rinnova anch’essa in ottica sostenibile con l’introduzione di VEGA MAN e VEGA WOMAN, scarponi a 4 ganci dedicati a sci alpinisti free-rider con scafi in Grilamid BIO ottenuto dai semi di olio di ricino. Refresh estetico invece per Solar e Stellar, realizzati in Pebax® Rnew® Bio Based polimero ottenuto anch’esso dall’impiego di castor oil.
Importanti novità anche per la divisione Footwear con l’introduzione di Zenit, calzatura da arrampicata dedicata a tutti coloro che si avvicinano oggi alla disciplina grazie all’arrampicata indoor. Il tessuto knit della tomaia è elastico, traspirante ed avvolgente, perfetto per chi muove i primi passi sulle prese indoor.
Le nuove nate per il Winter Running vanno invece sotto il nome di Jackal GTX, versione winter dell’atteso modello SS20 che adotta la nuovissima membrana Gore-Tex® Invisible Fit laminata direttamente sulla tomaia per la massima flessibilità e comfort di calzata.

E le novità non finiscono qui per l’azienda che ha fatto dell’innovazione nel mondo dell’alpinismo il suo credo nei suoi 90 anni di storia: G2 Evo e G5 Evo infatti, scarponi tecnici per utilizzi himalayani entrambi con doppia chiusura BOA® Fit System e suola Vibram Matterhorn, rappresentano la massima evoluzione dell’alpinismo moderno. G5 Evo in particolare, introduce per la prima volta nella storia degli scarponi da escursionismo estremo, l’innovativa membrana isolante GORE-TEX® Infinium™ Thermium™ che avvolge in punta lo scafo e l’intersuola per il massimo effetto isolante e termico per le dita dei piedi dell’alpinista. Un’innovazione candidata agli ISPO AWARDS e potenziale game changer, da oggi ai piedi dell’alpinista alto-atesina Tamara Lunger, nuovo ambassador total-look La Sportiva dal 2020.

www.lasportiva.com

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Monica Zanoner: «Il mio mito è Lindsey Vonn»

Concreta e determinata, Monica Zanoner, 20 anni di Campitello, è nella nazionale di sci alpino e da poco è entrata nel Centro Sportivo dell’Esercito. Fa parte del gruppo di atleti che rappresentano la Val di Fassa sulle nevi di tutto il mondo e, dopo essersi diplomata al liceo linguistico frequentando lo Ski College di Pozza, si dedica completamente allo sci. Come molte ragazze della sua età, Monica ha un modello a cui ispirarsi: «Il mito per me è Lindsey Vonn: per il tipo di sciata, lo stile e soprattutto i risultati è un esempio da seguire». E non è un caso che la sua pista preferita in Val di Fassa sia “La Volata” del Passo San Pellegrino dove, nel 2018, si è allenata pure la sciatrice americana considerata unanimemente la più forte di sempre. «Dai cambi di pendenza, alla velocità, mi dà soddisfazione sciare su quel tracciato».

Monica è impegnata a migliorare se stessa, sia dal punto di vista delle prestazioni in discesa libera e SuperG, sia della preparazione psicologica per affrontare gare sempre più impegnative. E anche grazie ai suoi piedi ben piantati per terra, Monica, negli ultimi anni, ha ottenuto risultati più che incoraggianti, come il 2° posto nel 2018 in SuperG, disciplina che le è più congeniale, ai Campionati Italiani juniores e il 1° posto a Pila nel 2019. «Più si cresce come atleti, più si affrontano sfide difficili. Ecco perché tengo alla preparazione. Certo, i risultati danno morale e aiutano a credere in se stessi». Quest’inverno è alle prese con la squadra Nazionale B in Coppa Europa. «Cerco di dare il massimo in ogni occasione, ma, per carattere, preferisco non avere troppe aspettative e concentrarmi su una gara dopo l’altra».

La vita dell’atleta le piace e non le pesa affatto avere sempre la valigia pronta. «Girare il mondo grazie allo sci è entusiasmante. È bello vedere posti diversi tanto quanto tornare a casa dagli amici e dalla famiglia. Anche se mi vedono poco, soprattutto d’inverno a causa degli allenamenti e delle gare, i miei genitori mi sostengono perché sanno che sono impegnata in quello che più mi piace».

La stazione che l’ha più colpita è Ushuaia in Argentina dove si è allenata in estate con la Nazionale: «Una località che, per ambiente e piste, mi ha sorpreso, anche perché diversa dai ghiacciai dove sciamo da queste parti». Ragazza rigorosa nella preparazione sportiva, Monica si lascia un po’ andare solo in cucina: «Seguo una dieta che mi aiuta ad alimentarmi bene e a tenere lontano il “cibo spazzatura” ma mi concedo uno strappo a settimana. Di solito è un dolce che mi piace anche cucinare. Cerco le ricette sui social e le sperimento: non sempre il risultato è perfetto ma l’importante è stare ai fornelli e divertirsi».

Elisa Salvi

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Giovanni Ticcò: «Voglio onorare il nonno olimpionico»

Dopo tanti sacrifici, tra scuola e allenamenti quotidiani, Giovanni Ticcò, 19 anni di Moena, “si gode” la prima stagione da atleta della nazionale di sci di fondo, sfoggiando pure i colori della Val di Fassa: «Quest’estate mi sono diplomato al liceo scientifico di Cavalese – racconta Giovanni – e, per ora, ho scelto di non proseguire gli studi. Proprio perché fino all’anno scorso ho faticato a portare avanti, di pari passo, scuola e attività agonistica, adesso che sono entrato sia nel gruppo delle Fiamme Oro sia nella nazionale under 20, ho scelto di concentrarmi sullo sport per ottenere i migliori risultati possibili».

Cresciuto come fondista nell’Unione Sportiva Monti Pallidi, Giovanni Ticcò la scorsa stagione invernale, pur partendo dal gruppo di interesse nazionale, si è messo in luce in diverse gare tanto da guadagnarsi la convocazione al Mondiale Juniores di Lahti. In quell’occasione ha chiuso con un onorevole 18° posto la 10km skating, conquistando il suo miglior risultato. Non ha uno stile preferito, si sente più forte nel pattinaggio ma è un atleta giovane, in crescita e decisamente motivato. «Quando sono sulla neve devo far bene non solo per me ma anche per mio nonno, il fondista Ottavio Compagnoni che è stato per tre volte alle Olimpiadi a Oslo nel 1952, a Cortina nel 1956 e Squaw Valley nel 1960». Confrontarsi con i risultati del nonno in una sorta di sfida casalinga dà una grande carica a Giovanni Ticcò che si dice soddisfatto degli allenamenti con la Nazionale. «Sono contento di quanto sto facendo. L’ambiente della squadra azzurra è stimolante e l’obiettivo è fare bene fin dalle prime gare che sono sempre un test importante per verificare la condizione». Anche se ha cominciato a girare parecchio, dalla Val Formazza in Piemonte a Livigno dove ha vissuto il primo ritiro con gli atleti della Polizia, la sua pista preferita per gli allenamenti è quella del Centro del Fondo di Alochet, sul San Pellegrino, a pochi chilometri da casa. «Ci sono un panorama spettacolare e tanto silenzio. Spero che questo centro venga potenziato per diventare attrattivo non solo per gli appassionati ma anche per gli atleti. Chissà che in futuro non possa capitare di allenarmi lì con la nazionale».

Tra tanta preparazione, attenzione alla dieta – anche se Giovanni dice di essere fortunato perché il suo piatto preferito è la pasta che quindi non lo obbliga a grandi rinunce alimentari – e orari severi, il moenese trascorre il tempo libero con la sua ragazza e con gli amici anche se ora le occasioni scarseggiano perché si fanno pressanti gli appuntamenti agonistici: «In programma ci sono le competizioni dell’Alpen Cup, la nostra Coppa Europa, e poi spero di gareggiare ai Campionati italiani e soprattutto ai Mondiali Junior di Oberwiesenthal, a fine febbraio».

Elisa Salvi

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