Salviamo gli alberi musicali

Gli sciatori che sfrecciano sulle piste della Val di Fiemme non posso immaginare che poco più in là, nel fitto bosco, un uomo sta vagando alla ricerca di melodie. È Fabio Ognibeni il cacciatore di tronchi che si aggira nelle foreste della Val di Fiemme, fra le Dolomiti del Trentino, per “salvare” gli alberi della musica abbattuti dal vento. A sostenere la sua missione una folla di amici che non sapeva di avere. Sono già oltre duecento ad aver risposto al suo appello lanciato con la campagna di crowdfunding: “Salviamo il legno di Stradivari, perché quello che poteva essere musica, deve diventare musica”. Non è una classica raccolta fondi, ma la richiesta di un prestito di denaro che sarà restituito in due o tre anni: “A mano a mano che potrò vendere tavole armoniche – assicura Fabio Ognibeni, titolare dell’azienda Ciresa di Tesero – potrò restituire tutti i soldi che ci sono stati generosamente prestati”. Non può permettersi di restare senza legno di risonanza un’azienda come la Ciresa della Val di Fiemme, perché realizza le tavole armoniche che vibrano negli strumenti a corda di tutto il mondo.

Per alcuni anni in Val di Fiemme l’autorità Forestale sospenderà il taglio ordinario di abeti, perché sono già troppi quelli abbattuti dal vento. Nella sola valle ne sono caduti più di un milione. Due milioni in tutto il Trentino.

Nelle “Foreste dei Violini” della Val di Fiemme Fabio Ognibeni sta cercando di recuperare gli alberi a terra prima che il caldo estivo, muffe e parassiti deteriorino il legno. Visto che sono molto rari gli abeti rossi che posseggono caratteristiche di risonanza, deve controllarli a uno a uno in modo da selezionare soltanto i tronchi migliori. Prelevarli dal bosco schiantato dal vento è come cercare un ago nel pagliaio.

“Gli abeti di risonanza sono tronchi perfetti, cresciuti per 150/250 anni con fibra sottile e dritta, che potevano essere utilizzati per costruire strumenti musicali. E sono materia rara. Ci siamo attivati con l’autorità Forestale, i responsabili della Magnifica comunità di Fiemme, i Custodi forestali dei Comuni, trovando collaborazione e disponibilità. Tuttavia a fronte dei 350/400 metri cubi annui che normalmente lavoriamo, ci troviamo ora a tentare di salvare circa 1300-1500 metri cubi di legno pregiato: circa in quadruplo del nostro fabbisogno annuale”, ha spiegato Ognibeni sulla pagina in cui ha lanciato il crowdfunding (www.ciresafiemme.it).

È una corsa contro il tempo la sua. Ma in molti, da ogni parte d’Italia, stanno offrendo aiuto, prestando cifre che variano dagli 80 euro per salvare un piccolo tronco di legno di Stradivari, ai 150 euro per salvare un tronco grande, ai 300 euro per salvare un intero albero. Qualcuno ha deciso di salvare addirittura sei alberi. C’è chi con il suo contributo ha salvato tre alberi, uno per ogni figlio, chiedendo tre tavolette ricordo con i nomi dei bambini. Per altri è stato un regalo di Natale pieno di poesia, per il marito musicista o per amici appassionati di musica. Ecco un messaggio di auguri che ha accompagnato il gesto: “Ho salvato un albero di Stradivari per donarti una sinfonia del futuro”.

Salvare uno di questi alberi pregiati della Val di Fiemme, per qualcuno, è stato proprio come assicurare la “musica del futuro” ai figli e ai nipoti. Una musica che risorgerà dai boschi martoriati dal vento. Fra i numerosi messaggi di solidarietà inviati alla piccola azienda di Tesero, anche quelli di turisti innamorati della Val di Fiemme, ormai conosciuta come “Valle dell’Armonia”.

Sulla pagina di Facebook di Fabio Ognibeni il sindaco di Treviglio, Juri Imeri, in un post ringrazia l’Istituto Grossi di Treviglio per aver voluto salvare il legno di Stradivari aderendo all’iniziativa della ditta Ciresa con un magnifico concerto. Oppure quello del violinista Crtomir Siskovic, da Parma, che “dispiaciuto per quanto è accaduto alle Foreste di Fiemme” si rende disponibile per un concerto a titolo gratuito con una raccolta dei fondi per l’azienda Ciresa. Siskovic non ha scordato la Val di Fiemme, dopo il suo concerto al congresso Europiano del 2000, presieduto proprio da Fabio Ognibeni.

“Le adesioni crescono di ora in ora, regalando una piacevole sensazione di valore condiviso – riflette Ognibeni -. Aderiscono persone dalla Puglia al Friuli, dall’Olanda, dal Belgio, dalla Germania fino al Giappone. Non sono solo liutai o musicisti di nostra conoscenza, per lo più sono persone sconosciute. Mi piacerebbe incontrarli tutti, per ringraziarli a uno a uno”.

N. B. C.

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Natale al S.Pellegrino

Per la gioia dei tantissimi appassionati del mondo degli sport invernali e della neve, la Ski Area San Pellegrino amplia la sua offerta in vista del periodo natalizio, raggiungendo così la quasi totalità di piste e impianti aperti. Le scarse precipitazioni nevose dell’ultimo periodo non hanno destato preoccupazioni, grazie ad un efficiente sistema di innevamento artificiale che consentirà di sciare su piste perfettamente innevate, ben mantenute dalle basse temperature degli ultimi giorni.

A partire da giovedì 20 dicembre, gli amanti dello sci alpino potranno soddisfare la loro voglia di neve grazie all’entrata in funzione di nuove piste e impianti, tra cui la pista Le Coste in zona Cima Uomo e la pista Monzoni in  area Costabella, il tracciato più ampio di tutto il comprensorio. In aggiunta, sempre da giovedì in poi, l’apertura della pista Le Buse – Molino consentirà il rientro sci ai piedi dal Passo San Pellegrino a Falcade. Inoltre aprirà la seggiovia Saline – Laresei, che funge da collegamento con il Pian della Sussistenza.

Grazie a queste nuove importanti aperture, l’offerta sciistica della Ski Area San Pellegrino diventa ancora più completa. “Le condizioni delle piste sono eccezionali” ha dichiarato Renzo Minella, direttore della Ski Area San Pellegrino “Grazie alla quasi totalità di aperture di piste e impianti, gli appassionati che ci faranno visita potranno divertirsi davvero e gustarsi

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Afriditelo, la cultura ora è social

La cultura torna a sedurre i ragazzi della Val di Fiemme. La scorsa primavera era nata l’Associazione Museo Casa Begna a Carano, che vedeva nel consiglio direttivo una presenza massiccia di giovani.

Lo scorso settembre, a Predazzo, è nato un nuovo progetto, chiamato Afroditelo.

Le due giovanissime fondatrici, Rebecca Sandri (di Cavalese) e Maria Chiara Bazzanella (di Predazzo) ci raccontano da dove è partita la loro intuizione.

Rebecca: “L’idea è nata nella primavera 2018, quando abbiamo notato l’esplosione mediatica di tanti fashion blogger. Considerando la mia passione per la cultura, la musica e il teatro, è maturata in me l’idea di diventare una blogger. Ho voluto parlarne con Maria Chiara, un giorno che ci siamo incontrate in corriera. Eravamo in classe assieme al Liceo (Istituto La Rosa Bianca di Cavalese). Comunicazione e cultura, questi gli ambiti in cui studiamo. Così ci siamo trovate davvero. Poi, in una riunione a Predazzo è partito tutto il progetto. Cosa facciamo? Condividiamo esperienze, eventi e luoghi culturali attraverso i social network al fine di interessare il più elevato numero di persone, soprattutto giovani, alla vita artistico-culturale del Trentino Alto Adige e non solo”.

Eccole così approdare sulle le piattaforme di Facebook e Instagram con immagini e video.

Maria Chiara: “Oltre a me e Rebecca, sono state coinvolte altre due ragazze: Martina (della Val di Fiemme) e Giulia (di Riva del Garda). Il progetto è partito da poco e sono molto sorpresa per il numero di persone raggiunte, tramite i due canali ufficiali di Afroditelo (pagina Instagram e pagina Facebook, aperte il 28 settembre scorso). Nelle settimane precedenti, si è accennato che sarebbe nato Afroditelo ma non si è subito indicato di cosa si trattava. Creare attesa, suscitare curiosità è stato il clima in cui poi siamo partite con la pubblicazione di post, che hanno riscosso un buon numero di like. Il primo post, lo abbiamo dedicato al Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme e, in particolare, alla mostra sugli animali fantastici Wundertiere”.

Perché avete scelto il nome “Afroditelo”?

“La parte difficile all’inizio è stata proprio quella di trovare un nome che fosse adatto al progetto – rispondono le fondatrici -. Abbiamo parlato con la nostra amica Martina e lei ha scelto Afroditelo. Innanzitutto, Afrodite è la dea dell’amore, della bellezza. La parola ‘ditelo’ esprime voglia di condividere con freschezza, in un’epoca in cui si è bombardati di notizie che sui social sono molte volte negative”.

Queste ragazze hanno coniato anche un motto: “Shara l’amore, shara la cultura”.

Il termine “sharare” è diventato ormai molto utilizzato. Cosa significa? Semplice, è la forma italianizzata del verbo inglese “to share” che significa condividere. Così, attraverso i social media, queste ragazze hanno scelto di condividere solo forme di bellezza culturali. C’è un altro sogno all’orizzonte?

“Oltre al sogno di coinvolgere molti giovani, nel prossimo futuro, c’è l’idea di creare un Festival culturale in Val di Fiemme. Questa valle la consideriamo un paradiso in Terra. Qui sono le nostre radici e, poi, questo nostro progetto è partito da Predazzo. Forse un giorno lo estenderemo oltre l’Italia. Chissà”.

Com’è nato il logo di Afroditelo?

“Abbiamo scelto la Venere di Botticelli. Ci ha pensato la nostra amica Martina a realizzare la grafica. Per quanto riguarda la scritta Afroditelo, ci teniamo a ringraziare tanto il professor Fabio Dellagiacoma, insegnante di storia dell’arte all’Istituto La Rosa Bianca di Cavalese, che ci ha sostenuto molto. Il megafono in mano ad Afrodite, indica che intendiamo ampliare la voce”.

Marco Rosa

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La finta intervista ora è un libro

Se oggi, anche in Val di Fiemme, la pizza non è più un cibo dal sapore quasi esotico, è merito di quei “pionieri” che negli anni Sessanta e Settanta hanno avuto il coraggio di sfidare le convenzioni culinarie dell’epoca e il gusto della tradizione gastronomica alpina, proponendo le prime margherite a una valle che in quegli anni iniziava ad affacciarsi al mondo col turismo.

Tra questi intrepidi ristoratori, anche Giuliano e Adalisa Monsorno, allora giovane coppia fresca di nozze, che nel 1971 decise di trasformare in pizzeria il Bar Roma di Tesero, gestito dai genitori di lui dal 10 ottobre 1968. Cinquant’anni esatti che sanciscono non solo il traguardo di un’attività (e mezzo secolo, non sono cosa da poco), ma anche e soprattutto la vita di una famiglia che, generazione dopo generazione, continua a lavorare con la stessa passione ed energia per far crescere quello che era un piccolo bar di paese e che oggi è un ristorante pizzeria da 180 posti e oltre 32.000 pizze servite all’anno, senza contare gli altri piatti del menù.

Per festeggiare le cinquanta candeline, Luca, Michele e Patrizio, i tre figli di Giuliano e Adalisa, tutti impegnati nell’attività di famiglia, hanno deciso di regalare ai clienti una pubblicazione che ripercorre, attraverso fotografie, aneddoti e curiosità, questi cinque decenni. Una sorpresa anche per i due genitori, che non sapevano nulla del libro in uscita e che hanno parlato con l’autrice, Monica Gabrielli, pensando di essere intervistati per un articolo per L’Avisio.

La pubblicazione ripercorre le tappe della crescita del ristorante pizzeria, ma anche la storia della famiglia. E così, pagina dopo pagina, si rivivono i primi impegnativi anni di attività (da conciliare anche con la crescita di tre figli); i drammatici giorni della tragedia di Stava; le avventure televisive di Luca e Michele, diventati all’inizio degli anni Duemila i gemelli più famosi d’Italia; i colorati cocktail dell’ultimogenito Patrizio, impegnato nella gestione dell’american bar The Club. E poi, naturalmente, le ricette, nuove e anche vecchie. Il volume, infatti, si chiude con alcune ricette tratte da un manoscritto del 1908 di Maria Zeni, cuoca dell’ospedale di Fiemme.

Ciò che sorprende è che, dopo cinquant’anni, la gestione del ristorante pizzeria Roma è ancora soprattutto una questione di famiglia. Anche le mogli dei figli, Rosanna, Silvia e Ilaria, sono impegnate a dare una mano nell’attività. E i nipoti di Adalisa e Giuliano, come i loro papà prima di loro, stanno crescendo a latte… e pizza. Le basi per il prossimo passaggio generazionale sono state gettate.

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Il custode del tempo

Per gli abitanti di Carano è un’istituzione, una sorta di custode del tempo. Giovanni Delvai dalla fine degli anni ’80 si occupa dell’orologio del campanile, uno dei pochi che ancora oggi necessita di un quotidiano intervento umano.

L’allora parroco di Carano, don Pierino, chiese a Giovanni di aiutarlo a regolare l’orologio giornalmente. Figlio del “Monego”, era la persona più adatta e affidabile per un incarico così importante. Questo lavoro non è un gioco da ragazzi, tutt’altro: richiede impegno, precisone e costanza.

Sono davvero pochi a essere in grado di sostituire Giovanni in questo delicato compito. “Quando mi ammalo e non posso occuparmi dell’orologio so di avere dei validi sostituti, ma so anche che è un lavoro che richiede un po’ di pratica. Per questo ho preparato degli schemi con dei disegni per aiutarli. Se si tira su il peso quando batte, allora questo cade fino in fondo e non è un bene per l’orologio. Bisogna assicurarsi di tirar su l’orologio dopo il battito”. Giovanni accoglie sempre volentieri quelli che vogliono vedere l’antico orologio e l’interno del campanile.

I coscritti ogni anno gli chiedono aiuto per appendere il lenzuolo con il loro anno sul campanile.

Per i bambini dell’asilo è un amorevole amico, quasi un nonno pieno di risorse e storielle divertenti. “Quando passano sotto casa mia, li sento chiamare il mio nome e allora esco per salutarli”. Da quando è andato in pensione, nel 2007, ha iniziato a dedicare molto tempo al paese, ai bambini e alle associazioni.

In tanti lo chiamano per sistemare gli orti. Ed è uno dei pochi a saper ancora utilizzare il “puo”, il vecchio spazzaneve. Durante le giornate “razego te tabià, na saldadura e na strapenada (svolgo mestieri nel tabià. fra una saldatura e una trapanata)”, racconta sorridendo. Così può tenere sempre in funzione il trattore e gli attrezzi con cui ama fare la legna.

Giovanni ha lavorato per 24 anni con la Magnifica Comunità di Fiemme, passando dall’Orto dei Pezi di Solaiolo al coordinamento di progetti di recupero ambientale.

A Predazzo ci sono ancora persone che chiamano alcuni sentieri i “Trozi del Giovanni”, un progetto davvero all’avanguardia perché è stato fra i primi percorsi di montagna accessibile ai disabili. “Ci abbiamo impiegato tre stagioni. È stato un gran lavoro, ho studiato le pendenze e le difficoltà che una persona con limitate capacità motorie o una sedia a rotelle può incontrare. Ho anche creato una sedia e una tavola con una sola panca per facilitare la loro pausa”, racconta con grande orgoglio. “Spesso mi capita di incontrare persone che sentono la mancanza di questo modo di lavorare, quando bastava parlarsi e si potevano mettere in pratica tante belle idee”.

Grazie alle sue esperienze lavorative e al suo grande carisma, i sindaci negli anni lo hanno spesso coinvolto in varie attività a Carano. Anche per le maestre dell’asilo e della scuola è diventato un punto di riferimento. Giovanni partecipa in prima linea con i bambini alla festa degli alberi. “Spiego ai bambini a picchettare attorno agli alberi, come si faceva una volta, per evitare che le mucche calpestino le piante e per proteggerle dalle erbacce”. Giovanni si porta attrezzature e materiali per mostrare ai bambini come lavora un boscaiolo e nei giorni seguenti va regolarmente a controllare gli alberi piantati. Poi quando incontra i bimbi gli chiede sempre: “Ve ne state prendendo cura”?

Con i piccoli dell’asilo e le maestre ha realizzato il Sentiero di San Francesco, una passeggiata sensoriale emozionante. “Una volta sono andato all’asilo per aiutare i bambini a fare un lavoretto. Uno di loro alla fine ha voluto regalarlo a me, mi ha detto: tu Giovanni fai tante cose per noi e questa volta voglio fare io qualcosa per te”. Nella sua casa si trovano fotografie, piccoli lavoretti e regali di tanti bambini che negli anni hanno mostrato la loro simpatia per Giovanni.

Grazie a lui i giovani possono conoscere e portare avanti le tradizioni, come quella del Banderal, di cui Giovanni è un attivo partecipante. Soprattutto ricorda loro l’importanza della messa “prima di ogni cosa bisogna partecipare alla messa”.

“Ai coscritti insegno tutti gli anni a raccogliere l’elemosina con il cappello”. Giovanni, conosciuto e amato da tutti, è un custode del tempo e delle tradizioni, non solo a Carano. Se qualcuno ancora non lo conosce e vuole vedere come funziona l’orologio del campanile può trovarlo tutte le sere, verso le 19.30, durante il suo appuntamento fisso con il tempo. Non ci sono festivi per lui. A Carano non passa secondo… senza che Giovanni lo sappia.

Sara Bonelli

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In Sacro Silenzio

La corale “Ensemble Canticum Novum”, composta da 37 elementi provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa, ha festeggiato i 25 anni di vita. Fondata e diretta dal maestro Ilario Defrancesco, la corale ha tenuto oltre trecento concerti nelle due valli e numerose uscite in ambito regionale, nazionale e internazionale (Svezia 2007, Olanda 2016, Germania 2018). Tra l’altro ha preso parte a eventi importanti come il Requiem Op. 48 di G. Fauré, alla Missa Brevis Sancti Joannis de Deo di J. Haydn, ha eseguito il Requiem di J. Rutter, e nell’ambito del 41esimo Festival di Musica Sacra ha cantato la Messa in sol maggiore di F. Schubert assieme al coro e orchestra di S. Cristina Valgardena.

Il maestro Ilario Defrancresco è diplomato in pianoforte al Conservatorio “F. A. Bonporti” di Trento. Dal 1998 insegna Formazione musicale e Musica corale presso la Scuola di Musica “Il Pentagramma” delle valli di Fiemme e Fassa, con sede a Tesero. Oltre alla docenza, si dedica alla composizione di musica vocale e in questo campo ha ottenuto diversi riconoscimenti.

La festa dei primi 25 anni di vita è coincisa con la pubblicazione di un nuovo CD “In Sacro Silenzio”. La sequenza di brani ripercorre in parte la storia dell’Ensemble, ma è anche un viaggio nel tempo e, parallelamente, un percorso “multietnico”. Il CD è stato registrato nella Pieve di San Giovanni, luogo dotato di un’acustica veramente speciale.

Maestro Defrancesco, quali sono le caratteristiche di questo CD?

“L’ascoltatore, attraverso le sonorità che mutano da un brano all’altro, incontra composizioni più meditative, altre gioiose, passaggi carichi di tensione alternati a momenti di serenità. L’obiettivo è sfatare che la musica polifonica sia riservata a pochi”.

Nel vostro repertorio troviamo brani musicali da tutto il mondo.

“Un coro misto può spaziare su vari generi. Ne approfitto per rendere più vivace l’attività del coro. È importante motivare i coristi proponendo obiettivi nuovi”.

Il canto è ancora un valore nelle nostre valli?

“Sicuramente oggi è più difficile trovare persone volenterose ed entusiaste disponibili a questa attività artistica. Siamo coinvolti in mille attività, abbiamo troppi impegni. I nostri giovani spesso lasciano le valli per motivi di studio o di lavoro, quindi si riducono le persone disponibili a impegnarsi nell’attività canora in maniera continua. L’Ensemble Canticum Novum è un bel gruppo, ma anche noi cerchiamo voci nuove, specialmente maschili, le più difficili da reperire. Per il 2019 l’Ensemble Canticum Novum vuole proporre un nuovo progetto musicale. E per questo fa un appello agli ‘uomini di buona volontà’. Chi è interessato può trovarci sul sito www.canticumoena.it (info@canticumoena.it) oppure sulla pagina Facebook Canticumnovummoena”.

Gilberto Bonani

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Fiemmeite strabiliante scoperta

Trovare una nuova specie mineralogica è un evento rarissimo. I minerali noti alla scienza sono poco più di 5.000. Non molti se paragonati alle specie viventi che sono milioni. La scoperta della fiemmeite, quindi, è di enorme interesse scientifico.

A trovarla sono stati i ricercatori del Muse Paolo Ferretti e Ivano Rocchetti, assieme ai colleghi dell’Università di Milano Francesco Demartin e Italo Campostrini, guidati da un appassionato cercatore di minerali del posto, Stefano Dallabona del Gruppo Mineralogico Fassa e Fiemme.

“Oggi scopriremo un nuovo minerale” ha esclamato Stefano Dellabona mentre iniziava la ricerca in una località di Carano. Sembrava un esagerato ottimismo il suo. Invece si è rivelata una profezia. Dallabona e i ricercatori hanno raccontato la scoperta al Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo, lo scorso 16 novembre, davanti a una sala gremita.

La fiemmeite è un ossalato di rame composto da cristalli color azzurrognolo all’interno di carboni fossili a loro volta inglobati in arenarie di Val Gardena, formatesi nel Permiano superiore da sedimenti di origine alluvionale in un’antica pianura continentale.

Nicolò Brigadoi Calamari

 

 

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A Natale avremo una vera cometa

Buone notizie per gli amanti del cielo; si sta avvicinando una piccola cometa periodica (ossia ritorna nei paraggi del Sole ogni 5 anni circa) che a metà dicembre dovrebbe divenire visibile a occhio nudo, sapendo dove guardare. L’astro si chiama 46P/Wirtanen. La lettera “P” indica che si tratta di una cometa periodica e porta il nome dello scopritore, l’astronomo statunitense Carl Alvar Wirtanen che la individuò nel 1948 su una lastra fotografica.

Il momento più favorevole per tentare di osservarla, aiutandosi con un buon binocolo, sarà il 16 dicembre quando l’astro chiomato passerà ad appena 11,5 milioni di chilometri dal nostro pianeta. Bisognerà cercarla nella costellazione del Toro, non lontana dal famoso e bellissimo ammasso stellare delle Pleiadi, celebrato pure da Giovanni Pascoli nella poesia Il Gelsomino Notturno, nei versi “La Chioccetta per l’aia azzurra/va col suo pigolio di stelle”; dove la Chioccetta simboleggia appunto le Pleiadi. Naturalmente sarà possibile ammirarla comodamente con i telescopi dell’Osservatorio Astronomico di Fiemme, per chi volesse farci una visita, previa prenotazione.

Le comete sono piccoli oggetti, tipicamente con dimensioni al più di qualche chilometro, formati da nuclei dove parti rocciose si mescolano a ghiaccio: quando si avvicinano al Sole, il calore trasforma il ghiaccio in vapore che, frammisto a polvere, si disperde nello spazio formando la coda. La cometa più famosa è quella di Halley, osservata l’ultima volta nel 1986, il cui ritorno è previsto per il 2061.

Non avendo ancora a disposizione un’immagine della Wirtanen, propongo un’altra piccola cometa (C/2013 R1 Lovejoy) ripresa dall’autore nel dicembre 2013.

Marco Vedovato dell’Osservatorio Astronomico di Fiemme

 

 

INFO: L’Osservatorio Astronomico di Fiemme rimane a disposizione del pubblico previa prenotazione al numero 348 341 64 07. Durante il periodo natalizio l’attività sarà intensificata, con un maggior numero di serate disponibili.

 

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Pino Dellasega, i miei primi nuovi passi

Dopo migliaia di chilometri percorsi con i suoi bastoncini da nordic walking, Pino Dellasega affronta il cammino più impegnativo di tutti. In confronto, i 1.000 chilometri percorsi da Lourdes a Santiago de Compostela sono una passeggiata. Le tante salite al Cristo Pensante, in cima al Monte Castellazzo, sono poco più che una scampagnata. Perfino l’attraversata del deserto del Sahara non è nulla in paragone. Perché ora si tratta di dover reimparare a camminare. Tutto da capo. Passo dopo passo. Come un bambino.

Notte del 31 luglio 2018. Dellasega si sveglia con un mal di testa lancinante e chiede un antidolorifico alla moglie, che lo vede strano. La chiamata al 112, la corsa in ospedale a Cavalese e poi il trasferimento in elicottero a Trento. Diagnosi: ischemia cerebrale. Al mattino Dellasega si ritrova con il lato sinistro del corpo paralizzato. Un fulmine a ciel sereno per un uomo allenato, in forma, sano, che ha sempre curato alimentazione e stile di vita.

È l’inizio di un lungo percorso di riabilitazione. “Devo insegnare ai neuroni rimasti il lavoro che eseguivano i neuroni morti in quella notte di fine luglio. Devo convincere il mio cervello a fare ciò che ha dimenticato di fare, cioè una serie di movimenti che per un’intera vita mi sembravano assolutamente normali e scontati”, riassume in parole semplici.

Dopo pochi giorni di ospedale, Dellasega viene trasferito a Villa Rosa a Pergine, struttura riabilitativa pubblica all’avanguardia, dove rimane due mesi e mezzo. “Ritrovarmi su una sedia a rotelle mi ha fatto prendere coscienza di cosa è successo. Inizialmente mi è crollato il mondo addosso: 60 anni di vita dedicata allo sport, all’agonismo, all’attività fisica si sono azzerati in poche ore. Poi, mi sono reso conto che quella notte avrei potuto anche morire. Così, ho deciso di tirare fuori quella forza insita nell’essere umano a cui ho dedicato anche un libro: la resilienza”. E così Dellasega decide di volercela fare, di voler tornare a camminare per boschi, sentieri e deserti, come ha fatto negli ultimi anni, dopo aver co-fondato, nel 2008, la Scuola Italiana di Nordic Walking e, con Chiara Campestrini, il Nordic Power e Ways, per proporre formazione e viaggi nel mondo incentrati sul cammino. Uomo pieno di idee e progetti, non è pronto a rinunciare a tutto. E così sceglie di percorre la strada del recupero, lento e faticoso, ma non impossibile.

Chi mai pensa a tutti i muscoli che entrano in gioco ad ogni passo che facciamo? Chi mai si sofferma ad analizzare ogni movimento del nostro corpo, mentre scriviamo al pc, cuciniamo, leggiamo un giornale? Tutto è scontato. Un automatismo dato per immutabile. Eppure, in un attimo ci si può trovare a dover reimparare a fare anche il gesto più naturale, quello del camminare.

A Villa Rosa lo si fa grazie al Lokomat, l’ultima frontiera della neuroriabilitazione motoria: “È una macchina all’avanguardia che facilita i movimenti della camminata. In pratica riabitua il cervello al gesto, imponendogli di fare i movimenti corretti e non le “scorciatoie” che lui vorrebbe percorrere. Inizialmente il corpo ‘subisce’, poi piano piano diventa sempre più attivo”. Anche per la riabilitazione della mano, Dellasega ha utilizzato un guanto robot. Tanto che con la sua consueta ironia, sui social si è definito “Pino-Cop”.

L’esperienza a Villa Rosa è stata significativa anche dal punto di vista umano: “Ho conosciuto tante persone, ognuna con una storia diversa alle spalle. Mi sono confrontato con esperienze, dolori, speranze. E anche con tanta solidarietà, empatia, condivisione”.

Dellasega da fine ottobre è di nuovo nella sua casa di Predazzo, dove continua con la riabilitazione, che sarà ancora lunga. Per la prima volta, si è scontrato con il fatto che la sua preparazione atletica non basta: “L’allenamento di una vita non conta. Il risultato dipende dal cervello, non dal corpo. In passato i risultati dell’esercizio fisico si vedevano rapidamente: ora devo abituarmi a un nuovo scorrere del tempo. Basti pensare che per imparare ad alzare un dito della mano ho impiegato due mesi”.

Come si fa a reggere tutto questo? A non cedere alla tentazione di mollare? “La differenza la fanno la famiglia e gli amici, che ti stanno vicino, soprattutto negli inevitabili momenti di sconforto e stanchezza. Personalmente, mi sono dato piccoli obiettivi, come reimparare a farmi la barba o ad allacciarmi le scarpe. Piccoli passi ma per me significativi”. Come quei 50 metri percorsi l’11 novembre in piazza a Predazzo, dove si erano riuniti i suoi amici del Nordic Walking, in valle per la tappa finale della Walking Challenge 2018. Dellasega ha voluto esserci ed è stato accolto da un tunnel di bastoncini: passo dopo passo, con l’emozione e la commozione sua e di tutti i presenti, ha percorso quel breve quanto infinito tratto. 50 metri che valgono più di tutte le migliaia di chilometri percorsi, ad ogni quota e latitudine.

Mentre racconta questi ultimi difficili mesi, Dellasega pensa ai boschi della valle, anche loro feriti, anche loro alle prese con un recupero lento: “L’uomo, come le foreste, sa trovare la forza per risanarsi. Basti darsi il tempo, non avere fretta”.

La frase riportata sulla quarta di copertina del suo libro “Resilienti” diventa oggi carica di nuovo senso: “Le prove sono lezioni di vita, piccole o grandi che siano non arrivano per distruggerci ma per rinforzarci nel fisico e nella mente. Sono un passaggio obbligato nel contesto universale di cui facciamo parte. Esse servono ad alzare la nostra soglia di resistenza. Se ci crediamo, noi siamo più forti di tutte queste prove”, scriveva Dellasega nel 2017. Oggi se lo ripete. Passo dopo passo.

Monica Gabrielli

 

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Il futuro del legno di Fiemme
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L’Avisio ha incontrato alcuni tra i protagonisti della filiera del legno della valle di Fiemme. L’obiettivo? Quello di conoscere la situazione del nostro patrimonio boschivo alla luce dei recenti catastrofici eventi. Volevamo capire le strategie e i tempi per tamponare l’emergenza nei prossimi mesi e successivamente, gestire, (con una strategia comune), il futuro del settore.

Con noi, al tavolo dell’incontro, Lucio Varesco, presidente della sezione segherie e imballaggi dell’Ass.ne Artigiani di Trento, Gianfranco Redolf, presidente dell’associazione delle segherie di Fiemme e Andrea Ventura AD di Bioenergia Fiemme.

Il recente nubifragio ha provocato schianti per oltre 2.000.000 di mc. di tronchi su 7.000 ettari di superficie e strade boschive danneggiate per circa 500 km ovvero il 10% del totale. A seguito dell’evento saranno inevitabilmente modificati gli equilibri della domanda e dell’offerta, sia per l’acquisto di tronchi che per la vendita dei prodotti finiti. “In tempi normali” ci dice Lucio Varesco,” avevamo difficoltà a reperire tronchi, specialmente quelli necessari per le nostre produzioni di imballaggi, pellets etc. Questo ci permetteva di vendere a prezzi sopra la media nazionale.  Degli 800.000 mc. utilizzati normalmente in un anno per le nostre lavorazioni, ovvero imballaggi, tavolame, travatura etc., solo il 50% era disponibile in Trentino dai tagli autorizzati dalla Forestale, gli altri 400.000mc. di tronchi provenivano dai paesi limitrofi quali la Slovenia, l’Austria e la Germania. Ora la disponibilità di legno autoctono è quintuplicata ed è disponibile in tempi brevi. Se non viene gestita con lungimiranza potrà creare danni incalcolabili a tutto il sistema”.

Come uscirne? E’ in fase di definizione un accordo che impegna le segherie trentine a trattenere tutto il legname schiantato in provincia, (accordo coordinato,dal servizio forestale della Provincia) ed è stato deciso che, tale legname, venga lavorato dalle aziende di segagione del Trentino. Per garantire a Comuni, Asuc e Consorzi un minimo realizzo dalla vendita del legname schiantato ed anche onde evitare il calo dei prezzi a livelli insostenibili, le segherie di Fiemme stanno proponendo l’acquisto di una notevole quantità di legname,( 17.000 mc) ad un doppio prezzo: 60 euro al mc. a terra e 80 euro al mc. per le bore. Questa proposta permetterebbe, secondo il consorzio, di tamponare questi primi mesi e di pensare ad una strategia per una gradualità delle vendite dei prossimi anni. Analoga la strategia per la Bioenergia Fiemme. “L’intento anche per noi”, dichiara Andrea Ventura “è quello di mantenere un prezzo che sia il più stabile possibile. Un accordo tra tutti i soggetti della filiera del legno di Fiemme è la base per assorbire lo choc del presente e per prenderci il tempo necessario per studiare le strategia migliori per affrontare un futuro, ad oggi, incerto”.

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