A Natale avremo una vera cometa

Buone notizie per gli amanti del cielo; si sta avvicinando una piccola cometa periodica (ossia ritorna nei paraggi del Sole ogni 5 anni circa) che a metà dicembre dovrebbe divenire visibile a occhio nudo, sapendo dove guardare. L’astro si chiama 46P/Wirtanen. La lettera “P” indica che si tratta di una cometa periodica e porta il nome dello scopritore, l’astronomo statunitense Carl Alvar Wirtanen che la individuò nel 1948 su una lastra fotografica.

Il momento più favorevole per tentare di osservarla, aiutandosi con un buon binocolo, sarà il 16 dicembre quando l’astro chiomato passerà ad appena 11,5 milioni di chilometri dal nostro pianeta. Bisognerà cercarla nella costellazione del Toro, non lontana dal famoso e bellissimo ammasso stellare delle Pleiadi, celebrato pure da Giovanni Pascoli nella poesia Il Gelsomino Notturno, nei versi “La Chioccetta per l’aia azzurra/va col suo pigolio di stelle”; dove la Chioccetta simboleggia appunto le Pleiadi. Naturalmente sarà possibile ammirarla comodamente con i telescopi dell’Osservatorio Astronomico di Fiemme, per chi volesse farci una visita, previa prenotazione.

Le comete sono piccoli oggetti, tipicamente con dimensioni al più di qualche chilometro, formati da nuclei dove parti rocciose si mescolano a ghiaccio: quando si avvicinano al Sole, il calore trasforma il ghiaccio in vapore che, frammisto a polvere, si disperde nello spazio formando la coda. La cometa più famosa è quella di Halley, osservata l’ultima volta nel 1986, il cui ritorno è previsto per il 2061.

Non avendo ancora a disposizione un’immagine della Wirtanen, propongo un’altra piccola cometa (C/2013 R1 Lovejoy) ripresa dall’autore nel dicembre 2013.

Marco Vedovato dell’Osservatorio Astronomico di Fiemme

 

 

INFO: L’Osservatorio Astronomico di Fiemme rimane a disposizione del pubblico previa prenotazione al numero 348 341 64 07. Durante il periodo natalizio l’attività sarà intensificata, con un maggior numero di serate disponibili.

 

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Pino Dellasega, i miei primi nuovi passi

Dopo migliaia di chilometri percorsi con i suoi bastoncini da nordic walking, Pino Dellasega affronta il cammino più impegnativo di tutti. In confronto, i 1.000 chilometri percorsi da Lourdes a Santiago de Compostela sono una passeggiata. Le tante salite al Cristo Pensante, in cima al Monte Castellazzo, sono poco più che una scampagnata. Perfino l’attraversata del deserto del Sahara non è nulla in paragone. Perché ora si tratta di dover reimparare a camminare. Tutto da capo. Passo dopo passo. Come un bambino.

Notte del 31 luglio 2018. Dellasega si sveglia con un mal di testa lancinante e chiede un antidolorifico alla moglie, che lo vede strano. La chiamata al 112, la corsa in ospedale a Cavalese e poi il trasferimento in elicottero a Trento. Diagnosi: ischemia cerebrale. Al mattino Dellasega si ritrova con il lato sinistro del corpo paralizzato. Un fulmine a ciel sereno per un uomo allenato, in forma, sano, che ha sempre curato alimentazione e stile di vita.

È l’inizio di un lungo percorso di riabilitazione. “Devo insegnare ai neuroni rimasti il lavoro che eseguivano i neuroni morti in quella notte di fine luglio. Devo convincere il mio cervello a fare ciò che ha dimenticato di fare, cioè una serie di movimenti che per un’intera vita mi sembravano assolutamente normali e scontati”, riassume in parole semplici.

Dopo pochi giorni di ospedale, Dellasega viene trasferito a Villa Rosa a Pergine, struttura riabilitativa pubblica all’avanguardia, dove rimane due mesi e mezzo. “Ritrovarmi su una sedia a rotelle mi ha fatto prendere coscienza di cosa è successo. Inizialmente mi è crollato il mondo addosso: 60 anni di vita dedicata allo sport, all’agonismo, all’attività fisica si sono azzerati in poche ore. Poi, mi sono reso conto che quella notte avrei potuto anche morire. Così, ho deciso di tirare fuori quella forza insita nell’essere umano a cui ho dedicato anche un libro: la resilienza”. E così Dellasega decide di volercela fare, di voler tornare a camminare per boschi, sentieri e deserti, come ha fatto negli ultimi anni, dopo aver co-fondato, nel 2008, la Scuola Italiana di Nordic Walking e, con Chiara Campestrini, il Nordic Power e Ways, per proporre formazione e viaggi nel mondo incentrati sul cammino. Uomo pieno di idee e progetti, non è pronto a rinunciare a tutto. E così sceglie di percorre la strada del recupero, lento e faticoso, ma non impossibile.

Chi mai pensa a tutti i muscoli che entrano in gioco ad ogni passo che facciamo? Chi mai si sofferma ad analizzare ogni movimento del nostro corpo, mentre scriviamo al pc, cuciniamo, leggiamo un giornale? Tutto è scontato. Un automatismo dato per immutabile. Eppure, in un attimo ci si può trovare a dover reimparare a fare anche il gesto più naturale, quello del camminare.

A Villa Rosa lo si fa grazie al Lokomat, l’ultima frontiera della neuroriabilitazione motoria: “È una macchina all’avanguardia che facilita i movimenti della camminata. In pratica riabitua il cervello al gesto, imponendogli di fare i movimenti corretti e non le “scorciatoie” che lui vorrebbe percorrere. Inizialmente il corpo ‘subisce’, poi piano piano diventa sempre più attivo”. Anche per la riabilitazione della mano, Dellasega ha utilizzato un guanto robot. Tanto che con la sua consueta ironia, sui social si è definito “Pino-Cop”.

L’esperienza a Villa Rosa è stata significativa anche dal punto di vista umano: “Ho conosciuto tante persone, ognuna con una storia diversa alle spalle. Mi sono confrontato con esperienze, dolori, speranze. E anche con tanta solidarietà, empatia, condivisione”.

Dellasega da fine ottobre è di nuovo nella sua casa di Predazzo, dove continua con la riabilitazione, che sarà ancora lunga. Per la prima volta, si è scontrato con il fatto che la sua preparazione atletica non basta: “L’allenamento di una vita non conta. Il risultato dipende dal cervello, non dal corpo. In passato i risultati dell’esercizio fisico si vedevano rapidamente: ora devo abituarmi a un nuovo scorrere del tempo. Basti pensare che per imparare ad alzare un dito della mano ho impiegato due mesi”.

Come si fa a reggere tutto questo? A non cedere alla tentazione di mollare? “La differenza la fanno la famiglia e gli amici, che ti stanno vicino, soprattutto negli inevitabili momenti di sconforto e stanchezza. Personalmente, mi sono dato piccoli obiettivi, come reimparare a farmi la barba o ad allacciarmi le scarpe. Piccoli passi ma per me significativi”. Come quei 50 metri percorsi l’11 novembre in piazza a Predazzo, dove si erano riuniti i suoi amici del Nordic Walking, in valle per la tappa finale della Walking Challenge 2018. Dellasega ha voluto esserci ed è stato accolto da un tunnel di bastoncini: passo dopo passo, con l’emozione e la commozione sua e di tutti i presenti, ha percorso quel breve quanto infinito tratto. 50 metri che valgono più di tutte le migliaia di chilometri percorsi, ad ogni quota e latitudine.

Mentre racconta questi ultimi difficili mesi, Dellasega pensa ai boschi della valle, anche loro feriti, anche loro alle prese con un recupero lento: “L’uomo, come le foreste, sa trovare la forza per risanarsi. Basti darsi il tempo, non avere fretta”.

La frase riportata sulla quarta di copertina del suo libro “Resilienti” diventa oggi carica di nuovo senso: “Le prove sono lezioni di vita, piccole o grandi che siano non arrivano per distruggerci ma per rinforzarci nel fisico e nella mente. Sono un passaggio obbligato nel contesto universale di cui facciamo parte. Esse servono ad alzare la nostra soglia di resistenza. Se ci crediamo, noi siamo più forti di tutte queste prove”, scriveva Dellasega nel 2017. Oggi se lo ripete. Passo dopo passo.

Monica Gabrielli

 

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Il futuro del legno di Fiemme
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L’Avisio ha incontrato alcuni tra i protagonisti della filiera del legno della valle di Fiemme. L’obiettivo? Quello di conoscere la situazione del nostro patrimonio boschivo alla luce dei recenti catastrofici eventi. Volevamo capire le strategie e i tempi per tamponare l’emergenza nei prossimi mesi e successivamente, gestire, (con una strategia comune), il futuro del settore.

Con noi, al tavolo dell’incontro, Lucio Varesco, presidente della sezione segherie e imballaggi dell’Ass.ne Artigiani di Trento, Gianfranco Redolf, presidente dell’associazione delle segherie di Fiemme e Andrea Ventura AD di Bioenergia Fiemme.

Il recente nubifragio ha provocato schianti per oltre 2.000.000 di mc. di tronchi su 7.000 ettari di superficie e strade boschive danneggiate per circa 500 km ovvero il 10% del totale. A seguito dell’evento saranno inevitabilmente modificati gli equilibri della domanda e dell’offerta, sia per l’acquisto di tronchi che per la vendita dei prodotti finiti. “In tempi normali” ci dice Lucio Varesco,” avevamo difficoltà a reperire tronchi, specialmente quelli necessari per le nostre produzioni di imballaggi, pellets etc. Questo ci permetteva di vendere a prezzi sopra la media nazionale.  Degli 800.000 mc. utilizzati normalmente in un anno per le nostre lavorazioni, ovvero imballaggi, tavolame, travatura etc., solo il 50% era disponibile in Trentino dai tagli autorizzati dalla Forestale, gli altri 400.000mc. di tronchi provenivano dai paesi limitrofi quali la Slovenia, l’Austria e la Germania. Ora la disponibilità di legno autoctono è quintuplicata ed è disponibile in tempi brevi. Se non viene gestita con lungimiranza potrà creare danni incalcolabili a tutto il sistema”.

Come uscirne? E’ in fase di definizione un accordo che impegna le segherie trentine a trattenere tutto il legname schiantato in provincia, (accordo coordinato,dal servizio forestale della Provincia) ed è stato deciso che, tale legname, venga lavorato dalle aziende di segagione del Trentino. Per garantire a Comuni, Asuc e Consorzi un minimo realizzo dalla vendita del legname schiantato ed anche onde evitare il calo dei prezzi a livelli insostenibili, le segherie di Fiemme stanno proponendo l’acquisto di una notevole quantità di legname,( 17.000 mc) ad un doppio prezzo: 60 euro al mc. a terra e 80 euro al mc. per le bore. Questa proposta permetterebbe, secondo il consorzio, di tamponare questi primi mesi e di pensare ad una strategia per una gradualità delle vendite dei prossimi anni. Analoga la strategia per la Bioenergia Fiemme. “L’intento anche per noi”, dichiara Andrea Ventura “è quello di mantenere un prezzo che sia il più stabile possibile. Un accordo tra tutti i soggetti della filiera del legno di Fiemme è la base per assorbire lo choc del presente e per prenderci il tempo necessario per studiare le strategia migliori per affrontare un futuro, ad oggi, incerto”.

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Quale bufera minaccia la fauna

Appena si è placata quella terribile bufera, il nostro primo pensiero è andato ovviamente a chi si era trovato casualmente sotto quegli alberi che in molti hanno udito schiantarsi per tutta la notte, oppure vicino alle sponde dei torrenti sfigurati, esondati. Solo con la luce del mattino, lo sguardo ha potuto mettere a fuoco l’effettiva potenza di quel che era successo. Storditi, increduli, ci siamo chiesti che ne fosse di quelle persone, delle case, dei masi e delle malghe che erano là, in mezzo a tutta quella devastazione. C’è tuttavia chi ha avuto un pensiero in più. I bambini, con il gran cuore che li contraddistingue, per primi hanno pensato anche al popolo silenzioso, quello che abita nel bosco, in quella dimora che sembrava essersi trasformata in una trappola mortale, come nelle fiabe più terribili. I cervi, i caprioli, gli sco­iattoli, gli uccelli e tutti gli altri animali selvatici, che fine avevano fatto? Eventi del genere sicuramente mietono vittime anche tra loro, ma non dobbiamo preoccuparci troppo: per quanto potente, questa bufera non pregiudica la sopravvivenza di specie, di popolazioni; lo dico in base ad una serie di considerazioni.

È da rilevare innanzi tutto che, pur nella vastità dei danni, il ciclone che si è scatenato nella notte del 29 ottobre rimane pur sempre un episodio limitato sia come estensione sia come durata.

Per quanto riguarda l’estensione, se proviamo a riportare sulla piattaforma di Google Earth© le zone approssimative in cui si sono verificati i danni al bosco, e poi le confrontiamo con l’estensione degli areali delle singole specie, si può costatare che sono poca cosa, spesso poco più che pallini aumentando la scala di riferimento. L’estensione di questi danni non pregiudica la sopravvivenza generale delle popolazioni, certo ci saranno dei riadattamenti locali sulla base delle diverse condizioni, ma in ogni caso queste non spariranno.

Per quanto riguarda la durata, la bufera ha colpito, almeno nel caso delle province del nordest alpino, aree di montagna. Parliamo quindi di valli e crinali che per 4-5 mesi consecutivi sono interessate da un condizionamento stagionale, permanente e diffuso, dovuto al freddo e alla neve. Gli animali selvatici sono mai spariti a causa dei lunghi inverni? No, anzi. Allora che cosa può essere, in termini di sopravvivenza per la fauna, un evento che, per quanto incisivo, è durato appena qualche ora di fronte alla lotta che il singolo animale, l’individuo, deve affrontare ogni giorno e ogni notte per settimane, per cinque lunghissimi mesi? Addirittura, ogni anno e per tutto il tempo della loro vita. Gli animali sopravvivono in gran parte, alcuni muoiono, qualche anno di più e qualche anno di meno, ma non abbiamo mai smesso di vedere nelle nostre montagne cervi, caprioli, scoiattoli, picchi, galli cedroni e decine di altre specie.

Va fatta poi un’altra considerazione, quella che prende spunto dalle risorse adattative che gli animali d’oggi hanno ereditato e affinato dai loro progenitori. La selezione naturale ha lavorato per quattro miliardi d’anni e gli animali che noi oggi vediamo e ammiriamo non sono altro che il risultato di una selezione che ha attraversato cataclismi di ben altra entità nel corso di tutta la storia della vita. Cosa volete che sia una bufera rispetto alle grandi estinzioni planetarie? L’ultima delle quali, la quinta, vale a dire quella del Cretaceo di 65 milioni di anni fa, cancellò addirittura il 75% di tutte le specie animali allora esistenti sul pianeta (e non fu neanche la più potente). Se non ci fosse stata, noi non solo non avremmo mai visto tutti gli animali attuali, ma neanche avremmo conosciuto noi stessi… Possiamo stare dunque certi che per quanto lunga ai nostri occhi (e alle orecchie), la durata della bufera di quella notte, con l’aggiunta degli effetti successivi, è davvero poca cosa di fronte a quello che ogni singola specie ha dovuto affrontare lungo la sua storia evolutiva. Ancora una volta gli animali ci stupiranno trovando con il tempo il modo per tornare ad occupare le valli ferite, i versanti spogliati. Noi, piuttosto, nella gestione dei danni materiali possiamo fare in modo da favorirli, facendo scelte oculate che dovranno tener conto della necessità di una loro ripresa, nel nostro stesso interesse.

C’è un’ultima considerazione che farei, molto più generale. I problemi che gli animali selvatici trovano difficili da affrontare non sono gli eventi improvvisi, di portata limitata dal punto di vista spaziale e temporale. I problemi verso i quali essi non sono attrezzati a rispondere efficacemente sono gli effetti dovuti all’inquinamento, al surriscaldamento, all’impoverimento del suolo, degli oceani, dei biotopi e alla velocità con cui tutti questi effetti avanzano innescando cambiamenti permanenti e di portata planetaria. È l’azione sconsiderata dell’uomo che sta mettendo all’angolo la resilienza ecologica, la capacità cioè di rispondere, di adattarsi, delle comunità animali e vegetali.

Questi sono i veri problemi, e sempre più spesso saranno alla base anche di eventi meteorologici locali disastrosi. Questi sono i problemi da affrontare, ma dalle nazioni, dalle comunità e anche dai singoli individui. Ognuno può e deve fare qualcosa.

All’indomani di quanto è successo qui da noi, e alla luce di tutte queste considerazioni, è per me auspicabile preservare alcune zone, magari fra quelle più impervie dove gli animali troverebbero tranquillità e rifugio. Sarà poi un’accortezza non da poco lasciare qua e là qualche tronco a terra, qualche chioma, qualche corteccia, per dar modo anche alla fauna più piccola, come gli anfibi, i rettili e i micromammiferi di trovare nuove tane, nuovi nascondigli. Gli animali più mobili, come gli uccelli e i mammiferi di dimensioni maggiori, troveranno nuovi punti di riferimento e nuovi itinerari per muoversi. Possiamo dare loro tempo e tregua anche con la sospensione della caccia, come del resto prevede la stessa normativa sull’attività venatoria in caso di calamità naturali.

Aldo Martina

 

 

 

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Al via la stagione sciistica invernale

Comunichiamo ufficialmente l’apertura degli impianti dello Ski Center Latemar da sabato 1 dicembre. Grazie alle temperature favorevoli degli ultimi giorni e al grande sforzo di tutti i nostri addetti la situazione di partenza è già ottima. Di seguito il dettaglio delle aperture impianti da considerare tutti con le relative piste principali:

PAMPEAGO

– segg. 4 posti LATEMAR

– segg. 3 posti CAMPANIL

– segg. 4 posti AGNELLO

– segg. 4 posti RESIDENZA (solo impianto per collegamento Predazzo, no pista)

OBEREGGEN

– cab. OCHSEWEIDE

– segg. 4 posti OBERHOLZ

– telemix LANER

– segg. 6 posti ABSAM

– segg. 4 posti REITERJOCH

– segg. 4 posti OBEREGGEN

PREDAZZO

– cab. STALIMEN – GARDONE’

– segg. 4 posti GARDONE’ – PASSO FEUDO

– COLLEGAMENTO PAMPEAGO – OBEREGGEN APERTO

– COLLEGAMENTO PAMPEAGO – PREDAZZO CON SEGGIOVIA RESIDENZA, NO PISTA

In totale ci sono circa 20 km di piste aperte. Con condizioni meteo favorevoli contiamo di avere ulteriori importanti aperture a partire da venerdì 7 dicembre. 

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L'Avisio di Novembre è qui!

Caratterizzato da un approfondito e lungo reportage sulla tempesta del 29 ottobre, è pronto per voi lettori il numero di novembre di Avisio. La redazione ha lavorato sodo per raggruppare testimonianze, foto e notizie su quanto accaduto alla fine di ottobre nelle nostre vallate. Sicuramente un numero da non perdere. E tra qualche giorno in distribuzione, la versione cartacea con rilegatura ancora più preziosa. Per scaricare il PDF, cliccate l’apposito pulsante nella colonna qui a destra.

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Stiamo lavorando alacremente sul prossimo numero di Avisio che sarà dedicato in gran parte all’ondata di maltempo che ha colpito duramente le nostre vallate il 29 ottobre 2018. Ci saranno molti articoli e molte immagini, comprese quelle che ci avete inviato in tanti alla nostra redazione. Nel frattempo pubblichiamo qui sotto il video girato da …

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La Sportiva, dal desiderio di rivoluzione  alla rivoluzione del desiderio

La Sportiva è conosciuta e apprezzata per la qualità e l’innovazione dei suoi prodotti. Ma da sole nemmeno qualità e innovazione bastano. Perché, in un mondo sempre più globalizzato, è fondamentale emergere fra tanti. Altrimenti il prodotto, per quanto di eccellenza, rimane in una nicchia di mercato. Come ha fatto, allora, un’azienda con sede in un piccolo paese della Val di Fiemme a diventare uno dei marchi leader nella vendita di calzatura e abbigliamento tecnico da montagna? Lo abbiamo chiesto a Luca Mich, responsabile marketing e comunicazione de La Sportiva.

Mich, qual è stato il percorso di marketing che ha lanciato La Sportiva sul mercato mondiale?

“Per fare davvero la differenza, oggi, sul mercato servono in egual misura metodo e creatività, concentrandosi su attività che possano dare un valore aggiunto al business dell’azienda. La Sportiva questo l’ha sempre portato avanti con costanza nei propri investimenti, fin dagli anni ’70, quando aveva capito, ad esempio, che un elemento come il colore dei propri prodotti avrebbe fatto la differenza in termini di visibilità sul mercato, in un’epoca in cui le calzature da roccia erano tendenzialmente scure o in toni naturali. Oggi, la Ricerca e Sviluppo sul prodotto e il Marketing sono i due ambiti che creano valore per un marchio che vuole puntare ai vertici nel proprio settore. Fare marketing significa intraprendere un percorso che va portato avanti con costanza, con investimenti continui e mirati per seguire, cavalcare e in certi casi possibilmente anticipare le tendenze evolutive del settore. Seguo il marketing per questa azienda da 12 anni, ormai, e posso confermare che l’evoluzione in questo senso è stata costante. Lo si può vedere non solo in ciò che facciamo ogni giorno, ma anche nella misura in cui è cresciuto l’organico. Nel 2006 si pianificavano le campagne pubblicitarie sulle sole riviste settore, si aggiornava il sito web una volta al mese, si partecipava a qualche evento per lo più locale e si sponsorizzavano gli atleti più per ‘seminare’ il prodotto che per costruire assieme a loro l’immagine aziendale. Bastavano un paio di persone e qualche buona idea. Oggi, complici le rivoluzioni portate dagli strumenti digitali, l’aumento della competitività e l’importanza che ha assunto sempre di più la creatività nei processi di marketing, abbiamo un reparto che conta su 12 persone, pianifichiamo su testate nazionali generaliste, abbiamo 4 persone dedicate a sponsorizzazioni ed organizzazione di eventi e gestione dei nostri ambassador/testimonial, 3 dedicati al digitale con scrittura e generazione quotidiana di contenuti per riviste, uffici stampa, blog, social media, e-commerce. E ancora grafici e merchandiser, tutto ciò che contribuisce a comunicare l’immagine del brand verso l’esterno. Una persona gestisce quotidianamente le interazioni con la nostra community on-line attraverso strumenti quali Instagram, Twitter e Facebook, fondamentali per arrivare alle persone appassionate di montagna attraverso contenuti live, friendly e con uno stile di comunicazione diretto e coinvolgente. Erano cose impensabili fino a pochi anni fa, oggi sono il pane quotidiano di un marketing che amo definire ‘di contenuto’, reale, capace di produrre davvero valore per il marchio ed arricchirlo di significato”.

Ci racconta qualche curiosità sul “dietro le quinte” di un ufficio marketing?

“Il consumatore oggi è alla ricerca di senso: siamo tutti continuamente bombardati di informazioni, video, articoli, prodotti. Districarsi non è facile e quindi cerchiamo ciò che più ci rappresenta ed identifica, che corrisponde non solo ai nostri bisogni, ma a ciò che ci dà più senso e valore. Ecco perché puntiamo tantissimo sullo storytelling, parlando sia di prodotti sia di atleti, di storie in grado di coinvolgere ed emozionare, di smuovere qualcosa. Contenuti video, stories su Instagram, approfondimenti in forma di blog e la partecipazione a diverse tipologie di eventi, sia quelli piccoli ma fondamentali per le community locali, sia eventi più importanti e strategici nell’attività di branding, sono tutti tasselli importantissimi che entrano in gioco in momenti diversi del cosiddetto customer journey, il percorso che la persona compie prima di arrivare a scegliere il marchio che più lo rappresenta”.

La Sportiva è un marchio social?

“Assolutamente sì, ed è stato proprio questo approccio social a rafforzarne l’immagine negli ultimi anni. Tra like e vendite non esiste una correlazione reale o direttamente misurabile, tuttavia sono fondamentali per creare relazione con le persone e coinvolgerle nel modo di comunicare che l’azienda ha. Chi mette il like su un post vedrà più spesso post di quel tipo e di quell’azienda, per cui è più facile che si instauri una connessione e che poi alla fine possa nascere qualcosa, un acquisto sull’e-commerce, magari, o all’interno dei negozi tradizionali, dove il consumatore sa riconoscerti”.

Da Ziano di Fiemme potete essere connessi con il mondo intero: questa facilità di comunicazione e promozione ha facilitato il marketing o, al contrario, vista la concorrenza globale, è ancora più difficile farsi notare? 

“Gli strumenti di comunicazione di oggi sono davvero alla portata di tutti: è indubbio che il marketing ne abbia tratto benefici enormi, negli anni ‘80 il marketing parlava indifferentemente a masse di persone considerate tutte uguali, accomunate da uno stile di vita. Oggi invece riusciamo potenzialmente a parlare ad ogni singola persona, ad ascoltarla ed interagire con lei. Si parla di momenti di vita più che di stili, la differenza è enorme. Certo – lo sappiamo noi come centinaia di altre aziende – la concorrenza è spietata. E qui entrano in gioco costanza, comprensione del proprio pubblico e creatività: questi si sono aspetti dove si fa davvero la differenza”.

Come si organizza una campagna marketing efficace? 

“Si parte pensando chi sono le persone alle quali ci rivolgiamo, cosa stanno cercando, quali sono le motivazioni che le possono portare all’acquisto, qual è il senso che loro danno all’acquisto. Capito questo, si punta a raggiungerli attraverso tutti gli strumenti a disposizione in maniera fluida ed efficace, cercando di esserci nei momenti chiave (oggi si chiamano “Touch Points”) del percorso d’acquisto: nascita del bisogno, ricerca di come soddisfarlo, considerazione delle opportunità, acquisto della soluzione migliore, utilizzo e interazione post acquisto. Per ognuna di queste fasi, che ognuno di noi compie inconsciamente quando acquista (prima e dopo), esistono oggi moltissimi strumenti di marketing che entrano in gioco. La pubblicità classica per esempio agisce nella prima fase, per far conoscere il marchio; la presenza sui blog di settore attraverso recensioni di prodotto, va a rispondere alla fase di ricerca; i social entrano in diversi punti, non ultimo il coinvolgimento post acquisto attraverso la condivisione di foto con il prodotto, per esempio, o la partecipazione a contest. Per questo il marketing richiede studio, metodo e creatività. Chi lo approccia in questo modo avrà successo”.

  1. G.
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Il cielo in una doccia

È ancora un cantiere la casa di Federico Ventura a Molina di Fiemme. Per ora ricorda il set di un film fantasy, ma già si intuisce che sarà una casa interamente dedicata al benessere. L’ambientazione richiama l’architettura di un paese di montagna. E ovunque si affacciano i prototipi di invenzioni geniali che via via prendono forma nella sua mente. La coda di un aereo F104 che diventa poltrona. Il flap di un’ala si trasforma in un tavolino. Le portiere di un elicottero sono le antine di un armadio. Nel centro della casa aspetta di essere dipinto, con le tinte del legno invecchiato, un albero monumentale che in realtà è una stufa, con un nido per scaldarsi ascoltando musica. Solo quest’ultima opera gli è costata già 900 ore d lavoro.

Si accede al bagno attraversando una miniera, con tanto di binari e lavandino-carrello. Nella camera da letto si entra ruotando una porta rotonda sulla quale sta incidendo una gigante moneta da cento lire. Tonde anche le cabine armadio che circondano la porta. Di acciaio corten la cucina e una parte del pavimento. Si camminerà anche fra tombini di ghisa, ideati per nascondere le allacciature elettriche. Nella “piazza” del suo appartamento wellness, sotto un lampione lievemente inclinato, c’è un’enorme vasca idromassaggio, nella quale pioverà l’acqua da una tettoia interna. Trionfano il legno e la pietra. Ma sia chiaro, pietra e legno sintetici, insomma, quelli più adatti a creare i centri benessere.

Non è tutto. Sul soffitto della cabina doccia c’è uno squarcio di cielo. L’opera è in fase di realizzazione ma già se ne intuisce l’originalità. Chi non vorrebbe lavarsi alla luce del giorno? Per quest’artigiano il momento della doccia è il più sacro della giornata. Lui desidera sentirsi sotto una cascata in una giornata di sole. Ecco così le sue rocce di malta tappezzare l’intera stanza. Sembrano vere, forse più belle di quelle vere. “Ho passato anni a osservare le rocce – confida Federico -. Quanto è difficile eguagliare la bellezza della natura. Ci ho messo tutto me stesso, e ho provato un’infinità di malte prima di trovare quella giusta. Non ancora contento… l’ho fatta modificare con componenti segreti”. C’è persino una grotta dove sdraiarsi. Cosa c’è di più bello di una doccia orizzontale con una lama d’acqua calda che rilassa le spalle? La fonte di luce diurna sembra un foro nella roccia, invece è una lampada da lui ideata, assemblando diverse tonalità di luce led per ricreare l’effetto giorno. L’immagine del cielo luminoso, con poche nuvolette di passaggio, altro non è che una foto stampata sopra a un supporto trasparente.

Federico Ventura ha 35 anni e una forte predisposizione ad apprendere. Dopo una breve esperienza da spazzacamino, è diventato falegname e poi fumista, collaborando con Nicola Zancanella alla realizzazione di stufe, in parte tradizionali, in parte avveniristiche.

Quando ha iniziato a ristrutturare la sua casa, ha scoperto il suo vero talento. È il senso di sfida che lo porta a trovare soluzioni tecnologiche ed estetiche assolutamente nuove, e all’apparenza impossibili da realizzare. Un talento che non è sfuggito a grandi aziende, come la Technoalpin che, oltre creare impianti di innevamento per le piste da sci, ha inventato le ormai famose cabine benessere Snow Room, in grado di garantire un raffreddamento post sauna graduale e gradevole, grazie al freddo secco e alla soffice neve. Per Technoalpin sta creando ambientazioni e rocce artificiali, più naturali di quelle vere.

Per lui è un piacere proporre le atmosfere montane in queste zone wellness, con tanto di staccionate, segnaletiche, baite e persino casette in legno per il noleggio sci.

Inoltre, provando e riprovando, ha trovato soluzioni per rendere più agevole il montaggio di tutti i componenti dei centri benessere.

Studiando la tecnologia touch, è riuscito a trasformare alcune delle sue rocce in interruttori che basta sfiorare con un dito. Come in un magico “apriti sesamo”, le rocce di questo artigiano azionano con un lieve tocco docce, getti d’acqua, vapori, luci e calore.

A renderlo orgoglioso è anche la sua ricerca, come quella che gli ha permesso di scoprire un sistema per rendere più agevole l’installazione delle luci d’ambiente nei suoi lavori, come l’illuminazione dei cristalli che inserisce fra le rocce.

Ora Federico Ventura è un libero professionista conteso da più parti. Ma ancora si stupisce quando ingegneri e architetti gli domandano un consiglio sui loro progetti.

La scintilla creativa si è accesa mentre progettava la casa dei suoi sogni. “Sognando una vita fantastica – racconta – ho dovuto cercare soluzioni tecniche e impiantistiche particolari. Ed è così che ho iniziato a studiare e ad appassionarmi alle nuove tecnologie”.

Fra intuizioni e colpi di genio, è riuscito a portare una cantina di vino bianco a 5 gradi, anche se il refrigeratore non aveva abbastanza potenza. Ne ha aggiunto un altro a forma di bottiglia, inventando un refrigerante da cantina con un elegante design. “Ho comprato un freezer a pozzo e l’ho smontato. Mi serviva il tubo refrigerante. Quindi, lentamente e a mano, sono riuscito a dargli una forma a spirale seguendo le linee di una bottiglia. Magari bastassero le idee. Dietro a ogni soluzione ci sono ricerche, tentativi e lunghe giornate di lavoro. Ma poi la soddisfazione mi ripaga di tutto”.

Il suo laboratorio di idee è straboccante di strumenti curiosi, apparecchi, tubi, corde e oggetti comprati o recuperati in cantine, solai, cantieri navali e magazzini edili lungo lo Stivale. Federico esplora ogni tipo di materia, dalla fibra di carbonio alla pirite. La sua curiosità è la sua più grande ricchezza.

Due anni fa ha realizzato per Mariateresa, Eros e Deva Rossi, di Ziano di Fiemme, una stufa che riproduce fedelmente una vecchia Cinquecento. Il Club Italia Fiat 500, quando ha scoperto il manufatto, lo ha invitato a esporre una sua opera durante una mostra sulla Cinquecento.

“È stato un lavoro manicale creare quella stufa – confida Federico -. Ho persino bombato le ruote in modo da simulare il peso dell’automobile. Però, che soddisfazione vedere realizzata una mia idea”!

Se un giorno vedremo fluttuare nei centri benessere vere e proprie nuvole, e potremmo nuotarci dentro, il merito probabilmente sarà suo. In questi mesi sta cercando di dare una forma alla nebbia.

“Non è il guadagno, né la chimera di un viaggio esotico a muovere i miei passi – rivela -. Per me non esistono giorni feriali, ogni momento della mia vita contribuisce al mio lavoro. Anche perché è una continua ricerca. Mi piace riproporre nei centri benessere le forme dei boschi e delle cime di queste montagne. È come condividere gli elementi che amo”.

Poi il suo sguardo si solleva verso il soffitto. “Peccato che mio nonno non c’è più. Sarebbe stato così orgoglioso del mio solaio con le travi a incastro a corda di rondine. È stata un’altra fatica, ma ogni volta che lo guardo mi si scalda il cuore”.

Dietro ogni vita c’è una storia. E sono sempre le radici a spingerci in alto.

Scopriamo così che a muovere le mani sapienti di Federico c’è una bella storia di famiglia.

Come possiamo definire questo fiume in piena? È un artigiano, un artista o un inventore? Una cosa è sicura: dategli una sfida e vi solleverà il mondo.

Beatrice Calamari

 

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Una discarica Sotto il tappeto

Uno strato dopo l’altro, l’associazione temporanea di imprese costituita tra la Cericola srl di Lanciano (Chieti) e la Tecnocostruzioni srl di Torrecuso (Benevento) sta lavorando alacremente per la bonifica della discarica di Valzelfena, alle porte di Cavalese.

I lavori richiederanno quasi un anno di tempo (precisamente 294 giornate) e hanno il compito di “isolare” la grande montagna di rifiuti che la Val di Fiemme ha immagazzinato quando non esisteva ancora la raccolta differenziata.

Il costo complessivo dell’operazione è di 2 milioni 685 mila 447 euro (base d’asta). Secondo il sentire comune, sotterrare i rifiuti indifferenziati significa renderli definitivamente innocui nella maniera più economica. Ma non è così. I naturali processi di decomposizione producono biogas e numerosi liquami che prendono il nome di percolato.

I primi si diffondono nell’atmosfera e interferiscono con il clima e la salute umana. Il percolato, trasportato dalle precipitazioni (come pioggia e neve), contamina il terreno e le acque.

Il compito delle due imprese è quello di intervenire con operazioni di movimento terra, posizionando diversi strati di copertura sull’attuale superficie della discarica, vasta 40mila metri quadrati. I teli sistemati a strati, come la sfoglia di lasagne al ragù, hanno il compito di impermeabilizzare i rifiuti ed evitare che le precipitazioni diffondano il percolato. Nello stesso tempo i biogas non devono essere dispersi nell’atmosfera, ma raccolti da sistemi di condotte.

Purtroppo, le discariche, e quella di Valzelfena non fa eccezione, dovranno essere tenute sotto controllo (e soggette a interventi successivi) per periodi lunghissimi (anche centinaia di anni).

La discarica di Valzelfena ha smaltito rifiuti per 15 anni ed è stata dismessa nel 2009, dopo l’apertura del nuovo Centro raccolta materiali di Cavalese. Dai monitoraggi successivi alla chiusura è stata rilevata la presenza di inquinanti.

In particolare, nel 2003 fu rintracciata la presenza di ferro e manganese nella falda acquifera in concentrazioni superiori ai limiti di legge. Per questo la giunta provinciale approvò l’intervento e, a metà dicembre 2011, il Comitato tecnico-amministrativo dei lavori pubblici e della protezione civile autorizzò il progetto dei lavori di bonifica e messa in sicurezza della discarica. Solo oggi le due imprese sono al lavoro per limitare l’inquinamento.

Purtroppo, ogni valle del Trentino deve gestire pattumiere maleodoranti dove un tempo si interravano i rifiuti. È di questi giorni la notizia della chiusura della discarica della Maza (Arco), un colossale sito di stoccaggio rifiuti ora da bonificare con una spesa di quasi dieci milioni di euro. Campagne di opinione hanno limitato i danni, spingendo il governo locale a intraprendere la strada della raccolta differenziata. “Fortunatamente – spiega Andrea Ventura, direttore di Fiemme Servizi – la sensibilità ambientale è cambiata, ma dovremo farci carico per molto tempo e con risorse pubbliche del problema. Quindi, è necessario ridurre lo spreco alimentare e gli imballaggi, separare e riciclare le componenti nobili dei rifiuti (tra cui ricordiamo anche la parte organica). Infine, la frazione secca, non riciclabile (oggi in Trentino compresa tra il 15 e il 20 percento), va destinata alla discarica o bruciata negli inceneritori. Possiamo, però, impegnarci per ridurre ancora questa quantità”.

Gilberto Bonani

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