Un barbiere alla texana

Ennio Cavada, quest’anno, celebra il suo cinquantesimo anno di attività di barbiere. Un mestiere che sta scomparendo e che salvo rare eccezioni, si è trasformato e ha addirittura cambiato il nome nell’elenco dei mestieri; da barbiere ad acconciatore.

Ennio, orgoglioso del suo lavoro, ci racconta che ha cominciato nel 1966. Prima, come molti ragazzi a quel tempo, andava a far cassette, ma poi una sorta di vocazione lo ha portato a chiedere un apprendistato ad un barbiere. Il percorso è stato più breve del previsto perché la passione per questo mestiere lo ha spinto a fare del suo meglio. Ancora prima della chiamata alla naja, Ennio ha aperto bottega a Molina. La sua assenza però, mise subito in allarme il paese e per questo gli allora sindaco Zancanella e il maresciallo dei Carabinieri Garro, intercedettero con i generali degli Alpini, affinché facessero tornare ogni fine settimana Ennio al suo negozio. La richiesta venne accolta ed Ennio, anziché tornare dalla morosa o dagli amici, tornava nella sua bottega. “Fu una fortuna” dice Ennio.

Finito il servizio militare il barbiere di Molina tornò alla sua attività a tempo pieno, nella sua piccola bottega, che è la stessa da cinquant’anni, (anche grazie ai proprietari dell’immobile che da mezzo secolo la concedono in affitto ad Ennio), il quale nutre per loro un’immensa gratitudine.

Negli anni però, il lavoro è cambiato tantissimo, “purtroppo in peggio” ci racconta con rammarico. “Professionalmente non c’è più apprendistato, è tutto all’opposto di come mi hanno insegnato. Una volta tagliare i capelli era una forma d’arte. Oggi ci sono solo le mode, i rasoi elettrici hanno preso il posto delle forbici, una volta il cliente era soddisfatto quando usciva pettinato ed in ordine”. Ennio non segue le mode, si definisce un barbiere alla texana, i suoi attrezzi sono forbice e lametta, come una volta. Al muro c’è ancora la cinghia per limarla.

“Il barbiere è una figura di riferimento per molti uomini. La gente vuole sentirsi ascoltata e parlare liberamente. Qui non si cercano pettegolezzi, ma consigli e momenti di confidenza. Il barbiere è un po’ uno psicologo, ma mentre ti ascolta ti fa barba e capelli. E di tanto in tanto qualcuno torna a ringraziare per quel consiglio e per dimostrarti la sua fiducia”. È un mestiere dove non si può essere musoni e ci vuole anche molta cultura. Di qui passano persone diverse fra loro, “se viene il cacciatore, parli di caccia, se viene lo sportivo, parli di ciclismo”. E soprattutto “devi capire se quella persona ha voglia di chiacchierare oppure no”.

Ennio si sente ancora un giovincello, si accorge del tempo che passa solo per via dell’anniversario della sua attività, la più longeva del comune di Castello Molina. Spesso, vedendolo così spensierato, la gente gli chiede se non ha problemi, ma lui risponde che i problemi ce li hanno tutti ma non ci si può farsi prendere dalle difficoltà e perdere il sorriso. Mentre ci racconta tutte queste cose, parla con i suoi clienti, scherza con loro e si interessa realmente di come vanno le loro giornate. Si vede davvero una immensa dedizione e spontaneità nel suo modo di lavorare.

Per vent’anni Ennio è stato anche membro del direttivo dell’Associazione Artigiani e delegato comprensoriale. Negli ultimi cinque anni ha avuto anche il mandato presso l’assemblea provinciale, portando la sua esperienza di piccolo artigiano di valle anche tra i grandi. “Sono molto grato per la fiducia che mi è stata accordata, penso di essere stato scelto anche perché non ho peli sulla lingua e dico sempre quello che penso”. La schiettezza paga. Ennio ha anche una grande passione per la scrittura, quella autentica, ancora con carta e penna. Spesso esprime le sue opinioni anche in merito a questioni pubbliche, come nel proporre un nome per il nuovo polo scolastico di Molina, argomentando con passione ed onestà le sue scelte. Con orgoglio ci mostra la sua corrispondenza.

“Ogni artigiano è un artista, apprezzo ogni lavoro manuale, curato e fatto con impegno. Qualche anno fa ho ereditato delle attrezzature da ciabattino ed ho cominciato così ad aggiustare scarpe, vuoi per necessità o vuoi per passione, tutto ciò che richiede un impegno manuale mi affascina”.

Tra una chiacchera e l’altra, in orario di apertura, nella piccola ma accogliente bottega, passano clienti giovani e meno giovani, Ennio con la forbice è un maestro, rapido e preciso, sembra quasi che le sue mani danzino sopra le teste. Il tempo è scandito da una pendola appesa alla parete, come qualche vecchia fotografia. Sul tavolino, il Guerrin Sportivo e la rivista del comune di Castello Molina. E gli attrezzi del mestiere riposti con ordine che ricordano un po’ una bottega dei film western, come un vero barbiere alla texana.

Sara Bonelli

 

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Un trenino chiamato desiderio

“Certo che me ricorde l’ultimo treno. E che fret che l’era chel dì!” Cominciava sempre così il racconto mia nonna Nella “Faghéra” Dezulian quando da bambino, a metà anni ‘80, le chiedevo di raccontarmi del trenino della Valle di Fiemme. Il luogo era, ovviamente, Predazzo, la ferrovia quella della Valle di Fiemme, il giorno il 10 gennaio del ‘63.

Non era tanto vecchia quella ferrovia quando venne fischiato dal capostazione il via all’ultimo viaggio verso Ora, anzi.

Nata per motivi militari tra il 1915 e il 1916, dapprima con treni a vapore e poi, dagli anni ‘30 alimentata ad elettricità, essa collegava inizialmente Ora con Cavalese e venne prolungata nel 1918 fino a Predazzo. Fu, per l’epoca, uno sforzo ingente che costò fatica e anche vite umane; delle 6000  persone utilizzate oltre 2000 erano militari e prigionieri,molti dei quali trovarono la morte per stenti e malattie.

L’opera era lunga poco più di 50 Km e riusciva nell’intento, ancora oggi anelato, di collegare su rotaia Fiemme alla Bassa Atesina e quindi all’asse del Brennero.

Non era un treno tipo TAV, tutt’altro. Impiegava due ore a circa 25 Km orari di velocità di punta a compiere il suo tragitto ma aveva il grande pregio di tessere un filo di collegamento tra tutti i piccoli paesi della valle e legarli, lentamente e dolcemente, all’arteria principale del fondovalle.

In ogni famiglia fiammazza esiste un aneddoto dello zio o del nonno che a causa della fatica del treno in salita riusciva a scendere con un balzo dal vagone, arraffare qualche mela in zona Ora e risalire con la merenda da gustare con calma.

Altri tempi, in tutti i sensi. Provate oggi a scendere e salire da un treno in corsa e, soprattutto, a prendere una mela da un filare…

Finita la grande guerra il nostro trenino divenne, è proprio il caso di scriverlo, traino fondamentale per la crescita, grazie al trasporto di legname e, più tardi, alle prime incursioni di turisti che cominciarono ad apprezzarne la lentezza – era un treno slow, diremmo oggi – e la concessione all’ammirazione del paesaggio da essa garantita.

Tutto bene, lento, costante, non impattante e utile.

Poi, invertendo la tendenza, dopo 45 anni, via i binari. Senza una spiegazione davvero valida se non vaghi appelli alla comodità di gestione e alla flessibilità della “gomma”, un’esaltazione della modernità e del petrolio, un delirio momentaneo, con il senno di poi.

Con il passare del tempo e finito un altro conflitto le ferrovie elettriche in Italia e in Trentino ebbero destini differenti.

Molte vennero presto smantellate come la Dermulo-Fondo-Mendola e la Rovereto–Mori-Arco-Riva del Garda le altre, tra le quali la Ora – Predazzo, vennero inserite nella FEAR (Ferrovie Elettriche Riunite) successivamente trasformata in SAD (Società Autotrasporti Dolomiti)e destinate nel giro di pochi anni a morte certa. Ma perché?

Qui l’ipotesi entra nella leggenda, documenti che certificano l’obsolescenza dei trenini praticamente non ne esistono, ma si sa per certo che in nemmeno trent’anni il loro declino fu pressoché indotto in tutta la penisola. Motivi veri e propri non ve ne furono: funzionavano, piacevano a valligiani e ospiti e le difficoltà gestionali o economiche avrebbero potuto certamente essere superate e certo non costò meno dismettere ferrovie e comprare nuovi autobus e “corriere” da mettere su strada. Alcuni studiosi e appassionati di treni hanno avanzato l’ipotesi di quello che potrebbe essere definito come il “complotto FIAT”; certamente gli Agnelli, presi nel far crescere e prosperare la loro industria automobilistica usarono tutte le armi in loro possesso, comprese le pressioni verso il mondo politico, per indirizzare verso le quattroruote, e a discapito delle rotaie, i sistemi viabilistici nazionali e indubbiamente il loro tentativo ebbe – purtroppo – successo, con conseguenze, ambientali ma non solo, ben visibili ancora oggi.

D’altronde i ‘60 e i ‘70 sono gli anni  non solo della contestazione e dei grandi e positivi cambiamenti sociali ma anche delle contraddizioni e dei grandi colossi industriali trapiantati ovunque, delle fabbriche super-inquinanti ma alle quali si concedeva tutto purché creassero occupazione, dei palazzi storici rasi al suolo per essere sostituiti da terribili blocchi di cemento, definiti “colorati” e “moderni” (sempre rimanendo a Predazzo e in Fiemme, l’Albergo Nave d’Oro grida ancora vendetta…); sono gli anni della corsa, del consumo, del principio di quell’autodistruzione a cui solo, e solo in parte, Chernobyl, la paura dell’ atomico e la prima ondata “verde” porranno un freno.

Anche per questo, dall’11 gennaio 1963, il Capostazione smise di fischiare. Il nostro trenino invece continuò la sua corsa poiché venduto in Liguria, alla Ferrovia Genova Caselle, è attivo (solo in parte e rimaneggiato negli anni) ancora oggi. Come a dire: non era sbagliato il mezzo bensì il fine che si stava perseguendo.

I decenni hanno certamente reso giustizia alla Ferrovia Ora-Predazzo tanto che oggi vi sono associazioni che a suon di petizioni, e con molto seguito, richiedono a gran voce che essa ritorni, ovviamente rivista e adattata ai nuovi bisogni e forte delle nuove tecnologie, sempre più green.

Un sogno, una speranza che sarebbe stupendo venisse concretizzata – quanto sarebbero davvero più sostenibili delle Olimpiadi 2026 a trazione ferroviaria? – ma che presenta, è risaputo, notevoli difficoltà di attuazione economiche e culturali.

Certo è che avevamo, senza forse rendercene conto, un mezzo di trasporto all’avanguardia capace di inserirsi perfettamente nel paesaggio e nel vissuto quotidiano della nostra società, di amalgamarsi al territorio di montagna che lo circondava e di svolgere egregiamente, nel contempo, un utile servizio pubblico. Un mezzo semplice, ben diverso dai tempi in cui viviamo – spesso complessi anche quando non serve – e che ancora rimpiangiamo. Abbiamo sbagliato ma dagli errori si può imparare facendo, poi, scelte migliori.

Fabio Pizzi

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La Sportiva: di padre in figlia

Il 29 novembre 2019, al Centro Svizzero di Milano, la cerimonia del Premio “Di padre in figlio”, giunto alla nona edizione, ha visto l’alternarsi sul palcoscenico degli imprenditori delle aziende “Family Owned” italiane che hanno realizzato passaggi generazionali di successo. Fra i quarantasette i finalisti, ha selezionato i vincitori la giuria presieduta da Paolo Veronesi. Il vincitore assoluto, Antonio Carraro S.p.A., ha ricevuto il testimone da Donnafugata, vincitore della precedente edizione.

 La Sportiva, azienda leader mondiale nella produzione di calzature e abbigliamento outdoor, ha ricevuto il premio per l’internazionalizzazione dedicato al passaggio generazionale in aziende, con una forte presenza sui mercati esteri, capaci di distinguersi sullo scenario globale.

Tra i fattori di successo che ha valutato la giuria:

l’introduzione di importanti innovazioni e profondi cambiamenti da parte della nuova generazione al comando;

  • la struttura organizzativa aperta a membri esterni alla famiglia;
  • la valorizzazione dei valori familiari e della storia imprenditoriale dell’azienda.

Fondamentale anche l’aspetto delle quote rosa che caratterizza anche La Sportiva, grazie all’entrata nel consiglio direttivo di Giulia Delladio, responsabile marketing strategico e figlia del Ceo Lorenzo Delladio.
Nelle piccole e medie imprese italiane il passaggio generazionale in rosa è raddoppiato negli ultimi tre anni, rivelando una maggiore attenzione all’ambiente e al contesto sociale. La Sportiva, ad esempio, ha pubblicato la nuova edizione del suo bilancio di sostenibilità.

“È un riconoscimento davvero importante per la nostra famiglia, intesa come azienda formata da 360 collaboratori – ha dichiarato Giulia Delladio -. In questo momento convivono in armonia la generazione di Lorenzo, che ha aperto le strade all’internazionalizzazione con intuizioni di prodotto fondamentali per chi va in montagna, e la generazione che sta lavorando per trasformare la cultura calzaturiera costruita in 90 anni di storia, in quella di un brand capace di accogliere le nuove sfide globali. Si tratta della ricerca costante di un equilibrio dinamico fra tradizione, innovazione e attenzione al futuro dall’altro”.

Durante la cerimonia, Silvia Rimoldi, responsabile del Centro di Eccellenza delle imprese familiari di Kpmg, ha sottolineato: “Nonostante esperti, analisti e osservatori dei mercati sembrino spesso dimenticarsene, le imprese familiari costituiscono una parte fondamentale dell’economia europea. In alcuni paesi europei infatti, esse rappresentano la maggioranza delle aziende, dalle piccole imprese costituite da due persone alle realtà imprenditoriali attive a livello globale”.

 

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La Vivana ci racconta una antica leggenda ladina

Nella prossima primavera, al museo ladino di Fassa, entrerà in funzione una sezione multimediale molto particolare. Nell’ultima sala l’attenzione del visitatore sarà attratta da una serie di pannelli che in sua presenza si trasformeranno in un grande schermo. Le luci diventeranno soffuse e apparirà una vivana tridimensionale (splendida fanciulla abitante dei boschi) che introdurrà la proiezione di una leggenda. «Non si tratta semplicemente di un effetto multimediale per catturare l’attenzione – spiega Fabio Chiocchetti, direttore dell’Istituto culturale ladino – ma un modo per chiudere logicamente il percorso museale che dall’antichità porta ai tempi moderni». La vicenda proposta dal filmato, infatti, presenta una trama molto particolare che suscita una serie di interrogativi. Il racconto sinteticamente affronta la vicenda di un pastorello avvicinato da una donna affamata, scambiata erroneamente per una bregostana (donna cattiva e selvaggia) . Il ragazzo esita e invece di spartire il cibo aizza il suo cane per scacciarla. Dopo quell’incontro il giovane deperisce e nonostante i frequenti pasti. Il suo corpo vigoroso diventa pelle e ossa. Disperato si rivolge a una vecchia saggia per avere consiglio. Da lei viene a sapere che la donna che ha scacciato non è una bregostana ma Mamo, la dea del bosco e delle montagne, grande protettrice degli uomini. Di qui il consiglio di praticare un sortilegio bruciando essenze particolari e tracciando per terra tre triangoli uguali. Riappare così la dea che perdona il pastore e lo invita a non rifiutare nessuno un pasto. «Superficialmente – spiega Fabio Chiocchetti – il racconto proposto potrebbe essere annoverato tra le tante saghe delle Dolomiti , ma non è così. L’origine del testo è davvero singolare». E qui entra in scena Amadio Calligari da Larcioné (agglomerato di case nei pressi di Vigo di Fassa), presunto autore del misterioso “ciclo epistolare” provvidenzialmente ricopiato da Hugo de Rossi ed erroneamente attribuito a don Giuseppe Brunel. Nato a Larcioné il 10 gennaio 1857 Francesco Amadio Calligari all’età di 27 anni si qualifica come pittore, in seguito appare nei registri parrocchiali come “segretario comunale e contadino” che delinea il profilo di una persona istruita ma anche ben radicata nella tradizione. E’ provato che il segretario – contadino fosse in contatto epistolare con Tita Cassan, originario di Fassa ma docente prima a Fierozzo e poi a Bolzano. Entrambi condividevano l’interesse per la tradizione ladina e, da quanto emerge dallo scambio epistolare, Amadio Calligari fungeva da “antenna” sul territorio per conto di Cassan. Purtroppo il sodalizio culturale viene interrotto bruscamente nel 1905 quando Tita Cassan muore prematuramente a 42 anni . L’epistolario del Calligari passa di mano e viene consegnato a Willi Moroder – Lusemberg (animatore del mondo ladino a Innsbruck). Il contenuto è conosciuto anche da Karl Felix Wolf (l’artefice della collana delle saghe dei Monti Pallidi) . Le lettere, andate perse ad eccezione di una sola missiva autografa, sono ricopiate da Hugo de Rossi, attento studioso della tradizione ladina. «Il racconto del pastore che scaccia la dea del bosco e delle montagne arrivata a noi attraverso tortuosi passaggi – spiega Fabio Chiocchetti – è una preziosa miniera di dati lessicali e uno squarcio vertiginoso nelle profondità più remote della tradizione popolare fassana. Nel racconto si riconoscono echi di credenze precristiane costellate da divinità dai nomi davvero inconsueti come Tinna, Rez, Numa, Zer, Jup… testimonianza di un sincretismo pagano – cristiano di cui rimane ancora traccia in varie aree alpine». Il filmato, realizzato da 490 Studio Trento, regia di Filip Milenkovic, ha visto la partecipazione di Loreta Florian, Aurora Volcan, Rebecca Sommariva (vivane), Davide Dorich (pastore), Dora de Martin (vecchia saggia). Il video sarà presentato in occasione dell’assemblea pubblica dell’Istituto culturale ladino previsto per il mese di dicembre. L’allestimento museale invece sarà funzionante a partire dalla Pasqua 2020.

Giberto Bonani

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Green o non green?

A parole siamo tutti ambientalisti. Chi non è pronto a dirsi a favore di scelte che tutelino la natura? Ma nei fatti, siamo davvero disposti a cambiare quelle abitudini che sappiamo essere poco sostenibili? Il passaggio dalla teoria alla pratica può non essere facile. E il rischio di dare la colpa ai comportamenti degli altri è alto. Così come è grande la tentazione di trovare scorciatoie, che ci non ci obbligano a cambiare davvero. È il caso, per esempio, dell’utilizzo delle stoviglie biodegradabili al posto di quelle in plastica: riduciamo davvero i rifiuti, o semplicemente ne produciamo uno di tipo diverso?

Se appare evidente che la soluzione alla questione ambientale passi soprattutto da un cambiamento del modello socio-economico, è innegabile che ciascuno di noi è chiamato perlomeno ad interrogarsi sulle proprie azioni quotidiane. Abbiamo coinvolto in questa riflessione alcuni esponenti della società civile delle nostre valli. A ciascuno abbiamo chiesto anche una sorta di esame di coscienza, per individuare quei comportamenti che, aldilà di ogni buon proposito, sono difficili da cambiare.

Monica Gabrielli

Andrea Ventura

46 anni, direttore generale Fiemme Servizi

Nei negozi si stanno mettendo al bando i prodotti in plastica monouso, sostituendoli con prodotti equivalenti biodegradabili. Ciò a cui stiamo assistendo è paradossale e va contrastato: il mercato sta convincendo i consumatori che si può fare il bene dell’ambiente sostituendo la plastica usa e getta con la bioplastica, sempre usa e getta. E lo sta facendo dicendo a tutti noi che si può fare senza alcuno sforzo, senza cambiare alcun comportamento quotidiano orientato a ridurre i consumi e al riutilizzo. Si sta generando un enorme business fondato su un nuovo packaging che metterà in crisi le filiere del recupero dell’organico, che possono gestire solo in modo marginale questa massa di imballaggi usa e getta figli di uno stile di vita insostenibile. Basta usa e getta! Questo dovrebbe essere l’obiettivo primario su cui lavorare. A me pare, al contrario, che si punti a una mera sostituzione, tutta commerciale, di un prodotto con un altro. Dobbiamo diffondere il concetto che biodegradabile non è sinonimo di compostabile.

Certo, è difficile uscire da abitudini sbagliate visto che la nostra cultura è permeata dall’usa e getta (che in alcuni ambiti, come quello medico, rimane imprescindibile). Non è facile, ma il nostro riconoscersi nella difesa dell’ambiente deve ripercuotersi nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo interrogarci sulle nostre azioni ogniqualvolta preferiamo il caffè in cialda al posto di quello della moca; quando compriamo vestiti a poco prezzo che durano soltanto alcuni mesi; quando sostituiamo le scarpe prima del necessario; quando cambiamo il telefono solo perché è uscito il modello più moderno; quando mettiamo nel carrello cibi senza interrogarci sulla filiera. Dobbiamo porci più domande e sforzarci di cambiare, superando l’errata convinzione che l’ambientalismo voglia dire per forza decrescita.

Francesco Morandini

67 anni, bibliotecario

Proprio oggi parlavo con un piccolo allevatore di capre che cerca, invano, di proporne l’uso per pulire rampe e terreni incolti, anche in alternativa ai decespugliatori, il quale commentava: “È inutile che facciamo i sostenitori di Greta e poi, quando si tratta di fare delle piccole scelte concrete per l’ambiente, restiamo sordi. Così è su molte cose. Non vedo a livello locale una vera attenzione all’ambiente, tutt’al più si cerca di toglierci la puzza da sotto il naso. La montagna è diventata un luna park e anche le zone incontaminate sono a rischio. C’è traffico e si fanno più strade che portano altro traffico.

La questione ambientale dovrebbe invece mettere in gioco le nostre abitudini in maniera determinante. Certo che, visto l’esempio dei decisori politici e degli amministratori, ci sentiamo spesso autorizzati a comportamenti poco virtuosi. Ma non dev’essere un alibi. Ciascuno deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni quotidiane, superare pigrizie e cambiare registro, ma è altrettanto importante che ognuno metta in gioco se stesso con l’azione e il controllo politico.

A livello personale ci sono tanti comportamenti che mi mettono a dura prova. Tra questi, sicuramente gli acquisti al supermercato. Acquisto prodotti con i GAS (i gruppi d’acquisto solidali), cerco il biologico e i prodotti a km 0, ma quando entro in un supermercato, spesso anche per la fretta, non controllo ciò che compro, sono tentato sempre dalle cose confezionate, più semplici da buttare nel carrello senza dover prendere borse e pesare il prodotto o attendere al bancone. E quando andrò in America non ci andrò in barca a vela!

Gabriele Bernard

18 anni, studente, presidente della Consulta Provinciale degli Studenti e delle Studentesse in lingua italiana della provincia di Bolzano

Purtroppo, sono ancora molte le persone che fanno fatica a cambiare le proprie abitudini in funzione del loro impatto ambientale. Certamente il movimento lanciato da Greta ha scosso le coscienze e ha aiutato molto, ma c’è ancora molta strada da fare. Sarebbe però scorretto nei confronti di tutte quelle persone che hanno dato una svolta ambientalista alla loro vita affermare che non c’è stato un cambiamento. Soprattutto nei comitati organizzativi che hanno dato vita alle manifestazioni, io ho potuto osservare una grande forza di volontà, che ha portato diverse persone a rivedere le loro abitudini.

La questione ambientale mette in gioco di continuo i nostri comportamenti, dalla scelta del mezzo da prendere la mattina per andare al lavoro a quella del prodotto da acquistare al supermercato. Penso che la tematica stia molto cuore alle nuove generazioni, e spero che con il tempo questo cambio culturale che sta prendendo piede nella società prosegua e porti a farci rivedere le nostre scelte quotidiane in funzione del nostro impatto ambientale. Purtroppo, questi sono cambiamenti che necessitano di molto tempo per avvenire, ma secondo me siamo sulla strada giusta.

Non avendo un’automobile e non andando a fare la spesa io parto avvantaggiato rispetto a molte persone, ma purtroppo anche io faccio fatica a rinunciare a molto comodità. Nel mio piccolo cerco di fare più che posso, ad esempio riducendo il mio consumo di plastica, ma purtroppo questi piccoli cambiamenti non bastano. Su questo il messaggio di Greta è chiaro: oltre che a una presa di coscienza da parte della società, c’è bisogno di una risposta coraggiosa da parte della classe politica che vada ad intervenire sulle grandi aziende.

Nicola Bortolotti

25 anni, studente magistrale in Fisica alla Sapienza di Roma, attivista FridaysForFuture

Vorrei chiarire innanzitutto cosa significa secondo me “essere ambientalisti” oggi. La più grande minaccia per l’ambiente e, dunque, per la nostra stessa sopravvivenza è il riscaldamento globale. Sappiamo che sono i gas a effetto serra a causarlo e sappiamo ormai da molti anni quali sono le attività umane che producono questi gas. Perché dunque siamo arrivati ad una situazione così allarmante? Il punto è che il nostro sviluppo economico è basato per l’80% su fonti energetiche fossili, proprio quelle che emettono i gas climalteranti. E nessun governo chiaramente vuole sfavorire le proprie industrie. Inclusi quelli italiani, che spendono ogni anno circa 19 miliardi di euro in sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili, che potrebbero invece investire per attuare la transizione ecologica di cui abbiamo bisogno.

Ci sono studi scientifici che dimostrano come la tempesta Vaia, che ha devastato il nostro territorio lo scorso ottobre, sia stata amplificata dal riscaldamento globale. E gli eventi catastrofici come questo sono sempre più frequenti ed estremi in tutto il mondo. Dunque, essere ambientalisti e proteggere i nostri territori significa lottare affinché chi detiene il potere ponga in primo piano la vita delle persone rispetto ai profitti di pochi. E in Italia lo scorso 27 settembre eravamo più di 1 milione nelle strade a chiedere questo. Un’intera generazione sta chiedendo disperatamente di smettere di considerare la natura solo come merce a buon mercato.

Non voglio sminuire l’importanza che hanno i comportamenti delle singole persone. Adottare uno stile di vita sostenibile è ormai necessario e dà anche più significato ai piccoli gesti quotidiani. Ma se 100 aziende producono più del 70% di CO2, il fatto di accusare le nostre azioni quotidiane come le cause della catastrofe climatica invece dei veri colpevoli ci fa perdere di vista la strada giusta per risolvere il problema. Anche perché ci sono comportamenti che non dipendono dalle nostre scelte. Non si può pretendere che una persona che lavora nel centro di una metropoli e vive in periferia raggiunga il luogo di lavoro in bicicletta o coi mezzi pubblici e non tutti possono permettersi di comprare un’auto elettrica. L’attenzione dovrebbe essere posta sul modo in cui sono progettate le città e sul rendere davvero efficiente e accessibile a tutti il trasporto pubblico.

Detto ciò mi sembra di vedere che le giovani generazioni inizino a porre sempre più attenzione alle proprie abitudini, anche se è necessario un cambiamento culturale che non può avvenire da un giorno all’altro. Personalmente mi ci è voluto molto tempo per abbandonare alcuni comportamenti poco ecologici e tuttora devo migliorare a partire dai prodotti alimentari che compro.

Carla Vargiu

25 anni, studentessa magistrale in Economia e Management del Settore pubblico, presidente di New Generation (associazione giovani soci della Cassa Rurale Val di Fiemme

Sarò diretta. Abbiamo tristemente constatato un ambientalismo che si è limitato alle parole e che è stato palesemente disatteso nei fatti. Già nel 1992 la Conferenza ONU riconosceva ufficialmente la minaccia dei cambiamenti climatici. Io, allora, non ero ancora nata. E nel 2015, con l’Accordo di Parigi, 196 Paesi si sono impegnati nel ridurre drasticamente le emissioni di CO2 per mantenere la temperatura media globale ben al di sotto dei 2C. I fatti, però, raccontano altro: il 2018 ha registrato il massimo storico nelle emissioni di CO2. I governi, quindi, ci mostrano quanto sia complesso essere ambientalisti nei fatti, soprattutto operando nei limiti posti dal nostro sistema attuale. Molti giovani si stanno attivando nel trovare soluzioni più sostenibili, ma non è un percorso immediato. A comportamenti virtuosi si viene educati ed è impensabile un cambiamento di abitudini nel singolo senza decisioni politiche forti che ne traccino i contorni. L’esempio della raccolta differenziata è calzante: chi mai si sarebbe messo a dividere carta, plastica, vetro, umido e secco se non fosse stato implementato a livello comunale un sistema organizzato di raccolta porta per porta e di smaltimento e riciclo rifiuti? È lapalissiana la necessità di azioni politiche veloci e concrete e gli scioperi dei giovani servono proprio a questo: a sensibilizzare e creare consapevolezza in merito all’emergenza climatica e, allo stesso tempo, fare pressione ai governi affinché mantengano gli impegni presi. Per quanto mi riguarda, cerco di riutilizzare il più possibile prodotti, contenitori e vestiti e di mangiare locale, anche grazie agli eccellenti produttori valligiani. Tuttavia, la sfida per una mobilità più green rimane ancora aperta, per quanto cerchi di utilizzare trasporti pubblici o car sharing. La questione ambientale, però, mette in discussione non solo le nostre abitudini quotidiane, ma un intero modello economico e sociale che si è dimostrato insostenibile e che va profondamente rivisto. Per questo motivo, ad una sostenibilità ambientale i giovani – ma non solo – stanno affiancando riflessioni in merito a sostenibilità economica, sociale e istituzionale. Del resto, citando l’economista Enrico Giovannini (già ministro del Lavoro e presidente Istat), oggi “La battaglia che bisogna fare è cambiare quello che pensiamo non si possa cambiare”.

“Ambientale è sociale”

Le riflessioni di Vittorio Ducoli, del direttore del Parco di Paneveggio Pale di San Martino

Indubbiamente, Greta Thunberg, comunque la si pensi su di lei, ha il merito di aver riportato al centro del dibattito sociale – se non politico – la questione ambientale. Oggi in molti si dicono ambientalisti, ma si tratta di un ambientalismo che si limita alle parole o è confermato dai fatti?

Personalmente ritengo che la questione ambientale sia la grande questione che coinvolge il futuro stesso dell’umanità, ma che, come insegna anche Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato si’”, non possa essere risolta se non si risolve la questione sociale. In altri termini, la crisi ambientale è in larga parte un portato del nostro modello socio-economico, basato sulla ricerca della crescita infinita (che non è possibile) e sulle diseguaglianze, “necessarie” per poter saccheggiare le risorse naturali a fini di profitto. Se non si mette in discussione in profondità questo assetto non si potrà seriamente affrontare la questione ambientale. Ritengo quindi che ci sia un tentativo di riversare sui singoli, sui loro comportamenti, problemi che invece andrebbero affrontati alla radice. Faccio un esempio banale: se da un lato può essere giusto insistere perché ciascuno di noi risparmi acqua mentre si lava i denti, perché pochissimi parlano del fatto che la quasi totalità dell’acqua dolce viene usata per fini industriali o agricoli e non si lavora seriamente per ridurre questi consumi? Quindi, l’ambientalismo delle parole è prima di tutto quello di chi usa questi temi in modo strumentale per nascondere le proprie responsabilità, per fare un po’ di greenwashing e immaginare nuove fonti di profitto che ben poco hanno a che fare con il rispetto dell’ambiente: è quello dei potenti della terra che vanno a Davos ad ascoltare ed applaudire Greta usando il loro jet privato; è quello dei mass media del nostro paese che esaltano Greta, ma appoggiano sempre ed incondizionatamente qualsiasi progetto che devasta l’ambiente e aumenta il consumo di suolo. Poi, certo, ci sono anche le contraddizioni di ciascuno di noi, di chi nei sondaggi si dice sempre a favore dell’ambiente ma non fa nulla per cambiare il proprio stile di vita, ma questo, a mio avviso, è solo il portato di un problema molto più grave e profondo che, ne sono convinto, si potrebbe risolvere solo cambiando drasticamente i fondamenti stessi su cui si basa la nostra società.

Quanto la questione mette in gioco, o almeno dovrebbe, le nostre abitudini?

Come ho detto, ritengo che l’insistenza sulle abitudini individuali sia in buona parte funzionale a nascondere le vere cause del problema, anche se è chiaro che una maggiore consapevolezza dovrebbe portare per coerenza a modificare le nostre abitudini, per quanto possibile. Non dimentichiamoci però che le “nostre” abitudini sono quelle dei popoli ricchi del nord del mondo, e che non possiamo pensare che esse continuino ad essere basate sulla compressione dei bisogni e della stessa vita dell’altra metà del mondo. Anche qui è utile un esempio: se acquistiamo un’auto elettrica ci sentiamo “ecologici”, ma sappiamo quali sono stati i costi sociali ed ambientali per l’estrazione dei metalli di cui sono fatte le batterie delle nostre auto? Non è che nel Congo le guerre e le devastazioni in corso siano in qualche modo legate al controllo di quelle risorse? Credo, quindi, che la consapevolezza del problema ambientale dovrebbe portare, più e oltre che alla modifica di abitudini individuali, alla messa in discussione seria dei meccanismi economici che reggono il mondo. La Storia insegna che i grandi cambiamenti avvengono quando la coscienza individuale diviene collettiva e si manifesta con azioni concrete che abbiano obiettivi politici. Circoscrivere il problema alle abitudini individuali è a mio avviso un modo per non affrontare i nodi di fondo.

A livello personale, ci sono comportamenti che la mettono a dura prova? Azioni che sa essere non proprio ecosostenibili ma che fa fatica a cambiare?

Personalmente mi sento in colpa e frustrato ogni volta che faccio un acquisto e non riesco a sapere a che condizioni ciò che acquisto è realizzato, e questo capita per tantissime categorie di prodotti, da quelli elettronici a quelli di vestiario. Poi c’è il fatto che uso tanto l’auto, e anche se oggi ho un’auto elettrica non sono certo, come detto sopra, di contribuire davvero a consumi più puliti.

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Una vita da “gattista”

Quando dalla redazione mi hanno chiamato per propormi un articolo sull’inverno ho accettato subito: mi piace la neve e poi la stagione è giusta; quando hanno aggiunto che avrei dovuto intervistare i “gattisti”, ho pensato: cavolo, interessante, ma se mi mandano a quel paese?

Diciamocelo sinceramente: chi guida il gatto delle nevi solitamente o è percepito, e rispettato, come un fantastico essere mitologico  – metà uomo di montagna rude e sicuro di sé e metà fantastico macchinario con i cingoli che costa più di una villa (anche 400/500 mila Euro!) – oppure non è, purtroppo, considerato affatto. Le piste sono belle e perfette, chi mai ci avrà pensato? E a chi importa?Io, che appartengo alla prima categoria posso garantirvi una cosa: se non ci fossero questi ottimi professionisti che si sbattono dal tramonto all’alba, e ogni volta che serve, per fresare le fantastiche pendici dove tutti noi amiamo scivolare, sarebbe veramente un problema. Grande.

Ma che tipi sono? Perché hanno scelto questo lavoro? Che fanno finita la stagione? Come percepiscono la montagna e il mondo legato agli sport invernali di cui sono fondamentale sostegno? Gliel’ho chiesto, e le risposte mi hanno sorpreso e hanno aumentato il rispetto e il senso di gratitudine che ho per loro.

La voce al telefono è squillante, e non dimostra per nulla i 49 anni dichiarati dal suo proprietario.

Lui non mi conosce ma quando gli spiego perché l’ho cercato ride e molto gentilmente accetta di rispondere alle mie domande.

Guida gatti delle nevi, tra Fiemme e Fassa, dal 2006 e in questi 13 anni, lavorando da novembre a primavera, ne ha viste, fatte e passate un bel po’.

Non sapendo nulla del suo mestiere sparo la prima domanda: ma ci sono corsi per imparare a guidare quei bestioni?

“No” mi risponde asciutto “nel mio caso sono stato buttato sul gatto, mi hanno fatto vedere ben bene cosa fare e poi mi sono arrangiato. Funziona così, si impara anche guardando il lavoro degli altri e chiedendo. Il principio è quello di fresare in maniera che le piste siano in condizioni ottimali,  facendo prima l’esterno e poi l’interno. Si fa, si prova, ci si impratichisce e, detto tra noi, ci si diverte pure. A me piace un casino.”

Si sente davvero che ama quello che fa e allora continuo “I vostri mezzi costano un capitale, sono enormi e spesso lavorate di notte e su pendenze importanti, come fate a gestire tutto?”

Mi spiega che la caratteristica principale del suo lavoro è fare attenzione, essere vigili. “dobbiamo prenderci cura delle piste, di noi stessi e degli altri” e continua “ci sono dei pericoli che derivano dall’ambiente esterno e dalla persone. Inoltre negli anni è cambiato molto il modo della gente di vivere la montagna: una volta si sciava e bon, oggi ci sono numerose discipline, svolte in ambienti diversi e in momenti diversi della giornata. Un esempio lampante è  quello degli sci alpinisti.

“ Si tratta di un odio-amore tra voi, vero?” Gli chiedo con ironia e lui non si sottrae.

“Come in tutte le cose ci sono responsabilità reciproche ma capita spesso che alcuni di loro, pur rispettosi e accorti, passino col buio dove noi stiamo “battendo” e se non li vediamo (certi tengono in salita le luci delle lampade frontali spente per averle poi completamente cariche nella discesa) rischiamo di fare loro del male. Ricordo in particolare una volta nella quale stavo lavorando con un mio collega e, proprio mentre lui stava facendo manovra, all’ultimo secondo ho visto un’ombra e gli detto di bloccarsi: se non l’avesse fatto avrebbe travolto uno scialpinista che stava risalendo vestito di scuro. Quella è stata una bella giornata ed è uno dei bei ricordi che mi porto dietro. “ Me ne dici un’altro?” gli chiedo, e la risposta arriva in tre secondi “ lo snowpark! Anni fa la società mi ha chiesto di occuparmene e da allora con il progettista lo abbiamo abbellito e ingrandito, sviluppando uno splendido rapporto professionale. Ormai ci capiamo al volo! All’inizio era lungo 500 metri e ora è lungo 900, ogni anno aggiungiamo qualche novità. Vedere le persone che si divertono e sentire i complimenti che fanno mi riempie di orgoglio. Adesso ti saluto, devo andare a lavorare!” E allora, sotto col prossimo.

Ad Antonio mancano quattro anni alla pensione. Ne ha 55 e lavora da 32 sulle piste. Non è persona di molte parole ma è estremamente posato e gentile “Dal 1987 ad oggi ci sono state molte innovazioni” chiarisce in seguito alla mia prima domanda “ è tutto diverso:  i macchinari, sempre più tecnologici e comodi, gli orari di lavoro – adesso lavoro 4 giorni e il quinto riposo, gli straordinari (anche perché tassatissimi) non si fanno praticamente più e i turni sono abbastanza regolari. Una volta capitava anche di stare a disposizione per 14 ore di fila; Intendiamoci, ci sono ancora queste necessità ma di solito cominciamo alle 16.30 e per l’una di notte abbiamo finito, ovviamente sempre a disposizione qualora nevichi e serva ripassare, ma in confronto ad una volta è molto cambiata la nostra vita.”

“O forse” aggiunge “sono cambiato io. Pensa che da giovane mi pesava dover lavorare di notte mentre magari i miei amici erano in giro a divertirsi mentre ora mi piace molto. Adoro lavorare, concentrato, in silenzio tra i miei monti e in compagnia dei miei pensieri. Mi sento a casa.Inoltre mi sento sicuro perché ho sempre avuto colleghi corretti e abili nel loro lavoro e con i quali ci si aiuta in caso di bisogno”. Ho concluso questa intervista con una domanda piccante “ma è vero che rimorchiate alla grande? Non è mai successo che qualche amica chiedesse di fare un giro?” “Forse anni fa esercitavamo un certo fascino” mi risponde divertito “ma non si può fare salire nessuno sul mezzo, è proibito!” Mi sembra, però, che gli sia scappato un sorriso di intesa.

Per la terza intervista mi basta un caffè al bar con un vecchio amico. Andrea lo conosco da quando eravamo bambini e so che ha lavorato prima sugli impianti per poi passare al gatto. Lo ha fatto per quasi vent’anni, poi lo scorso anno ha smesso. “ Come mai?” Gli chiedo a bruciapelo “Volevo stare di più con la famiglia. Mi è spiaciuto davvero molto, ma non me la sentivo più di partire il primo pomeriggio, rientrare di notte e magari ripartire dopo 3 ore di sonno perché era scesa neve e le piste dovevano essere tirate a lucido prima delle 9. Fare quella vita dava soddisfazione e permetteva anche di specializzarsi e acquisire conoscenze tecniche uniche ma era un sacrificio enorme. Anche se un po’ mi manca, lo confesso” E mi liquida così “a proposito, ho saputo che chiedi in giro se qualcuno si è mai portato la morosa sul gatto. (corrono le voci tra Fiemme e Fassa!) Beh, puoi scrivere che io l’ho fatto – lei lavorava come cameriera in un rifugio – ed è stata la cosa migliore che potesse capitarmi. Ci amiamo come il primo giorno, ci siamo sposati e abbiamo due bimbi”.

Pagati, sorridendo, due caffè, prendo il telefono e chiamo ancora un numero.

Luca ha 42 anni, fresa piste da quando ne aveva appena 18 e a fine stagione scende da un mezzo che movimenta neve per salire su di un altro che movimenta terra.

”Io ho sempre avuto il pallino degli escavatori, perciò appena possibile ho imparato a guidarli, ho preso le patenti e via! Il gatto è stata una semplice conseguenza. Come tanti miei colleghi salivi con chi già lo sapeva fare e imparavi – in fretta, ovviamente. Da qualche anno la mia società ha cominciato a farci seguire dei corsi dedicati al risparmio, sia di energie e tempo che di carburanti e neve. Si presta poi più attenzione all’ambiente e questo mi piace. Ritengo sia molto utile continuare ad aggiornarsi e che funzioni seguire certi consigli per migliorarsi e correre meno rischi.”

“Il problema di chi fa quello che faccio io” continua “spesso è quello di convincersi che dato che abbiamo sempre lavorato in un modo non si possa cambiare. Trovo sia sbagliato.”

Luca, al pari dei suoi colleghi sentiti in precedenza, è tranquillo, simpatico, molto preparato e competente. Mi spiega l’ultimo acquisto della sua società: un sistema satellitare computerizzato che permette di monitorare costantemente – su alcuni mezzi anche in tempo reale e presa diretta – mezzi, uomini e condizioni esterne e interne agli stessi. “ Ad esempio, possono sapere se siamo in cabina o fuori dal gatto, se accendiamo o spegniamo le luci, se ci fermiamo e dove ci troviamo. Inoltre, grazie ad appositi sensori posti sui cingoli e che misurano la neve possiamo gestirne la diffusione ottimale, risparmiando così il più possibile e aumentando efficacia ed efficienza del nostro operato.” La fantascienza divenuta realtà, al servizio del turismo invernale.

Luca è estremamente in armonia con se stesso, schietto e attento ai dettagli. Chiacchierando, scopro che il suo hobby è la fotografia. Dopo alcuni minuti a parlare di apparecchi fotografici (quanto costano!!), luce e tempi di esposizione gli faccio un’ultima, difficile, domanda “C’è qualcosa che vorresti cambiasse?Qualcosa di cui senti la mancanza?”

“Forse un po’ di rispetto” mi spiazza “si dà molto per scontato, si crede che le responsabilità, in pista come nella vita di tutti i giorni, siano sempre degli altri. E mi pare che sia un sentimento diffuso. Io penso davvero che dovremo essere tutti più responsabili e sensibili nei confronti del prossimo e dell’ambiente. “

Cosa altro aggiungere? Solo un ultimo pensiero: GRAZIE di tutto ragazzi! Per le splendide piste, per il tempo che mi avete dedicato e per i momenti di vita che avete voluto condividere. Siete grandi.

Fabio Pizzi

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Le anime vendute

Una passione per i libri che lo ha sempre accompagnato. Per i gialli nordici in particolare: Jo Nesbø, con il suo stile asciutto e teso, o l’appassionante Stieg Larsson.

Poi il desiderio di mettersi alla prova, di passare “dall’altra parte del foglio” e di scriverle lui le storie avvincenti e capaci di catturare fino all’ultima pagina.

È così che è iniziata la seconda vita di Graziano Bortolotti, classe 1962 che dopo trentacinque anni di servizio presso il Centro Addestramento Alpino di Moena, nel 2001 inizia a cimentarsi nell’arte della scrittura e pubblica il suo primo romanzo, “La guerra non è mai finita” nel 2005. Una storia forte che ruota intorno a sentimenti di vendetta mai risolti e che affonda le sue radici nella seconda guerra mondiale

Seguono poi il thriller “Pista di Sangue” nel 2009 e la spy story del 2013, “Il richiamo del cedro” in cui una squadra segreta e ufficialmente senza padroni, ha il compito di eliminare una lista di persone intenzionate a far nascere nientemeno che il IV Reich.

Fresca di stampa è “Le anime vendute”, la sua ultima fatica: un thriller d’inchiesta che ruota intorno al mercato clandestino degli organi umani. Un’opera ponderosa, oltre cinquecento pagine, per una tematica scabrosa e “scomoda”, trattata con maturità e padronanza. Protagonista del libro è Dalia Lentini, una coraggiosa giornalista d’inchiesta, brava e determinata nel suo lavoro. Quando riceve una richiesta d’aiuto da parte di una missionaria in Mozambico, e soprattutto, quando viene a conoscenza della sparizione di organi umani da un penitenziario in Asia, senza esitare parte alla volta della Cina. Ma dopo due settimane Dalia è introvabile e dopo un mese l’ambasciata italiana la dichiara scomparsa. Il difficile incarico di ritrovarla viene assegnato a Nicholas Ferrigno, un ostinato e tormentato reporter appena uscito dal carcere che inizia la sua complicata e rischiosa ricerca.

«Gli argomenti d’inchiesta, i famosi “grandi temi” mi hanno sempre interessato molto – ci racconta Graziano Bortolotti che abbiamo incontrato per parlare del suo libro e dei suoi progetti futuri – In particolare l’idea che è al centro di questo libro mi è stata ispirata da due fatti di cronaca che mi hanno molto scioccato: l’assassinio di una missionaria in Mozambico e la storia di un penitenziario cinese da cui venivano trafugati gli organi dei condannati a morte per avviarli poi al mercato clandestino. Mi sono quindi immerso in ricerche lunghe e complesse, facendomi aiutare da una serie di preziosi collaboratori»

Sicuramente argomenti non semplici da trattare, che vanno ben al di là del semplice giallo.

«Non nego che durante il mio lavoro di documentazione ho visto e conosciuto cose che mi hanno sconvolto – confessa Graziano – ho toccato con mano quanto la nostra società fortunata sia disposta troppo spesso a scendere a patti con la propria coscienza per tenersi stretti i suoi privilegi, a discapito degli emarginati, degli ultimi»

Ma non è solo la trama, avvincente e ricca di colpi di scena a catturare: anche i personaggi sono molto caratterizzati, pieni di sfaccettature, “vivi”.

«Mai come in questo libro ho voluto lavorare sui personaggi, sui loro caratteri, sulle loro peculiarità. Sono stati i miei compagni di viaggio, con loro parlavo, mi accompagnavano nella vita di tutti i giorni, possiamo dire che prendevo anche il caffè in loro compagnia! E così ho potuto conoscerli anche al di fuori degli eventi del libro, hanno acquisito un spessore, una realtà, una concretezza che mi ha permesso di renderli credibili e veri»

Quindi dovremo aspettarci altre storie con Dalia e Nicholas? «Sicuramente torneranno, ma per ora mi sto dedicando ad un nuovo lavoro – ci racconta Graziano – un libro che tratta di “cold case”, delitti irrisolti, che vedrà protagonista una squadra di investigatori che si formerà, non senza difficoltà. La cosa che mi diverte molto è che tutti i personaggi sono ispirati a persone reali, che ho incontrato nella mia carriera»

Attendiamo allora con trepidazione questa nuova opera e nel frattempo ci lasciamo condurre dai due giornalisti Dalia Lentini e Nicholas Ferrigno alla scoperta dei più torbidi peccati della nostra società.

Il libro Le anime vendute è in vendita nelle librerie della val di Fiemme e di Moena e si può trovare anche su Amazon, sia in versione cartacea, sia elettronica.

Valeria De Gregorio

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l’unione fa la forza

La nostra società, dominata dall’individualismo e dalla competizione più sfrenata esaspera ancora di più le situazioni drammatiche.

Essenziale diventa quindi avere l’occasione di confrontarsi con un gruppo di persone che abbiano lo stesso vissuto, che non giudichino, che sostengano perché possa crescere quel senso di fiducia attraverso il quale aprirsi agli altri.

È questo lo scopo dei gruppi di Auto-Mutuo Aiuto (A.M.A.) che permettono di cogliere l’universalità del proprio vissuto, una sua maggiore accettazione con l’apporto di un sostegno empatico.

L’Associazione “A.M.A.” Auto Mutuo Aiuto ONLUS di Trento è attiva dal 1995. Supportata dalla provincia di Trento e dal comune di Trento ha tredici operatori fissi e oltre centocinquanta facilitatori volontari che animano e seguono le varie realtà.

L’esperienza di gruppo vede le persone impegnate per il proprio e l’altrui benessere, promuove le reciproche potenzialità, attraverso l’ascolto e il rispetto della storia di ogni persona che partecipa secondo la propria disponibilità in un clima di fiducia e rispetto nell’assoluta riservatezza ed in assenza di giudizio.

Gianni Zanon, responsabile del gruppo per l’elaborazione del lutto, racconta la sua drammatica esperienza e il coraggio della sua rinascita «Dopo la morte di mia moglie Lucia, io e i miei figli Elisa e Damiano ci siamo trovati a percorrere un deserto, nel senso letterale del termine. Lei, la persona più importante della nostra vita, solare, sempre allegra, generosa, improvvisamente non c’era più e intorno a noi c’era solo buio e disperazione»

È questa la sensazione in cui spesso si viene a trovare chi deve vivere un evento così drammatico e definitivo come un lutto. Nella nostra cultura il concetto e il pensiero della morte vengono allontanati, come un qualcosa che non fa parte della nostra vita e anche se si crede di averla dominata a molti livelli, troppo spesso non si è preparati ad affrontarla. L’elaborazione di un lutto è un processo lungo e articolato, ma spesso la realtà che ci circonda non ha la pazienza di aspettare: poco dopo l’evento luttuoso, la realtà sociale che circonda la persona ritorna alla normalità, mentre chi sta ancora soffrendo per la perdita, dopo lo smarrimento e la rabbia per ciò che è successo, vive spesso un senso di solitudine.

«Ed è proprio quando la disperazione stava prendendo il sopravvento – continua Gianni – che ho incontrato A.M.A. Mi sono sentito come un assetato che finalmente trovi un pozzo: l’acqua di quel pozzo disseta, rigenera, rilancia le energie ed il pensiero diventa più lucido»

Le parole chiave di un gruppo di auto-mutuo aiuto sono tre: Attivazione, la persona si muove, prende in mano la sua vita, Condivisione, si mettono in comune dolori, gioie e speranze e infine la Reciprocità ovvero lo scambio e la mutualità della relazione d’aiuto.

«Ciascuno partecipa portando le proprie storie di vita e ascoltando gli altri, in un clima di accoglienza, non giudizio e riservatezza – dice Gianni – Il gruppo valorizza ogni persona nelle sue capacità, facilita lo scambio di idee e la nascita di nuove amicizie, permette di esprimersi liberamente e di aumentare la propria capacità di affrontare i problemi»

I gruppi sono in genere formati da otto-dieci persone, si incontrano a cadenza regolare e sono seguiti da un facilitatore che ha il compito di aiutare i partecipanti a comunicare, favorendo l’ascolto, la comprensione e il non giudizio.

I Gruppi di Auto-Mutuo Aiuto incarnano l’ideologia dell’empowerment individuale e sociale, ovvero quel processo attraverso il quale gli individui diventano attivi protagonisti della propria vita, esercitando su di essa il giusto controllo. Il processo di empowerment racchiude al suo interno fattori psicologici molto importanti che spaziano dall’incremento del senso di autostima sino all’assunzione di responsabilità a favore del proprio processo di cambiamento. Risultati ultimi sono proprio la valorizzazione di se stessi in quanto soggetti attivi ed il riconoscimento dell’altro in quanto interlocutore degno di competenze e fiducia.

Vari sono i gruppi dia Auto-Mutuo Aiuto che operano in valle. Oltre al gruppo di elaborazione del lutto, c’è quello che riunisce i genitori di bambini con disabilità, quello che aiuta le persone con dipendenza da gioco d’azzardo, “Dimagrire insieme”, per chi ha problemi della gestione del peso e il gruppo per donne “Ricomincio da me”.

Per info: Gianni 333-4900919; Associazione A.M.A. 0461-239640, info@automutuoaiuto.it, www.automutuoaiuto.it

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Avisio di novembre è qui!

Avisio di novembre celebra quest’inizio di stagione sciistica anticipato e dedica la copertina alla neve! All’interno troverete come sempre, tantissimi articoli, curiosità e interviste degli argomenti più disparati. Per scaricare e leggere in anteprima il giornale rispetto alla versione cartacea, sarà sufficiente cliccare sul link che trovate qui a destra. E’ gratis!

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Gli abbonamenti a l'Avisio sono sospesi.

Dispiace. Parecchio! La farraginosità di norme fiscali, privacy etc. hanno reso ingestibile l’iniziativa alla quale abbiamo lavorato per molto tempo e con impegno.

Eravamo già molto contenti delle adesioni e dell’incontro con molti nostri lettori presso il Poli di Predazzo che ci avevano incoraggiato a proseguire su questa strada, ma non intendiamo demordere. Cercheremo di trovare una via praticabile per offrire, a chi ci segue, l’opportunità di garantirsi la lettura del giornale cartaceo, che per ora prosegue con le consuete modalità.

Prima di tutto però i rimborsi. Coloro che hanno fatto il versamento sul conto della Cassa Rurale, (che è stato chiuso), possono inviarci i dati per il versamento o via mail oppure attraverso SMS.

Ringraziamo tutti di cuore, (gli edicolanti che si sono resi disponibili con entusiasmo) e  naturalmente tutti coloro che hanno aderito o che stavano per farlo.

Grazie. Alla prossima!

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