Raccontare il presente e costruire il futuro

Quando si è usciti da una tragedia comune, devastante – scriveva Italo Calvino ripensando  agli anni del secondo dopoguerra – ci si trova uniti dal desiderio di raccontare le proprie esperienze. A questo sentimento si accompagna la preoccupazione di riuscire a trovare le parole e il tono giusti per parlare di fatti che ci hanno segnato nel profondo, che per alcuni di noi sono stati violenti, come la morte di un parente o di un amico.

Oggi questo siamo noi. Certo, dobbiamo stare attenti nel fare paralleli tra l’Italia uscita stremata da una guerra mondiale e l’Italia di oggi. Quella era un paese cui la guerra era passata sopra come un rullo compressore – dall’invasione della Sicilia, nel luglio 1943, alla liberazione di Milano nell’aprile 1945. L’Italia di oggi è un paese bloccato per settimane e che vivrà una brutta recessione economica, ma le cui basi sono solide. In fondo, per la maggioranza di noi, si è trattato di un cambiamento radicale della vita quotidiana, sì, ma che ha comportato disagi e noia, più che dolore e disperazione.

Per questa ragione, dobbiamo raccoglierci, essere più vicini alla famiglie che sono state profondamente colpite da questa tragedia. Ogni paese di Fiemme e Fassa ha avuto le sue vittime e sono loro quelli cui il destino ha portato via un loro caro in maniera brutale: isolato in un letto d’ospedale, senza le carezze e le parole di conforto dei propri amati, se non quanto poteva trasmettere un telefonino, utile certo quando si sta bene, ma così innaturale e impietoso nella mano di un moribondo.

La beffa è stata che la generazione di gran lunga più colpita è stata proprio quella che aveva vissuto la tragedia e le privazioni della seconda guerra mondiale. Sono i nostri nonni, o i nostri genitori, dai quali avevamo ascoltato affascinati i racconti, brutti e belli, di come si sopravviveva in quegli anni. Sono loro che poi, rimboccandosi le maniche, hanno lavorato sodo per creare quel benessere che a noi sembra oggi così scontato. Mentre dovremmo ricordarci che mai, nella storia secolare delle nostre valli, mai vi è stato tanto benessere diffuso.

Senza di loro ora siamo tutti un po’ più vecchi. Più carichi di responsabilità. Ora tocca a noi rimboccarci le maniche, per cercare di mantenere quel benessere che forse non sarà più così scontato. Dovremo meritarcelo.

 

Scrivo queste righe osservando, oltre la finestra, la collina di betulle e querce le cui foglie vibrano sotto la pioggia mattutina. Anche qui in Gran Bretagna si stanno vivendo giorni di attesa e di dolore. Il 10 aprile il paese ha avuto 980 morti giornaliere, superando il picco italiano del 27 marzo, di 919. Qui l’onda è arrivata in modo strano. Prima la si è sentita come qualcosa di lontano, che accadeva ‘in Europa’, come tanti dicevano, ancora un po’ inebriati dalla Brexit. Lo stesso governo all’inizio aveva deciso per un approccio diverso: nessun lockdown, solo aspettare che l’onda passasse. Finché, due giorni dopo, il mondo della scienza non si è ribellato, il governo ha fatto lentamente marcia indietro e, ironia della sorte, lo stesso Primo Ministro è finito in ospedale, rimanendovi per tre giorni in terapia intensiva.

Ancora oggi (scrivo questo il 23 aprile) la Gran Bretagna sta vivendo statistiche vicine all’Italia ed è difficile non pensare che se la chiusura fosse arrivata prima, e le misure fossero state più severe, questo paese avrebbe avuto dati più simili a quelli tedeschi. Ancora oggi molta gente non sembra rendersi conto della gravità del tutto. Chi va al supermercato con guanti e mascherina è in stragrande minoranza. La BBC stessa, che noi consideriamo un tale monumento all’informazione indipendente, si è adeguata all’approccio del governo: meno dati statistici, meno polemiche sulla scarsità di misure protettive per il personale medico, e più spazio a notizie rassicuranti come i concerti online per raccogliere fondi o l’immancabile cronaca sulla famiglia reale. Neanche il Covid-19, insomma, sembra aver scalfito la sicumera britannica sulla propria capacità di affrontare ogni pericolo senza perdere la calma e sul loro desiderio di essere diversi dal resto d’Europa. Col tempo sapremo se quest’approccio non sia costato centinaia di vittime che si sarebbero potute evitare.

Quanto a noi, a tutti noi: speriamo che quest’esperienza tragica e surreale ci abbia ricordato il valore delle cose. L’essere vicini, l’aiutarsi reciprocamente, il condividere fatti e parole. Raccontarci come abbiamo passato questo brutto periodo sarà d’aiuto. Costruire insieme un futuro migliore, che avrebbe inorgoglito i cari che ci hanno lasciato, è il passo successivo.

Guido Bonsaver

 

 

 

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