7 FEBBRAIO, GIORNATA NAZIONALE CONTRO BULLISMO E CYBERBULLISMO A SCUOLA

Bullismo e cyberbullismo sono i fenomeni più temuti subito dopo violenza sessuale e droghe; più di 4 ragazzi su 10 hanno subito atti bullismo, 6 su 10 hanno assistito a fenomeni di violenza in rete e non; il cyberbullismo fa paura a quasi il 40% degli intervistati. Ma sono gli stessi adolescenti ad ammettere di non essere stati solo vittime di fenomeni di bullismo e/o cyberbullismo: un ragazzo su 10 dichiara di essere stato anche “carnefice”. Eppure, anche nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo ci sono differenze di genere. Le ragazze sono le più colpite in rete. È quanto emerge dai risultati dell’Indagine realizzata dall’Osservatorio indifesa di Terre des Hommes e ScuolaZoo che hanno raccolto timori e opinioni di oltre 8.000 adolescenti italiani su bullismo, violenza e molestie online.

 Bullismo e cyberbullismo sono le minacce più temute da oltre un adolescente su 3, subito dopo violenze sessuali (31,73%) e droghe (24,76)[1]. 6 adolescenti su 10 hanno assistito ad atti di bullismo e/o cyberbullismo. Quasi la metà degli adolescenti ha vissuto sulla propria pelle atti di bullismo da parte di compagni (44,9%, che sale al 46,5% nei maschi). A differenza del cyberbullismo che invece colpisce di più le ragazze: il 12,4% delle giovani ammette di esserne state vittima, contro il 10,4% dei ragazzi. A questo si somma la sofferenza provocata dai commenti a sfondo sessuale, subìti dal 32% delle ragazze, contro il 6,7% dei ragazzi. Tra le molestie online, le provocazioni in rete, conosciute come “trolling”, disturbano il 9,5% degli adolescenti, ma colpiscono di più i maschi (16% delle femmine (7,2%). È questa l’allarmante fotografia scattata da Terre des Hommes e ScuolaZoo attraverso i risultati dell’Indagine dell’Osservatorio indifesa, che ha raccolto le opinioni di 8mila ragazzi e ragazze delle scuole secondarie in tutta Italia su violenza, discriminazioni e stereotipi di genere, bullismo, cyberbullismo e sexting diffusi in occasione della Giornata Nazionale contro bullismo e cyberbullismo a scuola e del Safer Internet Day.

Tra le ansie degli adolescenti italiani sui temi legati a bullismo e cyberbullismo è proprio la violenza in rete a fare più paura. Il cyberbullismo viene infatti percepito da 4 adolescenti su 10 (39,7%) come molto rischioso; ad essere più preoccupati sono i maschi (43,2%), rispetto alle femmine (38,2%). Al secondo posto troviamo la paura di diventare bersaglio di trolling e di subire molestie online, con il 37,3%. Qui ad essere più preoccupate sono le ragazze (39,5%) contro il 31,7% dei maschi. La perdita della propria privacy è considerato un rischio dal 33,1% degli adolescenti, con lo scarto di un punto tra femmine e maschi, a favore di quest’ultimi. Il 32% delle ragazze teme di diventare bersaglio di appellativi volgari, cosa che preoccupa solo il 21,8% dei ragazzi. Essere adescate online è l’incubo da una ragazza su 3 (28,4%). Chi vive queste esperienze sviluppa sentimenti di vergogna, ansia e malessere – anche fisico – e le conseguenze, come la bassa autostima, si possono protrarre fino all’età adulta se l’adolescente non viene correttamente aiutato a superare il trauma.

 Tra i rispondenti al questionario ci sono anche coloro che mettono in pratica atti di bullismo e/o cyberbullismo: 1 ragazzo su 10 ammette di aver compiuto atti di bullismo e/o cyberbullismo, mentre la percentuale si dimezza quando a rispondere sono le ragazze.

 La violenza tra pari, online e offline, è una realtà con cui i nostri ragazzi e ragazze devono fare i conti. Realmente subìta, o soltanto percepita, entra nelle loro vite, probabilmente li agita e li condiziona e lascia dei segni sulla loro personalità”, dichiara Paolo Ferrara, Direttore di Terre des Hommes. “È una violenza fatta di contatto fisico, ma ancora più spesso è un attacco alle proprie insicurezze, a quella identità che va formandosi, in modo sempre più marcato, proprio negli anni dell’adolescenza. Questo ci dice l’Osservatorio indifesa, diventato ormai un punto di riferimento unico, per contenuti e numero di ragazzi coinvolti, nel panorama italiano. Un luogo di ascolto fondamentale che ha permesso a Terre des Hommes e ai suoi partner di costruire percorsi di partecipazione giovanile sempre più innovativi e coinvolgenti, quali il Network indifesa o il ProteggiMI Tour”.

L’Osservatorio indifesa è nato per raccogliere le opinioni degli adolescenti italiani attraverso un questionario somministrato online attraverso i canali della Community ScuolaZoo e le scuole italiane coinvolte con la Campagna indifesa.

 Gli straordinari risultati ottenuti (in tre anni il numero di studenti rispondenti si è quadruplicato!) sono stati possibile grazie all’amplificazione che ScuolaZoo ha dato al questionario attraverso il proprio sito e profilo instagram seguito da oltre 4 milioni di follower.

Il testo del questionario è stato rivisitato grazie all’apporto dei R.I.S – Rappresentanti d’istituto ScuolaZoo (unico network in Italia di rappresentanti d’istituto apartitici) per rendere il linguaggio più vicino al target di riferimento. ScuolaZoo ha poi portato Terre des Hommes in tour nelle proprie assemblee d’istituto facendo arrivare il questionario direttamente nelle scuole.

ScuolaZoo è il media brand di riferimento della Generazione Z perché sensibilizza e aiuta gli studenti italiani a creare una propria coscienza civica, ed è in grado di parlare il loro linguaggio   accorciando le distanze tra il mondo delle istituzioni e quello dei giovani.

 Viviamo ogni giorno i ragazzi, per questo conosciamo il loro linguaggio” – commenta Francesco Marinelli, editor in chief di ScuolaZoo – “la Generazione Z non è quella che spesso viene dipinta: è invece attenta ed altruista, si tratta solo di coinvolgerli nella maniera corretta e utilizzare i loro canali. Noi lo facciamo quotidianamente e riusciamo a portare loro i messaggi che le istituzioni e le associazioni vogliono trasmettergli”.

Il bullismo è sintomo di un forte disagio e malessere della nostra società”, dichiara Marialessandra Caputi, presidente di Kreattiva. “È l’espressione di una sofferenza psicologica che si esprime a livello relazionale e che pertanto va trattata coinvolgendo in modo sinergico e sistemico tutti gli attori e le agenzie educative fondamentali per la crescita dell’essere umano”.

Per la Giornata Nazionale contro bullismo e cyberbullismo a scuola Terre des Hommes presenta anche il video @pri gli Occhi# del regista Stefano Girardi. Il corto realizzato dalla casa di produzione Moovie On parte dall’idea che nel fenomeno del bullismo coabitino due generi di carnefici. Quelli che attuano fisicamente il sopruso e quelli che, al posto di indignarsi ed intervenire, si girano dall’altra parte o, peggio ancora, avallano questi comportamenti. Tale connivenza diventa, nel caso del cyberbullismo, ancora più forte ed amplificata dall’utilizzo dei social network. Qui, i “bulli indiretti” svolgono la parte più feroce condividendo questi contenuti senza pensare alle conseguenze.

Nella storia il video diventa virale e, come una palla di neve, si ingrossa sempre di più distruggendo quello tutto quello che trova”, afferma Girardi. “Chi guarda questi video e condivide questi atti vessatori trovandoli divertenti in realtà non li sta guardando veramente, ha gli occhi chiusi, perché se li vedesse per quello che sono, li aprirebbe. Questo è il nostro augurio, educare i ragazzi ad aprire gli occhi per intervenire in difesa dei più deboli”.

IL NETWORK INDIFESA E L’OSSERVATORIO SUGLI ADOLESCENTI ITALIANI

Da due anni Terre des Hommes, assieme all’associazione Kreattiva, ha dato vita al Network indifesa, la prima rete italiana di WebRadio e giovani ambasciatori contro la discriminazione, gli stereotipi e la violenza di genere, bullismo, cyber-bullismo e sexting. La rete, fondata sulla partecipazione e il protagonismo dei ragazzi e delle ragazze attraverso il coinvolgimento attivo in tutte le fasi del progetto, è nata da un progetto pilota che nel 2018 ha visto la partecipazione di diverse web radio scolastiche pugliesi stimolando gli studenti degli istituti secondari di secondo grado a realizzare programmi radio mirati alla conoscenza e alla riflessione su violenza, discriminazioni e stereotipi di genere. Dopo essere stata ospite dell’ultimo Radio City Milano, adesso Radio indifesa si sta estendendo a tutto il territorio nazionale grazie anche al finanziamento del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di BIC® e BIC Foundation. Al network hanno già aderito 12 WebRadio di tutto il territorio nazionale. Per info: www.networkindifesa.org

Dal 2014 Terre des Hommes, in collaborazione con ScuolaZoo, porta avanti l’Osservatorio indifesa, uno strumento per ascoltare la voce dei ragazzi e delle ragazze italiane su violenza di genere, discriminazioni, bullismo, cyberbullismo e sexting. Dal suo avvio a oggi più di 20.000 ragazzi e ragazze di tutta Italia sono stati coinvolti tramite il sito e il canale instagram di ScuolaZoo (4 milioni di follower) in quello che rappresenta, a oggi, l’unico punto d’osservazione permanente su questi temi. Uno strumento fondamentale per orientare le politiche delle istituzioni e della comunità educante italiana.

La Campagna “indifesa” di Terre des Hommes è nata per garantire alle bambine di tutto il mondo istruzione, salute, protezione da violenza, discriminazioni e abusi. Con questa grande campagna di sensibilizzazione Terre des Hommes ha messo al centro del proprio intervento la promozione dei diritti delle bambine nel mondo, impegnandosi a difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all’istruzione, all’uguaglianza e alla protezione. Tutto ciò a partire da interventi sul campo volti a dare risultati concreti per rompere il ciclo della povertà e offrire migliori opportunità di vita a migliaia di bambine e ragazze nel mondo.

 [1] Il bullismo è temuto dal 16% e il cyberbullismo da quasi il 15%, Osservatorio Indifesa Terre des Hommes ScuolaZoo 2020.

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Anche i tronchi fanno la doccia

Questa valle non ha più pareti… ma cataste di alberi. Per fortuna non disturbano il paesaggio. Tutt’altro: il legno ha l’innata capacità di scaldare l’atmosfera. Mentre diverse strade e molti piazzali sono letteralmente rivestiti da cataste, a Predazzo è sorto addirittura un “centro benessere” per i tronchi abbattuti dalla tempesta Vaia del 29 ottobre 2018.

Qui il Servizio Foreste della Provincia, in collaborazione con il Servizio Bacini Montani, ha completato a fine ottobre il piazzale “Prà Tondo” icon un lavoro durato poco più di tre mesi, sulla riva del torrente Travignolo, ai piedi del monte Malgola. Ospiterà 65.000 metri cubi di legname e, per garantire la sicurezza dei turisti che passeggiano sul sentiero “Rododendri”, l’area è stata delimitata da una lunga staccionata di larice.

Qui un sofisticato sistema di irrigazione bagnerà i tronchi perchè si conservino più a lungo.

Infatti in questa “oasi del legno”, unica in Trentino, sono state installate 28 docce d’acciaio inox alte otto metri. Quando la prossima estate saranno azionate, avvieranno un processo di idratazione che eviterà screpolature e spaccature nella superficie dei tronchi. Grazie all’umidità, il legno resterà intatto in attesa della commercializzazione.

Il piazzale, lungo 400 metri e con una superficie totale di oltre 19mila metri quadrati, sorge su un’area del Demanio Idrico della Provincia. La sua gestione è stata formalmente ceduta alla Magnifica Comunità di Fiemme.

Gli oltre 30mila metri cubi di materiale utilizzato per creare il piazzale sono stati ricavati dallo svaso della vicina piazza di deposito, a monte della briglia filtrante sul torrente. Quest’opera di svaso ha tra l’altro aumentato notevolmente la sicurezza idraulica dell’abitato di Predazzo.

L’irrigazione – l’acqua proviene dalla falda del torrente Travignolo – sarà programmata e regolata con un sistema bluetooth anche grazie ad una nuova linea elettrica che alimenta l’impianto di pompaggio.

“Per noi sarà un lavoro di studio e sperimentazione – sottolinea Stefano Cattoi dell’Ufficio Tecnico Forestale della Magnifica Comunità di Fiemme – visto che questa è la prima esperienza in Provincia di Trento. Ci auguriamo di riuscire a mantenere la qualità del legno per i prossimi 2-3 anni”.

L’ente storico, a poco più di un anno dalla tempesta, è già riuscito raccogliere quasi la metà degli alberi che si sono schiantati al suolo.

Se il freddo e la neve da una parte rallenteranno il lavoro di raccolta di tronchi nei boschi, dall’altra spingeranno il piede sull’acceleratore del lavoro di vendita del legname, anche se ovviamente – avendo fatto crescere l’offerta – il mercato si sta stabilizzando su valori molto più bassi rispetto al periodo pre-Vaia. A fine ottobre circa 50mila metri cubi di legname sono stati portati alla segheria di Ziano mentre altri 18mila metri cubi sono già stati ritirati dagli acquirenti direttamente sui piazzali.

La speranza ora è di svuotare molti spazi occupati dalle cataste.

Intanto, molti danni provocati dalla tempesta sono stati riparati. La Magnifica Comunità di Fiemme è riuscita a ripristinare i pascoli e diverse malghe. Una cinquantina di strade forestali sono state sistemate e con loro anche l’80% dei sentieri forestali danneggiati, ben 44 km. Entro la fine del 2020 buona parte dei lavori saranno terminati.

Ai danni della tempesta, lo scorso 5 dicembre, si è aggiunto l’incidente alla segheria di Ziano della Magnifica Comunità di Fiemme. Dopo l’incendio di più di un anno fa, un altro silos di segatura è finito in fiamme e anche parte del tetto della segheria è rimasto interessato dal fuoco.

Beatrice Calamari

 

 

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Un campeggio ecosostenibile (e di lusso) ci salverà?

Queste sono le nuove frontiere dell’ospitalità. in futuro gli “albergatori” dovranno vendere non solo o non tanto servizi ma esperienze ed emozioni. Questa è la ragione per cui i “Tentsile Experience Camps” stanno cominciando ad avere così tanto consenso in giro per il mondo.

Le tende Tentsile sono state brevettate e ora commercializzate da una società irlandese e il loro format va ben oltre il glamping (cioè il glamour camping) che va tanto di moda di questi tempi.

Immaginate una canadese molto spaziosa (ce ne sono anche con la capienza per quattro persone) con una base triangolare: ad ogni vertice c’è una fettuccia lunga anche una ventina di metri che va legata al tronco di un albero in modo tale che la tenda, alla fine, rimanga a mezz’aria sul terreno.

Al di là della qeustione puramente tecnica, questo format ha due implicazioni successive: in primo luogo, questa tenda permettere legalmente di dormire ovunque perchè – non intaccando il suolo – non ci sarebbero vincoli di sorta. Immaginate come sarebbe fare la traversata del Lagorai, dalla Valsugana fino al Passo Rolle, dormendo comodamente in mezzo alla natura selvaggia in questo modo. La tenda ha un volume e un peso tali che può tranquillamente essere portata anche in bici. Detto ciò, provate invece ad immaginare un intero campeggio organizzato con queste tende, con tutte le strutture necessarie ma che non lasciano una sola traccia della sua presenza…

É quello che è accadutato a Vigevano…

…non troppo lontano da Milano, lungo il Ticino. La scorsa estate infatti è stato inaugurato il Nido nel Parco, il primo tensile Experience Camp italiano dove le tende “volano” a un metro da terra. Il fatto clamoroso è che il campeggio si trova all’interno del Parco Naturale della Valle del Ticino, una delle aree verdi più protette e regolamentate d’Italia in quanto Riserva della Biosfera dell’Unesco. C’è voluto tempo ma la burocrazia non ha potuto che approvarne la presenza. “A fronte di vincoli legittimamente molto restrittivi, siamo riusciti ad aprire il campeggio nel Parco Naturale e subito ha avuto ottimi riscontri sia dai turisti italiani che hanno scoperto questa area della Lombardia sia dai turisti stranieri che, atterrando nella vicina Malpensa, preferivano soggiornare nel campeggio – almeno per una notte – anzichè correre in città a Milano”, ci dice Adriano Ribera, uno dei titolari della società che importa e distribuisce le tende in Italia.

“In questo campeggio non si arriva di certo in camper nè con le proprie tende da piantare ma bisogna prenotare un pernottamento come in un albergo: ci sono a disposizione solo dieci piazzole e 24 posti letto totali, consapevolmente limitati per ridurre al massimo l’impatto ambientale. Qui tutto è ecofriendly”.

Le tende sono dotate di tutti gli accessori – dalle reti antizanzara a sistemi per il riscaldamento notturno e invernale fino alle lampade a batterie solari che diventano powerbank per ricaricare smartphone e tablet. Hanno addirittura una scaletta e una botola per rendere possibile l’accesso da sotto nel caso vengano montate ad altezze notevoli. Alle tende poi vanno aggiunti una reception, magari con un bar e una tavola calda, una struttura di servizio per bagni e docce, una zona comune con un camino e magari una serie di passerelle di legno che collegano una piazzola ad un’altra: “Ci sono Experience Camp in tutto il mondo: in Canada, negli Stati Uniti, in Costarica, come in Estremo Oriente. La prossima estate ne apriranno anche in Svizzera e, con ogni probabilità, anche uno in Alta Pusteria. E ce ne sono ben 11 nella sola Finlandia che peraltro registrano più ospiti in inverno che in estate!”, conclude Adrianio Ribera. E, a fronte del fatto che una tenda da due posti viene venduta a circa 250 euro a notte (!), va anche detto che gli Experience Camp non riescono a soddisfare le richieste! Queste speciali tende sospese, peraltro, sono già state esposte al Moma di New York, alla Cité de l’Architecture di Parigi come all’ISPO di Monaco, ricevendo numerosi premi internazionali epr il design.

Il mood è chiaro…

…provare l’esperienza di stare veramente a stretto contatto con la natura, in mezzo alla foresta, oltre i limiti a cui siamo abituati, più o meno lontano dalla civiltà: andare a letto al tramonto e svegliarsi all’alba, vedere le stelle senza alcuna forma di inquinamento luminoso, passare il tempo attorno ad un focolare a chiacchierare, ascoltare il silenzio della notte, incrociare lo sguardo di qualche animale del bosco, provare anche il piacere della vita spartana – o quantomeno più spartana del solito.

Provate ad immaginare due tipi diversi di camp che poi possono essere messi in opera con mille variazioni sul tema: un campeggio veramente wild e spartano (forse più adatto al turista del Nord Europa) e uno estremamente lussuoso e confortevole, pur senza abbadonare la sua natura e la filosofia Leave No Trace, codificata anni fa oltre oceano da una severa associazione ecologista americana.

Tutto il campeggio è facilmente smontabile nel giro di pochi minuti e non rimarrebbe alcun segno del passaggio di chi ci ha sostato. Perfino i 4 cm di corteccia che vengono a contatto con le fettucce delle tende vengono preservati da speciali protezioni che ne impediscono l’abrasione.

La soluzione per le nostre valli?

Prendetela come una provocazione: ma un Experience Camp come questo non ci starebbe proprio bene nelle nostre valli? Se la Fassa e la Val di Fiemme potessero contare su un’ospitalità di questo genere, moderna, sostenibile e molto trendy, questo aiuterebbe la qualità dell’offerta, soprattutto in un momento in cui ci si avvicina alle Olimpiadi e la domanda crescerà. Sarebbe un’ottima idea per un imprenditore che voglia massimizzare gli investimenti. Sarebbe perfetto per un impiantista che ha già un rifugio in quota e molto bosco vicino ad una seggiovia che ha già una destinazione d’uso turistica, conditio si ne qua non. Sarebbe perfetto per chi ha un albergo a 4 stelle vicino al bosco che potrebbe così aumentare il numero di posti letto spendendo un centesimo di quello che gli costerebbe tirar su una dependance. Potrebbe perfino creare un pacchetto “Natura” facendo pagare al cliente sette notti ma occupando la stanza in realtà solo per sei giorni… Pensate alle scuole che potrebbero portare le classi fuori stagione a prezzi convenzionati per far vivere ai bambini la relatà della natura.

Ne immaginiamo uno al Passo Lavazè o appena sopra Bellamonte, se non direttamente dentro al Parco di Paneveggio. Magari sui terreni della Magnifica Comunità. Una struttura del genere contribuirebbe a far dimenticare i danni della tempesta. Oppure lo vedremmo sul Monte Cauriol e all’Alpe di Pampeago, in Val Durion (non lontano dal Rifugio Micheluzzi) o in Val Contrin, a Pian Trevisan o a Pian de Schiavaneis.

E per aumentare la soddisfazione (e lo scontrino) degli ospiti, si potrebbe proporre loro numerose attività outdoor – dallo yoga sulla riva del fiume all’alba al bouldering, dai corsi di land art fino alla E-MTB e alle lezioni di massaggi ayurvedici nel bosco.

Qualcuno ci sta pensando su?

Enrico Maria Corno

 

 

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L'Unione Ristoranti Buon Ricordo  celebra il Foresta di Moena

Tutti conoscono i Ristoranti del Buon Ricordo perchè sono la prima associazione italiana di ristoratori fondata nel 1964 con lo scopo di salvaguardare e valorizzare le tante tradizioni e culture gastronomiche italiane. Forse però pochi sanno che ci sono solo due ristoranti – tra le decine e decine presenti sul territorio nazionale – ad onorare la cucina trentina. Il primo è il Ristorante Da Pino di San Michele all’Adige mentre l’altro è il Foresta di Moena che, nella persona di Walter Schacher, ha presenziato a Milano alla cerimonia annuale per festeggiare i nuovi ristoranti aderenti all’affiliazione. E i nuovi piatti proposti dagli chef.

“L’Associazione è famosa proprio per il piatto del buon ricordo. Oggi come un tempo, ciò che ci caratterizza è proprio l’idea di regalare un piatto dipinto a mano dagli artigiani della Ceramica Artistica Solimene di Vietri sul Mare su cui è effigiata la specialità del locale. Il piatto, comune nelle fattezze tra tutti i locali associati, viene regalato dal ristoratore agli ospiti che hanno ordinato la pietanza più caratteristica della zona segnalata in menu, in memoria della piacevole esperienza gastronomica”, ci dice Walter.

“Noi quest’anno abbiamo deciso di cambiare il nostro Piatto del Buon Ricordo – come previsto dallo statuto dell’Unione – promuovendo nel menu il guanciale di manzo con una riduzione al teroldego doc con polenta di storo. Per noi è un piatto storico che abbiamo in carta da tre generazioni e che i nostri clienti abituali ci richiedono spesso: ora, per l’occasione, abbiamo creato una variante aggiungendo anche una granella di pistacchi e del cioccolato fondente al 70%”.

La serata di degustazioni organizzata a Milano alle Officine del Volo ha confermato il successo che questo piatto può avere tra i clienti del Foresta, dato che sono state servite decine di porzioni ai presenti che se ne sono andati immancabilmente con un sorriso.

“Alle tavole dei ristoranti del Buon Ricordo si vive un’esperienza conoscitiva ed emozionale. Questa è la ragione per cui anni fa abbiamo deciso di aderire. Ci piace l’idea che l’associazione si prenda cura di far crescere e tramandare le tradizioni e i sapori della storia della nostra cucina e siamo orgogliosi di farne parte. Così si possono riscoprire gli antichi sapori dimenticati e se ne possono gustare di nuovi, grazie alle sapienti mani di chi ne compone gli ingredienti.

Proprio perchè il Buon Ricordo non è solo tutela della tradizione gastronomica del Bel Paese ma anche e soprattutto valorizzazione in chiave contemporanea di queste radici, l’Associazione ha deciso di ampliare il palcoscenico anche alle aziende partner – da Confagricoltura al Consorzio Franciacorta, dal Consorzio Parmigiano Reggiano a Illy Caffè, tra gli altri – perchè tutti si faccia squadra e si contribuisca a portare i sapori della ccuina italiana nel mondo.

“Da parte nostra posso dire che tutti i collaboratori del Ristoratne Foresta lavorano per creare un clima che favorisca la convivialità, il piacere di stare con gli amici e condividere bei momenti. La nostra cucina offre piatti ispirati alla tradizione trentina, spesso rivisitati in modo originale dallo chef che, per la preparazione, ama valorizzare i prodotti locali con la garanzia di qualità e di freschezza. Ci vantiamo anche di avere un’offerta di pregio per la carta dei vini con oltre 500 etichette che speriamo possano soddisfare i gusti di tutti i clienti creando i migliori abbinamenti, suggeriti e personalizzati dal nostro sommelier”.

Enico Maria Corno

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47.a Marcialonga di Fiemme e Fassa,vince Berdal su Gjerdalen ed Eliassen

“Alt for Norge!” È il motto reale norvegese, usanza di lunga tradizione ma tutti gli ultimi tre regnanti hanno adottato il medesimo, il quale ha assunto maggior importanza contro l’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. Ed oggi, alla Marcialonga di Fiemme e Fassa di 70 km da Moena a Cavalese, è stato proprio un “tutti per la Norvegia” con nove sudditi di Harald V nelle prime dieci posizioni di classifica. Il ‘norge’ con i Ray-Ban Tord Asle Gjerdalen puntava a raggiungere Joergen Aukland alla testa degli atleti stranieri più vincenti di sempre alla Marcialonga, toccando le quattro affermazioni personali, ma quando tutto sembrava segnato per il “lieto fine” gli sci del connazionale Tor…e Bjoerseth Berdal si sono messi a volare sulla salita di Cascata – ogni anno decisiva nel determinare il campione – e l’atleta del Team Koteng gli ha rovinato la festa. Berdal pare fondista ‘formato grandi classiche’ delle lunghe distanze dello sci di fondo visto che si è imposto anche alla scorsa Vasaloppet, e dopo il 2° posto dietro a Chernousov alla Marcialonga 2018 corona il sogno di una vita: “La Marcialonga è la gara più bella di tutta la stagione”. Ottima anche la strategia di Petter Eliassen, vincitore della passata edizione, ma l’impegno non è bastato e così gli atleti del Team Ragde (Gjerdalen, Eliassen e Nygaard) si sono dovuti ‘accodare’ allo strapotere di Berdal. Tra le donne altro successo ‘norge’ con una nuova sorpresa, e Kari Vikhagen Gjeitnes ad imporsi sulla connazionale Astrid Oeyre Slind, che pare avere la strada spianata per il successo in Visma Ski Classics, e sulla svedese Lina Korsgren. “Deluse” le due grandi favorite, Britta Johansson Norgren, vincitrice delle ultime due edizioni, chiude in sesta posizione dimostrando di essere ‘umana’, e Katerina Smutna settima. 13.a l’azzurra Sara Pellegrini delle Fiamme Oro, che risolleva il morale della truppa italiana, 48° Gilberto Panisi del Team Robinson Trentino. Gli atleti di Coppa del Mondo Sjur Roethe (9°) e Dario Cologna (25°) erano reduci dalla prova di Coppa del Mondo ad Oberstdorf: “Questa è una gara molto interessante – afferma lo svizzero – perché si passa per i vari paesi e c’erano tanti tifosi che urlavano il mio nome, è stato molto bello. Mi piace questa valle, ci vengo sempre molto volentieri, qui ho anche vinto i Campionati Mondiali nel 2013”, si sono dimostrati competitivi ma non abbastanza per lottare con i pro long distance. 99° Petter Northug che sul proprio Instagram ha mostrato tutte le difficoltà nel competere in double poling, con evidenti sbucciature sulle mani. Deluso Gjerdalen per il quale – per sua stessa ammissione – sarebbe stato meglio giungere 11° o 12° piuttosto che secondo alla Marcialonga, gara che prepara da una stagione intera. La contesa è stata incerta fino all’ultimo, l’azione di Runar Skaug Mathisen ha funto da ‘fuoco di paglia’ per lunghi tratti, una gara tattica con Nygaard a fare la parte del leone apripista per il Team Ragde, compito che va al vincitore dell’ultima tappa Visma Ski Classics, Chris Andre Jespersen per il Team Koteng. Addirittura Nikita Kriukov nel lotto di testa a metà gara e Dario Cologna nella pancia del gruppo. Sjur Roethe sembra il più combattivo tra i fondisti di Coppa del Mondo ma “Mr. Marcialonga” è sempre Tord Asle Gjerdalen, e gli altri si muovono in funzione dei suoi scatti. Il ‘norge’ parte forse però troppo presto sulla salita di Cascata, nonostante anche Eliassen avesse ‘lavorato’ per lui, e finisce le energie a scapito di Berdal. La prima italiana, Sara Pellegrini, è soddisfatta: “Essendo la mia prima Marcialonga sono contenta che sia andata così, è stata dura perché non sono abituata a fare queste gare a spinta. All’inizio sono rimasta nel gruppo fino quasi a Canazei, poi ho perso contatto. Sono stata seguita molto bene tutta la settimana dal GS Fiamme Oro, mi hanno dato tanti consigli. Chissà che l’esperienza non si possa ripetere”. A Predazzo sono arrivati i concorrenti della Marcialonga Light di 45 km, con vittorie della ceca Tereza Hujerova e del russo Egor Mitroshin. 2536° l’ambassador del Trentino e testimonial di Marcialonga Marco Melandri, dopo 70 km e 5:49:46.55 di gara, “stoico” sulla salita di Cascata: “Durissima, davvero. Mi consola il fatto che tutti abbiano detto che era la neve più dura degli ultimi dieci anni. Non è facile, ma mi sono divertito tantissimo. Ho imparato un sacco di cose: ad esempio che dovrei allenarmi di più. Il punto peggiore non è stato a Cascata, lì alla fine si può camminare e cavarsela, è il giro di boa a Canazei che è difficile”. Per quanto riguarda i concorrenti di Marcialonga Young, infine, applausi per i vincitori Sabrina Nicolodi – SC Fiavè ASD (Allievi femminile), Giovanni Fanton – Monti Pallidi (Allievi maschile), Gabriella Zanettel – US Primiero ASD (Aspiranti femminile), Tor Ronnestrand – Svezia (Aspiranti maschile), Maria Eugenia Boccardi – Marzola GSD (Junior femminile), Matteo Leso – GS Fiamme Oro (Junior maschile). Ed ora Marcialonga continua, aspettando il tradizionale arrivo dell’ultimo concorrente, accolto come fosse il primo.

Marcialonga 70 km – Men

1 Berdal Tore Bjoerseth NOR 3:05:52.01; 2 Gjerdalen Tord Asle NOR 3:05:53.57; 3 Eliassen Petter NOR 3:05:54.80; 4 Nygaard Andreas NOR 3:06:02.03; 5 Pedersen Morten Eide NOR 3:06:09.70; 6 Holmberg Andreas SWE 3:06:14.15; 7 Thyli Vetle NOR 3:06:16.55; 8 Hoelgaard Stian NOR 3:06:17.19; 9 Roethe Sjur NOR 3:06:25.08; 10 Jespersen Chris Andre NOR 3:06:25.41

Marcialonga 70 km – Women

1 Gjeitnes Kari Vikhagen NOR 3:21:59.20; 2 Slind Astrid Oeyre NOR 3:22:06.29; 3 Korsgren Lina SWE 3:22:56.66; 4 Dahl Ida SWE 3:25:03.38; 5 Fleten Emilie NOR 3:25:23.86; 6 Norgren Britta SWE 3:26:29.54; 7 Smutna Katerina AUT 3:29:17.86; 8 Elebro Sofie SWE 3:29:29.30; 9 Larsson Jenny SWE 3:31:50.15; 10 Tsareva Olga RUS 3:32:39.12

Marcialonga Light – Men

1 Mitroshin Egor RUS 2:04:42.24; 2 Spirin Sergey RUS 2:08:12.14; 3 Cerutti Lorenzo ITA 2:08:15.62; 4 Maenpaa Robin FIN 2:13:35.64; 5 TORESEN Jens Petter NOR 2:14:53.37; 6 Sandoz Daniel SUI 2:16:41.14; 7 Curti Luca ITA 2:17:00.06; 8 Kravchenko Pavel RUS 2:18:56.74; 9 Szczotka Mateusz POL 2:19:19.45; 10 Costantin Davide ITA 2:23:03.90

Marcialonga Light – Women

1 Hujerova Tereza CZE 2:22:43.27; 2 Norheim Johanne NOR 2:30:19.41; 3 Piller Caterina ITA 2:33:31.65; 4 Bolzan Lisa ITA 2:38:06.43; 5 Astashkina Iulia RUS 2:41:11.96; 6 Gentile Marta ITA 2:42:23.73; 7 Beri Paola ITA 2:42:32.97; 8 Rosa Deborah ITA 2:44:19.72; 9 Invernizzi Aurora ITA 3:12:03.79; 10 Beumler Tanja SUI 3:13:10.04

Marcialonga Young:

Allievi F: 1 Nicolodi Sabrina Sc Fiave’ Asd 0:35:13.55; 2 Bernsten Filippa Sweden 0:37:18.75; 3 Bertolini Silvia Fondo Val Sole 0:37:53.20; 4 Broch Arianna Us Primiero Asd 0:38:03.14; 5 Cozzitorto Elisa Marzola Gsd 0:38:30.01

Allievi M: 1 Fanton Giovanni Monti Pallidi 0:31:57.58; 2 Romagna Nicola Us Primiero Asd 0:32:00.03; 3 Boccardi Lorenzo Marzola Gsd 0:32:34.83; 4 Leso Christian Us Dolomitica 0:32:36.07; 5 Mazzel Stefano Us Dolomitica 0:32:49.62

Apiranti F: 1 Zanetel Gabriella Us Primiero Asd 0:34:15.36; 2 Bonetti Angelica Sc Rabbi 0:35:03.91; 3 Cicolini Michela Sc Rabbi 0:36:41.50; 4 Moser Martina Castello Fiemme 0:36:47.91; 5 Selva Angelica Nordik Ski 0:36:55.53

Aspiranti M: 1 Ronnestrand Tor Sweden 0:45:09.13; 2 Varesco Giacomo Castello Fiemme 0:45:45.65; 3 Vanzo Martino Asd Cauriol 0:46:26.13; 4 Doliana Denis Asd Cauriol 0:48:12.95; 5 Iellici Matteo Asd Cauriol 0:49:03.76

Junior F: 1 Boccardi Maria Eugenia Marzola Gsd 0:33:27.35; 2 Loss Valentina Us Primiero Asd 0:34:52.03; 3 Farina Anna Sc Fiave’ Asd 0:35:38.46; 4 Pradel Anna Us Primiero Asd 0:36:22.51; 5 Tomasini Greta Brentonico 0:36:47.55

Junior M: 1 Leso Matteo Gs Fiamme Oro 0:44:36.70; 2 Chiocchetti Alessandro Gs Fiamme Gialle 0:44:59.73; 3 Bernardi Riccardo Us Dolomitica 0:45:23.79; 4 Andrighi Mattia Fondo Val Sole 0:46:09.66; 5 Longo Fabio Cornacci Tesero 0:48:22.24

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Una carriera… sostenibile

Era il 2001 e i Campionati del Mondo di Sci Nordico Fiemme 2003 ottenevano la prima certificazione ambientale al mondo applicata ad un evento sportivo. Dietro quell’importante risultato c’era anche Susanna Sieff, che da allora sulla sostenibilità ha costruito un’intera carriera. Tra i grandi eventi per i quali ha lavorato ci sono le Olimpiadi Invernali Torino 2006, i Giochi Asiatici di Doha dello stesso anno, i Mondiali di Sci Nordico Fiemme 2013, le nostre Universiadi del 2013, Expo Milano 2015, fino al grande impegno attuale per i Mondiali di Sci Alpino Cortina 2021 per i quali sta seguendo la strategia di sostenibilità. È sua anche la firma sotto al primo bilancio di sostenibilità di un impianto di risalita in Italia, quello della SkyWay Monte Bianco che documenta e certifica i primi tre anni di attività dell’avveniristica funivia di Courmayeur e ne pianifica le strategie di sviluppo sostenibile da qui al 2022.

Susanna, cosa determina la sostenibilità di un grande evento sportivo?

Non possiamo negare che un grande evento sportivo comporti un inevitabile impatto ambientale ma anche un carico antropico maggiore sul territorio. C’è però modo di controbilanciare il trend facendo, già in fase di pianificazione, scelte oculate che amplifichino anche ricadute sociali per far sì che il bilancio di un evento alla fine sia positivo. A Cortina, per esempio, stiamo lavorando con i giovani del luogo provando a far restare in loco le nuove generazioni con le loro professionalità, offrendo loro prospettive presenti e future. Si possono altresì stimolare gli investimenti alberghieri nella direzione della sostenibilità energetica. Oppure pensare a progetti di rimboschimento che vadano di pari passo ai lavori di ampliamento di una pista da sci. Ogni zona può – in base alle proprie esigenze, peculiarità e possibilità – trovare i modi per compensare gli impatti negativi. Fondamentale è partire dal presupposto che se dal territorio si prende, al territorio bisogna dare.

Ad ottobre è stato presentato il primo bilancio di sostenibilità in Italia applicato a un impianto di risalita. Cosa significa per un impianto essere sostenibile?

Partiamo dalla premessa che Sky Way è un impianto anomalo perché non è una semplice funivia di risalita che porta gli sciatori in coma ad una pista ma è un mezzo, che definirei perfino democratico, per far arrivare tutti indistintamente al cospetto del Monte Bianco, a 3.500 metri d’altitudine. È una vera e propria esperienza che abbiamo voluto rendere anche educativa, spiegando al visitatore che si sta recando in un ambiente delicato, da tutelare. Cosa abbiamo fatto per rendere tutto più sostenibile? L’impianto utilizza il 100% di energia verde da fonti rinnovabili. Presso la stazione di partenza, abbiamo montato centraline di ricarica per i mezzi elettrici (biciclette e auto). I ristoranti servono acqua microfiltrata in bottiglie di vetro. La raccolta differenziata è stata rivista e sistematizzata, con un notevole aumento della qualità. Abbiamo cambiato i prodotti di pulizia scegliendo quelli biodegradabili e, dove possibile, locali. E abbiamo voluto spiegare tutto questo aglui utenti Sky Way. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che, anche quando si parla di impianti di risalita che inevitabilmente vanno a pesare sul territorio, esiste sempre una scelta meno impattante di un’altra.

Un percorso di questo tipo è possibile su ogni tipo di impianto e struttura? In altre parole, c’è sempre tempo per migliorare le cose?

Sì, anche se ovviamente è più facile intervenire su impianti o strutture nuove, che più si prestano all’inserimento delle ultime tecnologie del settore. Anche sugli impianti più datati, però, ci sono margini di miglioramento, soprattutto dal punto di vista energetico e delle scelte di acquisti sostenibili.

Se potesse lavorare in Val di Fiemme, cosa le piacerebbe fare?

Il mio pensiero va inevitabilmente alle Olimpiadi 2026. Ho partecipato alla stesura del progetto di candidatura per la parte sostenibilità e legacy, occupandomi soprattutto dei cluster di montagna, in particolare Cortina. Non nego che mi piacerebbe continuare questo percorso, anche perché i Giochi Olimpici italiani uniscono luoghi per me importanti: la Val di Fiemme, che è casa; Milano, dove ho svolto la fondamentale esperienza di Expo; infine Cortina, dove sto lavorando ora.

A proposito di Olimpiadi, una delle grandi sfide dei Giochi sarà quella della mobilità…

Il progetto olimpico 2026 si basa su una dislocazione territoriale oculata, decisa in funzione del riutilizzo di strutture esistenti e su competenze tecniche locali già presenti. La gestione dei collegamenti sarà davvero una sfida. Bisognerà riuscire a definire una mobilità il meno impattante e il più efficiente possibile. E questa potrebbe essere una delle legacy (eredità, ndr) che i Giochi lasceranno ai territori coinvolti: invece che impianti che rischiano di essere cattedrali nel deserto, le località coinvolte potrebbero ritrovarsi con infrastrutture viarie che poi serviranno a mantenere territori di montagna che vivono di turismo facilitando l’accesso a chi deve arrivarci. È stato così per la Val di Fiemme dopo i Mondiali del 1991 che hanno lasciato in eredità la strada di fondovalle.

Mobilità sostenibile significa solo ferrovia, come alcuni sostengono?

Credo che la ferrovia sia solo una delle alternative possibili, non l’unica. Per esempio, si può decidere di investire sulla mobilità elettrica, non solo per quanto riguarda i mezzi di trasporto ma anche per le infrastrutture di ricarica, che però devono ovviamente utilizzare energia verde certificata. Bisogna riuscire a lavorare sull’intero processo, non solo su una parte dello stesso.

Un po’ come sta avvenendo con la plastica…

Esattamente. Per abolire la plastica si stanno utilizzando materiali monouso compostabili che però non sono gestibili dagli impianti di compostaggio. La soluzione si è rivelata un nuovo problema perché si è guardato al particolare e non all’insieme.

Quanto è radicata la sensibilità ambientale in Val di Fiemme?

È parte del nostro core business tutelare l’ambiente naturale che “vendiamo” al turista perché siamo consapevoli che sia la componente fondamentale della nostra offerta. Non a caso i Mondiali del 2001 sono stati il primo evento sportivo certificato al mondo.

Quale potrebbe essere la prossima certificazione ambientale in Val di Fiemme?

Difficile rispondere perché non si tratta di capire chi è più avanti degli altri in questo percorso. Un impianto nuovo può essere potenzialmente più sostenibile, ma se chi lo gestisce non è interessato a questo aspetto, è più promettente un impianto vecchio che abbia alle spalle persone lungimiranti. Bisogna credere in ciò che si fa: prima ancora della tecnologia, sono le persone che fanno la differenza nel percorso verso la sostenibilità.

Monica Gabrielli

 

 

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Tamara Lunger indossa La Sportiva

Ziano di Fiemme / Himalaya – E’ appena terminato quello che poteva passare alla storia come uno dei concatenamenti più difficili ed affascinanti della storia dell’alpinismo moderno: l’ormai consolidata coppia di alpinisti formata dall’altoatesina Tamara Lunger e dal bergamasco Simone Moro era impegnata in questi mesi nel primo concatenamento invernale delle cime del Gasherbrum I (8.068 m) e Gasherbrum II (8.035 m) riuscito in precedenza, nel lontano 1984, solo alle leggende dell’alpinismo Reinhold Messner e Hans Kammerlander.

Si trattava di un’impresa alla quale Tamara e Simone si erano approcciati con molta cautela optando per un acclimatamento artificiale all’interno di terraXcube, il centro per la simulazione di climi estremi di Eurac Research parte del polo dell’innovazione dell’Alto Adige (NOI Techpark), per velocizzare l’acclimatamento in loco e favorire l’osservazione degli impatti dell’alta quota sul cuore, sulle funzioni cognitive, respiratorie e metaboliche, finalizzata a ricerche in campo medico e curativo. La spedizione è stata sospesa il 19 gennaio a causa di una inaspettata caduta dei due alpinisti in un crepaccio. Tamara e Simone non hanno riportato conseguenze gravi ma il buon senso e le condizioni meteo costantemente avverse hanno consigliato ai due alpinisti il rientro in patria.

La spedizione tra le vette del Karakorum è stata la prima nella quale Tamara ha inossato per la prima volta capi La Sportiva, azienda trentina leader mondiale nella produzione di calzature ed abbigliamento per l’outdoor, che da qualche mese è il partner tecnico ufficiale di Tamara Lunger sia in ambito footwear che apparel. L’altoatesina ha scelto di vestire almeno per i prossimi 3 anni il total look La Sportiva, trovando nei capi tecnici e termici realizzati dal brand della Valle di Fiemme, i perfetti compagni di viaggio per le proprie imprese, così come lo sono da sempre gli scarponi da escursionismo con l’inconfondibile montagna gialla in campo nero.
Tamara indossa i capi più performanti della linea La Sportiva Winter Mountainware ed i gusci impermeabili e traspiranti in membrana GORE-TEX® della linea premium La Sportiva Alpine Tech, nata specificatamente per l’ultra-tecnico mercato svizzero e da febbraio in distribuzione esclusiva presso alcuni outdoor shops altamente selezionati nell’arco alpino.

Non è finita qui: ai piedi di Tamara e Simone debutta l’innovativo scarpone da alpinismo G5 Evo realizzato con doppia chiusura rapida BOA® Fit System e suola Vibram Matterhorn per il massimo della performance in ambienti estremi come quelli Himalayani. G5 Evo introduce inoltre per la prima volta nella storia degli scarponi da escursionismo estremo l’innovativa membrana isolante GORE-TEX® Infinium™ Thermium™ che avvolge in punta lo scafo e l’intersuola per il massimo effetto isolante e termico per le dita dei piedi dell’alpinista.

“Collaboro con La Sportiva da diversi anni ormai e mi sono sempre sentita parte della loro famiglia.” Dichiara Tamara. “E’ un azienda del mio territorio che mi permette di esprimermi al meglio, mi segue e supporta in tutte quelle che sono le mie passioni: dall’alpinismo allo skialp ed anche in tutte quelle avventure di ricerca e scoperta personale che ho programmato per il prossimo futuro. In La Sportiva c’è davvero molta attenzione verso quello che rappresenta per me oggi essere un’atleta che ama la montagna in tutte le sue forme. Indossare questo marchio significa indossare anche i suoi valori di azienda artigiana che ha sempre puntato al massimo delle performance per noi atleti, con grande etica e rispetto per le discipline outdoor e per l’ambiente che ci circonda.”

“Tamara incarna tutti i valori della nostra azienda – dichiara Lorenzo Delladio, CEO e Presidente La Sportiva – ha abbastanza esperienza per conoscere la storia dell’alpinismo ed allo stesso tempo una freschezza unica che deriva dalla sua giovane età e dal suo innato entusiasmo, due elementi fondamentali per portare questo sport al prossimo livello. Il fatto che sia un’atleta donna che ama confrontarsi sullo stesso territorio dei più grandi alpinisti della storia poi, rende il tutto ancora più entusiasmante: sviluppare con lei prodotti tecnici non solo in ambito scarponi ma anche nell’abbigliamento, è per noi una grossa opportunità ed al contempo una conferma di quanto stiamo facendo nel segmento apparel, puntanto al top delle performances.”

Importanti anche le parole di Andreas Marmsoler, responsabile Global Sponsorship per il brand GORE-TEX, co-sponsor della Lunger: „Tamara è tra gli alpinisti che più ci hanno ispirato nel ventunesimo secolo ed è ora nostro compito assieme a La Sportiva, equipaggiarla al meglio con i prodotti più tecnici ed innovativi al fine di permetterle di realizzare i propri sogni.“

L’appuntamento con la cima è per ora rimandato alla prossima spedizione ma la partnership è appena iniziata e grandi cose attendono Tamara ed il nuovo compagno di cordata: La Sportiva. #ForYourMountain

 

 

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Michela e Luciana, due milanesi a Ziano

“Sapessi come è strano, trovar due milanesi a Ziano” canterebbe Memo Remigi se incontrasse Michela Meroni, donna in carriera con tanta simpatia e determinazione, ed a Luciana Annoni, super mamma e nonna in pensione,. Anche chi vi scrive arriva dalla metropoli, capoluogo della Lombardia, e non si fatica a credere che trasferirsi qui in montagna sia una scelta importante sempre dettata dal cuore.

E’ ciò che racconta Michela Meroni, designer, madre e compagna piena di vitalità e talento. Ha iniziato il suo percorso a Milano, capitale dell’arte e della moda, per poi proseguire la sua formazione all’estero (Londra, Stati Uniti, Francia, Tunisia e Turchia) per poi riapprodare in Italia. Un bel salto dall’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si è laureata in arti visive, e la soddisfazione di essere Art Director per diverse agenzie nazionali ed internazionali, fino a diventare libera professionista (“poco libera e molto professionista“, dice lei). “Durante l’ultimo anno di studi accademici mi sono avvicinata al mondo della comunicazione, partecipando alla progettazione creativa del Festival del Cinema Pubblicitario a Cannes per tre anni consecutivi, fondamentali per il mio inserimento nell’advertising. Mi definirei un’irrequieta della creatività”. Ecclettica e innovativa, è una donna determinata e piena di simpatia contagiosa che ha fatto della propria vita un palcoscenico di colori e sfumature. “Ho abbandonato l’arte contemporanea nel passato per dedicarmi anima e corpo alla comunicazione. Con il tempo, il mio interesse era sempre più proteso verso la comunicazione visiva e le sue forme, tanto da integrare le mie aspirazioni di Art Director e di Graphic Designer in un’unica volontà progettuale. La scelta di trasferirmi qui è stata dettata dal cuore in tutti i sensi: il mio compagno frequenta la Val di Fiemme da più di trent’anni e così ci siamo trovati con lo stesso progetto di vita. Inoltre siamo diventati genitori di una stupenda bambina in tarda età e ci sembrava più sano farla crescere in Val di Fiemme”.

Ma come era la tua vita “precedente” e che cosa ti manca di Milano? Per troppi anni ho vissuto freneticamente la città con tutti i suoi pro e contro. Ho gestito come Art Director diverse aziende per poi fondarne una mia nel 2002, la “m&m Design”, che contava più di 20 collaboratori. Ora vado a Milano in vacanza, per colmare quella voglia di cultura artistica, architettonica e di innovazione, o per ricevere clienti nel mio studio milanese ma la mia casa è in Val di Fiemme. Apprezzo ogni giorno ciò che mi circonda. Nei suoi colori trovo l’energia del creare e del fare con molta più facilità di quanto potrei fare in una grande città dove gli spostamenti e lo stress rubano ore preziose alle giornate”. Tra lavoro e famiglia i ritmi in Trentino sono differenti, più umani. Che cosa vorresti portare qui, dalle tue tante esperienze di vita e lavoro passate e che cosa vorresti cambiare? “C’è chi mi chiama grafica, chi mi definisce architetto, chi designer… io lascio fare. Quest’anno, a dicembre, celebrerò i tre anni da residente in Val di Fiemme. Inizialmente ho cercato di inserirmi in sordina nella comunità ma senza mai propormi sul serio, a causa dei numerosi impegni con i clienti che fanno capo al mio studio in città. Mi fa sorridere quando agenzie mi chiamano da Milano per gare creative i cui committenti sono aziende del Trentino Alto Adige o addirittura della mia stessa valle. Tante imprese qui avrebbero bisogno di comunicare in modo efficace, e se lo fanno, dovrebbero pensare in maniera più contemporanea. Qui dalle nostre parti ci sono tante realtà di “nicchia” di altissima qualità che non esprimono appieno il loro potenziale e ciò mi dispiace. Personalmente, con il trasferimento pensavo che avrei lavorato di meno e avrei avuto più tempo per la mia vita ma in realtà lavoro il doppio, anche se in un contesto bellissimo! Oltre a questo, ora collaboro come Art Director Senior Freelance e Marketing Communication Coordinator per alcune importanti aziende internazionali e vorrei portare qui alcuni concetti dell’innovazione”.

Come vede Michela il futuro? “Credo che il futuro sia eco friendly. Sono sempre più attenta all’aspetto ecosostenibile delle confezioni e dei prodotti perché credo che oggi non si possa ragionare altrimenti. Il legno è nel mio dna, forse perché mio nonno era falegname e sui suoi terreni a Cantù oggi sorge il museo del legno. La tempesta Vaia mi ha scossa profondamente”.

 

Vita differente per Luciana Annoni, funzionario Inps in pensione che ha trovato nella sua Ziano un’altra dimensione. “Mi sono trasferita con mio marito anni fa, entrando in punta di piedi in una valle che amiamo da oltre quarant’anni. Siamo arrivati qui come turisti, dapprima restando per qualche settimana in alberghi, poi affittando appartamenti fino a che abbiamo acquistato casa, dapprima a Daiano e poi a Ziano, per la precisione nella frazione Roda dove viviamo tuttora. Mio marito ha lavorato per una vita all’aeroporto di Linate con la S.E.A (Società Servizi Aeroportuale) come agente di rampa mentre io ho trascorso gli ultimi sei mesi di lavoro all’INPS di Cavalese. Nostro figlio Roberto, laureato in Fisica, ha sempre manifestato il suo amore per questi luoghi e così ha preso l’occasione al volo cominciando ad insegnare la sua materia in diverse strutture di Fassa e Fiemme e finendo poi per dedicarsi ad altro. Qui ha incontrato la sua attuale compagna e qui sono nati i nostri nipotini. La nostra vita quindi ha seguito il corso dei nostri desideri: vivere in questa valle piena di bellezza e tranquillità. Ora non abbiamo più una base a Milano dove rimane qualche cugino che vediamo raramente. La nostra vita, possiamo dirlo, è ormai tra queste vallate. Vivere qui è un privilegio”.

Che passioni coltivate qui in Fiemme? “Io e mio marito siamo appassionati di trekking e passeggiate in montagna, amiamo lo sci di fondo e soprattutto andare a funghi. Diciamo che l’idea di trasferirci qui è nata proprio durante un’escursione nei boschi quando abbiamo incontrato un porcino enorme! Mio marito è un pescatore e spesso veniva in questi luoghi dove ha conosciuto altri lombardi trasferiti che negli anni sono divenuti cari amici e punti di riferimento. Nonostante tu possa vivere molti anni in valle, rimani sempre un “foresto” ma basta saper rispettare tradizioni e usanze e qui si può vivere benissimo. E poi c’è il burraco e la passione per i giochi di carte. Sono anche la presidente dell’associazione Burracos Group di Ziano. Siamo una grande famiglia. Lo scopo di questa associazione, che ho fondato a novembre del 2017, è quello di diffondere il gioco, affinare le qualità tecniche dei membri del gruppo anche attraverso corsi di aggiornamento e organizzare periodicamente dei tornei aperti a tutti i 60 soci. Un’occasione per divertirsi e condividere dei momenti in allegria”.

Federica Giobbe

 

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Einstein in Fiemme e Fassa

Sono passati più di cent’anni da quando Albert Einstein ha pubblicato le sue tesi sulla relatività. Tesi rivoluzionarie, che mettevano in crisi il sistema di valori con cui per secoli credevamo di sapere come andasse il mondo. Tutti ricordiamo le storie ascoltate dai banchi di scuola, di Galileo Galilei che dalla torre di Pisa lascia cadere una mela per misurarne la velocità. Con Isaac Newton, Galileo è un padre della fisica meccanica, con cui ancora oggi un ingegnere calcola con precisione tutto il necessario per costruire un ponte o un apriscatole.

I problemi sono iniziati a fine Ottocento, con l’arrivo della luce elettrica, prima nelle strade (Parigi è stata la prima nel 1878), e quindi nelle case. L’elettricità, senza la quale la nostra civiltà oggi non sopravviverebbe, è stata il nostro primo incontro quotidiano con la fisica delle particelle: una realtà materiale che non vediamo, ma di cui siamo fatti, di cui è fatto ogni animale, ogni oggetto, il nostro pianeta e, probabilmente (mica ci siamo stati) tutto l’universo.

L’elettricità corre alla velocità della luce che, per chi ama le statistiche, viaggia a 300mila chilometri al secondo. Ora, il contributo di Einstein, è stato nel farci capire che se ci occupiamo della nostra realtà di tutti i giorni, dove le mele cadono sempre allo stesso modo, la fisica tradizionale funziona come un orologio svizzero. Ma non quando ci occupiamo di realtà fisiche in cui la velocità della luce è di casa. Parliamo quindi del microuniverso sub-molecolare, degli scontri e incontri tra gli atomi, e del macrouniverso oltre il sistema solare, in cui, per viaggiare entro i nostril limiti biologici, bisogna accellerare al massimo e viaggiare, appunto, oltre la velocità della luce. In pratica, Einstein ci ha fatto capire che in quelle condizioni, i nostri concetti di tempo e spazio non funzionano a dovere.

Da ragazzo, ho passato ore a cercare di capire la teoria della relatività. E due cose mi sono rimaste. In primo luogo la convinzione di non essere tagliato per le scienze. Leggevo e rileggevo senza capire veramente. E poi l’immagine paradossale, o meglio, l’esempio trovato in un libro in cui si diceva che se, di due gemelli, uno parte e va a visitare un pianeta viaggiando oltre la velocità della luce, quando torna si trova a essere biologicamente più giovane di suo fratello. E lì ho rinunciato alla mia carriera di scienziato.

Ma, si dirà, che cavolo c’entrano Fiemme e Fassa con la teoria della relatività? Confesso che si tratta di un’esperienza personale, ma che forse molti hanno condiviso. L’elettricità è familiare a ognuno, anche se non la capiamo e non la vediamo se non quando parte un fulmine o ci si prende una scossa toccando una presa difettosa. Ma da un paio d’anni in qua la teoria della relatività è entrata in valle.

Con le bici. Sì. Le mountain bike elettriche.

L’anno scorso ne ho noleggiate un paio e alla prima uscita ho capito tutto quello che Einstein ci voleva dire. Girare in montagna con la e-bike costringe a rivedere i propri concetti di tempo e spazio. Un esempio: da ragazzino per arrivare al laghetto di Moregna, c’era un chilometro di dislivello, rispetto al fondovalle. Per cui si partiva di mattino presto, un paio d’ore per arrivare in Valmaggiore, un’altra ora e mezza e si era su, pronti a far polenta alla baita di Moregna. Il più delle volte si rimaneva su, a pescare qualche salmerino striminzito e si tornava a valle la domenica, a fine settimana concluso. Oggi, quel chilometro di dislivello è ancora lì; ma stavolta il gestore del bici-noleggio mi dà qualche consiglio e dice che, volendo, posso andare a Valmaggiore, tirar su fino al Rifugio Paolo e Nicola, livellare verso Moregna e da lì scendere giù. Se parto alle nove per mezzogiorno sono di ritorno. Lo fisso con lo sguardo perso, lo stesso, esatto sguardo che dovevo avere leggendo i libri su Einstein. Ma, come? Un giro così nella mia testa ci si mette un giorno, a farlo.

Insomma, ho preso la bici e me ne sono andato da un’altra parte. Mi sembrava una dissacrazione rifare quei giri familiari alla velocità della luce. Ho preso due bici, e con mio figlio più grande, Matteo, in mezzora eravamo in cima alla Val di Stava. Lui, baldo dei suoi ventanni, pedalava felice divertendosi a regolare l’altezza del sellino in base alla pendenza (pure quello, si poteva fare). Io lo seguivo, stupidamente vergognoso ogni volta che superavamo qualcuno con la mountain bike normale. Mi sembrava di essere una truffa su due ruote. Eravamo lì a far finta di pedalare, quando bastava un click sulla centralina del motore elettrico e via, si facevano salite che m’avrebbero distrutto i polmoni in cento metri.

Mi sono pure divertito, figuriamoci. Il giorno dopo ho noleggiato un carrellino e ho spedalato i due più piccoli su per la Val di Fassa. Ma ritornati al noleggio non ho potuto fare a meno di guardarmi attorno, come se mi aspettassi di veder spuntare il mio fratello gemello (che non ho). L’ho immaginato un po’ più vecchio di me, ingobbito, che mi rivolgeva uno sguardo un poco risentito. In quel momento mi sono ricordato di una famosa foto di Einstein, con quella sua faccia da scienziato pazzo, che fa la linguaccia. Sono stato tentato di fare lo stesso ma subito ho capito che mi sarei meritato la disapprovazione di Matteo. “Not cool”, fare la lingua ai fantasmi.

Okay, not cool. Ma scommetto che lui mica ha capito di aver viaggiato grazie alla velocità della luce.

Guido Bonsaver

 

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Il parco della memoria

La Val di Fassa avrà il suo Parco della memoria storica della Grande Guerra. Tre i pilastri sui quali si basa il progetto: la trasformazione della mostra “La Gran Vera” di Moena in museo permanente, il restauro e la riapertura dell’ospizio al Passo San Pellegrino e la valorizzazione dei siti del primo conflitto mondiale. Un sogno che diventa realtà per Michele Federspiel, curatore onorario della mostra assieme a Mauro Caimi, che da tempo punta a collegare con un filo tematico i luoghi della Grande Guerra, creando occasioni di conoscenza, approfondimento e riflessione.

Il primo punto del progetto è la trasformazione della mostra “La Gran Vera” in museo permanente. L’esposizione – inaugurata, in occasione del centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, nel luglio del 2014, grazie a una sinergia tra il Comune di Moena, l’Istituto Culturale Ladino e l’associazione “Sul fronte dei ricordi – ha già visto oltre 80.000 visitatori, attratti da un allestimento coinvolgente e in continua evoluzione. La mostra, da un punto di vista puramente economico, ha i bilanci in attivo e garantisce ai volontari un cospicuo contributo annuale che viene reinvestito in progetti sul territorio.

“La Gran Vera” diventerà dunque la sezione Grande Guerra del Museo Ladino di Fassa. Attualmente si stanno definendo – tra Comune di Moena, Provincia di Trento e Comun General de Fascia – i dettagli burocratici ed economici che richiederanno un paio d’anni di tempo per arrivare a soluzone. Nel frattempo, la mostra continuerà ad essere aperta.

Il progetto che riguarda la riabilitazione dell’ospizio del San Pellegrino coinvolge, invece, il Comune di Moena e il noto marchio di abbigliamento per la montagna Salewa che intende ripristinare la struttura, creando posti letto e un punto ristoro. L’ospizio – che era stato bombardato e distrutto durante la guerra e poi ricostruito e tornato in funzione fino al 1992 – diventerà il punto di riferimento del Parco della Memoria, il luogo dove trovare figure professionali appositamente preparate, audioguide, informazioni per escursioni e approfondimenti sulla storia della valle.

Il terzo fondamento del Parco della Memoria sarà poi la valorizzazione dell’opera di recupero dei siti della Grande Guerra portata avanti da oltre vent’anni dall’associazione “Sul fronte dei ricordi”. Sono i volontari del gruppo a mantenere in buono stato e in sicurezza i suggestivi percorsi tra trincee e fortificazioni che permettono di camminare – non senza emozione – nei luoghi dove cent’anni fa si è combattuto.

“Vorrei che questo progetto, rilevante anche dal punto di vista della destagionalizzazione turistica, che diventasse un modello anche per la Val di Fiemme che ha importanti luoghi da valorizzare, come Sadole”, sottolinea Federspiel, che ha sviluppato la passione per la Grande Guerra già da bambino. La sua stessa storia familiare racconta quella ferita sociale, oltre che umana, che è stata il primo conflitto mondiale. Il nonno materno, l’alpinista Bruno Federspiel, era tirolese; quella paterno italiano, pilota di aerei da caccia durante la guerra. In montagna, nei luoghi teatro dei combattimenti, Federspiel ha iniziato a collezionare i primi cimeli che negli anni sono andati a formare una summa capace di raccontare come la Prima Guerra Mondiale sia stata vissuta in Val di Fassa, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico. Quei pezzi sono oggi esposti all’interno della mostra “La Gran Vera”, che permette ai visitatori di entrare nella storia anche attraverso percorsi in trincee ricostruite: “Ho accettato di mettere a disposizione la mia collezione a patto che l’esposizione raccontasse la verità storica che deve rispettare vincitori e vinti. La mostra non è una semplice raccolta di reperti ma una finestra che vuole raccontare quella grande tragedia che la “Gran Vera” è stata per la Val di Fassa. I visitatori si immedesimano, si emozionano, si commuovono. E il messaggio vuole proprio essere questo: parliamo di guerra per costruire la pace”

Monica Gabrielli.

 

 

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