Una vita da “gattista”

Quando dalla redazione mi hanno chiamato per propormi un articolo sull’inverno ho accettato subito: mi piace la neve e poi la stagione è giusta; quando hanno aggiunto che avrei dovuto intervistare i “gattisti”, ho pensato: cavolo, interessante, ma se mi mandano a quel paese?

Diciamocelo sinceramente: chi guida il gatto delle nevi solitamente o è percepito, e rispettato, come un fantastico essere mitologico  – metà uomo di montagna rude e sicuro di sé e metà fantastico macchinario con i cingoli che costa più di una villa (anche 400/500 mila Euro!) – oppure non è, purtroppo, considerato affatto. Le piste sono belle e perfette, chi mai ci avrà pensato? E a chi importa?Io, che appartengo alla prima categoria posso garantirvi una cosa: se non ci fossero questi ottimi professionisti che si sbattono dal tramonto all’alba, e ogni volta che serve, per fresare le fantastiche pendici dove tutti noi amiamo scivolare, sarebbe veramente un problema. Grande.

Ma che tipi sono? Perché hanno scelto questo lavoro? Che fanno finita la stagione? Come percepiscono la montagna e il mondo legato agli sport invernali di cui sono fondamentale sostegno? Gliel’ho chiesto, e le risposte mi hanno sorpreso e hanno aumentato il rispetto e il senso di gratitudine che ho per loro.

La voce al telefono è squillante, e non dimostra per nulla i 49 anni dichiarati dal suo proprietario.

Lui non mi conosce ma quando gli spiego perché l’ho cercato ride e molto gentilmente accetta di rispondere alle mie domande.

Guida gatti delle nevi, tra Fiemme e Fassa, dal 2006 e in questi 13 anni, lavorando da novembre a primavera, ne ha viste, fatte e passate un bel po’.

Non sapendo nulla del suo mestiere sparo la prima domanda: ma ci sono corsi per imparare a guidare quei bestioni?

“No” mi risponde asciutto “nel mio caso sono stato buttato sul gatto, mi hanno fatto vedere ben bene cosa fare e poi mi sono arrangiato. Funziona così, si impara anche guardando il lavoro degli altri e chiedendo. Il principio è quello di fresare in maniera che le piste siano in condizioni ottimali,  facendo prima l’esterno e poi l’interno. Si fa, si prova, ci si impratichisce e, detto tra noi, ci si diverte pure. A me piace un casino.”

Si sente davvero che ama quello che fa e allora continuo “I vostri mezzi costano un capitale, sono enormi e spesso lavorate di notte e su pendenze importanti, come fate a gestire tutto?”

Mi spiega che la caratteristica principale del suo lavoro è fare attenzione, essere vigili. “dobbiamo prenderci cura delle piste, di noi stessi e degli altri” e continua “ci sono dei pericoli che derivano dall’ambiente esterno e dalla persone. Inoltre negli anni è cambiato molto il modo della gente di vivere la montagna: una volta si sciava e bon, oggi ci sono numerose discipline, svolte in ambienti diversi e in momenti diversi della giornata. Un esempio lampante è  quello degli sci alpinisti.

“ Si tratta di un odio-amore tra voi, vero?” Gli chiedo con ironia e lui non si sottrae.

“Come in tutte le cose ci sono responsabilità reciproche ma capita spesso che alcuni di loro, pur rispettosi e accorti, passino col buio dove noi stiamo “battendo” e se non li vediamo (certi tengono in salita le luci delle lampade frontali spente per averle poi completamente cariche nella discesa) rischiamo di fare loro del male. Ricordo in particolare una volta nella quale stavo lavorando con un mio collega e, proprio mentre lui stava facendo manovra, all’ultimo secondo ho visto un’ombra e gli detto di bloccarsi: se non l’avesse fatto avrebbe travolto uno scialpinista che stava risalendo vestito di scuro. Quella è stata una bella giornata ed è uno dei bei ricordi che mi porto dietro. “ Me ne dici un’altro?” gli chiedo, e la risposta arriva in tre secondi “ lo snowpark! Anni fa la società mi ha chiesto di occuparmene e da allora con il progettista lo abbiamo abbellito e ingrandito, sviluppando uno splendido rapporto professionale. Ormai ci capiamo al volo! All’inizio era lungo 500 metri e ora è lungo 900, ogni anno aggiungiamo qualche novità. Vedere le persone che si divertono e sentire i complimenti che fanno mi riempie di orgoglio. Adesso ti saluto, devo andare a lavorare!” E allora, sotto col prossimo.

Ad Antonio mancano quattro anni alla pensione. Ne ha 55 e lavora da 32 sulle piste. Non è persona di molte parole ma è estremamente posato e gentile “Dal 1987 ad oggi ci sono state molte innovazioni” chiarisce in seguito alla mia prima domanda “ è tutto diverso:  i macchinari, sempre più tecnologici e comodi, gli orari di lavoro – adesso lavoro 4 giorni e il quinto riposo, gli straordinari (anche perché tassatissimi) non si fanno praticamente più e i turni sono abbastanza regolari. Una volta capitava anche di stare a disposizione per 14 ore di fila; Intendiamoci, ci sono ancora queste necessità ma di solito cominciamo alle 16.30 e per l’una di notte abbiamo finito, ovviamente sempre a disposizione qualora nevichi e serva ripassare, ma in confronto ad una volta è molto cambiata la nostra vita.”

“O forse” aggiunge “sono cambiato io. Pensa che da giovane mi pesava dover lavorare di notte mentre magari i miei amici erano in giro a divertirsi mentre ora mi piace molto. Adoro lavorare, concentrato, in silenzio tra i miei monti e in compagnia dei miei pensieri. Mi sento a casa.Inoltre mi sento sicuro perché ho sempre avuto colleghi corretti e abili nel loro lavoro e con i quali ci si aiuta in caso di bisogno”. Ho concluso questa intervista con una domanda piccante “ma è vero che rimorchiate alla grande? Non è mai successo che qualche amica chiedesse di fare un giro?” “Forse anni fa esercitavamo un certo fascino” mi risponde divertito “ma non si può fare salire nessuno sul mezzo, è proibito!” Mi sembra, però, che gli sia scappato un sorriso di intesa.

Per la terza intervista mi basta un caffè al bar con un vecchio amico. Andrea lo conosco da quando eravamo bambini e so che ha lavorato prima sugli impianti per poi passare al gatto. Lo ha fatto per quasi vent’anni, poi lo scorso anno ha smesso. “ Come mai?” Gli chiedo a bruciapelo “Volevo stare di più con la famiglia. Mi è spiaciuto davvero molto, ma non me la sentivo più di partire il primo pomeriggio, rientrare di notte e magari ripartire dopo 3 ore di sonno perché era scesa neve e le piste dovevano essere tirate a lucido prima delle 9. Fare quella vita dava soddisfazione e permetteva anche di specializzarsi e acquisire conoscenze tecniche uniche ma era un sacrificio enorme. Anche se un po’ mi manca, lo confesso” E mi liquida così “a proposito, ho saputo che chiedi in giro se qualcuno si è mai portato la morosa sul gatto. (corrono le voci tra Fiemme e Fassa!) Beh, puoi scrivere che io l’ho fatto – lei lavorava come cameriera in un rifugio – ed è stata la cosa migliore che potesse capitarmi. Ci amiamo come il primo giorno, ci siamo sposati e abbiamo due bimbi”.

Pagati, sorridendo, due caffè, prendo il telefono e chiamo ancora un numero.

Luca ha 42 anni, fresa piste da quando ne aveva appena 18 e a fine stagione scende da un mezzo che movimenta neve per salire su di un altro che movimenta terra.

”Io ho sempre avuto il pallino degli escavatori, perciò appena possibile ho imparato a guidarli, ho preso le patenti e via! Il gatto è stata una semplice conseguenza. Come tanti miei colleghi salivi con chi già lo sapeva fare e imparavi – in fretta, ovviamente. Da qualche anno la mia società ha cominciato a farci seguire dei corsi dedicati al risparmio, sia di energie e tempo che di carburanti e neve. Si presta poi più attenzione all’ambiente e questo mi piace. Ritengo sia molto utile continuare ad aggiornarsi e che funzioni seguire certi consigli per migliorarsi e correre meno rischi.”

“Il problema di chi fa quello che faccio io” continua “spesso è quello di convincersi che dato che abbiamo sempre lavorato in un modo non si possa cambiare. Trovo sia sbagliato.”

Luca, al pari dei suoi colleghi sentiti in precedenza, è tranquillo, simpatico, molto preparato e competente. Mi spiega l’ultimo acquisto della sua società: un sistema satellitare computerizzato che permette di monitorare costantemente – su alcuni mezzi anche in tempo reale e presa diretta – mezzi, uomini e condizioni esterne e interne agli stessi. “ Ad esempio, possono sapere se siamo in cabina o fuori dal gatto, se accendiamo o spegniamo le luci, se ci fermiamo e dove ci troviamo. Inoltre, grazie ad appositi sensori posti sui cingoli e che misurano la neve possiamo gestirne la diffusione ottimale, risparmiando così il più possibile e aumentando efficacia ed efficienza del nostro operato.” La fantascienza divenuta realtà, al servizio del turismo invernale.

Luca è estremamente in armonia con se stesso, schietto e attento ai dettagli. Chiacchierando, scopro che il suo hobby è la fotografia. Dopo alcuni minuti a parlare di apparecchi fotografici (quanto costano!!), luce e tempi di esposizione gli faccio un’ultima, difficile, domanda “C’è qualcosa che vorresti cambiasse?Qualcosa di cui senti la mancanza?”

“Forse un po’ di rispetto” mi spiazza “si dà molto per scontato, si crede che le responsabilità, in pista come nella vita di tutti i giorni, siano sempre degli altri. E mi pare che sia un sentimento diffuso. Io penso davvero che dovremo essere tutti più responsabili e sensibili nei confronti del prossimo e dell’ambiente. “

Cosa altro aggiungere? Solo un ultimo pensiero: GRAZIE di tutto ragazzi! Per le splendide piste, per il tempo che mi avete dedicato e per i momenti di vita che avete voluto condividere. Siete grandi.

Fabio Pizzi

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