Perchè dopo la pioggia...

“…torna sempre il sole. È il momento di rifare i conti: se un primo studio dei ricercatori del reparto Assestamento forestale e Selvicoltura presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali – Produzione, Territorio e Agroenergia dell’Università Statale di Milano affermava che i metri cubi di legname abbattuti dalla tempesta Vaia fossero 6-8 milioni, più recentemente il Quirinale ha parlato di 8-10 milioni, in occasione della consegna di due alberi di Natale offerti alla Presidenza della Repubblica dal Pefc (Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di Certificazione Forestale) e da Federforeste.

Vaia è stato sicuramente il più importante disastro “da vento” avvenuto in Italia. Da quel giorno, le valli dell’Avisio sono state monitorate anche per la salvaguardia di animali feriti o deceduti e siamo in attesa della raccolta di riscontri oggettivi da parte della Provincia di Trento sulla fauna selvatica, anche se – come abbiamo già detto nello scorso numero – non paiono esserci riscontri macroscopici. Per capire meglio questo fenomeno, lo zoologo Andrea Mustoni, responsabile del Settore Ricerca Scientifica ed Educazione Ambientale del Parco Naturale Adamello Brenta, ha provato a farci capire come gli animali selvatici affrontino eventi naturali disastrosi come quello che ha colpito i nostri boschi e le tempeste di vento in generale: “Eventi naturali come quelli che abbiamo vissuto – ha raccontato Andrea Mustoni – probabilmente colpiscono di più l’uomo. Gli animali selvatici generalmente in questi casi si riparano in alcuni angoli del bosco, dove attendono il passaggio della tempesta. La fauna selvatica, in particolar modo i vertebrati che vivono nelle nostre foreste, è abituata a spostarsi, percependo meglio di noi le zone che possono essere a rischio e quelle che possono essere considerate un rifugio dove sentirsi protetti. La fauna conosce meglio dell’uomo il bosco e la montagna e quindi, presumo, che non abbia subito, grandi conseguenze, anche se dovranno essere i controlli e i monitoraggi a confermarlo. Naturalmente anche agli animali selvatici può capitare di commettere errori”.

Evidentemente, gli animali selvatici muoiono più per neve e freddo che per tempeste di vento; soprattutto per gli ungulati come cervi, caprioli e camosci, le grandi nevicate costituiscono uno dei maggiori fattori di rischio a causa della mancanza di cibo e delle temperature basse. Il fattore umano – la presenza di strade forestali e piste da sci o il taglio dei boschi – può incidere sulla loro sopravvivenza alle valanghe “anche se le neve in generale non è da considerarsi esclusivamente un fattore negativo”, aggiunge il Prof. Mustoni. “Al contrario, può perfino essere intesa come “amica” degli ungulati. Le grandi nevicate costituiscono infatti per questi animali il fattore di maggiore selezione naturale durante il periodo invernale: di fatto, contribuiscono ad isolare gli esemplari deboli, lasciando in vita quelli più forti. È una legge naturale che può colpire la nostra sensibilità ma è quella che permette la sopravvivenza di queste specie”. Se per gli ungulati il passaggio della Tempesta Vaia può non essere stato un dramma, non si può dire lo stesso dei pesci di lago e di fiume dell’Avisio e dei suoi affluenti che, grazie all’esondazione e allo straripamento degli alvei con cedimenti importanti del terreno e degli argini, sono scomparsi dal loro ambiente. Dopo l’innalzamento repentino del fiume per effetto dell’accumulo di pioggia, il medesimo si è ritirato lasciando migliaia di salmerini, trote e diverse specie di pesci autoctoni senza ossigeno e acqua. E sono proprio e associazioni di pescatori di zona ad aver denunciato il ritrovamento di trote morte lungo il fiume, segnale che dimostra quanto ci sia ancora da fare per gestire la situazione dopo la tempesta perfetta del 29 ottobre. L’habitat fluviale del fiume Avisio infatti è molto vario ed è caratterizzato dal divagare dell’acqua fra le profonde buche che si formano a contatto con i promontori rocciosi, le rapide e le piane più lente, dove la trota marmorata regna sovrana insieme ad altre specie complementari come il barbo comune, il barbo canino, il cavedano e la trota fario”.

Federica Giobbe

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