Una carriera… sostenibile

Era il 2001 e i Campionati del Mondo di Sci Nordico Fiemme 2003 ottenevano la prima certificazione ambientale al mondo applicata ad un evento sportivo. Dietro quell’importante risultato c’era anche Susanna Sieff, che da allora sulla sostenibilità ha costruito un’intera carriera. Tra i grandi eventi per i quali ha lavorato ci sono le Olimpiadi Invernali Torino 2006, i Giochi Asiatici di Doha dello stesso anno, i Mondiali di Sci Nordico Fiemme 2013, le nostre Universiadi del 2013, Expo Milano 2015, fino al grande impegno attuale per i Mondiali di Sci Alpino Cortina 2021 per i quali sta seguendo la strategia di sostenibilità. È sua anche la firma sotto al primo bilancio di sostenibilità di un impianto di risalita in Italia, quello della SkyWay Monte Bianco che documenta e certifica i primi tre anni di attività dell’avveniristica funivia di Courmayeur e ne pianifica le strategie di sviluppo sostenibile da qui al 2022.

Susanna, cosa determina la sostenibilità di un grande evento sportivo?

Non possiamo negare che un grande evento sportivo comporti un inevitabile impatto ambientale ma anche un carico antropico maggiore sul territorio. C’è però modo di controbilanciare il trend facendo, già in fase di pianificazione, scelte oculate che amplifichino anche ricadute sociali per far sì che il bilancio di un evento alla fine sia positivo. A Cortina, per esempio, stiamo lavorando con i giovani del luogo provando a far restare in loco le nuove generazioni con le loro professionalità, offrendo loro prospettive presenti e future. Si possono altresì stimolare gli investimenti alberghieri nella direzione della sostenibilità energetica. Oppure pensare a progetti di rimboschimento che vadano di pari passo ai lavori di ampliamento di una pista da sci. Ogni zona può – in base alle proprie esigenze, peculiarità e possibilità – trovare i modi per compensare gli impatti negativi. Fondamentale è partire dal presupposto che se dal territorio si prende, al territorio bisogna dare.

Ad ottobre è stato presentato il primo bilancio di sostenibilità in Italia applicato a un impianto di risalita. Cosa significa per un impianto essere sostenibile?

Partiamo dalla premessa che Sky Way è un impianto anomalo perché non è una semplice funivia di risalita che porta gli sciatori in coma ad una pista ma è un mezzo, che definirei perfino democratico, per far arrivare tutti indistintamente al cospetto del Monte Bianco, a 3.500 metri d’altitudine. È una vera e propria esperienza che abbiamo voluto rendere anche educativa, spiegando al visitatore che si sta recando in un ambiente delicato, da tutelare. Cosa abbiamo fatto per rendere tutto più sostenibile? L’impianto utilizza il 100% di energia verde da fonti rinnovabili. Presso la stazione di partenza, abbiamo montato centraline di ricarica per i mezzi elettrici (biciclette e auto). I ristoranti servono acqua microfiltrata in bottiglie di vetro. La raccolta differenziata è stata rivista e sistematizzata, con un notevole aumento della qualità. Abbiamo cambiato i prodotti di pulizia scegliendo quelli biodegradabili e, dove possibile, locali. E abbiamo voluto spiegare tutto questo aglui utenti Sky Way. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che, anche quando si parla di impianti di risalita che inevitabilmente vanno a pesare sul territorio, esiste sempre una scelta meno impattante di un’altra.

Un percorso di questo tipo è possibile su ogni tipo di impianto e struttura? In altre parole, c’è sempre tempo per migliorare le cose?

Sì, anche se ovviamente è più facile intervenire su impianti o strutture nuove, che più si prestano all’inserimento delle ultime tecnologie del settore. Anche sugli impianti più datati, però, ci sono margini di miglioramento, soprattutto dal punto di vista energetico e delle scelte di acquisti sostenibili.

Se potesse lavorare in Val di Fiemme, cosa le piacerebbe fare?

Il mio pensiero va inevitabilmente alle Olimpiadi 2026. Ho partecipato alla stesura del progetto di candidatura per la parte sostenibilità e legacy, occupandomi soprattutto dei cluster di montagna, in particolare Cortina. Non nego che mi piacerebbe continuare questo percorso, anche perché i Giochi Olimpici italiani uniscono luoghi per me importanti: la Val di Fiemme, che è casa; Milano, dove ho svolto la fondamentale esperienza di Expo; infine Cortina, dove sto lavorando ora.

A proposito di Olimpiadi, una delle grandi sfide dei Giochi sarà quella della mobilità…

Il progetto olimpico 2026 si basa su una dislocazione territoriale oculata, decisa in funzione del riutilizzo di strutture esistenti e su competenze tecniche locali già presenti. La gestione dei collegamenti sarà davvero una sfida. Bisognerà riuscire a definire una mobilità il meno impattante e il più efficiente possibile. E questa potrebbe essere una delle legacy (eredità, ndr) che i Giochi lasceranno ai territori coinvolti: invece che impianti che rischiano di essere cattedrali nel deserto, le località coinvolte potrebbero ritrovarsi con infrastrutture viarie che poi serviranno a mantenere territori di montagna che vivono di turismo facilitando l’accesso a chi deve arrivarci. È stato così per la Val di Fiemme dopo i Mondiali del 1991 che hanno lasciato in eredità la strada di fondovalle.

Mobilità sostenibile significa solo ferrovia, come alcuni sostengono?

Credo che la ferrovia sia solo una delle alternative possibili, non l’unica. Per esempio, si può decidere di investire sulla mobilità elettrica, non solo per quanto riguarda i mezzi di trasporto ma anche per le infrastrutture di ricarica, che però devono ovviamente utilizzare energia verde certificata. Bisogna riuscire a lavorare sull’intero processo, non solo su una parte dello stesso.

Un po’ come sta avvenendo con la plastica…

Esattamente. Per abolire la plastica si stanno utilizzando materiali monouso compostabili che però non sono gestibili dagli impianti di compostaggio. La soluzione si è rivelata un nuovo problema perché si è guardato al particolare e non all’insieme.

Quanto è radicata la sensibilità ambientale in Val di Fiemme?

È parte del nostro core business tutelare l’ambiente naturale che “vendiamo” al turista perché siamo consapevoli che sia la componente fondamentale della nostra offerta. Non a caso i Mondiali del 2001 sono stati il primo evento sportivo certificato al mondo.

Quale potrebbe essere la prossima certificazione ambientale in Val di Fiemme?

Difficile rispondere perché non si tratta di capire chi è più avanti degli altri in questo percorso. Un impianto nuovo può essere potenzialmente più sostenibile, ma se chi lo gestisce non è interessato a questo aspetto, è più promettente un impianto vecchio che abbia alle spalle persone lungimiranti. Bisogna credere in ciò che si fa: prima ancora della tecnologia, sono le persone che fanno la differenza nel percorso verso la sostenibilità.

Monica Gabrielli

 

 

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