Il piacere della bici, in sicurezza
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Con l’arrivo della bella stagione, gli appassionati dei pedali – turisti o valligiani che siano – cominciano a battre le nostre strade. Insieme a loro, tornano anche le notizie degli incidenti stradali che coinvolgono i ciclisti.

 E’ una triste consuetudine che ormai ha raggiunto livelli preoccupanti. In Italia ci sono troppi incidenti stradali (56 morti ogni milione di abitanti contro i 49 della media europa e i 25 della Svezia) e soprattutto troppi incidenti che coinvolgono i ciclisti. Una vittima ogni 35 ore, 3000 negli ultimi dieci anni. In Italia va in bici con una certa costanza solo il 6% della popolazione, meno di 3 milioni di persone. E, al di là dei problemi dei ciclisti metropolitani nei centri cittadini, dalle nostre parti li abbiamo sull’asfalto del fondovalle e sui tornanti dei passi ma anche e soprattutto sugli sterrati.

Le statistiche dicono che nel nostro paese si registra una lenta ma costante diminuzione del numero totale di incidenti sulle strade mentre aumentano quelli che coinvolgono i ciclisti. Nel 2010 le vittime erano 265, dieci meno che nel 2016 (con oltre 16.000 feriti) e negli anni non sono mai state meno di 250. Il maggior numero di incidenti avviene in città ma ci sono più vittime sulle strade extraurbane dove succede spesso che i limiti di velocità non vengano rispettati. E noi, soprattutto sulle strade lungo i passi e nella fondovalle di fiemme, ne sappiamo qualcosa. La disattenzione causata dallo smartphone e l’alcool sono tra le colpe più comuni degli automobilisti. Muoiono più spesso le categorie di ciclisti più deboli, cioè i ragazzini sotto i 14 anni e gli uomini più avanti con l’età. Secondo i dati dell’Unione Europea riportati da Asaps (un’associazione che si occupa della sicurezza legata alla Polizia Stradale) gli utenti vulnerabili, cioè pedoni e conducenti sulle due ruote, costituiscono quasi la metà delle vittime e ben l’8% dei decessi totali appartengono alla categoria dei ciclisti, una sproporzione rispetto al volume totale di mezzi in circolazione.

Una questione culturale, sia per chi pedala che per chi guida.

È vero che noi in montagna non abbiamo i problemi che hanno in città dove la maggior causa di incidenti è la portiera sinistra che si apre inaspettatamente e che fa cadere il ciclista ed è vero che noi valligiani, per spostarci da un paese all’altro, usiamo sempre e solo la ciclabile lontana dal traffico però è altrettanto vero che la uno studio della UE dimostra che il 55% dei decessi per incidenti avviene fuori dai centri abitati. Le cifre del Dad (un’agenzia del mondo assicurativo che produce dati sulla mobilità) dicono che in Italia le strade più pericolose per i ciclisti sono quelle dell’Emilia Romagna, del Veneto e – purtroppo – dal Trentino Alto Adige, tre regioni dove la bicicletta è molto vissuta, sia nella vita quotidiana che a livello agonistico, e dove si pedala prevalentemente su strade extra-urbane. Spesso, per salvare una vita di un ciclista che va sull’asfalto con bici da strada, bastano il rispetto del Codice e i corretti strumenti per la sicurezza: l’Art. 182 del Codice dice chiaramente che quando i ciclisti circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su un’unica fila e non dovrebbero mai stare affiancati o in gruppo. Allo stesso modo il buon senso va usato anche da parte degli automobilisti che sulle strade provinciali non devono superare i limiti di velocità e che devono sorpassare sulla sinistra tenendosi ad una adeguata distanza laterale. Anche una attrezzatura adeguata aiuterebbe: se la gente di montagna è abituata nella maggior parte dei casi all’utilizzo del casco , va detto anche che il però obbligherebbe anche tutte le bici a circolare dotate di campanello e di luci anteriori e posteriori e che spesso escono dai negozi assolutamente sprovviste.

È risaputo che la Val di Fassa stia diventando un polo di attrazione internazionale per chi ama pedalare nella natura con la MTB: ci sono diversi tracciati di enduro (e quest’estate a fine giugno ci saranno per la prima volta la MET World Series, un evento di portata mondiale), c’è il tracciato della Hero e del Sellaronda e sono già prossime le grandi rivoluzioni e gli ampliamenti nella zona del Ciampac di cui abbiamo già anticipato i termini in una passata intervista a William Basilico.

E poi ci sono i turisti della domenica, quelli che noleggiano per la prima votla (o quasi) una MTB a pedalata asssistita, che si eccitano quando comprendono che riescono a salire su sentieri altrimenti impossibili e inaccessibili e che poi cadono o vanno a sbattere perchè non sono capaci di scendere. La notizia è che la Federazione Italiana Ciclismo si sta muovendo per organizzare una struttura che gestisca in futuro corsi di guida per i turisti, un’attività oggi demandata alle guide cicloturistiche che però non hanno mai ricevuto istruzioni su cosa dire e cosa fare in questi casi. Domani ai turisti potrà essere insegnato come stare in sella, come gestire una bici che pesa più di 20 chili e che ha i freni a disco la cui gestione è ben diversa da quelli tradizionali. Gli si insegnerà anche come gestire la batteria e come pedalare in modo efficiente e in sicurezza, sia quando le salite diventano troppo pendenti, sia soprattutto in discesa per mantenere la corretta velocità di crociera, per affrontare le curve strette come si deve, per superare rocce sporgenti, radici e terreni umidi. Del resto, sono sempre di più le località alpine italiane – a partire da Riva del Garda, paradiso della MTB per eccellenza – ad avere avuto seri problemi con i turisti che hanno dimostrato di avere capacità tecniche e fisiche inadeguate ai tracciati da loro scelti, con tanto di cause in tribunale che hanno coinvolto le istituzioni turistiche locali e gli impiantisti.

 

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