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La telecabina invisibile sul Catinaccio

Una cabinovia che scompare alla vista dentro la montagna. Sembra di leggere la trama di una antica leggenda delle Dolomiti ma invece è il progetto impiantistico che la Val d’Ega, e l’area di carezza in particolare, stanno sviluppando per i propri ospiti, nonostabte le difficoltà del momento. In linea con la filosofia della mobilità sostenibile e dell’abbattimento dell’impatto ambientale, questo nuovo impianto di risalita – il primo uscito dalla matita di Werner Tscholl, già premiato come Architetto italiano dell’anno nel 2016 – mira a prolungare la seggiovia Tschein dell’hotel Moseralm, consentendo così di raggiungere a piedi le sponde del Lago di Carezza.

Sostituendo le due seggiovie Laurin II e Laurin III, la cabinovia a 10 posti “König Laurin” collegherà l’albergo Malga Frommeralm con il rifugio Fronza alle Coronelle a 2337 metri di quota per una lunghezza complessiva di 1807 metri (comrpesa una stazione intermedia nei pressi della stazione di arrivo della seggiovia Tschein) e un dislivello di 560 metri, portando i passeggeri a destinazione con una corsa panoramica di soli 6 minuti.

Cosa fa la differenza? Perchè questa telecabina ai piedi delle cime del Catinaccio è già considerata un’esperienza irrinunciabile? soprattutto per la sua stazione a monte molto particolare che potrebbe essere definita “a scomparsa”: “Vista la delicatezza dell’ambiente e la posizione esposta, l’area prevista per la realizzazione della nuova stazione in quota non si presta a inserire nel paesaggio una struttura puramente tecnica concepita secondo criteri formali tradizionali”, racconta direttamente l’architetto Werner Tscholl. “La stazione a monte, infatti, si colloca proprio davanti alle pareti del massiccio del Rosengarten Catinaccio. L’attuale complesso di strutture esistenti, con la stazione della seggiovia, il rifugio Fronza alle Coronelle e la Laurins Lounge, appare poco favorevole al godimento del panorama montano. Di qui, la necessità di priorizzare una soluzione dall’impatto visivo minimo per l’inserimento in questo ambiente”. La stazione a monte sarà quindi completamente interrata con le meccaniche dell’impianto che saranno nascoste nella montagna. Dall’esterno si vedranno solo le “finestre” di accesso dei veicoli e l’uscita del tunnel che permetterà agli sciatori di raggiungere la pista o, in estate, porterà gli escursionisti verso i sentieri. Per andare invece alla Laurins Lounge ci saranno una scala mobile e un ascensore. Davanti al rifugio sarà poi realizzata una terrazza che arriverà a inglobare la pedana dove oggi si trova la stazione di arrivo della funivia che diventerà quindi un punto panoramico. “I passaggi sotterranei richiamano la leggenda di Re Laurino, accogliendo idealmente escursionisti e sciatori nel palazzo sotterraneo che il sovrano degli gnomi possedeva fra le rocce del Catinaccio”, conclude Tscholl.

I lavori di costruzione sono cominciati a maggio. Contemporaneamente, verranno eseguiti i lavori di allungamento della seggiovia Tschein: “Con questo intervento sarà possibile smantellare lo skilift Moseralm Baby riuscendo non solo a ottimizzare il trasporto per l’attività sciistica ma proponendo anche una valida soluzione per la fruizione estiva“, conclude Florian Eisath, tra i più forti gigantisti azzurri degli ultimi anni ritiratosi di recente dall’attività agonistica e oggi amministratore delegato di Carezza Dolomites. “La visione che ci anima è quella di avere ai piedi del Catinaccio un altopiano senz’auto, da godere in tutta la sua bellezza. Partendo da Nova Levante, in futuro si potrà quindi servirsi della cabinovia e, proseguendo a piedi, in bicicletta o con gli altri impianti, raggiungere in modo ecologico il Lago di Carezza e fare ritorno. Anche da quello specchio d’acqua, inoltre, si potrà arrivare con una camminata di una ventina di minuti fino alla stazione a valle della seggiovia Tschein che, con la nuova cabinovia Re Laurino, garantirà il collegamento fino al rifugio Fronza alle Coronelle”.

Enrico Maria Corno

 

 

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Il Miracolo del Campo 60

Nello sperduto arcipelago a nord della Scozia, ancora oggi rimane inalterata la memoria del “Miracolo del Campo 60” e nè gli anni nè le difficili condizioni ambientali hanno cancellato il coraggioso lavoro dei nostri soldati tanto che, negli ultimi anni, il numero di visitatori che arrivano nella minuscola isola di Lamb Holm per visitare la “Chiesetta degli Italiani” cresce.

Facciamo però un passo indietro riavvolgendo il nastro della storia. Il 14 ottobre 1939, a poco più di un mese dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, un sommergibile tedesco riesce a penetrare nella base della Marina di Sua Maestà nelle Isole Orcadi, all’estremo nord della Gran Bretagna, e affonda l’ammiraglia Royal Oak causando la morte di 800 uomini. Winston Churchill prende la decisione di chiudere quel tratto di mare con una serie di barriere in cemento ma difetta di maestranze. Allo scopo viene inviato, in quelle fredde contrade, un contingente di italiani catturati dagli inglesi in Africa tra cui c’è Domenico Chiocchetti di Moena, uomo buono e appassionato di arte sacra. Ha imparato le tecniche pittoriche e di restauro nella bottega dello scultore Viktor Pitscheider di Ortisei prima che la chiamata alle armi lo strappasse alla sua occupazione. Il lavoro per realizzare gli sbarramenti è pesante e la nostalgia della casa lontana è tanto forte che una delegazione di quei prigionieri si presenta al comandante del campo, il maggiore Thomas Pyres Bukland, chiedendo di poter realizzare una cappella dove ritrovarsi e ricreare un legame con la famiglia attraverso la preghiera. In primis è la realizzazione della statua di San Giorgio a cavallo che uccide il drago, un’opera geniale considerando il fatto che viene prodotta con filo spinato e cemento. Le autorità inglesi capiscono che gli italiani fanno sul serio e danno l’assenso perché due capannoni militari di forma semicircolare in lamiera ondulata vengano uniti per costituire la struttura della piccola chiesetta. La facciata e gli arredi stupiscono gli inglesi allora come continuano a stupire i numerosi visitatori oggi. L’interno viene quindi affrescato da Domenico Chiocchetti in un contesto che ricorda la scena del Tenente Raffaele Montini che in Grecia dipinge la chiesetta ortodossa in tempo di guerra nel film Mediterraneo. Tra gli angeli e un cielo stellato, il fassano realizza una stupenda Madonna con Bambino che tende un ramoscello di ulivo. Si tratta di una copia rivista del famoso dipinto della Madonna dell’Ulivo, opera del pittore genovese Nicolò Barabino, tutt’ora conservata nella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena. L’immagine, donata dalla mamma di Domenico Chiocchetti al momento della partenza per la guerra, era stata conservata gelosamente dall’artista durante le difficili battaglie in Cirenaica e lo accompagna ancora nei lunghi mesi di prigionia. Completano l’arredo interno una straordinaria cancellata di ferro battuto, finestre istoriate e suppellettili. Tutto viene realizzato attingendo a materiali poveri e a ciò che rimane delle navi affondate. La facciata della chiesa si rifà allo stile gotico ed è dipinta di bianco contornato in rosso.

Quando nel 1944 il contingente italiano lascia le Orcadi, la chiesetta rimane inevitabilmente esposta all’azione demolitrice della neve e del vento salmastro ma la gente delle Orcadi si muove per salvare «the Italian Chapel”. Nel 1958 viene infatti costituito un comitato per la sua salvaguardia e due anni dopo la BBC rintraccia a Moena Domenico Chiocchetti invitandolo a tornare per restaurare i dipinti realizzati durante la sua prigionia. Lo stesso Chiocchetti tornerà anche nel 1964 con la moglie Maria per donare le 14 stazioni della Via Crucis e ancora nel 1970, con tutta la famiglia. Da allora, i rapporti tra Moena e le Orcadi si sono fatti più frequenti w in più occasioni alcuni rappresentanti della Valle di Fassa sono andati nel Nord della Scozia e, viceversa, gli scozzesi sono stati ospitati a Moena tanto che dal 1996 esiste una formale dichiarazione di amicizia tra le due comunità.

La storia dei prigionieri italiani nelle isole Orcadi è diventata anche un libro scritto dal giornalista locale Philip Paris, rivelando a una platea più vasta la vicenda condivisa per anni solamente dalle due comunità. Oggi decine e decine di migliaia di uomini e donne di tutta Europa visitano la chiesetta, la considerano un simbolo della vittoria dell’amore sull’odio, della tolleranza sul fanatismo, della pace sulla guerra come aveva creduto fin dall’inizio quel giovane artigiano di Moena. Ultimamente sono stati aggiunti alla cappella anche una piccola libreria e una serie di servizi a corollario della visita. Anche la croce in legno donata dal Comune di Moena nel 1960 è stata sostituita da una nuova offerta direttamente dalla famiglia Chiocchetti. Nel febbraio di quest’anno, prima che la pandemia da Covid-19 prendesse il sopravvento, una delegazione scozzese e una moenese, si sono date appuntamento a Latina per festeggiare i 100 anni di Dino Caprara, l’ultimo superstite del “Campo 60”.

Gilberto Bonani

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Una casa sull'albero? Oggi si può...

Per ripicca dopo un litigio con i genitori, Cosimo, ragazzino di dodici anni, si arrampicò su un albero del giardino, ripromettendosi di non tornare più a terra. Vivrà per sempre tra rami e fronde, senza mai scendere, fino a quando ormai anziano si aggrappò a una mongolfiera per sparire all’orizzonte. “Il barone rampante” del romanzo di Italo Calvino anticipava di mezzo secolo il trend di costruirsi una casa sugli alberi, in linea con le più recenti frontiere della bioedilizia e della sostenibilità e con la necessità quasi fisica di un ritorno alla natura dei nostri giorni. In Italia il tree living non è ancora diffuso quanto in alcuni paesi del Nord Europa o in Canada e generalmente è una pratica legata all’offerta di alberghi e agriturismi che possono così proporre una dependance particolare per quegli ospiti che desiderino una vacanza “al naturale”.

Va da sè che quindi si tratti di graziosi chalet open space dotati di ogni comfort la cui realizzazione comporta una serie di norme da rispettare, a partire dall’analisi della volumetria edificabile prevista dal Piano Regolatore fino alle necessarie autorizzazioni e permessi edili. Perché sarà anche sugli alberi ma è pur sempre una casa. Che, pertanto, va iscritta al catasto. Risolte le questioni burocratiche, bisogna affrontare quelle tecniche per le quali entra in gioco la figura del dendròstata, cioè lo specialista in dendrostatica, la scienza che monitora lo stato vegetativo, di salute e di resistenza della pianta. O delle piante, perché spesso una casa si appoggia su più tronchi, se non addirittura su una struttura a traliccio (in legno o in metallo) che scarica al suolo il peso dell’abitazione, facendone una sorta di palafitta su terra. Una soluzione ideale, per una questione di sicurezza e perché facilita l’installazione. In Italia, infatti, non è permesso l’ancoraggio meccanico agli alberi (cioè mediante tasselli, incastri e perforazioni): al contrario, le travi portanti vanno semplicemente appoggiate a snodi, biforcazioni o angoli naturali del fusto e legate al legno con apposite cinghie di ritenzione. La nostra normativa, infatti, salvaguarda il principio di reversibilità: se mai si dovesse smontare la casetta, l’albero deve ritrovarsi nelle condizioni originarie. E questo non sarebbe possibile con i fissaggi meccanici che, negli anni, verrebbero lentamente inglobati nelle fibre del legno fino a diventare un tutt’uno con il tronco.

Oggi finalmente anche il Trentino può proporre un’offerta turistica “sull’albero”, seguendo i casi di successo già noti in Lombardia, in Piemonte, in Umbria e in Alto Adige. Proprio in Val di Fassa, a San Giovanni, l’azienda agricola e agriturismo “Fiores” ha installato la prima casa sugli alberi della dell’intera provincia. «Lo abbiamo fatto per offrire una proposta diversa», spiega la titolare Nadia Pitto. «Del resto, la differenziazione caratterizza la nostra attività che si basa sulla coltivazione di piante officinali, quando invece le altre aziende agricole della zona sono in genere zootecniche. Abbiamo presentato il progetto, recepito le varie istanze in Commissione Tutela del Paesaggio, rispettato tutte le procedure burocratiche e, nell’arco di un anno, la casa sull’albero era pronta».

Un lavoro accurato e “fatto in casa”: non solo perché Nadia Pitto è architetto e ha personalmente disegnato la struttura ma anche perché l’impresa incaricata della costruzione è trentina. «Hanno lavorato secondo i criteri di una volta», ci racconta la titolare. «Pilastro dopo pilastro, per la struttura portante; poi le frecce interne, infine i tamponamenti». E il risultato è davvero funzionale: «Una trentina di metri quadri a disposizione di quelle coppie che desiderino una fuga dalla realtà, che vogliano rilassarsi circondate dal bosco, disturbate solo dal passaggio degli scoiattoli tra i rami».

Un soggiorno idilliaco, che assicura ogni comodità (la dotazione contempla pure una vasca idromassaggio matrimoniale), dietro la quale, però, c’è molta tecnologia. «La casetta ha un sistema di ventilazione meccanica controllata attivo 24 ore su 24. Non un ricircolo ma un vero e proprio ricambio. L’impianto è stato pensato e installato in tempi non sospetti perché migliora la certificazione energetica dell’edificio ma in questo periodo di particolare attenzione sanitaria diventa un valore aggiunto».

La sostenibilità, del resto, è connaturata nell’idea stessa di una casa tra i rami. «Cercando un contatto diretto con la natura, va da sé che il suo impatto dev’essere quanto più basso possibile», conferma Pitto. «Così abbiamo voluto sia la certificazione energetica sia quella che attesta l’utilizzo di materiali naturali, secondo i princìpi della bioedilizia. Siamo la prima struttura in Fassa e Fiemme e la quarta in tutto il Trentino ad avere anche la certificazione “Clima Hotel”. Noi siamo in Classe A e il livello energetico complessivo è “Gold”».

Aspetti molto importanti ma che sfuggono forse gli ospiti: «Quando entrano, più che considerare l’aspetto green, s’incantano davanti all’enorme vetrata che dà sul Sassolungo. È un panorama di grande effetto scenico. E la loro reazione di meraviglia e stupore, ammetto, mi dà grande soddisfazione».

Alberto Zampetti

 

 

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Il futuro del tennis è trentino

Anche i meno appassionati dello sport della racchetta avranno avuto l’occasione di guardare una partita di tennis in televisione e apprezzare tutte quelle tecnologie digitali che aiutano la visione dell’incontro aggiungendo contenuti: parliamo ad esempio del fotogramma dell’impatto della pallina sul terreno che ci fa capire se effettivamente la pallina che viaggiava a 200 km/h era dentro o fuori, per conoscere la velocità del colpo, per sapere quante volte un giocatore tira a sinistra invece che a destra e, tra le altre cose, perfino il numero di rotazioni della palline durante la traiettoria…

Obiettivamente questo tipo di informazioni – grazie al sistema digitale che ci sta dietro – rendono molto più godibile una partita.

Le aziende che vendono hardware e software per questo tipo di servizi nel mondo si contano sulle dita di una mano. Una di queste è una startup di Trento – si chiama Eyes On Tennis (www.eyeson.tennis) – i cui soci hanno scelto il capoluogo della nostra provincia credendolo l’incubatore ideale per far crescere un business hitech di questo tipo in Italia.

“Io e il mio socio siamo veneti e qualche anno fa, per una serie di circostanze, ci siamo trovati a fare uno studio di fattibilità per un’azienda del settore della computer vision”, ci dice Stefano Marcon, il titolare di Eyes On. “Alla fine abbiamo concluso che Trento è il distretto principale in Italia per le tecnologie del nostro settore. La presenza sul territorio della Fondazione Bruno Kessler che è una eccellenza internazionale in questo ambito, è stata oltremodo fondamentale e non a caso abbiamo subito cominciato una partnership molto attiva. E si trova pure di fronte all’Università, da dove vengono tutti i nostri dipendenti, ragazzi del posto o comunque residenti che hanno studiato a Trento in passato”.

Il target – almeno per ora – è quello dei circoli dove il loro hardware e il loro sfotware vengono installati e messi a disposizione dei maestri che hanno uno strumento potentissimo per dimostrare tecnicamente ai ragazzi gli errori e le qualità del loro gioco con immagini slow motion e un’infinità di dati statistici.

“L’hardware – telecamere e sensori – sono solo un mezzo per fornire il nostro servizio e la nostra priorità non è guadagnare su questo. Anzi, noi cerchiamo dove possibile di collocarle sul mercato – cioè nei circoli – a prezzo di costo almeno in questa prima fase. Il vero valore aggiunto del nostro prodotto sta ovviamente nel servizio che diamo, quindi nella nostra capacità di raccogliere un’infinità di dati da processare per poi alla fine produrre informazioni. Noi vendiamo una sorta di abbonamento al servizio con un canone su base mensile che peraltro per il circolo ha un prezzo irrisorio. Ciò che fa la differenza, rispetto alle altre aziende nostre competitor, è che noi operiamo in real time: abbiamo infatti a bordo campo un totem con un computer e uno schermo video che è in grado di darci immediatamente qualsiasi dato noi si abbia bsogno, senza attendere il termine della partita o dell’allenamento e uploadarne il video.

Ci sono anche un paio di circoli in Trentino che sono coperti dal servizio di Eyes On Tennis. “Ovviamente, fin dall’inizio abbiamo collaborato con il Circolo Tennis Trento di Piazzale Venezia dove abbiamo potuto testare sul campo le prime release. Il secondo è il CT di Arco”.

La crescita e la grande tecnologia di Eyes On non è ovviamente passata inosservata. L’azienda trentina infatti non solo fornisce questo genere di servizi al Centro Federale di Tirrenia dove si allenano i migliori tennisti italiani delle varie categorie, ma sta già creando delle partnership con le più note scuole europee dove fanno base molti dei top player mondiali. “Probabilmente un giorno lavoreremo anche con i grandi circuiti professionistici internazionali come l’ATP per i tornei maschili e il WTA per quelli femminili che producono le dirette televisive che vengono trasmesse via satellite. Il nostro piano di business adesso prevede che si continui sulla strada dei circoli e delle scuole tennis ma abbiamo già cominciato a pensarci. Il futuro in fondo prevede che ci siano sempre più contenuti digitali durante le riprese televisive per creare engagement con lo spettatore. L’evoluzione del tennis è questa”. E passa da Trento.

Enrico Maria Corno

 

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Dell'inquinamento luminoso e dell'effetto su flora e fauna

Qual è la esatta definizione di inquinamento luminoso? Quando può dirsi tale? Quali effetti secondari ha sulla natura, oltre al fatto di impedirci di vedere la volta stellata dopo il tramonto? Cosa andrebbe fatto per migliorare la situazione e a quali condizioni?

La definizione di “inquinamento luminoso” comunemente accettata dalla comunità scientifica è stata redatta dall’ISTIL (Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso) di Thiene, in provincia di Vicenza, che è uno dei centri più rinomati a livello mondiale per la ricerca sulla “light pollution” la quale recita: “L’inquinamento luminoso è un alterazione della quantità naturale di luce presente nell’ambiente notturno provocata dall’immissione di luce artificiale. (…) Si tratta di un vero e proprio inquinamento della luce ma anche da luce, cioè la introduzione nell’ambiente di sostanze o di fattori fisici in grado di provocare disturbi o danni all’ambiente stesso”.

L’amore per la fotografia di Diego Del Monego, uomo di Ziano impegnato per anni nell’edilizia come geometra e astrofilo per passione, lo porta a documentarne un particolare processo che interessa in maniera indiscriminata tutto il mondo ma in particolare le montagne. “Le lampade impiegate per l’illuminazione pubblica e privata degli spazi esterni non si discostano da quello che era l’antico concetto di lanterna: le fiammelle a olio medievali così come i lampioni attuali o le insegne degli alberghi irraggiano luce ovunque nello spazio, anche verso l’alto, dove fondamentalmente non serve, invece di proiettarla esclusivamente verso il suolo”. Nelle nostre valli la questione è emersa nel 2006, grazie a un concorso di idee indetto dal CIPRA (Commissione Internazionale per la protezione delle Alpi): fu premiata l’avvocatura ambientale di Innsbruck e il suo progetto Die Helle Not, che tradotto dal tedesco significa “Il bisogno luminoso”, uno studio scientifico che determina quanto l’inquinamento luminoso procuri danni non solo all’ambiente ma anche alla salute umana. Nel mondo animale causa addirittura l’interruzione della catena alimentare: gli insetti notturni, attratti da fonti luminose non schermate, abbandonano i pascoli e i boschi per volare attorno alle luci fino alla morte per sfinimento. Gli ecosistemi della montagna vedono così diminuire in maniera considerevole un intero anello della catena alimentare creando un grave problema per quello successivo. Le stesse piante e i fiori finiscono per soffrire di una minore impollinazione. Anche l’uomo, del resto, ha bisogno del buio per dormire bene e produrre melatonina, l’ormone che aiuta a mantenere il giusto equilibrio tra sonno e veglia. Per questo motivo è importante capire che è assolutamente necessario orientare l’illuminazione pubblica e privata verso il basso e distanziarla dalle facciate delle case. La legge in parte già lo prevederebbe.

Qual è allora il corpo illuminante ideale? “Prima di tutto il palo dovrebbe essere di colore nero opaco e deve esser munito di un lungo braccio che lo distanzi dalla lampada. Questa dovrebbe esser schermata verso il basso con lamelle regolabili apaci di concentrare il fascio luminoso. La luce dovrebbe essere emessa da una lampada alogena o LED con filtro UV inserita nella calotta, schermata a sua volta per garantire l’effetto full cut off, non deve cioè emettere luce sopra un piano orizzontale”. Cavalese è stato uno dei primi comuni della Val di Fiemme che ha iniziato ad attuare un programma di miglioramento dell’illuminazione pubblica con l’obiettivo che la luce venga proiettata verso il basso. Un impianto all’avanguardia è presente anche in Val di Fassa, a Canazei dove l’illuminazione pubblica è quasi perfetta da questo punto di vista. Certamente non appaiono appropriati molti lampioni posti in corrispondenza di altrettante rotatorie lungo le valli di Fassa, Fiemme e Cembra che non rappresentano una scelta opportuna e vale lo stesso discorso anche per i fari impiegati per illuminare a giorno le zone sportive. I Comuni quindi andrebbero sensibilizzati perchè si organizzino congiuntamente per rinnovare il tipo di illuminazione che a loro compete o per aggiornare quella già presente.

Anche il singolo cittadino ha la possibilità di intervenire a favore dell’ambiente. L’invito che Diego Del Monego dà ai lettori è di evitare l’illuminazione dei balconi, eliminare le lampade applicate alle facciate e spegnere i fari che le illuminano. Per lui è un affronto al buon senso mantenere accese le luminarie natalizie anche a Pasqua e a Ferragosto: “Esaltiamo dunque la bellezza del cielo stellato cominciando ad eliminare l’illuminazione superflua”, continua Del Monego. “Valorizzare il territorio preferendo un turismo consapevole e attento all’ambiente può introdurre un nuovo modo di relazionarci con la nostra terra. Dato che il mercato non offre lampade dedicate all’ambiente alpino le nostre valli potrebbero essere le prime ad organizzare un concorso d’idee internazionale per incentivare la produzione di elementi di questo tipo, dedicati specificatamente alle zone di montagna. In questo modo sarebbe possibile trasformare le valli dell’Avisio in valli delle stelle senza rinunciare alla sicurezza”.

Valentina Giacomelli

 

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Abbiamo il "gel igienizzante" alla fiemmese...

Magnifica Essenza è la rappresentazione dell’amore per il territorio della Val di Fiemme. È un progetto nato nel 2019 per recuperare aghi di conifere che in genere vengono scartati nelle lavorazioni boschive per produrre oli essenziali dai profumi di montagna. Il processo di estrazione è realizzato in maniera naturale e sostenibile, caratteristiche fondamentali per i fondatori. Il loro motto è “Tutto ha una seconda possibilità” e questo ha ancora più valore se si pensa ai disastri portati dagli eventi atmosferici di fine ottobre 2018. Se Vaia è stata una spinta per la creazione di queste essenze, il Covid-19 è stato un ulteriore incentivo per Magnifica Essenza e per Roberto Dallabona, tra gli ideatori del nuovo progetto, in particolare: “L’idea è nata un po’ per caso, proprio agli inizi della quarantena, periodo in cui c’era una forte carenza di prodotti igienizzanti non solo nelle nostre case ma anche nelle strutture sanitarie. La domanda ci è venuta spontanea: cosa possiamo fare con i nostri prodotti per far fronte a questo problema?” Prolungando la filosofia di Magnifica Essenza, Roberto e i suoi collaboratori hanno pensato di creare questo gel igienizzante naturale a base di alcol, con l’aggiunta di olio di tea tree, glicerina e l’essenza caratteristica di abete da loro prodotta. Dal momento che l’alcol ha un’azione disinfettante immediata che poi evapora, era necessario aggiungere ulteriori ingredienti. Quindi, la tea tree (una della famiglia delle Mirtacee originaria dell’Australia) che ha una potente azione antimicrobica e la glicerina che serve a donare morbidezza alle mani. L’essenza di abete non ha solo lo scopo di sfumare il profumo intenso della tea tree ma soprattutto quello di prolungare l’effetto igienizzante del prodotto. Gli oli essenziali sono un concentrato di profumo ma formano anche una sorta di pellicola sulla pelle che funge da protezione contro i batteri e contengono molte proprietà salutari che hanno effetto sulle persone, sia a livello epidermico che a livello olfattivo. La lavorazione si svolge in un laboratorio di Ziano ovviamente utilizzando prodotti “di scarto” della tempesta Vaia, anche banalmente per realizzare il supporto in legno che serve da espositore.

Quando il picco della crisi…

…ha cominciato a scendere, l’Azienda di Promozione Turistica ha costituito un tavolo di lavoro su questi prodotti invitando operatori di ogni settore in vista della ripartenza. Attualmente più di cento attività valligiane hanno deciso di aderire al progetto e sono state ordinate 170 piantane, costruite dall’azienda Fiemme 3000, peraltro socia di Magnifica Essenza.

Una situazione che rende felici tutti: oltre a fornire alle attività locali il gel igienizzante che avevano bisogno, è stato così possibile dare nuova vita a uno scarto del bosco. “Non pensavamo che il progetto sarebbe cresciuto così tanto proprio perchè la finalità all’inizio era solo quella di risolvere un problema”, continua Roberto Dallabona. “Nel momento in cui ci siamo sentiti più vulnerabili è stato bello unire le energie per creare qualcosa di utile per la nostra comunità”. Da un’urgenza contingente è stato possibile sviluppare un progetto accolto positivamente da gran parte delle attività – turistiche e non – della Val di Fiemme, mantenendo comunque gli obiettivi fondamentali dell’azienda. Al momento il prodotto si trova in pochi punti vendita ma c’è sempre la possibilità di ordinare online o presentarsi direttamente nella sede di Cavalese per acquistarlo. Per chi volesse avere sempre con sé un igienizzante al profumo di bosco, in alternativa al gel, esiste anche il formato “tascabile” spray da 100ml.

E non è detto che le vendite di questo prodotto, indiscutibilmente piacevole all’odorato, non abbiano ricadute anche sul flusso dei turisti in arrivo. Questa comunque rimane la dimostrazione di come un prodotto a Km.0 sia riuscito a creare una rete di sostegno all’interno di una società che ha voglia di ripartire con quello che il territorio le offre: “Questa è la dimostrazione che, se ci stringiamo un po’ (anche se solo in senso metaforico per il momento), possiamo uscirne ancora più forti”, è la conclusione di Roberto Dallabona.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vigo, tra i borghi più belli d’Italia

Se per un istante togliessimo dalle nostre eccellenze turistiche le destinazioni principali conosciute in tutto il mondo (Milano, Roma, Venezia e Firenze su tutte), sarebbe come oscurare momentaneamente la luna: attenuata la sua luminosità, sarebbe visibile, finalmente, una distesa di stelle. L’Associazione “I Borghi più belli d’Italia” è nata proprio per dare visibilità alle “stelle” meno note del nostro territorio, che altrimenti rischierebbero di restare nascoste dalla luce dei grandi circuiti turistici.

Luoghi, paesi e villaggi meno noti e frequentati, ma pur sempre intrisi di storia, arte, cultura e tradizioni, in un patrimonio unico che esalta,con una miriade di ricchezze, la nostra italianità. Al momento sono 294 i Borghi riconosciuti come “più belli”, accreditati in base a una rigorosa certificazione che prevede diversi standard da rispettare. Tra questi, dal luglio 2017, figurava anche il comune di Vigo di Fassa, oggi formalmente conosciuto come SènJan dopo la fusione, insignito dell’ambìto riconoscimento soprattutto grazie all’autenticità delle sue frazioni: contravvenendo alla consuetudine, proprio perchè Vigo non aveva un vero centro storico di riferimento, l’attenzione cadde sulle frazioni – da San Giovanni a Tamion, passando per Val, Costa, Larcioné e Valongia che garantiscono il mantenimento delle regole architettoniche ladine come l’incantevole susseguirsi di “ciase” e “tobié” (i caratteristici fienili in legno), i tipici crocefissi agli angoli delle strade e viuzze e sentieri in cui il tempo pare essersi fermato: “un’identità rurale che va tutelata” – così si è espressa l’Associazione – accanto all’abitato di Vigo ormai declinato in chiave più turistica.

Il progetto è nato per iniziativa dell’allora sindaco di Vigo, Leopoldo Rizzi, che intuì le potenzialità legate a questo riconoscimento. «L’idea si è avviata durante il mio mandato di sindaco, tra il 2015 e il 2017», ricorda Rizzi, «quando avevo promosso anche la fusione tra Vigo e Pozza, dal momento che era evidente la ridondanza sia amministrativa sia burocratica di Comuni e Comun Generale, nell’ottica di dare unità alla Valle e un impulso imprenditoriale in campo turistico».

Venne anche disegnata una Strada dei Borghi (finanziata, ma tuttora da realizzare), che unisse idealmente le varie frazioni, illustrando e valorizzando le caratteristiche peculiari di ciascuna. E facendole anche (ri)conoscere agli ospiti. «Questo è una zona particolare», prosegue Rizzi, innestata sulle storie e sulle leggende epiche ladine, a cominciare da quella di Laurino, che evidenziano una simbiosi molto profonda con il territorio e con un tipo di abitazione che richiama – come confermano gli studi – CasaClima (un metodo di certificazione energetica degli edifici, ndr), con il basamento in pietra e la parte superiore in legno. L’adesione all’Associazione dei Borghi più belli d’Italia era pertanto un modo di sottolineare un’eccellenza antica e valorizzare chi vive e lavora oggi sul territorio».

Volendo immaginare un giro da perccorrere quest’estate, partiremmo idealmente da San Giovanni e dalla omonima Pieve con il Catinaccio e il Latemar sullo sfondo. Edificata su una più antica chiesa romanica, a sua volta sorta su una precedente cappella carolingia, è stata consacrata nel 1489 e, da allora, ha sempre rappresentato, fino agli anni Cinquanta, “la chiesa madre” della Valle, il punto di riferimento della vita contadina. Oggi incarna uno tra gli esempi più significativi del tardogotico ladino. Le fiancate laterali sono curiosamente asimmetriche, con il lato sinistro parzialmente vincolato dai quasi 70 metri di un campanile aguzzo, a doppia cella campanaria illuminata da bifore e quadrifore. L’interno è nobilitato dagli affreschi dell’altoatesino Ruprecht Potsch(1498) e dalle pitture di David Solbach (1578).

Poco distante, a Val, l’architrave di un tobià riporta intagliati i riferimenti della data di costruzione – l’anno del Signore 1606. È il fienile più antico di Vigo, e quel numero, nella sua drammatica semplicità, testimonia anni, decenni, secoli di una vita dura e umile ma pur sempre dignitosissima. «Non dobbiamo dimenticare che quello che oggi abbiamo è il frutto dei sacrifici sopportati dai nostri genitori, dai nostri nonni, dalle generazioni che ci hanno preceduto», ammonisce Rizzi. «Gente contadina che ha iniziato dal nulla e ha sempre condotto una vita semplice e povera. “Essere borgo” è anche un modo per tenere viva la memoria della nostra storia trascorsa».

Una storia che è passata anche attraverso la grande fontana con tre lavatoi di Costa, i due forni per il pane di Larcioné, la chiesetta della Trinità di Tamion del 1708 e la miriade di fienili e “fastil” (fontane, in ladino) sparpagliati ovunque. Eccola, quell’“identità rurale” che rende Vigo uno dei borghi più belli d’Italia. «Accanto alla tutela del patrimonio culturale e storico», riprende Rizzi, «il riconoscimento dell’Associazione impatta in modo positivo anche sulla crescita del turismo: la clientela dei Borghi è diversa dal turista stagionale, sia in inverno che in estate, e permette di lavorare anche in periodi dell’anno che altrimenti resterebbero meno frequentati. Essere Borgo offre la possibilità di destagionalizzare la ricezione e allungare la stagione turistica».

I vantaggi, però, non sono confinati esclusivamente sul territorio. «La certificazione ha dato prestigio alla Val di Fassa a livello nazionale», conclude Rizzi. «L’Associazione permette un riconoscimento forte sull’esterno, un’identificazione che dà autorevolezza anche all’ospite che arriva quasi fosse un sigillo di garanzia. Ma dà anche la possibilità agli artigiani dei prodotti locali di partecipare a diverse manifestazioni o fiere, attraverso gli stand dei “prodotti dei Borghi” e quindi diventa anche un’opportunità commerciale. È un nuovo scenario, oltre a quello tradizionale del turismo. E più scenari abbiamo a disposizione, meglio giochiamo la nostra partita».

Il resto del Trentino nei “Borghi”

Sono sei i paesi della provincia di Trento che oggi hanno il diritto di fare parte dell’associazione dei Borghi più belli d’Italia. Oltere a Vigo / Sèn Jan, si contano anche il paese medievale di Canale (nel comune di Tenno, quasi sul Garda, con numerosi fienili e poggioli), il villaggio fortificato di Bondone sul Chiese sul confine con la Lombardia, Mezzano, San Lorenzo in Banale e Rango, i due paesi nella ziona di Comano dove il tempo pare essersi fermato. E se, a pochi chilometri in linea d’aria da Canazei, il Veneto conta anche su Sottoguda, frazione di Rocca Pietore, in Alto Adige ci sono

Glorenza (il tipico villaggio d’epoca tirolese in fondo alla Val Venosta), Vipiteno con il suo centro storico, chiusa, Castelrotto e la vicinissima Egna.

Alberto Zampetti

 

 

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Le settimane della famiglia

La Val di Fiemme si immerge in un’atmosfera magica. Durante le “Settimane della Famiglia”, dal 12 al 26 luglio 2020, esplode la magia e lo stupore durante cinque spettacoli teatrali, quattro passeggiate da fiaba con i personaggi televisivi più amati dai bambini, due escursioni per piantare alberi con la Magnifica Comunità di Fiemme e due laboratori di geologia con il Muse e del Museo Geologico delle Dolomiti.

L’ideatore delle due Settimane della Famiglia è Armando Traverso. L’attore e autore di trasmissioni Rai per i bambini ha ottenuto un grande successo, conducendo 61 puntate della trasmissione “Diario di Casa” su Rai1, Rai2 e Rai Yoyo che ha informato i più piccoli sulla pandemia, trasformando la clausura forzata in un gioco. Al suo fianco c’era la giovane attrice e conduttrice Carolina Benvenga, anch’essa protagonista delle Settimane della Famiglia in Val di Fiemme.

Lorenzo Branchetti alias Milo Cotogno, il simpatico folletto di Melevisione, porterà sul palcoscenico lo spettacolo “Amico Libro”, per scatenare meraviglia attraverso pagine avventurose, fantastiche, misteriose, ma soprattutto capaci di parlare al cuore. Il suo show è atteso, alle 21.00, venerdì 17 luglio nella piazza centrale di Predazzo e sabato 18 luglio al Palafiemme di Cavalese, durante questa serata sarà presentata anche un’anteprima delle cinque puntate della trasmissione di Rai Yoyo “Il Diario delle vacanze in montagna – Speciale del Diario di casa”. Le puntate saranno girate a luglio in Val di Fiemme sull’Altopiano di Lavazé e nei “4 Paradisi della Val di Fiemme”: Cermislandia, il parco RespirArt di Pampeago, la MontagnAnimata di Predazzo e il Giro d’Ali di Bellamonte.

Carolina Benvenga incanterà i bambini con lo spettacolo “Venite nel magico mondo di Carolina”, alle 21.00, lunedì 20 luglio nella piazza SS. Filippo e Giacomo di Predazzo, martedì 21 luglio in piazza Italia a Cavalese, mercoledì 22 luglio al cinema teatro di Tesero. Gli spettacoli al chiuso avranno posti limitati.

Durante le Settimane della Famiglia i bambini potranno godersi i loro beniamini televisivi anche nella natura, con passeggiate mattutine fiabesche in compagnia di Armando Traverso, Carolina Benvenga e Lorenzo Branchetti sull’Alpe Cermis, nella MontagnAnimata, nel parco RespirArt e a Bellamonte (Castelir). In programma anche due passeggiate particolarmente “fertili”. Giovedì 15 luglio e giovedì 23 luglio l’escursione “Pianto il mio albero” sarà in collaborazione con la Magnifica Comunità di Fiemme.

Divertenti laboratori geologici si animeranno alle 17.00, il 16 luglio al Museo Geologico delle Dolomiti a Predazzo e il 19 luglio al Palafiemme di Cavalese, dove si potrà giocare alla “Tombola dei minerali” (i laboratori sono gratuiti con prenotazione al numero 0462 241111).

Il programma completo è disponibile sul sito www.visitfiemme.it

 

 

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È arrivato l'Avisio Estate 2020!

Ecco in anteprima per i lettori de l’AvisioBlog il corposo numero estivo de l’Avisio, ricchissimo di notizie, inchieste, curiosità e dritte utili per trascorrere un’estate in serenità tra le nostre valli. Cliccate nella colonna qui a destra per scaricare gratuitamente il PDF. Buona lettura!

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Il treno della cultura

Alcide De Gasperi, Leonardo Da Vinci e Frida Kahlo si sono dati appuntamento in Via di Pramaor a Predazzo. Con loro altri grandi della storia: da Aristotele a Dante, da Mozart a Mandela, dalla Montalcini a Van Gogh. I loro volti decorano il muro del cortile di quella che è nota come casa Agreiter, dove un tempo si trovava la farmacia. Un murales, realizzato in questi giorni dai neodiplomati studenti della 5LA del Liceo di Arti Figurative di Sén Jan di Fascia, abbellisce il percorso che dalla piazza porterà alla nuova biblioteca, in fase di costruzione a fianco della vecchia stazione della ferrovia di Fiemme: è quindi su quello che può essere visto come un “treno della cultura” che troviamo i personaggi storici realizzati dai ragazzi con la tecnica dello stencil.

Il progetto è stato seguito dall’insegnante Maria Pia De Silvestro: “Gli studenti hanno deciso il tema del murales e individuato i personaggi storici da rappresentare, scegliendo uomini e donne di diversi ambiti e individuando per ognuno di loro una citazione significativa. Si è trattato di un percorso di progettazione a 360°, purtroppo interrotto dall’emergenza sanitaria. L’opera avrebbe dovuto essere realizzata a marzo, proprio quando il lockdown ha bloccato l’attività scolastica in presenza. Il lavoro li ha però coinvolti così tanto, che i ragazzi hanno voluto portarlo avanti comunque una volta finiti gli esami. Saranno poi i loro compagni più giovani, il prossimo anno scolastico, a completare l’opera con i volti di Einstein e Madre Teresa di Calcutta e con una citazione per ogni personaggio rappresentato”.

Una decina di studenti in questi giorni, accantonato il pensiero della maturità, si è così dedicata alla realizzazione del murales: “Abbiamo scelto una tecnica moderna – che abbiamo potuto ammirare in molte opere di Bansky a Gerusalemme – per creare un collegamento tra passato e presente, per trasmettere messaggi e modelli che valgono ancora oggi”, hanno spiegato mentre dipingevano.

L’assessore alla Cultura, Giovanni Aderenti, è soddisfatto del risultato: “Da una proposta di Dolores Antoniazzi, maestra d’arte di Predazzo scomparsa recentemente, l’Amministrazione ha deciso di valorizzare il muro di Via di Pramaor, in accordo con il proprietario e grazie alla disponibilità del Liceo Artistico e della sorastant Mirella Florian. Noi abbiamo preparato la parete e messo a disposizione i materiali, poi abbiamo lasciato agli studenti la libertà di esprimersi. Siamo molto contenti del loro lavoro: la piazza e la nuova biblioteca sono ora collegati da un percorso a tema, una sorta di viaggio nel tempo e nella cultura nelle sue diverse espressioni. Con un linguaggio moderno e accattivante, siamo riusciti ad abbellire un muro e, soprattutto, a trasmettere spunti di riflessione e conoscenza”.

Il treno della cultura fa tappa, quindi, in Via di Pramaor. E saranno poi i volti e le parole di 11 grandi della storia ad accompagnare verso la nuova biblioteca.

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